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Il Nepal in bianco e nero – di Fausto Jannaccone

“Secondo me avresti dovuto farle a colori…”, questo mio fratello dopo aver visto le fotografie appese alle pareti del bar. Certo che avrei potuto, assolutamente avrei potuto, e non nego che sicuramente alcune delle immagini avrebbero avuto un passo in più,una vitalità immensamente maggiore. Già, appunto vitalitàfoto1

Quando mi stavo preparando a fare il viaggio che a gennaio mi ha portato un pezzo di mondo più in là, a scoprire due realtà così lontane e diverse dal nostro occidente come il Rajasthan prima ed il Nepal poi, già sapevo che sarebbe stato uno di quei viaggi “della vita”. Non perchè fossero scese divinità a dirmelo nel sonno, abbia letto segni nel cielo o negli intestini di qualche gallina, perchè avessi presentimenti strani o il mio sesto senso di ragno me lo dicesse. Semplicemente perchè un viaggio così è un viaggio della vita, immancabilmente, per chiunque lo affronti: poi facendo ritorno ognuno dovrà capire perché lo è stato per lui.

Per questo la cosa più importante da portar con me non poteva che essere la mia macchina fotografica.

Da quei 20 giorni grosso modo ho portato in italia 4000 fotografie.

Dalla prima metà del viaggio è scaturita un mostra, ben calzante rispetto alla programmazione dell’associazione per questa stagione: “Voyage autour du monde” è il motto del secondo anno del Wunderbar, il viaggio ne è evidentemente il filo conduttore e “Viaggio in Rajasthan” era il forse poco fantasioso titolo della mostra.

Il Rajasthan, come McCurry e mille altri ci hanno già mostrato prima che lo facessi io, è ovviamente la deflagrazione più totale del colore. Che tu sia un bravo fotografo o meno sono i luoghi a scaturire tavolozze trionfali, i volti, le situazioni stesse non possono far altro che tradursi in immagini che profumano di curry, aglio ed incensi. Ed infatti la mostra era interamente fondata sul colore: erano gli azzurri, i verdi, i gialli, rossi ed arancioni le punte di diamante con cui avrei tentato di vincere lo spettatore. E questo potrebbe essere il primo dei motivi per cui questa seconda mostra ho scelto di farla danzando solamente sulla scala di grigio, con le luci e le ombre che diventino profondità, vuoti, pieni. Quando sono rientrato in Italia ovviamente credevo che di quelle 4000 e più immagini avrei quanto meno voluto fare due mostre. La prima quella che in effetti misi in piedi e di cui parlavo sopra. Poi rimaneva tutta la parte del Nepal. Bella, forse anche di più, -ma in realtà sono due mondi simili ma diversi quindi non del tutto paragonabili-. Di certo c’era che non potevo farne due a così breve distanza, quindi avevo messo da parte quella seconda scheda di memoria.

foto2Fin quando una mattina mia moglie mi sveglia dicendomi cosa sia successo durante la notte nei luoghi dove eravamo poco tempo prima. Così, purtroppo, maledettamente, si è creata l’occasione per andare subito a ricercarla. No, credetemi, non per “cavalcare il momento”. Perchè qualcuno che conosco mi disse una sera che bisognava fare qualcosa per quella gente, così avendo l’Associazione Culturale Wunderbar un luogo dove esporre e materiale da esporre, ho incastrato gli elementi per questa iniziativa, “HELP NEPAL”: il bianco e nero diventa, allora, anche un piccolo requiem per luoghi stravolti, annientati dal terremoto, e per tante persone che ho conosciuto e tempo proprio non ci siano più. E col bianco e nero ho anche bloccato nel tempo quel momento in cui ho vissuto quella ragazza, quella bicicletta, quel gomito di lana.

Durante l’inaugurazione della precedente mostra del Wunderbar parlavo con un giovane artista francese di nome Daniel che mi spiegava il suo lavoro, lì, davanti a noi due, appeso sulla parete: mi raccontava che il suo lavoro parte dalle fotografie, che secondo lui sono momenti reali, veramente vissuti e passati, che più non potranno tornare: che davvero sono stati, ma una volta stati non saranno più. Lui prende l’immagine della foto e la dipinge, trasportando così il soggetto in un tempo possibile ed infinito, che potrebbe essere e continua per sempre a poter essere. Ecco quelle fotografie sono sicuramente state, le ho vissute e sono passate ma con il bianco e nero ho provato a sospenderle nel tempo. Non potrà mai più esserci un attimo dopo in quella scena, ma quell’attimo bloccato nella foto continuerà per sempre ad essere. O almeno così ho pensato, sperato, sognato. In ultimo il Nepal è molto lontano dal caos colorato dell’India: tutta la sua surreale ed inafferrabile bellezza risiede nelle rughe che con grande dignità ci mostrano le facciate dei templi e dei palazzi di legno e mattoni, lassù in cima al mondo da quando l’uomo ha inventato il tempo; e nelle crepe che lo scorrere dei giorni ed il battere insistente ed affettuoso del sole, padre potente e generoso, hanno scavato i volti di quella gente, già da quando bambini corrono a suonare le campane. Nel bianco, grigio e nero di quelle foto quelle crepe e rughe diventano i segni che possiamo leggere e continueranno per sempre a raccontarci l’antica storia del popolo che vive in cima al mondo.

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