NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone

Oṃ Maṇi Padme Hūṃ

(sanscrito, devanāgarī ॐ मणि पद्मे हूँ,) è il mantra di Cenresig, il Buddha della Compassione e protettore di chi è in imminente pericolo. 

Oṃ rappresenta il principio universale, il suono che diede origine a tutte le cose, e lo si pone all’inizio di ogni mantra;
Mani in sanscrito significa «Gioiello» ed indica l’essenza del Nirvana, il più prezioso dei tesori;
Padme significa «loto» ed indica il Saṃsāra, il mondo fenomenico;
Hūṃ è la sillaba che rappresenta la Sapienza che trionfa sull’odio , ed è utilizzata anche come simbolo di buon auspicio;
Il Mantra sta ad indicare che il Nirvana non va cercato al di fuori del Samsara, ma nel suo “cuore”, nella quotidianità.

Per la seconda parte del nostro viaggio, dopo il periodo alla scoperta del Rajasthan, ci stavamo spostando verso est, nord-est, volando da Delhi verso le cime himalayane. Non appena sorto il sole guardando fuori dal finestrino si potevano vedere, finalmente, lontane alla nostra sinistra, quei miracoli geologici delle vette più vicine a Dio.

Ad un certo punto iniziammo ad addentrarci oltre le prime più basse e verdi, fin quando l’aereo iniziò gradualmente a scendere nelle valli che giacciono, quiete ai piedi delle montagne. In queste valli, quasi d’un tratto dal nulla, spuntò l’immensa distesa metropolitana della capitale nepalese, Kathmandu. Immensa a perdita d’occhio si stendeva come una colata di pietre, cemento e canne di bambù.
Proprio non me lo aspettavo; mea culpa, quando ci si sposta bisogna sempre prepararsi su ciò che dovrebbe attenderci dall’altra parte del viaggio. Ma forse l’energia spesa nella conoscenza preventiva di tutti quegli strani posti che avevo messo oramai dietro nel mio precedente cammino sulle terre dei Marajà avevano già troppo impegnato la mia capacità di studio ( ma del resto non sono mai stato un grande studioso). In più andare a Kathmandu per me rappresentava varcare la soglia di uno di quei posti che sono un’idea prima ancora che un luogo, più a loro agio in favolosi atlanti leggendari che in misurate cartine geografiche. Kathmandu era una parola che avrei riposto nello scaffale insieme a Babilonia o Samarcanda al limite. Lontana, eterea, irraggiungibile se non con il sogni.Ed Invece era lì davanti a me nella sua intera, fisica, polverosa presenza.

Un aeroporto internazionale ma piuttosto piccolo, con alto tasso di difficoltà nell’atterraggio, in quella lingua di asfalto assediata da case, casette e palazzotti. A riceverci fuori aspettava il ragazzo che ci avrebbe scarrozzato in tutti i giorni in cui ci saremmo trattenuti in Nepal, su e giù per quelle mulattiere tutte sassi, buche e chiazze di illusorio asfalto già in fuga. Poi c’era il signor Gambhir, guida turistica nepalese con licenza di italiano. La levataccia indiana per la partenza ci fece ottenere la mattinata libera per riposarci in albergo, quindi sarebbe tornato nel primo pomeriggio, per portarci, contrariamente da quanto riportava il programma fornitoci dall’agenzia, subito a vedere la Durbar Square di Patan, dove abitava lui. Con Durbar Square si intende una specie di piazza centrale della città, così a Patan, come a Kathmandu o Bhatkapur, nella quale sorgono tutti i più importanti edifici, a livello sia amministrativo che religioso, anche perchè là i due concetti si compenetrano continuamente. Per entrarvici è necessario, qualora non siate residenti, pagare un ticket d’accesso, necessario anche a sovvenzionare il mantenimento di questi luoghi carichi di storia, vita e cultura e tutti membri del patrimonio dell’Unesco.

Dopo averci prelevato ci scaricano nel bel mezzo di una strada caoticamente trafficata dai mezzi più disparati -no, non è la gestione dei trasporti il pezzo forte delle doti nepalesi- Gambhir ci fa entrare in un vicolino buio, introdotto da un tempietto tutto ornato di intarsi e bassorilievi lignei tutti inneggianti alle più varie vie e modi di accoppiamento: ci spiegheranno più tardi come queste immagini che abbondano nelle decorazione degli edifici sacri abbiano uno scopo didascalico, proprio come le bibbie scolpite sui portali delle nostre cattedrali gotiche: quando le giovani fanciulle andavano in sposa al prescelto futuro marito erano del tutto ignare delle mansioni future richieste loro, così andando a vedere queste decorazioni potevano farsi un’idea di tutte le maniere più consone a svolgere la missione: come canta Zucchero “le vie delle Signore sono infinite”

