Siena dall'alto

Della Senesitudine – di Viola Lapisti

“Or fu già mai gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai!”.

Inferno XXIX; vv. 122-124

Questo articolo tratterà di un argomento non facile e sgradito. Decido di dargli corpo perché da tempo vivo nella frustrazione di non riuscire a farmi capire. Trascorrendo la mia quotidianità con colleghi, amici e affetti non autoctoni, mi trovo abitualmente a rispondere a domande e a schivare attacchi diretti alla mia appartenenza, alla mia Città e ai miei concittadini. “Non facile” perché sarà non facile trovare delle parole che riescano ad evocare uno stato d’animo, un sentimento, un affetto.

Come quando ti stai innamorando di una persona e il sentimento che provi è talmente prorompente, disorientante che ti è impossibile classificarlo dato che ormai, irrazionalmente, ti ha preso anima e corpo; che è difficile da spiegare anche alla tua migliore amica tutto quello che senti in presenza di quella persona, vorresti, ma quello che finalmente provi – con sforzo d’ingegno e di lessico – a descrivere, non riesce ad aderire pienamente al sentimento che ti sta mangiando e nutrendo. “Sgradito” perché è sgradito anche solo pensare di mettere a nudo con un estraneo, che ignora tutto di te, il tuo profondo, perché non ci riesci, hai difficoltà e anche se ci provi fai una fatica inumana. Quando metti a nudo il tuo profondo da una parte hai paura di essere giudicato e incompreso, dall’altra fai fatica a staccarti da alcuni pezzi esclusivi della tua anima. Parlando di quei pezzi, dandogli un nome, perdono inevitabilmente la loro preziosità. Filologicamente parlando, “Senesitudine” è un neologismo, ovvero una parola di “nuova formazione” e che, in quanto tale, non troverete al momento sulla Treccani. È composta dalla fusione dell’aggettivo sostantivato “Senese” con il suffisso “- dine”, suffisso fortemente descrittivo degli stati d’animo, ed è diametralmente opposta alla “Senesità” molto più spesso adottata per presentare l’argomento in questione. Senesità evoca un’accezione positiva, rassicurante, includente. Senesitudine, invece, richiama un infinito bagaglio di tormenti d’animo e di sofferenze interiori alla stregua di solitudine, singletudine, inquietudine…

Sì, perché essere senese, oltre che esserlo per fattori ambientali e antropologici, è indiscutibilmente uno stato d’animo, una determinazione dell’essere. Non è come dire “sono Triestino”, il senese con l’espressione “Sono senese” – si identifica, già si autodefinisce facendosi automaticamente portabandiera di un gruppo estremamente identificativo e identificato, fortemente fiero della propria determinazione d’essere. Il senese si suddivide in quattro grandi sotto categorie (Scatta la musichina di Super Quark…):

1) Il Senese senese, è il senese cosiddetto “delle lastre”, nato, vissuto e cresciuto a Siena. Il Senese senese generalmente vive dentro le mura e spesso all’interno del proprio Rione. Partecipa attivamente alla vita della propria contrada, i suoi amici e i suoi affetti più cari si contano solitamente tra coloro insieme a cui è nato e cresciuto, tra coloro che lo hanno visto nascere e crescere, tra coloro con i quali ha condiviso ogni singola gioia e dolore della propria vita. Se il Senese senese, incorre nella casualità di abitare fuori dalle mura, di studiare in un’altra città, di lavorare fuori da Siena, di doversi trasferire per necessità, per tutta la vita coverà insito il desiderio di ritornare tra le lastre, nel proprio Rione, tra la sua gente.

2) Il Senese trapiantato o così detto Senese di adozione: è colui che non è nato a Siena, ma che ci è arrivato per motivi diversi: di lavoro, di studio, di vita. Il Senese di adozione inizialmente si è aggirato con circospezione e curiosità tra le pietre serene, nello zaino si era portato da casa innumerevoli pregiudizi: li ha soppesati, verificati, si è avvicinato con rispetto e discrezione ai senesi senesi. Poi ha capito, ha interiorizzato, ha vissuto. Si è fatto trasportare dalla magia mista a follia che questa città gli ha offerto e si è ricreduto. Il senese di adozione si innamora di Siena ogni volta che esce per strada, spesso molto di più del senese senese. Potrai vederlo trascorrere il suo tempo nella sua contrada o fuori di essa in mezzo ai senesi senesi e anche ai senesi non senesi (vedi al punto n°3). Il senese trapiantato è colui che si è integrato, non è nato a Siena, ma si sente senese – perché ormai lo è a tutti gli effetti -, spesso si scopre molto più “fazioso” del senese senese perché si sente in dovere di far comprendere al prossimo la motivazione della sua scelta. Come un missionario della Senesità.

3) Il Senese non senese: il Senese non senese è colui che, sebbene nato e vissuto a Siena, non detiene in sé quella fierezza d’appartenenza perché semplicemente non ha mai vissuto, o non ha mai voluto vivere la sua appartenenza. Il Senese non senese non si presenterà ad un triestino dicendogli “Sono senese”, gli dirà “Sono di Siena ma…”; “Sono nato a Siena, ma…”; “I miei genitori sono senesi, ma io…”; “Sono di Siena, ma non mi sento senese” (quest’ultima è la più gettonata). Il senese non senese sente il bisogno di giustificarsi e di mondarsi dal peccato agli occhi del mondo. Il senese non senese non vuole essere associato ai suoi concittadini né alla sua Città, perché ciò lo aborrisce e se qualcuno – a Milano dove abita – gli dice “Ciao, tu sei quel ragazzo senese” al senese non senese gli verrà un’istantanea emorragia nasale, la sua palpebra sinistra inizierà a traballare nervosamente accompagnata dall’epilessi dell’occhio sinistro, e riuscirà semplicemente a rispondere con stizza: “Sono nato a Siena ma vivo a Milano”. Il senese non senese odia il senese senese, perché secondo lui il senese senese è gretto e ignorante. Mica come lui che ha studiato a Roma, vive a Milano, ha fatto un Master in management dell’emancipazione sociale alla Sorbònne, e che vive lontano dalla propria città d’origine già dal compimento dei suoi diciott’anni di età!

