Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25: il boato – di Jacopo Rossi

C’è una frase di Herman Hesse, autore di Siddharta e Nobel per la Letteratura nel ’46, che è passata alla storia, ritagliandosi il suo spazio nel panorama colorato della cultura pop moderna: “Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno”.
Ma c’è un orologio, in Italia, che ogni anno segna l’ora che l’Italia stessa, appena uscita dal piombo del 1977, si risvegliò con il puzzo della nitroglicerina nelle narici.
È quello della stazione di Bologna, fermo alle 10.25, dal 2 agosto del 1980.

Faceva molto caldo, dice chi c’era, un caldo umido di quelli da pianura profonda. Ma che importa: se sei alla stazione il 2 di agosto vuol dire che stai tornando a casa, che stai andando al mare, insomma, vuol dir ferie.
Ed è quello che pensano, probabilmente, coloro che sono seduti nella sala d’aspetto di seconda classe, nell’ala ovest dell’allora centenaria Stazione Centrale, ad aspettare un treno che per molti di loro non arriverà mai.
A un certo punto, il tutto e poi il nulla.
Una borsa come tante, con cerniera e rinforzi metallici agli angoli, con un boato inghiotte tutto. Si mangia l’ala ovest della stazione di Bologna. La sala d’aspetto, gli uffici, il ristorante, il bar («dove noi perdinotte ci trovavamo» come ha avuto modo di ricordarlo Guccini giorni fa al Fatto Quotidiano).
Crollano le pareti, piovono lamiere e detriti che sciamano nel sottopassaggio e travolgono il treno straordinario Ancona-Chiasso. L’onda d’urto investe coloro che si trovano nel piazzale davanti a quella che era l’ala ovest, sposta taxi e automobili.
Ventitré chili di tritolo potenziato con diciotto chili di nitroglicerina consegnano alla Storia insanguinata di questo Paese ottantacinque morti e più di duecento feriti.
Alle 10.27 arriva la prima ambulanza, ma non basta. Ne arrivano altre, a decine. Arrivano i taxi. E chi ha una macchina dà una mano a trasportare i feriti.

Per i morti c’è da scavare.

-Persone, cose, vetri, polvere, urla e un boato. Un gran vento, che era lo spostamento d’aria. Ho sentito male, poi ho sentito che ero viva.-
-Cosa ha visto?-
-In un primo momento una persona che non aveva la testa, poi non ho più visto niente-.

L’autobus Atc 4030 della linea 37 diventa l’ambulanza tristemente più famosa di quel giorno. Il suo autista, il trentunenne imolese Agide Melloni, lo guida ininterrottamente fino alle tre di notte, facendo la spola tra la stazione e gli obitori della città. Al terzo viaggio un suo collega, impietosito, mette dei lenzuoli ai finestrini, ché i cadaveri o ciò che somiglia loro non vengano visti. Oggi quell’autobus langue in un deposito ferroviario, chiuso al pubblico o quasi.
La città si mobilita. Alberghi, autobus e taxi offrono corse e alloggi ai parenti delle vittime, a coloro che accorrono nel capoluogo emiliano, disperati, alla ricerca di amici e familiari che non riescono a rintracciare. Ci sono dei dispersi. Una donna, Maria Fresu, non si trova. Doveva partire quella mattina, direzione Lago di Garda, insieme a delle amiche e a sua figlia Angela, di tre anni, la vittima più giovane di tutte. La bambina l’hanno trovata sotto un cumulo di macerie e l’hanno portata via in una bara minuscola. I corpi delle sue amiche lo stesso. Lei no. Solo alcuni mesi dopo, in Svizzera, alcuni resti umani sotto un treno a Basilea verranno identificati come quelli di Maria. Era lo straordinario Ancona-Chiasso.

