Ripensare criticamente la Liberazione – di Michele Masotti

Ripensare il 25 aprile. Ripensare l’antifascismo. Ripensare la Resistenza.Una provocazione? Un rigurgito autoritario? Revisionismo storico?
No. L’idea proposta è innanzitutto prendere atto che se le parole hanno ancora un senso, soprattutto alla luce della contemporaneità, il termine “liberazione” è evidentemente errato, o quantomeno ambiguo, fuorviante e dannoso, specie per il tempo presente.
Siccome è proprio il tempo presente che si distacca di ben settant’anni dagli eventi tragici della Seconda Guerra Mondiale, e siccome  i protagonisti di tali eventi sono quasi tutti morti e con loro le idee irriproponibili (vedremo perché) che li animavano, forse è tempo di sbarazzarsi di un carico ideologico che, se un tempo fu forse necessario, si è poi fatto ingombrante sino a divenire dannoso.

I PROTAGONISTI DI ALLORA

mussoliniOnde evitare scandali e fraintendimenti facciamo una breve premessa sul Fascismo e sul Comunismo.

→Nessuna rivalutazione politica del Fascismo da parte di chi scrive, i cui disastri e la cui fine miserevole è sotto gli occhi della Storia.
→Nessuna paura, dunque, di denunciare l’inesistenza di un “pericolo fascista”, sbandierato a comodo ogni tre per due per tener su il baraccone ideologico antifascista.

Il Fascismo è irriproponibile, non solo per l’ignobile figura con cui traghetta la nazione in guerra, ma soprattutto perché figlio di un tempo i cui rapporti sociali, sono mutati ormai da decenni.
Il Fascismo è “semplicemente” uno stato di tipo corporativo che si basa per lo più su un modo di produzione denominabile capitalismo borghese, “inglese”, familiare. Un tipo di organizzazione già obsoleta al tempo in varie parti del globo e che la Storia ha riposto via. Non è solo la sconfitta bellica che lo condanna (che già di per sé basta per soffocare qualsiasi istanza di rinverdimento), ma è la stessa conformazione dei nuovi rapporti sociali creatisi che non rendono più possibile la sua attuazione, né tantomeno la sovrastruttura ideologica che lo innerva.
Se poi per Fascismo si intende furbescamente la violenza tout court, la prevaricazione, il razzismo o altro, va benissimo. Chiamiamo dunque fasciste tutte le società arcaiche e moderne. Se per fascismo si intendono apparati statali coercitivi, allora è bene essere consci che nessuna formazione particolare sfugge a ciò, nemmeno quelle che si definiscono “democratiche”.
Ma è evidente anche a un bambino come tale operazione linguistica di affibbiare il termine fascista a chiunque evada il “pensiero unico”, nasconda un alibi che cela incapacità critica o, più spesso, malafede insopportabile.

Stesso discorso va fatto per il Comunismo.
Se si crede il Comunismo un’escatologia (il sottoscritto lo ha fatto nella tarda adolescenza, poi purtroppo si cresce), esso è ancora possibile, lo sarà sempre. Se per il Comunismo si intende un moto del cuore, o l’assistenza ai diseredati, agli emarginati, ai migranti ecc, esso è vivo e vegeto (sarebbe buona cosa chiamarla carità cristiana o altro, ma lasciamo correre). Se per Comunismo si intendono lotte per maggiori vantaggi del lavoro salariato, benissimo, esisterà finché esisterà la società salariata, ma forse la nominazione corretta sarebbe sindacalismo, che lotta all’interno di rapporti sociali di tipo capitalistico e non per mutarli.
Se invece per Comunismo si intende, come si dovrebbe, un pensiero teorico ottocentesco formulato da Karl Marx, vediamo che esso non è affatto utopico, ma poggia su basi e ragionamenti “scientifici” che di fatto si sono mostrati errati. Dunque non utopico ma irrealizzabile.

marxBrevemente: il futuro comunismo di Karl Marx si basava sull’idea che le maestranze manuali della produzione (nel rapporto capitalistico di tipo inglese, di opificio e poi di fabbrica per intendersi) si fondessero con le potenze intellettuali della produzione, “dal primo ingegnere all’ultimo manovale”, socializzando il lavoro ed estirpandolo al proprietario (ormai solo giuridico e dedito a speculazioni borsistiche) divenuto nel frattempo avulso dalla produzione stessa e d’intralcio ad essa, trasformatosi una sorta di rentier similfeudale. Non realizzandosi questa nuova formazione sociale che Marx crede fermamente quanto erroneamente di scorgere in nuce nel periodo in cui vive, il marxismo ha dovuto adattarsi in seguito riducendo la prospettiva alla sola classe salariata di fabbrica (le tute blu, per capirsi-forse la classe meno rivoluzionaria dell’intera storia umana). Ebbene, ne è scaturito di tutto. Il movimento operaio che puntava a lotte di tipo tradunionistico, rivoluzioni novecentesce in gran parte contadine, statalizzazioni coercitive anche con discreti risultati (solo iniziali) che poi hanno stagnato fino all’implosione. Di una cosa però siamo certi adesso: quello che è accaduto di “comunista” nel ‘900 e che ha cambiato effettivamente il mondo (ma non nel senso previsto) non è comunque riproponibile: sia il comunismo marxiano, mancando la base sociale prevista, sia infine il “Socialismo reale” per limiti intrinsechi saltati fuori lungo il corso della Storia e che evidentemente si ripresenterebbero.