4) Il Senese talebano: la categoria del senese talebano è un sottoinsieme di quella del Senese senese. Come il Senese senese, il Senese talebano nasce e cresce a Siena, partecipa attivamente alla vita della propria contrada, nove volte su dieci abita all’interno dei confini del proprio Rione ma, a differenza del Senese senese, il Senese talebano non mette quasi mai la testa fuori dalle mura se non per necessità estrema. Il Senese talebano è diffidente verso qualsiasi ingerenza esterna. Egli è interessato solamente a tutto ciò che tratti di Siena e di Palio, di Siena Calcio e di Mens Sana tutto il resto non esiste, è ininfluente. Il Senese talebano conosce e non riconosce alcuna realtà al di fuori della sua. Generalmente è gretto e non poco ignorante. Il Senese talebano non vede di buon occhio nessun essere umano che non sia senese ed, in senso più restrittivo, certe volte non vede di buon occhio nemmeno il senese di un’altra Contrada. Si dice che, lustri orsono, fu proprio un gruppo di Senesi talebani a forgiare la ben nota espressione sciovinista “Chi ‘unn’è di Siena, schianti!”.

Non si sceglie di nascere senese, questo è ovvio, non si sceglie di appartenere a una categoria invisa ai più. Puoi però scegliere di non essere un piccolo motore integrato e integrante all’interno di una comunità divisa in 17 altre microcomunità. Dovete sapere infatti che il senese è un esemplare umano endemicamente orgoglioso, geloso e fiero ed ha anche la presunzione di essere migliore di voi in quanto senese. La presunzione gli deriva dal fatto che gioisce più degli altri, patisce più degli altri, è attaccato alle sue radici più degli altri, vive ogni emozione al suo estremo e nella sua sconvolgente totalità. Lo scuote e lo fortifica l’assoluta certezza che arriveranno giorni in cui potrà rivivere le emozioni fortissime che lo muovono verso il suo viscerale attaccamento, e non esiste del metadone per questo. Il senese ha due famiglie: il biologico nido famigliare e un altro nido, più allargato, della propria contrada di appartenenza. Ma in questo articolo non si parlerà della Contrada. Il senese nasce e muore con la bellezza negli occhi e questo lo fa sentire fortunato e superiore rispetto ad ogni altro essere umano. Non ho ancora terminato la premessa che già ci sarà qualche “non senese” o qualche “senese non senese” che, leggendo, sentirà di star sprecando il proprio tempo con un altro articolo auto celebrativo, fondamentalista e campanilista. No caro lettore, non lo è assolutamente. Quello che stai leggendo è un’indagine etologica e una volontà di conciliare il mio essere con il tuo. Quello che stai leggendo nasce dalla voglia di aprirmi a te, di farti capire, di coinvolgerti anche se probabilmente non riuscirò a trovare le parole adeguate.

Quello che stai leggendo non è nemmeno il solito squallido articolo pre-Palio inneggiante all’unicità e alla specificità della nostra Festa. Niente, non è niente di tutto questo e soprattutto non si parlerà di Palio, inteso come Festa in se stessa. Si parlerà dello stato d’animo di portarsi appresso e nelle vene il neologismo di cui sopra e della difficoltà di alimentarlo e preservarlo. Premesso che, per lo meno a livello comunicativo, c’è quantomeno un’incomprensione di fondo, cerchiamo di capire su che base il Senese viene incompreso dai più.

Partiamo dal particolare: Io, in quanto senese, se non mi trovo ad approcciarmi con il gruppo dei miei “pari”, del mio primo e secondo nucleo famigliare, vengo tacciata – nella migliore delle ipotesi – di faziosità. Mi viene detto che io, in quanto senese ed appartenente alla mia “cerchia limitata” di umanità, sono anche io – conseguentemente – limitata. Mi viene detto che la mia mente non è aperta come dovrebbe essere perché credo in un qualcosa e vivo per un qualcosa di apparentemente insignificante che non si evolve da quattro secoli. (O spiegaglielo…!) Mi viene spesso detto che legare la mia vita a una “corsa di cavalli” è incomprensibile ed è un insulto alla mia – se Dio vuole – intelligenza. Mi viene spesso detto che io, in quanto donna emancipata e vivente nel terzo millennio dovrei, invece, avversare un meccanismo retrogrado che incatena la mia condizione di donna in un ambiente ad impronta maschilista, che mi relega alla condizione di sguattera, di “cucitrice”, di utero sfornante prole che un domani possa girare la bandiera in Piazza e di “non avente diritto di voto” né di capacità decisionale (O spiegaglielo…!). Mi viene detto che è immorale il circolo e ricircolo di denaro che inquina la Festa. Mi viene detto che sono chiusa, rinchiusa nel mio microcosmo respingente e che questo è indice di ignoranza. Mi è stato anche detto, lo giuro, che noi senesi ci accoppiamo e che ci sposiamo rigorosamente solo tra consanguinei ed è per questo motivo che, in una città piccola come Siena, il tasso di malattia mentale riconosciuta per abitante è superiore ad ogni altra città italiana. Mi è stato detto che quello senese è un popolo di esaltati, bellicosi e ignoranti. Mi è stato detto che i senesi sono tutti uguali: razzisti, ipocriti e prepotenti. Mi è stato detto che la massima aspirazione di un senese è quella di chiudere le porte della Città e di rifondare la Repubblica di Siena. Mi è stato detto che a Siena – tra contrade avversarie – ci si accoltella come e più che a Palermo. Mi è stato detto che a Siena non è mai capitato che persone di contrade avversarie si sposassero fra sé. Mi è stato detto che a Siena tra contrade avversarie ci odiamo tanto, ma talmente tanto che siamo capaci anche di mettere le mani addosso ai bambini della contrada avversaria. Mi è stato detto che a Siena quasi tutti dovrebbero andare in galera: a Siena vengono fatti sparire inenarrabili somme di denaro pubblico, che siamo sporchi e corrotti, che a Siena in ogni famiglia c’è almeno un violento facinoroso, che a Siena vengono drogati i cavalli, che le condizioni in cui li facciamo vivere nei giorni della Festa farebbero rabbrividire chiunque, perché i senesi picchiano anche i cavalli e li uccidono. E tutto ciò è un orrore.Mi è stato detto che se prendi un senese e lo scaraventi in una metropoli non troverebbe neanche la mappa per il suo culo, che non riuscirebbe a vivere mai all’esterno delle proprie mura respingenti. Mi è stato detto che il senese medio è un inetto, inutile e arrogante. Mi è stato detto che a Siena trovi lavoro solo se sei senese, perché a Siena, si sa, siamo tutti ammanicati e tutti imparentati. Mi è stato detto che il senese odia chiunque venga da fuori e che quando troviamo per il Corso uno studente fuorisede lo picchiamo e gli intimiamo di tornare a casa propria. Mi è stato detto che a Siena ci interessiamo solo “di Palio” e che ci teniamo volutamente all’oscuro di tutto ciò che accade in Italia e nel mondo.

