manifestante pro-oxi

SEMPLICEMENTE OXI – di Augusto Fiaschini

Il 5 luglio scorso in Grecia si è svolta una votazione storica per l’Unione europea: il primo ministro greco Alexis Tsipras ha chiamato alle urne i suoi cittadini per permettergli di decidere il loro futuro in merito alle trattative tra lo stato ellenico e la Troika (rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale).
Facendo un passo indietro al 25 gennaio 2015, dal momento della vittoria alle elezioni nazionali greche di Syriza (il partito di Alexis Tsipras), notiamo che l’opinione pubblica nord-europea non ha mai apprezzato le idee “rivoluzionarie” di Tsipras. Le maggiori testate giornalistiche internazionali avevano accolto con un po’ di paura l’insediamento del nuovo governo greco, sapendo che ci sarebbe stato da combattere contro un esecutivo apertamente anti-austerità.

Concesso che i greci sarebbero stati disposti a trattare su alcuni punti di politica interna, le loro richieste in ambito europeo riguardavano soprattutto una ristrutturazione del debito e una cancellazione di una sua parte, visto che aveva raggiunto livelli insostenibili. Era già stato varato un piano di aiuti alla Grecia da parte del FMI di diversi miliardi di euro: questi soldi sono però stati usati solo in minima parte per far ripartire l’economia greca (intorno al 10%). Il resto sono serviti a pagare i creditori (perlopiù banche francesi e tedesche). In pratica il FMI ha stanziato un piano di aiuti per le banche francesi e tedesche più che per la Grecia. Da questo assunto partiva la trattativa da parte del ministro dell’economia greco Yanis Varoufakis.

Varoufakis, prima di diventare ministro delle finanze greco, era un professore di economia molto stimato nel suo campo. Le sue idee, piuttosto liberiste ma di sinistra, sono state accolte con un filo di ilarità dalla Troika che ha sparlato del neopolitico ellenico definendolo “dilettante” o addirittura “giocatore d’azzardo”. Qui sta il paradosso: un liberista in Europa viene definito rivoluzionario. Tanto per far capire a che livello è arrivato il capitalismo nel Vecchio Continente.

Durante le trattative spesso gli esponenti europei hanno più volte ritoccato gli accordi in dirittura d’arrivo, tanto da renderli inaccettabili per i greci. I punti di maggior dibattito sono, oltre al debito, le riforme riguardanti le pensioni e le privatizzazioni. Angela Merkel vorrebbe imporre ai greci un’età pensionabile più alta rispetto a quella attuale, che al momento coincide con quella dei tedeschi. Discorso che ha fatto irrigidire non poco i greci, che in Europa evidentemente vengono trattati come cittadini di serie B. Per quello che riguarda le privatizzazioni invece la Troika esigeva che aziende come quella elettrica, aeroportuale e portuale venissero cedute a privati: è evidente qui il tornaconto personale degli esponenti dei paesi del nord Europa che si sarebbero impossessati di aziende con attivi di bilancio.

Il 25 giugno 2015 la trattativa si trova in una situazione di stallo e Tsipras è con le spalle al muro, visto che di lì a cinque giorni scadrà il termine per restituire una tranche dei prestiti ricevuti (e subito girati ai creditori). Qualora la Grecia non pagasse, sarebbe dura per Syriza continuare le trattative, anche per motivi interni: l’ala più moderata del partito spinge per un accordo, mentre la più radicale vorrebbe rifiutare in blocco la bozza della Troika. L’intento di quest’ultima è quello di far cadere il governo antagonista in modo da sollevarsi dal problema. Il primo ministro greco, con una mossa intelligente quanto democratica, decide di indire un referendum il 5 luglio per verificare la volontà dei cittadini di sottoscrivere l’accordo con laTroika. Il parlamento greco approva il referendum con l’appoggio della quasi totalità dei partiti presenti. L’idea di Tsipras, naturalmente, sarebbe quella di rifiutare l’accordo ma non ha il parlamento a sostenerlo.

