Miliziani Isis

Mujatweets, i video di IS che non ti aspetti – di Matteo Colombo*

Decapitazioni, minacce e violenza. Sono queste le immagini che appaiono sulle nostre televisioni quando si parla di IS e che rappresentano l’estetica del terrore, come viene percepita in Occidente. Ma esistono video che non vengono trasmessi in Occidente, pur rappresentando ugualmente una parte importante della strategia di comunicazione del sedicente Stato Islamico: sono messaggi che non puntano a spaventare i nemici ma, al contrario, a reclutare nuovo volontari per il jihad.Questa strategia di comunicazione è che punta su messaggi positivi, come quelli dell’accoglienza e della capacità di IS di dare un senso e uno scopo alla vita di persone che spesso hanno smarrito entrambi. In particolare, sono molto interessanti i cosiddetti “mujatweets”: brevi video di propaganda, diffusi su Twitter, che mostrano la vita quotidiana nei territori controllati dal Califfato. Finora ne sono stati pubblicati sette, caratterizzati da alcuni temi ricorrenti ed interessanti scelte comunicative.

Il primo aspetto che colpisce di questi video è che non ci sono i guerriglieri minacciosi a cui ci siamo drammaticamente abituati, ma miliziani giovani e sorridenti che gestiscono il traffico e salutano la popolazione che tributa loro attestati di stima e rispetto. Una propaganda furba e sofisticata, che vuole dimostrare come il Califfato sia molto diverso da quello che descrivono i media occidentali, e sia perciò un luogo felice, dove si vive bene e le persone possono condurre la loro vita in totale sicurezza.
I biondissimi figli di un mujahedeen (guerrigliero) bosniaco sono i protagonisti di un altro mujatweet. In questo caso l’obbiettivo è di dimostrare la missione universale del Califfato, che si propone come rifugio di tutti i musulmani che ritengono di non poter vivere pienamente la loro religione in altri paesi. L’obiettivo è anche di dare un immagine internazionale del Califfato, mostrarlo come uno stato multiculturale e accogliente per differenziarsi dal messaggio occidentale che sottolinea le persecuzioni delle minoranze religiose e le gravi violazioni dei diritti umani.

Il linguaggio della propaganda del Califfato è lo stesso del marketing, come dimostra anche la scelta di testimonial giovani e spesso di bell’aspetto per raccontare ciò che avviene in questi territori. Una strategia che ha l’obiettivo di mostrare un’immagine attraente del Califfato, simboleggiata da questi ragazzi che a volte raccontano di avere lasciato una vita tranquilla in Europa per unirsi al jihad, spesso caratterizzato da diverse asprezze e difficoltà. Una scelta radicale, di cui gli intervistati raccontano di non essersi pentiti.
La decisione del sedicente Stato Islamico di puntare sui più giovani ha la funzione di attirare dei jihadisti pronti a vivere e iniziare una famiglia nei territori che controllano. L’obiettivo è di far nascere una nuova generazione di combattenti che possa portare avanti la lotta finale per la supremazia globale del vero Islam. Nella visione fanatica e apocalittica di questo gruppo terroristico si stanno, infatti, avvicinando gli ultimi giorni di questo mondo e nei prossimi anni e nel piccolo villaggio di Dabiq (Siria) si terrà la battaglia finale tra le armate dell’Islam e gli infedeli. I guerriglieri basano questa interpretazione su un controverso hadith, (detto del profeta), riportato da Salih Muslim.

Non è questo il solo obiettivo dei mujatweets, che servono anche ad imporre una narrativa diversa riguardo alla narrazione internazionale sullo Stato Islamico, caratterizzandolo in modo diverso. Non soltanto guerra, bombardamenti e morti, ma anche immagini di vita quotidiana e normalità. Per questo rappresentano un messaggio molto pericoloso: la narrazione implicita è, infatti, che i veri nemici sono gli stati della coalizione anti-Is e non i guerriglieri del Califfato. L’idea è che questi mujahedeen stiano cercando di creare uno stato ideale e felice e per questa ragione le potenze internazionali cercano di opporsi al progetto, temendo che sempre più volontari si uniscano al sedicente Stato Islamico.
Per tale ragione questo tipo di strategia di comunicazione è più pericolosa delle immagini della decapitazioni e dei video degli orrori diffusi da IS.
La propaganda è raffinata e curata, l’obiettivo è implicito, ma ugualmente chiaro e preciso e punta su messaggio positivo e perciò attraente per i giovani musulmani che per diverse ragioni stanno pensando di trasferirsi nei territori controllati dal Califfato. Una prospettiva che ha certo fascino, soprattutto per i quegli adolescenti che vogliono un ideale per cui lottare e un progetto per cui combattere.

*Matteo Colombo studia e vive a Milano. Giornalista professionista, attualmente è research trainee presso ISPI e collabora con diverse testate cartacee e online come Studio, The Post Internazionale e Panorama.it

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