“DE MAIESTATIS – Piccolo discorso sopra alla dedicatione del Palio” – di Fausto Jannaccone

Ieri, trovandomi insolitamente un intero pomeriggio a disposizione, merce rara di questi tempi, sono stato colto da un insano o quanto meno desueto ritorno di interesse, passione, quasi affetto nei contronti del locale patrimonio artistico; così, armato di null’altro che un documento che attestasse la mia residenza, lasciapassare per un ingresso gratuito nei musei comunali, mi sono recato in Piazza Jacopo della Quercia.
Dopo una purtroppo assai breve fila ho ottenuto il mio biglietto e sono così entrato nel Museo dell’Opera del Duomo.
Fatte due rapide rampe di scale nell’edificio occupante la navata destra del “Duomo nuovo” mai realizzato, sulla sinistra ci si trova davanti a una piccola porta a vetri, con un umile cartellino recante la scritta “Sala di Duccio”.
Spingendo questa porta si accede ad una buia stanza non molto grande: dal lato opposto della stanza la Vergine che Duccio ha dipinto come Regina di Siena, seduta sul trono di marmo bianco intarsiato, circondata da una folla di santi ed angeli, cattura invincibile lo sguardo di chiunque osi avvicinarsi. Sulla parete di fronte, quella dell’ingresso, splendono con i loro fondi oro le storie della Passione; originariamente poste nel verso della grande pala che fu poi mostruosamente mutilata qualche secolo più tardi. Così anche ciò che resta della predella è disposto sul lato lungo di sinistra della sala. Sul restante lato la Madonna di Crevole e La nascita della Vergine di Pietro Lorenzetti.

crevole
Commissionata al pittore anni prima -come data ante quem abbiamo un documento del 1308- era il 9 giugno 1311, quando questa pala finalmente uscì dallo studio del maestro in via Stalloreggi per esser portata alla sua nuova dimora, l’altare maggiore della Cattedrale senese, all’epoca ancora in costruzione. Una solennissima processione partecipata quasi dall’intera cittadinanza, con a capo le più eminenti cariche e personalità, religiose come del Comune, “con suonatori di tromba, ciaramelle e nacchere” accompagnò la sacra immagine. Un evento grandioso, memorabile, fondante nella storia non solamente artistica della città.
In effetti la Maestà di Duccio oltre al valore civico può a mio modestissimo parere figurare nel firmamento delle più importanti opere d’arte della storia.

A godere di questa meraviglia ieri pomeriggio, nella Sala di Duccio del Museo dell’Opera eravamo io, due “malcapitati” turisti di sfuggita e l’anziano custode che sonnecchia e sospira sulla sedia nell’angolino.
Di senesi, con il loro ingresso gratuito, nemmeno uno. Ma onestamente ci mancherebbe altro, l’avranno tutti già vista più volte dopo averla studiata a scuola; inoltre bisogna anche considerare che quest’anno non ricorrono i 700 anni dalla realizzazione della stessa.
Uno o due anni dopo e qualche metro più in giù i Nove commissionarono al giovane Simone Martini la “loro” Maestà: certo non poteva il potere laico rimanere indietro rispetto a quello religioso (si dice che la Torre del Mangia svetti così alta nel cielo per raggiungere dal basso della Piazza del Campo l’altezza del campanile del Duomo…). Un respiro un po’ più civico circola nell’affresco della Sala del mappamondo di Palazzo Pubblico, ma l’imprinting è quello, ché dalla bottega di Duccio c’erano passati un po’ tutti all’epoca, così Simone, e l’omaggio al precedente era doveroso.
Quando però vi recherete al primo piano del Museo Civico, nella sala che Guidoriccio da Fogliano sorveglia, marciando sul suo agghindato destriero, noterete come tra il cavaliere ed il baldacchino affolato di santi affrescato da Simone Martini tra il 1313 ed il 1315 (per poi esser ripreso e completato solamente nel 1321), solamente quattro vuoti divanetti neri animino l’immensa sala.
Pochi turisti, che poi sbirciano nella sala del Buongoverno e le rumorose ma benvenute gite, soprattutto straniere. Nessun senese: ho chiesto alla maschera all’ingresso e mi ha detto che io, alle 15,30 del pomeriggio ero il primo della giornata.
Eppure qui sì che ricorrono 700 anni dalla fine della prima stesura dell’affresco…