La stampa europea (e, sì, anche quella Italiana) si scaglia contro il referendum cercando di attuare un terrorismo psicologico di portata massiccia. Ma anche la stampa greca si schiera contro Tsipras, che si è inimicato i giornalisti applicando delle imposte ai sotto-tassati mezzi di informazione greci. In Europa il referendum spaventa e tutti i capi di stato si affrettano a prendere le distanze da Tsipras: dalla Merkel a Matteo Renzi, che definisce un errore il voto oltre che una scelta tra la Dracma e l’euro (situazione ampiamente smentita da Tsipras).

Il voto in Grecia vuol dire invece molto per tutti i paesi del sud Europa martoriati dall’austerità, con un “no” potrebbe dimostrare a tutti che la strada della Troika non è l’unica percorrible, ma che esistono alternative alla semplice restituzione dei debiti senza pensare allo sviluppo. Tsipras portando i greci al voto chiede loro solamente se intendono sottoscrivere l’accordo con la Troika oppure, in caso di “no” (in greco OXI che, a proposito, si legge “oki”) tornare al tavolo della trattativa forte del consenso popolare, senza uscire a priori dall’euro o dall’Unione. Negando le parole

naidi Tsipras e la realtà i giornali descrivono scenari futuri in caso di un “OXI” dei greci del tutto catastrofici e apocalittici. L’intento è chiaro: spaventare i greci per forzarli a votare sì (in greco “NAI”).

Nel frattempo in Europa Mario Draghi, presidente della BCE, decide di smettere di finanziare le banche greche violando, secondo i greci, i trattati europei. La posizione dei greci è chiara: la Banca Centrale Europea, essendo la sola ad avere la possibilità di stampare moneta, è la sola che rifornisce di soldi le banche dei vari stati (nelle quali la gente mette i propri risparmi); non rifornendo le banche greche di controvalore monetario Draghi getta la popolazione ellenica nel terrore, questa si ritrova con limiti ai prelievi di 60 Euro al giorno. La mossa del presidente della BCE è volta a costringere i greci a votare “si” con la paura.

Questo è il clima che ha accompagnato i greci ad un voto storico che potenzialmente poteva cambiare la storia dell’unione fin’ora. Nei sondaggi il “NAI” (si) è leggermente favorito ma Tsipras continua a cercare di spingere i greci a votare “OXI” con vari proclami e conferenze straordinarie.
Il giorno del voto è concitato ma alla fine l’affluenza è ampia, anche dovuta alla misura del governo che rende gratis i mezzi pubblici per un giorno in modo da rendere più facile spostarsi alle persone che hanno i diritti elettorali lontano dalla loro residenza.
Dopo poco dalla chiusura delle urne il risultato è chiaro: l’OXI trionfa sul NAI con circa il 62% dei voti. La gioia per i greci è tanta, è una gioia senza colore politico ma ha un valore esclusivamente patriottico. Gli ellenici si sono ripresi il loro paese (almeno per ora) dopo 5 anni di stretta vigilanza della Troika sui conti pubblici.

Greek deputy minister for international economic relations Euclid Tsakalotos attends the annual conference of the Institute for New Economic Thinking at the OECD
Euclides Tsakalotos

Adesso c’è da lavorare per trovare un accordo che soddisfi sia i greci che i creditori, è Tsipras a fare il primo passo verso la controparte spingendo Varoufakis, che aveva catalizzato tutte le antipatie degli esponenti europei, alle dimissioni e sostituendolo con Euclides Tsakalotos (militante di Syriza dal 2004, parlamentare dal 2012 e facente parte della branca marxista del partito).
Il risultato elettorale è stato chiaro, nonostante tutto il terrorismo psicologico del caso: i greci hanno chiaramente detto OXI ad un altro memorandum fatto di lacrime e sangue. Tsipras è chiamato a non sprecare il grande consenso e potere conferitogli dal popolo. Sarà durissima trattare con la troika perché, come hanno dimostrato le azioni di Draghi, le regole del gioco le tengono loro e possono forzarle a loro piacimento.

Quello che è inaccettabile è che la Troika metta parola sulla politica interna greca, questa parte di sovranità appartiene e deve appartenere ai greci. Speriamo che l’OXI dei greci sia il primo passo in questa direzione. Una cosa però è certa: i millenni passano ma la Grecia ha ancora qualcosa da insegnare in materia di democrazia.

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