IL DOPO
Il giorno dopo il Presidente del Consiglio Francesco Cossiga tiene una conferenza a Palazzo d’Accursio, sede del municipio. Con voce ferma afferma che la strage del giorno precedente è stata causata da una “deflagrazione dolosa”. Chi in quelle ore s’era sperticato nel denunciare lo scoppio di una caldaia, o di una bombola del gas, tace. Venticinque giorni dopo la procura bolognese emette ventotto mandati di cattura indirizzati ad altrettanti estremisti di destra di quegli anni. I mandati toccheranno quota cinquanta. L’inchiesta è appena iniziata, ma già succede qualcosa di inaspettato. E grave.
Arrivano delle telefonate in procura, che incolpano i Nar. Niente di che, fin qui, non fosse che provengono dall’ufficio del Sismi di Firenze, come si scoprirà in seguito.
Sarà una delle inchieste più deviate e inficiate dagli apparati dello Stato, da organismi segreti e non, da voci, da prove false, da sospetti. L’attentato viene rivendicato dai Nar stessi, poi dalle Brigate Rosse. Entrambe le fazioni smentiranno, tramite telefonate anonime, il loro coinvolgimento. Ma, e sono parole di Libero Mancuso, magistrato che si occupa in prima persona del processo, i depistaggi iniziano la mattina stessa del 2 agosto. E continuano, oh, se continuano. A uscire da quel fumo nero, tra le macerie, tra i morti, sono più i depistaggi degli imputati.

[qui la seconda parte: I DEPISTAGGI]

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4 pensieri su “Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25: il boato – di Jacopo Rossi”

  1. Cara Wunderbarsi, ieri mi sono “palesata” come Senese adottiva e contradaiola, oggi desidero ringraziarti come Bolognese delle lastre per il tuo ricordo di una ferita per noi non ancora sanata.
    Sono nata pochi mesi dopo la strage del 2 agosto. Mia mamma era sulla terrazza dell’ufficio abbastanza vicino alla stazione e vide la colonna di fumo. La mia nonna materna avrebbe dovuto incontrare una sua sorella per un caffè proprio al bar della stazione a quell’ora, perché la mia zia aveva una coincidenza di treno: fortuna volle che quel treno lo perse, e decise di partire il giorno dopo…
    Conosco i racconti della strage perché tutti i Bolognesi di allora ricordano esattamente dov’erano e cosa stavano facendo. E’ il nostro 11 settembre, anzi, l’11 settembre l’abbiamo inventato noi: nel senso che tutti i newyorkesi si mobilitarono, dirigendo il traffico e correndo in massa negli ospedali a donare il sangue… Bene, lo hanno fatto per primi i Bolognesi. Il Comune si mise in piedi una centrale operativa di emergenza nel giro di due ore, tutti fecero la loro parte: i medici e gli infermieri tornarono dalle ferie, i medici privati si misero a ricomporre i cadaveri (o i pezzi) estratti dalle macerie, le pompe funebri fornirono le bare, i cittadini comuni formarono una catena umana dalla stazione all’ospedale per bloccare il traffico e corsero in massa a regalare vestiti e perfino occhiali a chi nello scoppio – pur essendo magari illeso o solo lievemente ferito – aveva perso tutto, compreso ciò che aveva indosso.
    Io in stazione per anni ci passavo tutti i giorni, perché prendevo il treno per andare all’università. Anche oggi in sala d’aspetto ci vado spesso, molte volte proprio per venire a Siena.
    Sai qual’è la cosa più impressionante? Non è la lapide, o il finto “squarcio” nel muro che ricorda l’attentato. No. Le cose che ti colpiscono allo stomaco sono due:
    – un pannello turistico, una foto in bianco e nero del teatro di Bologna, che si trovava nella sala d’aspetto ed è stata ricollocata nella sala d’aspetto, con gli strappi dovuti alle schegge di vetro che nessuno ha deciso di restaurare;
    – un piccolo pezzo di pavimento in mosaico di tesserine bianche, con il cratere della bomba accuratamente cementato. Il pezzettino è recintato e a Natale ci fanno il presepe…
    Ecco quando vedo queste cose mi viene un grande “magone”, come diciamo noi: un misto di lacrime, tristezza, parole non dette ma pensate…
    Beh, grazie.

    ArchitettaContradaiola

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    1. Grazie per le tue parole ArchitettaContradaiola e scusa per il ritardo nella risposta.

      Ho solo cercato di restituire un minimo di dignità a una storia, dati alla mano, che in troppi stanno dimenticando e sulla quale non è ancora (e mai verrà fatta) piena luce.

      J.R.

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