Insomma, l’elenco di ciò che mi è stato detto è talmente lungo che probabilmente dovrei dedicargli una rubrica a sé stante. È indubbio però che esista un’impalcatura eccessiva e surreale di pregiudizi che gravitano intorno alla figura del senese medio, come è indubbio che molte leggende prendano vita da un fondo di verità. Il quanto senese posso dire a mia discolpa che sì, siamo un popolo fiero. Che sentire offendere Siena per un senese è come sentire offendere la propria madre. Che sì, è vero, spesso ci piace rinchiuderci nella nostra capsula ovattata perché siamo innamorati di quello che ci dà, perché è nostra e perché l’amiamo incondizionatamente con i suoi pregi e con i suoi difetti. È come la consapevolezza di avere accanto una bellissima donna che ci degna del suo amore e della quale siamo naturalmente molto gelosi. È vero che spesso a qualcuno di noi si occlude la vena e che ci comportiamo in modi incomprensibili, folli, da esaltati esauriti. Non è facile per chi ci guarda dall’esterno comprendere, anzi, probabilmente è molto più facile giudicare negativamente e farsi un giudizio a priori, senza conoscere. È vero che siamo possessivi e che i nostri gesti possano sembrare più respingenti che inclusivi, ma dal momento che siamo fieri di quello che abbiamo, siamo anche fieri di mostrarlo, di farlo conoscere e di farlo amare altrettanto. Non è vero che le nostre Società sono off-limits per gli avventori esterni, noi ti accogliamo con piacere, soprattutto se dimostri di avere rispetto per la cosa che più amiamo. (Non mi sembra un principio così incomprensibile). Non è vero che fuori dalle proprie Mura un senese non sarebbe in grado di adattarsi “al mondo”. Il senese, incredibile ma vero, è costantemente proteso verso l’esterno. Siamo costantemente protesi verso all’esterno quanto e anche probabilmente più degli altri per il semplice motivo che, spesso, la nostra senesitudine ci stanca, ci tarpa le ali, ci soffoca con il suo inevitabile provincialismo – o comunque ci sembra che sia così – noi vogliamo viaggiare, noi vogliamo studiare all’Estero, noi vogliamo imparare dagli altri e desideriamo fare tutte le esperienze che la vita è in grado di offrirci. E lo facciamo, vi assicuro, molto più che brillantemente. È solo che siamo strani, abbiamo questo nodo legato sopra il fianco sinistro quando ci allontaniamo. Il mio amico Giampiero Cito una volta ha concepito un’espressione geniale, in tre parole ha racchiuso l’essenza della Senesitudine. L’ha chiamata la “sindrome dell’elastico corto” – ed è esattamente così: noi usciamo da queste mura, viaggiamo, studiamo, ci emancipiamo, ma abbiamo costantemente questo elastico che ci tira e che ci riattira da queste parti. Abbiamo visitato magari tutti i posti del mondo, abbiamo viaggiato e conosciuto nuove realtà, ma è sempre qui che torniamo ed è sempre qui che vogliamo far ritorno. Figli di questa Terra, figli di questa Madre.

Questa Siena la odiamo e l’amiamo insieme e non ci possiamo fare niente, è così. È la nostra linfa e il nostro veleno. Un perpetuo chiasmo. È vero che il senese reagisce spesso mettendosi sulla difensiva, perché ha timore di essere giudicato, perché ha paura di essere ferito e colpito sul suo fianco scoperto, vero è che se pensiamo anche solo alla metà dei pregiudizi cuciti su di noi, la psicologia inversa vuole che il senese si chiuda, è ovvio. Noi non vogliamo chiuderci, non ci chiuderemo mai, non lo abbiamo mai fatto. Siamo qui, aperti e pronti a condividere con voi un sentimento incontenibile ed irreprimibile e ve lo vogliamo far conoscere perché, secondo noi, ci sono pochissime altre cose che si avvicinano a cotanta bellezza. Siamo qui per portarvi a vedere che cosa succede realmente in quel periodo dell’anno in cui il tempo si ferma. Vogliamo portarvici ed accompagnarvici, se lo vorrete e se dimostrerete di apprezzarne il gesto calandovi, senza pregiudizi, dritti dentro la nostra essenza. Non ci sentiamo superiori, sentiamo solo di avere una fortuna in più che tante altre comunità non hanno: abbiamo un collante che ci tiene ancorati alla Realtà e che spesso ci salva, ci riprende per mano e ci riaccompagna a casa, che non permette di farci smarrire tra le brutture della vita. Credo che la Senesitudine (pronunciata con tanto di sospiro) sia per me l’incapacità di farmi capire intrecciata al desiderio di essere compresa.

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23 pensieri su “Della Senesitudine – di Viola Lapisti”

    1. Caro Battaglia (immagino che Battaglia sia il nome e Di Colle il cognome…) 😀
      ti sbagli. Siamo una città di circa 15-20.000 abitanti. Una piccola, grande città, che ha originato una civiltà fatta di cultura, solidarietà e valori umani. Sono questi che ci rendono immortali e profondamente liberi, come individui e come comunità. Non sono più i tempi di Montaperti, né della Battaglia di Colle. Sono tempi in cui si devono riscoprire i valori eterni che ci animano da sempre. Noi ci siamo evoluti. E tu?

