Bologna, 2 agosto 1980: il processo – di Jacopo Rossi

La bomba e i morti, le macerie e l’aria greve di nitroglicerina, prima. I depistaggi, poi: la Libia, i neonazisti tedeschi, la destra italiana, Carlos il venezuelano, i servizi deviati, la massoneria di Montecarlo. Più che un attentato inizia ad assumere i contorni di una barzelletta grottesca, non fosse per le ottantacinque persone che non possono ridere più, che magari al momento della detonazione stavano sorridendo pensando alle vacanze ormai vicine. La Procura della Repubblica ci aveva messo solo 24 giorni a far partire i primi ventotto ordini di cattura, decimando le fila della destra più o meno eversiva. Tra gli altri erano stati presi personaggi eminenti come Roberto Fiore, Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Giusva Fioravanti, Paolo Signorelli e Aldo Semerari, il Professore nero, che due anni dopo avrebbe pagato con la vita uno sgarro alla Nuova Camorra Organizzata, della quale era diventato lo psichiatra di fiducia. Tutti saranno scarcerati nel 1981 e, come abbiamo visto, l’inchiesta rischierà di essere chiusa poco tempo dopo.

[qui per la prima parte: IL BOATO]
[qui per la seconda parte: I DEPISTAGGI]

LE INDAGINI, FINALMENTE…O NO?
In queste condizioni il lavoro dei magistrati si rivela arduo. I ventotto avvisi di garanzia, saliti a cinquanta, inviati poco tempo dopo l’attentato si concludono in un nulla di fatto, tanto che nel 1981 il processo rischia di essere archiviato senza colpevoli, mandanti, esecutori. L’Associazione dei familiari delle vittime, nata da pochi mesi, non ci sta e si fa sentire. Funziona. Va in televisione. Scrive al Presidente Sandro Pertini. Vuole giustizia, come buona parte dell’Italia. Aspetta. E ha ragione.

Nel dicembre del 1985 partono nuovi mandati. L’anno successivo Licio Gelli, il dottor Pazienza, Pietro Musumeci e il maresciallo Belmonte vengono rinviati a giudizio. Con loro, considerati le menti di un gruppo eversivo ben radicato in Italia, ci sono nomi noti della destra e dei Nar: Paolo Signorelli, Massimiliano Facchini, Sergio Picciafuoco. E poi ci sono loro, che in tribunale se la vedranno peggio degli altri. Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

benvenuti
Il piccolo Fioravanti in una scena de “La famiglia Benvenuti”

Per Giusva Fioravanti non basterebbe un articolo solo a descriverne la figura, le azioni, la follia. Attore bambino, noto grazie allo sceneggiato de La famiglia Benvenuti, negli anni ha rapinato, sparato e ucciso, insieme all’amore della sua vita, Francesca Mambro. Magistrati, carabinieri, autonomi, fascisti, guardie giurate, semplici innocenti: lui spara, e tanto basta. E non è fascista, dice, si badi bene: lui è anti-antifascista, che è diverso.

Giusva viene denunciato da Massimo Sparti, pregiudicato, pentito, noto fiancheggiatore dei neofascisti, che da lui si rifugiavano per vitto, alloggio e documenti falsi. Afferma che il 4 agosto, due giorni dopo l’attentato, proprio i due Nar sono andati da lui, per avere un documento falso per la Mambro. Poi è tutto un susseguirsi di dichiarazioni contrastanti, ritrattate, corrette in corsa, risposte da film («il latitante non può avere alibi: è latitante, non può frasi notare, deve mantenere un profilo basso» dirà Giusva ai giudici). Nonostante tutto la sua testimonianza sarà considerata attendibil. Non sarà l’unica che indirizzerà i magistrati verso la pista nera: già Luigi Vettore Presilio, detenuto neofascista a Padova, il 10 luglio 1980, ventitre giorni prima della strage, aveva rilasciato una dichiarazione al giudice istruttore, alludendo a un evento straotrdinario nei primi di agosto che, a suo dire, «avrebbe riempito le pagine dei giornali». Nel novembre 1980 verrà accoltellato in cella, probabilmente per punire la sua delazione: non morirà e denuncerà l’accaduto sulle pagine de L’Espresso.

Ma Giusva non è l’unico a rimanere incastrato negli ingranaggi lenti della giustizia. Il suo compare Luigi Ciavardini, il 2 agosto 1980 è minorenne. Ed è nei guai. Perché due giorni prima ha chiamato la fidanzata a Roma, dicendole di non prendere il treno il 2, come eran d’accordo, per venire a Venezia. Che lo prenda il giorno prima, o dopo, è uguale. Ma non il 2. Come lui, telefona Massimiliano Fachini, esperto di esplosivi, esponente di spicco di Ordine Nuovo: avverte una sua amica, Mara Cogolli (redattrice della testata clandestina di destra Quex) di tenersi lontana da Bologna nei primi giorni di agosto. Sa qualcosa?
Licio Gelli, il dottor Pazienza, Pietro Musumeci e il maresciallo Belmonte vengono rinviati a giudizio.

IN AULA
Il 19 gennaio 1987, finalmente, inizia il processo di primo grado sulla strage di Bologna. Il giudice è Mario Antonacci. In aula ci sono i sopravvissuti, c’è l’Associazione dei familiari delle vittime, a ogni udienza. Tra loro si distingue anche un anziano giapponese, che il 2 agosto ha perso un figlio tra quei binari insanguinati.
Si susseguono testimonianze, si ascoltano le intercettazioni, si accavallano accuse e smentite. Sarà un processo lungo.