Fine di una lunga ma doverosa premessa onde evitare di trattare l’argomento “liberazione” affondando in divisioni, allora valide, ma ormai stantie e superate dalla Storia.

RESISTENZA NON È LIBERAZIONEitalia
Venendo al nocciolo, il sottoscritto non intende denigrare i sacrifici della “lotta partigiana”, che anzi retroattivamente sostiene. L’intenzione è però quella di capire a cosa mirasse questa lotta in primis, da chi fosse composta, il peso storico-bellico avuto e se, infine, ed è la tesi di fondo dell’articolo, sia possibile staccare la Resistenza dalla cosiddetta Liberazione. L’ultimo punto, la cui risposta è affermativa, è ovviamente il punto cruciale per ripensare la questione fuori dalla retorica odierna.

Andiamo al sodo: la lotta partigiana non è lotta di un intero popolo. Interessa una parte piuttosto limitata geograficamente d’Italia e infine, senza l’intervento angloamericano, sarebbe stata probabilmente soffocata con una certa facilità. Di più, essa prende corpo quando le sorti della guerra sono ormai segnate su entrambi i fronti. Sul “nostro” gli alleati sono difatti ormai sicuri della vittoria.
Già da qui si può vedere come l’equazione Resistenza-Liberazione sia fuorviante. La Resistenza non libera niente storicamente, anzi probabilmente da sola avrebbe perso. La sconfitta del nazifascismo in Italia avviene solo per l’invasione angloamericana. Se poi si preferisca tale occupazione a quella tedesca va benissimo, ciò attiene al giudizio politico e che rispetto. Ma non ci interessa questo, ci interessa ammettere come, di fatto, entrambi i governi italiani dopo il 1943, e quello della RSI e quello futuro dei vari CLN, siano “governi fantoccio”.
Non solo, decenza storica vorrebbe ormai che si riconoscesse la solita meschinità nazionale, prima arresasi vilmente per poi allearsi coi nemici che nel frattempo sono sbarcati non certo per liberare il Paese ma per combatterlo. Si ricordi che il 9 luglio, data dello sbarco in Sicilia, il Fascismo è ancora al potere.

La Resistenza è dunque all’appannaggio di un gruppo, in principio piccolo, di comunisti, restati nella clandestinità, o esiliati, o incarcerati e  che miravano a un qualcosa che non c’entrava affatto con la “liberazione” dal Fascismo. O meglio, questo era solo un obbiettivo necessario ma iniziale.
Si dirà che comunque vi sono stati azionisti, “partigiani bianchi”, liberali ecc ecc. Certo, se però già si parla di un fenomeno di per sé minoritario, e al suo interno composto dal 90% di comunisti, va da sé che sia piuttosto futile analizzare le infime minoranze prive di peso alla luce di una ricostruzione storica.
Invece no, la retorica dell’ “antifascismo della libertà”, il cui passato dei protagonisti e sin troppo dubbio, racconta oggi che la lotta suddetta avrebbe salvato l’onore del Paese disonorato dal Fascismo, avrebbe ridato sovranità alla patria. Ciò è incredibile, laddove – si possa o meno essere d’accordo col Fascismo (ho chiarito la mia idea sin da subito) – il disonore è evidentemente quello dei fascisti di ieri, vigliacchi a tal punto dal cambiare casacca per vendersi ai “liberatori” e divenire gli antifascisti di domani.
Oggi andrebbe detto con chiarezza e senza timore  che gli antifascisti in Italia erano in minoranza. Non solo, tale minoranza, completamente egemonizzata dal PCI clandestino, non voleva affatto “liberazione” e democrazia occidentale per come le abbiamo conosciute. A loro non fregava nulla di ridare onore alla “povera patria in mano all’occupante tedesco”. Essi volevano affrancarsi da rapporti sociali “borghesi” con in mente il modello sovietico che, secondo la visione (errata) dei protagonisti di allora, iniziava sotto Stalin il cammino prima verso il Socialismo e poi verso il Comunismo. Le vecchie classi dirigenti e i settori industriali, dapprima fascisti e poi riciclatisi nel più classico dei tradimenti (quello sì, un vero disonore) erano tutta roba (TUTTA) da spazzare via. La “liberazione” intesa era un’altra, che piaccia o meno. E non c’è stata, che piaccia o meno.

