È colpa di Brunori – di Jacopo Rossi

È colpa di Brunori e della sua felicemente scriteriata società che, a differenza sua, gode di responsabilità limitata. È tutto in questa affermazione l’ultimo tour del cantautore cosentino, di scena nei teatri italiani. È colpa e merito suoi se la sua piccola società gira che è una meraviglia e dà vita a uno spettacolo intenso, sospeso tra le molte risate, ché Brunori sa anche far ridere, e qualche afflato malinconico.
Due ore, e passa, ritmate da una filastrocca infantile, apparentemente folle e fuori luogo, che, per ammissione dello stesso Brunori, lo accompagna sin da bambino.
Sì, perché la sua cronaca intorno alla trasformazione di una società altro non è che la storia della sua vita, tutt’altro che speciale, come ammette in Nanà ma, almeno nei suoi monologhi, non inventata.
Parte da lontano, dall’infanzia spesa nella provincia cosentina, quando la sua era additata come la famiglia con la pila, e arriva fino al Premio Tenco del 2010, del quale dice: «L’ha vinto anche de André (1975, NdR), solo che io l’ho vinto per un nannananaranà».
Sa prendersi in giro Brunori, sa prendere in giro tutti, compresi i radical chic amanti di Eataly, gli stessi, con ogni probabilità, che si stanno sbellicando sulle poltroncine.
Sa anche, tra una battuta e l’altra, ricordare il padre Bruno, scomparso, che lo rimproverava quando da piccolo svegliava tutti nel cuore della notte e che nella penombra del corridoio, in mutande e canottiera, assomigliava a un Magnum alla vaniglia. Quel padre grande grande a cui lui, come tutti i bambini, voleva assomigliare, arrivato alla quinta elementare.
Ma Brunori, che pur si definisce loser, è pur sempre un cantautore di razza e, tra un lungo monologo e l’altro, sul palcoscenico trovano spazio i personaggi del suo variegato pantheon: il giovane Mario, il vecchio professore follemente innamorato, la ragazza del bacio-errore dato davanti al Bibò, l’intelletto e la ragione.
Uno spettacolo dalle molte facce, un ritorno del teatro-canzone artigianale, alla vecchia maniera. Dobbiamo augurarci che, a differenza della tenerezza, l’idea di Brunori e della sua bellissima società possa durare.

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