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    2. Ecco, il primo della infinita moltitudine è già arrivato. Ma non necessitava.
      “Gente vana” ci definì Dante, ma tutto sommato molto più delicato con noi che con i suoi concittadini che oggi ne rivendicano l’appartenenza, dimenticando che fu da essi accusato, messo a morte e che lo costrinsero a morire esule a Ravenna.
      Ho molto apprezzato il suo approccio dr.ssa Lapisti e vorrei tentare di propormi con lo stesso spirito.
      Nacqui oltre 60 anni fa nel vecchio Spedale e la prima cosa che vidi aprendo gli occhi attraverso la finestra che ora è sopra l’Ufficio Informazioni, fu il facciatone del Duomo; sono stato battezzato a S. Giovanni perché allora il Battistero era uno per tutta la città; ho vissuto la mia infanzia in Piazza dell’Abbadia, poi un periodo all’Uncinello, ritorno in Via dei Rossi, poi Via della Diana ed ancora all’Uncinello; sposato a S. Francesco.
      Mi spiace, ma pur avendo cercato di viverla, non ho incontrato nella Contrada quel clima che descrive e quindi non posso identificarmi nella casistica 1. Però mi risulta difficile anche riconoscermi nelle 2, 3 e 4. E’ possibile inventare un Bis o la 5? Perché ci può anche essere chi, pur vivendo gran parte della sua vita sulle lastre, non è riuscito ad “integrarsi” e quando è andato fuori Siena per lavoro (senza particolare fregola di rientrare per i motivi negativi che lei ricorda e che a me risultano assai veri perché la mia esperienza personale mi ha convinto che o appartieni a una Contrada, o al partito o sei out) non ha fatto una scelta viscerale per tornare: é stata la vita a riportarcelo. Vivere a Siena per certi (troppi) aspetti ricorda estremamente da vicino quella mentalità che con una certa sufficienza definiamo “di laggiù”, “mentre noi quassù” l’abbiamo ben assimilata e resa solo più “civile” perché per le strade non si spara.
      Ciononostante non è che disconosco o non apprezzo altri aspetti della qualità della vita a Siena, anche se talvolta frutto di quella commistione purulenta che qualcuno ebbe a definire “groviglio armonioso”.
      Il mio rammarico è che in tempi di vacche grasse invece di provvedere a dotare la città e il suo hinterland di quelle strutture (strade, ferrovia, aeroporto, beauty farm o centri benessere, strutture per attrarre turismo d’elite, occasioni di mondanità, ristrutturazione definitiva del S. Maria Scala, centri convegni o che sò io) che l’avrebbero resa ricca ed autosufficiente indipendentemente dal Babbo Monte, abbiamo scialacquato fiumi di denaro per finanziare squadre sportive, strutture improbabili, monture per il Palio degne di corti rinascimentali e un’infinità di enti e cooperative che rassomigliavano fin troppo a coperture di comodo per far giungere l’acqua là dove si voleva.
      Casualità?
      Per tutto questo e per la protervia con cui si sosteneva la liceità e la legalità, quando non proprio la furbizia, di tali comportamenti la mia passione per i senesi (attuali) è assai tiepida. Sicuramente la mia passione ed il mio amore per Siena-città che mi spinge talvolta anche a prendere le difese di Robur e Mens Sana (di cui non ho mai seguito le vicende) soverchia le mie ritrosie, ma ugualmente mi è difficile se non impossibile comprendere e condividere quello spirito di cui si fanno vanto soprattutto i “senesi talebani” che, probabilmente avendo ben poco altro da esibire, tirano fuori l'”io so’ di Siena” come se questo nobilitasse qualsiasi ciuccio. Atteggiamento quanto mai lesivo, perché finalmente chi non è di Siena adesso può permettersi finalmente di coglionarci a ragion veduta.
      Per concludere questo mio sfogo di innamorato deluso, tento di spiegare cosa mi lega a questa città al di là dell’esservi nato.
      La bellezza, l’armonia, la specificità, la ricchezza architettonica e culturale che trasuda da ogni mattone, da ogni tela è ineguagliabile e indiscutibile, ma è datata perché appartiene ai nostri antenati, persone ben diverse da commercianti, artisti e banchieri di oggidì. Ben diversa era la statura degli intellettuali ed anche, diciamocelo, del quel popolo capace di generare i Cecco e i Duccio e che vorrei generasse ancora figli di quella levatura. Ma i geni devono essersi ormai dispersi.
      L’unica cosa che è rimasta simile a sé stessa, ad esclusione del periodo d’oro del Governo dei Nove, è…

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      1. Carissimo Andrea,
        Ti ringraziamo per il commento e, per quanto mi riguarda, condivido quasi tutto della tua analisi con una nota di dispiacere.
        Questa Città, come ho cercato di spiegare nell’articolo, è fonte di innumerevoli contraddizioni e criticità.
        Credo che Siena abbia perduto memoria di sé già da molto tempo e complice è stata la famosa “vanità dantesca”. Finché ha avuto a disposizione un patrimonio praticamente illimitato, si comportava come una grande città, quando invece i numeri sono quelli che ben sappiamo.
        Siena è una Città mortificata e offesa oggi, ed i senesi con Lei, quindi condivido in pieno la tua analisi. Tu probabilmente appartieni alla categoria del Senese innamorato, ma disilluso, come lo siamo in molti.
        Ripartire dalla nostra appartenenza, la più semplice e più pura che ci spinge al rispetto per il prossimo forse è l’unica via possibile per riacquistare dignità e rispetto agli occhi di chi ci guarda.
        A questo proposito, ti consiglio di leggere anche l’articolo scritto da Sonia Corsi, giornalista senese, sull’argomento.

        http://gelateriesconsacrate.blogspot.it/

        Grazie ancora,
        Viola.

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  1. Cara Wunderbarsi, ho scoperto oggi il tuo blog in seguito a questo meraviglioso post, che mi sono permessa di condividere sul mio neonato blog ArchitettaContradaiola (http://www.architettacontradaiola.blogspot.it/).
    Non vivo a Siena e non ci ho mai vissuto. Ci sono arrivata per caso o per destino, e se ti interessa magari in privato ti racconto la mia storia…
    Anche a me dicono le stesse cose. Eppure pensa, pur non essendo senese, pur non andando spesso in Contrada (in media una volta ogni due mesi), sono finita anch’io relegata tra le “cucitrici”, e ne vado estremamente fiera perché è una cosa bella, antica, secolare, e perché le mie sorelle son bandiere. Alcuni miei amici senesi mi hanno detto “ormai sei senese”, e l’ho preso come un complimento immenso. I miei amici della mia città mi dicono “quando parli di Siena ti brillano gli occhi, quanto parli della tua Contrada ti brillano gli occhi”.
    I non senesi non capiranno mai. Non possono capire. O forse non vogliono capire. Io ci combatto tutti i giorni perché una non senese che non vive a Siena, ma che porta in fazzoletto, canta dietro al cavallo,
    A me, sicuramente con un po’ di presunzione, mi piacerebbe appartenere alla categoria 2, il senese trapiantato. La mia Senesitudine è la nostalgia nelle lunghe sere di inverno lontano dalla Contrada, la grande gioia nel tornare sulle lastre, l’emozione di vedere quella bandiera dopo mesi di lontananza.
    Grazie per il tuo articolo.