L’11 luglio del 1988 vengono condannati in primo grado, per strage, Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Massimiliano Fachini e Sergio Picciafuoco. Per depistaggio, alla sbarra ci sono Licio Gelli, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Roberto Belmonte.

Due anni e una settimana dopo la sentenza, che lascia il Paese a bocca aperta: tutti gli imputati sono assolti dall’accusa di strage. Sorte simile toccherà alle condanne per depistaggio: Gelli se la vedrà cancellare, gli altri solo abbassare. Il Movimento Sociale Italiano insorge in seguito alla sentenza e chiede che dalla lapide della stazione di Bologna venga cancellata la formula strage fascista. Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti è d’accordo, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga si scusa ufficialmente con l’MSI. Festeggia la destra nazionale ma durerà poco.

Il 12 febbraio 1992 infatti le Sezioni Unite Penali della Cassazione l’appoggiano piano piano, dichiarando la sentenza precedente «illogica, priva di fondamento, che non ha valutato in termini corretti prove e indizi, non ha tenuto conto dei fatti che precedettero e seguirono l’evento, immotivata o scarsamente motivata, in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che nemmeno la difesa aveva sostenuto». Inizia così il secondo processo d’appello, nell’ottobre del 1993 che, sette mesi dopo, porterà alla pronuncia della nuova sentenza: tutte le accuse del processo in primo grado vengono confermate. Viene prosciolto da ogni accusa Stefano delle Chiaie, ergastolo a Mambro, Picciafuoco e Fioravanti. Condannati Gelli, Musumeci, Pazienza e Belmonte per depistaggio.

Il 23 novembre 1995 a quindici anni dalla strage, la Corte di Cassazione conferma la sentenza del secondo processo d’appello. Pochi mesi dopo, nel giugno del 1996, Sergio Picciafuoco e Massimiliano Fachini verranno assolti e usciranno ufficialmente dal procedimento giudiziario.

Luigi Ciavardini
Luigi Ciavardini

L’iter processuale di Luigi Ciavardini segue un percorso differente. Lui, quando la valigetta esplose, era minorenne. Nel 2002, ventidue anni dopo, il Tribunale per Minorenni di Bologna lo condanna a trent’anni, riconoscendolo come esecutore materiale della strage. Gengis Khan, questo il suo soprannome ai tempi della lotta armata, fa ricorso. Perde, ma non del tutto. Nel 2007 la Suprema Corte dichiara sì inammissibile il ricorso condannandolo per strage, ma il tribunale stralcia gli altri due capi d’imputazione: lesioni e concorso nella collocazione dell’ordigno. Totale, contando anche, altri reati, trentasei anni e due mesi.
Nel 2009 ottiene la semilibertà.

LE PENE DI GIUSVA FIORAVANTI E FRANCESCA MAMBRO
Di Ciavardini abbiam parlato in abbondanza. Dal canto suo Giuseppe Valerio Fioravanti, il Tenente, “pazzo” per definizione dei suoi stessi compagni (come Gabriele Adinolfi e Walter Sordi), uno dei fondatori dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari, ha sempre negato il suo coinvolgimento nella strage di Bologna, addossandosi allo stesso tempo la responsabilità di otto omicidi. Condannato a otto ergastoli, centotrentaquattro anni e otto mesi di reclusione. Dall’aprile del 2009, dopo ventisei anni di galera, è tornato un uomo libero.

Francesca Mambro, in aula con Giusva Fioravanti
Francesca Mambro, in aula con Giusva Fioravanti

La sua compagna di vita e di lotta, Francesca Mambro, la Pasionaria Nera, unitamente a lui si è assunta la piena responsabilità degli omicidi per i quali è stata riconosciuta colpevole, respingendo sempre e comunque il coinvolgimento nell’attentato del 2 agosto 1980. Condannata a nove ergastoli, ottantaquattro anni e otto mesi di reclusione, è rimasta in carcere per sedici anni. Durante la detenzione ha stretto amicizia con alcune note ex brigatiste come Barbara Balzerani e Anna Laura Braghetti. Nel 1998 ottiene la semilibertà che, quattro anni dopo, è diventata una detenzione domiciliare speciale. Sei anni dopo ottiene la libertà condizionale per «essersi ravveduta e dedicata senza risparmiarsi alla riconciliazione e pacificazione con i familiari delle vittime». Nel 2013 ha definitivamente estinto la sua pena.

IN DEFINITIVA
Coloro i quali la giustizia ordinaria ha riconosciuto come colpevoli sono ormai liberi da tempo. Gli anni delle bombe sono stati archiviati, secretati, coperti e, soprattutto, dimenticati.
Cosa resta di quegli anni? Poco, oramai, e Bologna è solo uno dei molti episodi di cui, forse, non sapremo mai niente. Piazza Fontana, Piazza della Loggia, l’Italicus, Ustica. Chi è Stato? Nessuno.

Un paese che rinuncia alla speranza di avere giustizia ha rinunciato non solo alle proprie leggi ma alla sua Storia. Per questo, severamente ma soprattutto ostinatamente, aspettiamo.

Ass. dei familiari delle Vittime della Strage di Bologna, 1 agosto 1981

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