Sentire oggi continuare a parlare di valori della Resistenza da uno stuolo di cariche statali completamente asservite altrove, forse più di allora, è un’offesa verso chi (a torto o a ragione) morì col fazzoletto rosso al collo. Vergogna per chi scambia gli occupanti per liberatori, non importa se siano più malleabili dei precedenti.

Dunque i partigiani comunisti (90% delle bande) – buoni, cattivi, che dopo hanno commesso rappresaglie (ma davvero? Incredibile che a fine di una guerra ci siano!), che sono morti nel bosco, che hanno fatto quello che hanno fatto – andrebbero trattati col rispetto storico che si deve a chi combatteva per un’idea che non è nemmeno per sogno la “liberazione” del paese e il presunto ridargli un onore perduto. Essi volevano una trasformazione sociale profonda, alleandosi nel frattempo con gli angloamericani. Opportunismo tattico? Certo, se avessero avuto la forza dei partigiani Jugoslavi non ci sarebbe stata alcuna alleanza, parrebbe evidente.
Se dopo poi si è accettata la “svolta di Salerno”, rassegnandosi a “Yalta”, è solo perché con metà paese già occupato, era di fatto impossibile che esso sfuggisse all’egemonia statunitense. O meglio, si poteva tentare e si è tentato fino alla fine del decennio. Come sarebbe andata a finire proseguendo nei “tentativi”? Non si può dire, ma forse l’esempio greco del ‘46-‘49 può darci qualche risposta.

Impossibile dunque non accettare l’occupazione statunitense allora, possibile però oggi smettere di chiamare quell’occupazione “liberazione”, contrabbandare una sconfitta per una vittoria e soprattutto smettere di dire che i protagonisti della Resistenza siano morti per la democrazia occidentale. Basta con questa vergogna!
Vi fu alleanza tattica, con la speranza – poi tradita dagli eventi – di ulteriori mutamenti alla fine della guerra. La liberazione dal Fascismo era solo un primo, necessario e parzialissimo obbiettivo.
Finiamola dunque con le menzogne, specie in un’epoca, quella attuale, che ha visto scomparire, come suddetto, le idee del tempo. Et pour cause!

RIPENSAMENTI PER IL SOVRANISMO

vignetta
La conclusione porta con sé alcune domande alle quale non possiamo sfuggire.
Al tempo presente, se la nostra nazione soffre ancora la presenza ingombrante dell’alleato (sfido a dire il contrario), si può parlare veramente di liberazione avvenuta?
Se siamo costretti a fare guerre per conto terzi, operazioni politico-strategiche contro i nostri interessi, se di fronte a crimini più o meno importanti ai danni dei nostri connazionali perpetrati dai “liberatori”  dobbiamo tacere, pena irritare costoro, possiamo continuare a dirci sovrani, a dirci liberati?
Se dopo 70 anni, caduto il Fascismo, e scomparso il “pericolo comunista”, abbiamo ancora un esercito straniero sul nostro suolo, possiamo rinviare ancora la questione?

Ebbene, se non siamo in grado di specifici passi in direzione di una maggiore e probabilmente vantaggiosa autonomia, almeno si potrebbe iniziare a rivedere la Storia guarendola da tossine ideologiche dannose.
Si potrebbe iniziare col dire che questo “antifascismo della liberazione” è un’operazione ideologica che ha poco di storico. Un’operazione retorica che ha molto di cui vergognarsi poiché ha camuffato le intenzioni di coloro che hanno combattuto per qualcosa di serio, mascherandole d’altro, col comodo di chi sempre si vende. Ed è questa, che piaccia o no, la nostra povera Storia. La Storia di una patria che tradisce tutto e tutti: dalla Triplice Alleanza, al famoso ma non unico Badoglio, ai fatti di fine prima repubblica, all’ultimo vergognoso voltafaccia alla Libia.

In un secolo direi che può bastare.

La speranza dunque è che il  25 aprile, magari da rinominare come “giornata della pace” e festeggiarla come la fine di una carneficina immonda, possa essere scartavetrata da questa persistente patina retorica e possa divenire un giorno su cui riflettere molto e di cui molto poco vantarsi.
La speranza è di poterci sentire sovrani in futuro, senza paure create ad arte nel pericolo di eterni ritorni di cose ormai defunte. Senza nascondere il nostro passato codardo, senza disonorare chi combatté per qualcosa (fosse anche sbagliato col senno di poi) contrabbandandolo per ciò che non è.
La speranza è che, morti i padri e le loro idee, i figli possano comprendere come Libertà non sia scegliere tra un padrone cattivo e uno buono. Autonomia, libertà, sovranismo e liberazione non comprendono alcun padrone.