Percorrendo lo stretto vicolo, cercando di dribblare motociclisti alle prime armi, ogni tanto uno spiraglio di luce fa capolino dal piccolo ingresso di gallerie, al di là delle quali si aprono piccoli cortili interni dove bambini giocano a ping pong o rincorrendosi e saltellando qua e là. La vita scorre pacifica fuori dalle case nepalesi, con la loro dimensione architettonica dall’indole introversa: tutte in legno e mattoni, di due piani, offrono alla arterie frenetiche di motori e negozietti il loro retro, per poi aprire le loro facciate tutte riccamente e finemente intarsiate, per quanto abitate da umili padroni di casa, verso l’interno, affacciandosi su quei cortili che come bolle senza tempo vengono condivisi da bambini ed anziani, donne e uomini, cani, gatti e biciclette.
Giunti alla fine del lungo vicolo ci si erge di fronte un altro tempio, questo però molto più alto ed imponente; dietro se ne intravedono altri, e poi palazzi, alte colonne sormontate da figure antropo-zoomorfe, alate o recanti armi mitologiche: siamo nella Durbar Square.
Qui l’effetto della sospensione temporale è amplificata, dal livello familiare e casalingo dei cortili alla dimensione comunitaria. Ovunque piccoli nepalesi, col loro caratteristico copricapo colorato, siedono e popolano gradoni e gradini, alcuni scambiandosi considerazioni, sempre pacate, forse sulla stagione o sui giorni che furono, altri ancora solamente scrutando punti lontani, nello spazio come nel tempo. I solchi nei loro volti bruciati da un sole più vicino del nostro, raccontano di mille storie, alcune molto probabilmente semplici ed intime, altre invece incredibilmente memorabili ed enormi come le cime innevate che osservano le loro vite dall’alto.
Il signor Gambhir ci lascia liberi di perderci in quel labirinto dorato di statue ed enormi campane, rosso di mattoni e marrone del nobile legno dei templi e dei palazzi, percorso da un respiro eterno che trasuda un misticismo primitivo e puro, ancora se possibile non contaminato dalla malattia del progresso.
Ricordo quell’ora di girovagare come qualcosa di strano, surreale e favoloso, con quel dubbio costante che sia successo veramente; così tutto il viaggio in Nepal, con mia moglie Elena, felici, dall’altra parte del mondo, sopra al mondo, in un altro mondo.

Quando sabato mattina Elena mi ha svegliato per raccontarmi della tragedia che ha scosso quei luoghi, del cuore mio come di chiunque vi abbia posato gli occhi, all’inizio non ho ben compreso; poi sono iniziate a scorrere nelle tv, sui giornali, sui social network le prime immagini che documentavano l’apocalisse che ha investito quelle persone. Caos, terrore, sconvolgimento hanno iniziato ad impossessarsi di me e nella mia anima, profonda si è aperta una crepa come quelle che hanno spaccato in due le strade di Kathmandu.
Quei luoghi non sono certo nuovi ad eventi simili, ma quando poi succede davvero, è inutile, non puoi giustificarlo, non puoi spiegarlo, non rientra nelle cose che possono essere comprese.
Abbiamo provato a metterci in contatto con il Signor Gambhir, senza ottenere risposta. Sua moglie lavorava in una associazione no profit impegnata nella raccolta di soldi per i poveri -e loro no, non erano ricchi, ma avevano un lavoro, e quindi erano fortunati- solo pochi metri fuori dalla Durbar Squdurbarare di Patan, quella che nelle immagine che stanno facendo il giro del mondo risulta spazzata via. Come del resto tante, troppi altri monumenti, case, vite. Con la moglie passavano la giornata anche i suoi piccoli figli, ed altri ragazze e ragazzi, le nuove generazioni intraprendenti e volenterose di migliorare la propria vita. Entrare la àentro era come entrare in una doccia di sorrisi.
Nessuna risposta. Riproveremo ancora.
Forse ha solamente perso il telefono. Forse.
Non so quanto la retorica lascerà alla fine spazio a ciò che di concreto sia possibile fare, da così lontano; ma qualcosa dobbiamo pur fare. Come prima lo tsunami in Indonesia ancora una volta sono gli ultimi, gli indifesi, ad essere colpiti, duramente, senza pietà. Hanno perso quello che non avevano, ed adesso ancor meno hanno, chi rimane, per poter ricominciare.

Non possiamo non fare nulla, non ci è permesso.

Con la nostra Associazione stiamo organizzando un’asta di beneficenza per raccogliere fondi da destinare alla popolazione nepalese. Non sarà mai abbastanza, ma intanto cominciamo a fare qualcosa. Mandate messaggi ai numeri che sapete esser seri per fare una donazione, contattate le organizzazioni che possono intervenire ma fate, facciamo.

Fai, Fausto. Il tuo cuore te lo comanda.

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