maesta

LA RISCOPERTA DI SIMONE
Viva Dio! Finalmente a Siena ci siamo resi conto della ricchezza e bellezza del nostro patrimonio artistico. Non solo il 4 settembre 1260, c’è altro nella nostra storia e nel nostro giusto orgoglio. Non è solamente l’opera d’arte che viene introdotta dagli squilli delle chiarine due volte all’anno nell’entrone che ci è a cuore e ci interessa.
A quanto pare abbiamo riaperto i libri di scuola e ci siamo resi conto che esattamente 700 anni fa, (700!) Simone Martini completava la prima versione della sua Maestà nella Sala del mappamondo; e, accidenti, dovremmo dedicare il Palio d’Agosto, il palio dell’Assunta a questa importantissima ricorrenza!
Come mi dite? Che per la Maestà di Duccio non si era scatenato tutto questo furor populi (complice forse il fatto che, in effetti, nel 2011 il Cencio ricordò quel capolavoro, ma senza crociate pubbliche, polemiche virtuali, petizioni social)? Beh, che vi devo dire, la Memoria ai giorni nostri è sempre più importante, e se abbiamo sbagliato una volta, perseverare sarebbe davvero diabolico.

Come? Il sindaco Valentini aveva proposto di dedicare il suddetto Palio all’EXPO milanese e quindi la gente ha tirato fuori dal cilindro questa ricorrenza che altrimenti sarebbe sicuramente passata inosservata soltanto per dare contro? Mah, no, via ora non esageriamo…non credo…

LA DEDICA ALL’EXPO
Era circolata la voce di fare uno straordinario per l’EXPO? Non mi trova d’accordo.
Adesso abbiamo ripiegato sulla proposta di dedicarvi la carriera di Agosto? Altrettanto non d’accordo.
La premessa da fare è una: l’EXPO milanese sarebbe, avrebbe dovuto essere, un evento enorme, con un richiamo assolutamente globale: un mese fa ero a Kathmandu e la guida locale, che da sempre lavora con i turisti italiani, mi disse che mai era venuto a visitare il paese di provenienza dei suoi clienti, la bell’Italia, il cui idioma era il mezzo unico di sostentamento per tutta la sua famiglia; ma quest’anno non poteva assolutamente non venire, perché c’è l’EXPO.
Una vetrina clamorosa questo evento lo sarà comunque, e per tutto il Paese, nel bene come nel male. Quindi non sfruttare l’occasione, non cogliere la palla al balzo, in una città come Siena che di turismo, e solamente di quello, vive, sarebbe niente meno che criminale.
Però se il modo migliore che hai trovato di cavalcare l’onda è la dedica del Palio allora lo stai facendo nella maniera sbagliata. Continuamente, sempre di più il mondo vuole cucire addosso a Siena un’etichetta sbagliata, stretta, sconveniente e soffocante: la città del Palio.
Ci mancherebbe di Palio “si vive e si muore” da queste parti. Ma Siena non è il Palio, non solo quello: è molto di più. Investire sul Palio è il modo migliore per gonfiare l’interesse sul carnevale di otto giorni, per poi sprofondare la città nei restanti 357 nel completo oblio ed abbandono.
Sfruttiamo l‘EXPO per rivalutare molto di più e molto meglio il circuito delle Fonti cittadine, per esempio: l’acqua come fonte di vita, proprio come recita lo slogan che fungerà da pretesto per la scopertura del pavimento della prossima estate.
Riapriamo l’Enoteca Nazionale e mostriamo le eccellenze in cui siamo immersi, in un settore che sicuramente avrà un risalto enorme nei sei mesi a Milano.
Raccontiamo come si deve la storia del Panforte, del Pan co’santi o del Tiramisù (che si dice nato a Siena).

Quanti modi ci sono per approfittare di questo evento, a mio parere molto più pertinenti, sensati, produttivi.
In chiusura vorrei ricordare, come menzionato dallo storico Giovanni Mazzini, che la seconda carriera dell’anno ha già una dedica specifica, che quella appunto alla Madonna dell’Assunta.

Quindi, come si suol dire, il caso è chiuso.

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