Bologna, 2 agosto 1980: i depistaggi – di Jacopo Rossi

Ieri abbiamo parlato della bomba. Dei morti, dei feriti, delle macerie. Dell’autobus Atc 4030 e del suo instancabile conducente Agide Melloni. Di Maria Fresu e di sua figlia Angela, tre anni, la vittima più piccola della strage. Della mobilitazione della città e dell’Italia tutta. Del giorno dopo, delle dichiarazioni di Francesco Cossiga e dei primi, primissimi depistaggi. Oggi ripartiamo da quei depistaggi.

[qui per la prima parte: IL BOATO]

elio ciolini
Elio Ciolini

LA MASSONERIA FALSA
C’è la massoneria, e non potrebbe essere altrimenti, per un boato di quella portata. Succede che in un carcere svizzero il faccendiere Elio Ciolini, un detenuto come tanti, ma con contatti di rilievo nei servizi segreti francesi, confessi a un carabiniere che lui sì, sa qualcosa. Sa che dietro quella valigetta esplosiva ci sono figure importanti del mondo economico italiano, legate a una non meglio precisata loggia massonica con sede a Montecarlo. La mente di tutto, afferma, è Stefano delle Chiaie, esponente di Avanguardia Nazionale, una figura fin troppo ricorrente nelle carte processuali di quegli anni. Di lui il giornalista Antonio Barbato ebbe a dire: «Lei è un imputato particolare, o è un colpevole molto fortunato, o è un innocente molto sfortunato». Uscirà dal procedimento per insufficienza di prove. Nel 1991 Elio Ciolini venne condannato per calunnia. Delle Chiaie, dal canto suo, sarebbe stato tirato dentro anche dal Mostro del Circeo, Angelo Izzo, che negli anni ha reso molteplici e contrastanti testimonianze su episodi degli Anni di Piombo.

Il generale Giuseppe Santovito
Giuseppe Santovito

LA MASSONERIA VERA
Un’altra pista, di quelle che si sarebbero rivelate non troppo false, vede la partecipazione di un medico, diventato consulente del Sismi, tale Francesco Pazienza. Addirittura, in aula, davanti ai giudici, diventa SuperEsse, Super Sismi, perché, si dice, ha fondato una sorta di servizio segreto parallelo. Si dice anche che sia un membro della P2, anche se il suo nome non risulta mai nelle liste né nelle testimonianze. Succede che invita un giornalista di Panorama, Antonio Barbieri, nell’ufficio del Generale Giuseppe Santovito, pidduista anch’egli, allora capo dello stesso Sismi. Lì, in presenza dello stesso generale, gli mostra carte, documenti che affermano la responsabilità oggettiva di alcune eminenti figure del terrorismo internazionale, di un paio di governi stranieri e di alcuni infiltrati nel sistema politico italiano. Da quelle carte nascerà l’articolo di denuncia “La grande ragnatela”.

COSSIGA E LA PISTA PALESTINESE
Francesco Cossiga, in una sua lettera resa pubblica nel 2004, batte la pista palestinese. La bomba, scrive, l’hanno messa quelli del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, insieme a Carlos Lo Sciacallo, noto terrorista venezuelano filopalestinese, a capo del Separat, organizzazione terroristica tedesca di estrema sinistra. Qualche anno dopo, al Corriere della Sera, Cossiga avrebbe perorato nuovamente la sua causa, avvalorando la tesi de l’incidente fra differenti gruppi di resistenza palestinesi operanti in Italia e si dichiara convinto dell’innocenza di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Cossiga, lo stesso che affermava, nel 2007, di essere una delle cinque persone a sapere chi aveva sparato a Giorgiana Masi. Per dire.

LA PISTA LIBANESE
La giornalista Rita Porena, del Corriere del Ticino, intervista un mese dopo la strage Abu Ayad, al secolo Abu Salah Khalaf, al tempo braccio destro di Yasser Arafat. Egli dice di avere le prove, che mai salteranno fuori, della colpevolezza di terroristi italiani e tedeschi addestrati nei campi maroniti del Libano. I tedeschi, guardacaso, fanno sempre parte del gruppo Hoffman, degli italiani sa i nomi e, dice, gli ha trasmessi alle autorità italiane. Si tratta di uno dei depistaggi meglio riusciti visto che darà vita anche al Terrore sui treni.

LA PISTA LIBICAustica
Mediterraneo per Mediterraneo, qualcuno ravvisò nella Libia il mandante della strage. Motivo? Ustica. O meglio,  l’attentato a Mu’ammar Gheddafi. Si dice infatti che su quel DC-9, esploso il 27 giugno dello stesso anno, ci si sarebbe dovuto trovare anche lui. Che sia stato avvisato da un politico italiano non identificato e che sia scampato a una strage che, ion verità, aveva lui come solo bersaglio. In parole povere: la bomba di Bologna è solo una vendetta. Tra i sostenitori di questa tesi figurano Fioravanti, il dottor Pazienza, Giovanni Spadolini e il diplomatico Giuseppe Zamberletti.

LA VALIGETTA FINTA
Nel gennaio dell’anno successivo, sul diretto Taranto-Milano, i carabinieri trovano una strana valigia. Dentro ci sono armi, passamontagna, guanti e lattine di esplosivo uguale a quello impiegato nella strage d’agosto. Trovano il bagaglio incriminato al primo colpo: del resto hanno seguito le informative del generale del Sismi Pietro Musumeci. Poco tempo prima egli aveva redatto un rapporto intitolato Terrore sui treni: dentro c’erano identikit e informazioni sui prossimi attentati che la destra eversiva intendeva compiere sulle tratte ferroviarie. Due dei terroristi sono minuziosamente descritti in tale rapporto. Casualmente, dalla valigia, saltano fuori i documenti proprio di quei due, Rafael Legrand e Martin Dimitris. Tre anni dopo i magistrati scoprono che quella prova indiziaria era stata sapientemente preparata da Musumeci e da un colonnello dei carabinieri, Giuseppe Belmonte, entrambi aderenti alla P2 di Licio Gelli. Telefonate dagli uffici dei servizi, terrorismo internazionale, destra eversiva, valigette finte e vendette trasversali: il lavoro dei magistrati si fa sempre più arduo.

[qui per la terza parte: IL PROCESSO]

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