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2 pensieri su “Ripensare criticamente la Liberazione – di Michele Masotti”

  1. Concordo con molti passaggi dell’articolo di Michele, ma dissento dal passaggio in cui si afferma che i partigiani ‘miravano a un qualcosa che non c’entrava affatto con la “liberazione” dal Fascismo’. Perché, detto in questi termini, rischia di essere frainteso o comunque travisato. La lotta partigiana ebbe come suo primo obiettivo combattere e sconfiggere il fascismo, in quanto senza questa sconfitta non sarebbe stato possibile passare (alludo a quel 90% di partigiani comunisti) alla realizzazione di un nuovo modello statale. Insomma, la sconfitta del fascismo costituiva il primo, indispensabile passaggio per poter poi ‘fare come in Russia’; e intorno a questo primo obiettivo si coagulò un fronte articolato (non numericamente) che comprese, fino al 25 aprile ’45 e poco dopo, anche forze apertamente monarchiche o pseudo-liberali che avevano sostenuto il fascismo fino all’8 settembre. In questo senso, senza travisare la storia del partigianato, occorre dire che accanto a questo antifascismo col ‘fazzoletto rosso’ (molti dei circa 900 volontari senesi che nel gennaio ’45 partirono verso il nord-Italia per combattere a fianco delle truppe anglo-americane si presentarono nei punti di raccolta col fazzoletto rosso e solo dopo ripetute e difficili discussioni accettarono di riporlo in tasca), accanto ad un antifascismo che voleva dare ‘la terra a chi la lavora’, ci fu anche un antifascismo della libertà, il cui esempio più significativo fu rappresentato dal piccolo, ma politicamente importante, Partito d’Azione.
    Allora, come molti – io compreso – negli anni ’60-’70 alle manifestazioni del 25 aprile, gridavano la ‘Resistenza è rossa’, niente da eccepire sul passaggio di Michele che afferma che la grande maggioranza dei partigiani voleva ‘liberare’ per poi arrivare al cuore del problema: realizzare un modello di stato socialista (anche la democrazia parlamentare è un altro modello di stato rispetto al fascismo, ma non era questo il modello in questione).

    E oggi che fare di questa giornata senza ridurla a puro momento celebrativo? Trasformarla in ‘Giornata della pace’ a me sembra un’idea fuorviante in quanto rischia di diventare un ‘volemosi bene che la guerra è finita’ che rischia di nascondere il passaggio imprescindibile tra un prima (la monarchia e il fascismo) e un dopo (la Repubblica parlamentare). I fascisti di ieri (nella mia vita li ho conosciuti per esperienza diretta e personale) e di oggi hanno sempre chiesto che il 25 aprile possa essere la giornata in cui tutti i morti devono essere ricordati indipendentemente dalla scelta che avevano fatto (Giornata della pace?), riconducendo così quelle scelte (combattere con i nazisti o combattere i nazisti) a un qualcosa di indistinto in cui tutte le idee hanno la propria dignità storica. Rispettare tutte le morti non vuol dire equiparare le scelte che portarono a quelle morti; mai lo è stato nella storia e mai può esserlo relativamente ai fatti che segnarono la fine del fascismo. Che i fascisti (continuano ad esserci, anche se rischiano di essere un folcroristico residuo della storia, come quei 20 senesi che il 25 aprile sono stati a ricordare la RSI sulla tomba di Mussolini – leggi Corriere di Siena) se ne facciano una ragione.

    Ultimo punto, i problemi che viviamo tutti oggi, qui in Italia. Sono passati settanta anni da quel 1945 e mi sembra che poco c’incastri quella data con la crisi in cui si dibatte uno stato intero – in questo caso l’Italia e nello specifico alcune sue fasce di popolazione più di altre – vedi i giovani massacrati da una deregulation che li priva di ogni diritto sul posto di lavoro, se ce lo hanno). Poco c’incastra, perché quell’Europa non esiste più, non esistono più quelle categorie politiche, la contrapposizione tra ‘comunismo e mondo libero’ è sepolta.
    Oggi è il momento di affrontare altri temi: siamo in presenza di un’arrogante e nefasta idea per cui il modello occidentale è l’unico possibile, siamo davanti a guerre sciagurate scatenate dagli Stati Uniti e dai propri alleati (vedi Italia) per imporre tale modello e difendere i propri interessi (in primis, propri degli USA); siamo di fronte a flussi migratori di proporzioni inimmaginabili appena un decennio fa, siamo governati non più dai parlamenti ma dai ‘signori’ dell’economia liberista-mondialista. Con tutto ciò Il 25 aprile poco c’incastra.

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