    ArchitettaContradaiola

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    1. Grazie per le tue parole, ArchitettaContradaiola. È sempre bello sapere di essere amati nonostante le nostre innumerevoli ambiguità. Una precisazione, questo non è il mio blog, ma un blog scritto dalle mani di molti ragazzi come me che, nel loro piccolo, tentano di dare una voce critica e lucida alle mille sfaccettature di questa Città e non solo! Non ci interessiamo solo di Siena e senesi, per fortuna! Ciò che ci muove è solo il puro piacere di scrivere e di raccontare. Grazie per averci ribloggato, qualora tu avessi voglia di seguirci, ci farà molto piacere.
      Viola.

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  2. CUORE NON DUOLE (e lo scemo guarda il dito).

    Questa lettera è in risposta all’articolo di qui sopra Della Senesitudine, di Viola Lapisti, comparso su Wunderbar del 7 agosto 2015, e anche questa lettera tratterà dello stesso argomento, non facile e sgradito.

    Il primo punto sul quale mi sento di dissentire, fra i molteplici espressi nel tuo articolo, riguarda l’essere triestini. Mi chiedo cosa mai abbiano potuto fare di così grave i triestini, o chiunque sia nato in altre città, da meritare una declassificazione tale da figurare, secondo la tua visione, fra quelle persone che non possono dichiarare fieramente ‘Sono triestino!’, senza nemmeno implicare con questa affermazione i diversi fattori ambientali e antropologici, oltre allo stato d’animo. Mi permetto di dissentire, perchè credo che chiunque, ovunque sia nato, abbia il potere di dire di se stesso ‘Sono di Macerata!’, sentendosi contemporaneamente parte di un contesto antropologico, ambientale e, perchè no, parte di uno stato d’animo.
    Su come prosegui la tua infelice uscita sui triestini mi trovi invece sommariamente daccordo, dato che è certo che, per citare il tuo testo, il senese con l’espressione “Sono senese” – si identifica, già si autodefinisce facendosi automaticamente portabandiera di un gruppo estremamente identificativo e identificato, fortemente fiero della propria determinazione d’essere. Niente di più vero, a parte il fatto che secondo i canoni della comunicazione orale propri delle lingue, un individuo che afferma di essere senese, afferma contemporaneamente di essere portabandiera di un gruppo estremamente identificativo e identificato, tanto quanto tutti gli altri abitanti del pianeta Terra. Se affermo di essere di una città, ne sono chiaramente portabandiera, simbolo, esempio. Se sono nato a Bressanone, io sarò per certo parte di un gruppo estremamente identificativo e identificato: i cittadini di Bressanone. E non credo ne esistano altre di Bressanone nel mondo. Quelli di Bressanone sono di Bressanone, punto. Identificati.
    Per quanto riguarda le quattro grandi sottocategorie di senesi che descrivi nel tuo articolo, sul cui terreno rischioso e scivoloso azzardi il passo, preferisco tacere. Di per se categorizzare non porta mai a niente di buono. Già il solo pollice opponibile, come metro di classificazione, ha fatto danni. Ma c’è addirittura chi preferisce sondare le profondità dell’ignoranza con differenziazioni e categorizzazioni basate sull’aspetto, sulla religione, sulla provenienza, e avanti così. Non è il mio terreno, per me siamo tutti uguali, per quanto retorico possa suonare a chi legge.
    Giusto per divertimento, noto che dovrei appartenere alla cosiddetta sotto categoria dei senesi trapiantati o di adozione. Leggiamo: colui che non è nato a Siena, ma che ci è arrivato per motivi diversi: di lavoro, di studio, di vita. Il Senese di adozione inizialmente si è aggirato con circospezione e curiosità tra le pietre serene, nello zaino si era portato da casa innumerevoli pregiudizi: li ha soppesati, verificati, si è avvicinato con rispetto e discrezione ai senesi senesi. Poi ha capito, ha interiorizzato, ha vissuto. Si è fatto trasportare dalla magia mista a follia che questa città gli ha offerto e si è ricreduto.
    Posso dirlo: non avevo lo zaino pieno di pregiudizi, casomai dopo, con il tempo, sono arrivati i giudizi. Ricordo una signora gridarmi dalla finestra ‘Torna a casa terrone’. Io sono nato nel Nord Italia. Non dico che tutti i senesi, come li chiami tu, trapiantati, siano arrivati come me senza pregiudizi, può capitare, ma credo anche che i pregiudizi, dato che la madre dei cretini è sempre in cinta, si trovino da entrambi i lati. Semplificare come fai tu è offensivo e non tiene in considerazione una mucillagine di fattori diversi.
    Citando ancora il tuo articolo: Dovete sapere infatti che il senese è un esemplare umano endemicamente orgoglioso, geloso e fiero ed ha anche la presunzione di essere migliore di voi in quanto senese. La presunzione gli deriva dal fatto che gioisce più degli altri, patisce più degli altri, è attaccato alle sue radici più degli altri…
    Sulla prima parte mi trovi in accordo; almeno dimostri che esiste una parte sana della tua cittadinanza che ammette certe caratteristiche. Sulla seconda parte della sentenza, come potrai immaginare, mi trovi invece agli antipodi. Perché un senese gioisce più degli altri? Perché c’è il Palio?!? Sei mai stata a Napoli? Avrai visto qualche fotogramma degli spalti letteralmente stracolmi del San Paolo, durante una partita, o forse saprai che all’esterno di uno dei cimiteri di Napoli, su un muro, c’è una scritta che dice ‘ non sapete cosa vi siete persi’, ed è stata scritta il giorno della vittoria dello scudetto, nel 1987. C’era Maradona. Credo sia corretto affermare che anche i napoletani sanno gioire come voi, così come un Casertano, un Palermitano, un Veronese o un Romano. Patisce più degli altri si commenta da sola, data la quantità abnorme di ingiustizie e patimenti che ogni essere umano sulla Terra può trovarsi a fronteggiare, in zone terremotate, alluvionate, o disastrate da guerre o problemi di ogni sorta, e che tu ignori in un solo colpo, come se quello che stravolge il tuo intimo agli altri non potesse accadere. Semplicemente succede, a tutti, ovunque, solo che accade per motivi diversi. Attaccati alle radici più degli altri. Sono disarmato. In un paese di indubitabili tradizioni storiche, artistiche e culturali come il nostro non vedo proprio dove una affermazione simile possa trovare spazio.
    Nel tuo testo leggiamo anche le sue proprie velleità, a quanto pare addirittura etologiche: Quello che stai leggendo è un’indagine etologica e una volontà di conciliare il mio essere con il tuo. Quello che stai leggendo nasce dalla voglia di aprirmi a te, di farti capire, di coinvolgerti anche se probabilmente non riuscirò a trovare le parole adeguate.
    Apprezzo il tentativo, davvero, ma credo che per conciliare il tuo essere con il mio o con quello di chi per lui, anziché arrogarti il diritto di salire in cattedra per insegnare la senesitudine agli altri, sia sufficiente essere tolleranti verso il prossimo, anche se ignora, non capisce e addirittura se disprezza. Resta il fatto che non sempre c’è bisogno di un senese per capire certe cose, o per sentirsi coinvolti in una città. Vivo qui da molto, e come hai scritto anche tu Il senese trapiantato è colui che si è integrato, non è nato a Siena, ma si sente senese – perché ormai lo è a tutti gli effetti. Effettivamente è così, a tratti mi sento quasi come se avessi una doppia cittadinanza, e lo avverto come un pregio, come un vantaggio, perché mi ha permesso di allargare i miei orizzonti. Per quanto riguarda il tuo legittimo dubbio se hai usato o meno le parole adeguate, mi dispiace, ma ne hai sbagliate molte. Le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti, sono molto importanti. In primis la parola senesitudine nella nostra lingua addirittura non esiste, e se così è ci sarà un motivo, altrimenti esisterebbero anche Firenzitudine, Bolzanitudine, Orvietotudine, o altri scempi linguistici simili. Quello che cerco di dirti è che si, è vero, Siena è magnifica, ma esistono molte altre belle città, molti altri posti degni di menzione, e non è giusto pensare di essere gli unici. Questa è mera esaltazione di se stessi, ed è forse stata la cosa che ha impedito a molti tuoi concittadini di ignorare i problemi gravi ed evidenti che Siena ha dovuto e ancora dovrà affrontare, impedendogli di fatto di superarli.
    Più avanti nel tuo articolo elenchi una serie di frasi fatte che sostieni di aver sentito dire. Mi soffermo solo su due di queste. Mi è stato detto che la massima aspirazione di un senese è quella di chiudere le porte della Città e di rifondare la Repubblica di Siena. Nemmeno io credo sia vero, ma ammetterai che se non è il desiderio di tutti, ad alcuni l’idea non dispiacerebbe affatto.
    Mi è stato detto che a Siena quasi tutti dovrebbero andare in galera: a Siena vengono fatti sparire inenarrabili somme di denaro pubblico, che siamo sporchi e corrotti. Non tutti, ma in molti dovrebbero, perché sono molti i corrotti, e ignorarlo è la parte peggiore del problema.
    Le altre frasi fatte preferisco non commentarle. Mi limito a citare un famoso detto. Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Certamente chi afferma certe delle cose che tu elenchi non è un saggio, ma un ignorante. Resta però il fatto che dare credito a siffatte affermazioni è come guardare il dito, anziché la luna.
    Sostieni che sì, è vero, spesso ci piace rinchiuderci nella nostra capsula ovattata perché siamo innamorati di quello che ci dà, perché è nostra e perché l’amiamo incondizionatamente con i suoi pregi e con i suoi difetti. È vero che spesso a qualcuno di noi si occlude la vena e che ci comportiamo in modi incomprensibili, folli, da esaltati esauriti. Non è facile per chi ci guarda dall’ esterno comprendere, anzi, probabilmente è molto più facile giudicare negativamente e farsi un giudizio a priori, senza conoscere. No, non è facile guardarvi dall’esterno, certe volte, tantomeno è facile comprendervi, ma non è impossibile, basta poco, troppo spesso pochissimo, quasi niente. E vorrei che sia chiaro che il mio giudizio non è a priori, senza conoscere, come dici tu. Il mio giudizio nasce da una serie di dati, di esperienze. Io vedo, capisco, sento, anche io amo Siena, con i suoi pregi e i suoi difetti, nonostante i mie natali non autoctoni, ma questo non mi costringe a sfiancarmi in quella capsula ovattata, dalla quale pare che, secondo le tue parole, non ci si possa mai liberare. Basta poco, anche per questo. Si può amare una città e si possono difendere e preservare le proprie tradizioni senza esserne dipendenti, o ciechi difensori.
    Siamo costantemente protesi verso l’esterno quanto e anche probabilmente più degli altri per il semplice motivo che, spesso, la nostra senesitudine ci stanca, ci tarpa le ali, ci soffoca con il suo inevitabile provincialismo – o comunque ci sembra che sia così – noi vogliamo viaggiare, noi vogliamo studiare all’ Estero, noi vogliamo imparare dagli altri e desideriamo fare tutte le esperienze che la vita è in grado di offrirci. E lo facciamo, vi assicuro, molto più che brillantemente. È solo che siamo strani, abbiamo questo nodo legato sopra il fianco sinistro quando ci allontaniamo.
    Con questa convinzione del più degli altri non si va lontano, accettalo come consiglio. Storicamente i senesi non hanno viaggiato più dei genovesi, e non sono protesi verso l’esterno più dei lampedusani, per ovvi motivi ai quali anche tu potrai facilmente risalire. Non sempre i rappresentanti della città di Siena che ho avuto modo di osservare in città straniere (non molti, ma esistono) si sono distinti per coerenza, perché se in casa loro osannano le perfezioni di una città come la migliore delle migliori, a casa d’altri può capitare di sentirli piagnucolare patetiche giaculatorie su come vorrebbero una Siena più aperta, tollerante, più città vera e meno vetrina.
    La “sindrome dell’elastico corto”, come la chiama il tuo amico, ce la possono avere tutti. Anche i cittadini di Cremona, o di Rovigo, o di Poggibonsi. Tutti vogliono uscire dal loro provincialismo, anche un romano o un milanese, perché ci si annoia a morte da tutte le parti, e si avverte sempre la propria come una città provinciale. Tutti desiderano l’evasione, fa parte della condizione umana, e non è propria della sola Siena.
    Non ci sentiamo superiori, sentiamo solo di avere una fortuna in più che tante altre comunità non hanno: abbiamo un collante che ci tiene ancorati alla Realtà e che spesso ci salva, ci riprende per mano e ci riaccompagna a casa, che non permette di farci smarrire tra le brutture della vita.
    Come è ovvio che sia, non posso che concludere in disaccordo anche con questa tua sentenza finale. Per proprietà logiche, quello che per te è un collante che vi tiene ancorati alla realtà, per me è solo un comodo paraocchi che non ve la lascia nemmeno intravvedere. Vi salva, vi riprende per mano, vi porta a casa, perché la vita è piena di brutture e forse non ve la sentite fino in fondo di guardarle negli occhi, o almeno non più degli altri. Occhio non vede, cuore non duole.

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  3. Caro mgamberini,
    Ti ringrazio intanto per aver letto l’articolo ed anche di averne tratto le conclusioni che ci esponi.
    Sono sicura che lo hai letto bene, come lo dimostrano i numerosi passi che hai tratto dal testo e, se lo hai letto bene, spero che avrai anche capito che ogni parola da me usata è una voluta provocazione, un’ipebole e da senese l’ho voluta fare per mettere me stessa ed i miei concittadini davanti a uno specchio: uno specchio che per un senese è scomodo, fidati.
    Ogni categoria descritta, ogni espressione come quelle di “Sono senese”/ “Sono triestino” o l’enumerazione di una parte dei pregiudizi (o vertà) espresse nei confronti del senese medio è una provocazione, lo spunto, spero, per un’analisi che ogni senese dovrà fare allo specchio con sé stesso. Di sicuro, io personalmente, non ho la presunzione di pensare (né scrivere) che un triestino, un bolzanese, un materano non si sentano identificativi e identificati come me, né inferiori a me in quanto non senesi.
    Apro l’articolo con una terzina dantesca che descrive la “vanità” della gente senese e questa, LA VANITÀ, è la parola chiave con cui devi leggere il testo.
    Dire che “Dovete sapere infatti che il senese è un esemplare umano endemicamente orgoglioso, geloso e fiero ed ha anche la presunzione di essere migliore di voi in quanto senese. La presunzione gli deriva dal fatto che gioisce più degli altri, patisce più degli altri, è attaccato alle sue radici più degli altri, vive ogni emozione al suo estremo e nella sua sconvolgente totalità. Lo scuote e lo fortifica l’assoluta certezza che arriveranno giorni in cui potrà rivivere le emozioni fortissime che lo muovono verso il suo viscerale attaccamento” che cos’è questa espressione se non la prova provante di una vanità e una presunzione di superiorità?
    Io appartengo alla categoria del senese disilluso, quello che ama la sua città, ma che la vede ambigua, piena di limiti, retorica, la cloaca maxima del falso buonismo, dell’omertà e tutto ciò mi logora e mi fa male perché mi trovo costantemente a difenderla, per amore, quando è INDIFENDIBILE.”Trascorrendo la mia quotidianità con colleghi, amici e affetti non autoctoni, mi trovo abitualmente a rispondere a domande e a schivare attacchi diretti alla mia appartenenza, alla mia Città e ai miei concittadini”.
    Ho cercato anche di spiegare, da senese, la motivazione – giusta o sbagliata – che porta il senese medio ad adottare determinati comportamenti nei confronti del non senese, che non giustifico né tento di farlo. Semplicemente li descrivo dal mio punto di vista, dal punto di vista di chi ha vissuto Siena nelle sue bellezze e nelle sue infinite brutture, perchè ci sono nata e cresciuta. La descrivo dal mio esclusivo punto di vista che è quello di qualcuno che ama la sua Città, che per me è sia “linfa” sia “veleno”, che mi mette in una condizione – la senesitudine – che mi limita e che mi ha limitato sempre durante i miei ventotto anni di vita.
    Siamo pretesi verso l’esterno “quanto e più degli altri” perché combattiamo costantemente dentro di noi con dei sentimenti irrazionali che ci surclassano.
    L’Odio-Amore, il chiasmo che cito, che per me è la senesitudine, il sentimento che provo nei confronti di Siena, è un sentimento irrazionale, come lo sono tutti i sentimenti forti e contrastanti.
    Concludo con una frase che ho scritti ad un mio concittadino che mi ha contattata per parlare dell’articolo e a te scrivo la stessa cosa “Siena non è Unica al mondo. Potrebbe diventare davvero Unica al mondo, come viene spacciata nelle guide turistiche, solo se forse si adeguasse ad un’omologazione positiva, senza snaturarsi mai, perché la nostra natura è la nostra forza, ma abbandonando un ormai stantio e incancrenito modus vivendi che si nasconde dietro alla metafora dell’Isola Felice fatta di retorica, omertà, buonismi spiccioli, quando di “felice” ad oggi c’è ben poco. Io amo Siena e sono fiera di essere senese, ma proprio perchè la amo tanto, vorrei vederla nel suo splendore, che credo nella storia abbia talvolta toccato. Vorrei vederla civile e fiera, meritocratica e includente”.

    Ti ringrazio ancora,
    Viola.

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    1. Cara Viola, sono sollevato nel leggere la tua risposta. Mi corre l`obbligo tuttavia di darti un ultimo consiglio. Utilizzare il sarcasmo nel tentativo di porre i tuoi concittadini meno avveduti di fronte al loro stesso riflesso é tentativo nobile, ma rischioso. Molti di loro, e alcuni dei commenti di qui sopra lo dimostrano, non credo leggeranno nelle tue righe, ne tantomeno nellemie, quelle che sono le vere intenzioni, bensi ne vedranno solo insulti senza senso da parte di uno che non può certo capire siena perche non e di siena(nel mio caso)o leggeranno solo gli elogi del tuo testo, senza far caso a quello che ci sta fra le righe (ai miei occhi ancora un po troppo nascosto). Lo dimostra quel genio che in cima alla lista dei commenti al tuo articolo butta tutto in caciara, che confonde quello che per me é un sano confronto fra me e te con la rivalitá fra siena e firenze. L ignoranza sta dapperutto, e per nostra sfortuna siena vi eccelle cosi come tutte le altre citta del mondo

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  4. Umilmente, penso che buona parte dei lettori abbiano introiettato volutamente solo ciò che è “linfa” (e non “veleno”) a tre giorni dal Palio.
    È più facile assorbire gli elogi, che le critiche e ciò è ancora più facile se il bacino al quale attingo – per natura e logistica – è quello della “vana gente” (e tra questa gente mi ci metto anche io).
    Siamo così, purtroppo e i secoli non ci smentiscono.
    Lo scrivere, o chi come me prova a farlo, presuppone sempre la strumentalizzazione anche delle “virgole”. E allora mi chiederai. “e quindi a che serve?”
    Serve a me, per necessità, per bisogno fisiologico, perché non ce la faccio a stare “zitta” più di un certo periodo di tempo, perchè mettendo nero su bianco ciò che mi martella i neuroni, assume una forma, un contenuto, un significatto e spesso una logica.
    Penso che le cose vadano sempre dette, nel bene e nel male, anche se la verità a volte è dura da digerire come lo è mettersi a nudo davanti ad uno specchio.
    Probabilmente non sono riuscita a farmi capire, come scrivo nell’articolo, o forse – come succede spesso da queste parti – sarò capita col famoso “senno di poi…”.

    Viola.

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  5. Carissima Viola, ho seguito il suo invito ed ho letto con interesse quello che scrive la Dr.ssa Corsi. Fra le tantissime cose condivisibili che vi ho trovato ve n’è una che mi fa andare “il sangue al cervello”. Cosa ci impediva di percepire la nostra realtà in tempi di vacche grasse? Come anche lei sostiene ma in maniera più delicata, Siena è da alcuni secoli un paesone con pretese e atteggiamenti da metropoli. In città come, non dico Roma o Milano, ma anche Napoli o Torino gli agglomerati di 50.000 persone sono solo dei quartieri. In questo paesone (non c’è disprezzo in questa definizione, ma senso della realtà) avevamo avuto in eredità il MPS, la Chigiana, l’Enoteca (organizzatrice della 1a Mostra dei vini già nel 1933), il Palio e siamo stati capaci di sperperare tutto nel volgere di qualche anno. E quando dico tutto, mi riferisco anche a quello spirito di Contrada che esisteva (nel 1956 nell’Istrice festeggiammo la vittoria con la zuppa di pane nel vino e chi lo fece era felice) ed ora si è perso. Non c’era nonnismo e “puzza sotto al naso” forse perché allora non esistevano i “contradaioli” di Monteroni o quelli di Vico Alto. Si viveva in città, ci si sbucciavano i “ginocchi” sulle lastre insieme ai cittini del Bruco e della Lupa, divisi dall’appartenenza, ma uniti dall’amicizia. Quando mai si vedevano “scazzottate” fra Contrade il 18 di agosto? Oggi si picchiano anche a Natale…
    La colpa, gravissima ai miei occhi, è stata quella di illudersi che la “desiderata” fosse realtà. E allora il senso di superiorità sprezzante dell'”io so’ di Siena”, i costi e gli affitti delle case e dei negozi parificabili a quelli di Milano e Roma, l’illusione idiota di poter mantenere Mens Sana e Robur a quei livelli… bhè, è inutile che mi ripeta, ma che senso avevano? Oggi i più sensibili (per adoperare un termine che non scontenti alcuno) si pongono domande e soppesano il celeberrimo “come è potuto accadere”, ma i ponti ce li siamo tagliati da noi alle spalle.
    Risiamo col cappello in mano a elemosinare a Firenze come 5 secoli or sono, ma sarà gratis o avrà un costo? E le altre province toscane, da sempre snobbate con la sicumera non si sa da cosa derivante, siamo certi che non avranno niente da ridire?
    Innamorato disilluso mi ha definito, ma forse non è proprio esatto al 100%. Mi riconosco meglio in genitore inc… perché quello che oggi sta (finalmente? no, purtroppo) pian piano divenendo realtà percepita a me era chiara da decenni, ma quando esternavo i miei pensieri mi sentivo tanto “Cassandra”.
    Vorrei comunque concludere guardando al futuro invitando a tralasciare gli atteggiamenti insulsi di superiorità, a smettere con le certezze basate sui sogni, a smettere soprattutto di pensare che quello che c’era fosse “per sempre”. Superiamo il complesso dell’isola che non c’è e caliamoci nella realtà. Impariamo a confrontarci con il mondo (e il mondo comincia da Arezzo, Grosseto e Firenze che piaccia o no) evitando quell’idiozia dell'”io sò di Siena” alla quale magari si aggiunge quella ancora più grande di “e fò come mi pare”. Rimbocchiamoci le maniche prendendo esempio da alcune associazioni (cito Le Mura di Siena fra le altre) coinvolgendo in maniera attiva e virtuosa le Contrade e i loro popoli, chiamiandoli a difendere e amare concretamente questa città, anziché urlando e percorrendo ubriachi le sue strade nottetempo e trasformando l’amore per il Palio e la Contrada in tifoseria o partigianeria. Proviamo a pensare che il Palio e quanto vi è connesso sono e devono essere “parte essenziale” della nostra vita, non “la” nostra vita perché non si può ridurre tutto al cavallino e vivere solo di tamburi e cenini. Ridiamo possibilità all’artigianato e al piccolo commercio autoctoni di sopravvivere e di poter tornare ad occupare i fondi anche in Banchi di Sopra, anziché lucrare con le catene di cenci che oggi l’hanno invasa rendendo sì i proprietari soddisfatti, ma la città anonima. Andare incontro al futuro con tutti i mezzi che ci mette a disposizione (vie di comunicazione in primis, ma anche bagni pubblici nei luoghi di attracco dei pullman e cordialità e cortesia verso tutti i turisti perché il pane ce lo portano e ce lo porteranno loro da qui in avanti) riscoprendo e valorizzando con amore e per amore il nostro passato. Non sarà Benetton che ci assicurerà il pane nei secoli, soprattutto quando il MPS sarà migrato, ma la bottega di… e le ricchezze artistico-architettoniche che, per fortuna, ci sono e non le potremo mai sperperare neanche se ci proveranno il Mussolini o il D’Alema di turno.
    Mi perdoni lo sfogo, ma 50 anni di macerazioni sono lunghi.

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  6. Salve Viola, salve a tutti.
    Siena ha rappresentato una lunga parentesi della mia vita: poco meno di 8 anni.
    L’ho vissuta, c’ho studiato e c’ho anche trovato il mio primo lavoro.
    Credo di poter dire di conoscere la città, le sue tradizioni, i suoi pregi e i suoi difetti.
    Trovo l’articolo estremamente interessante, come anche il botta e risposta con mgamberini.
    E’ stato avvincente leggere riga per riga il confronto tra 2 persone che si rendono quasi perfettamente conto
    del differente punto di vista del proprio interlocutore.
    Siena mi ha lasciato qualcosa, che non posso definire né bello ne brutto, ma è lì. Un po’ perché 8 anni sono tanti,
    un po’ perché come sapete meglio di me, stiamo parlando di una città… Particolare?
    So per certo che questo “qualcosa” è ben radicato nel mio intimo perché
    a distanza di anni ancora leggo articoli come questo con “eccessivo” interesse e tutte le volte
    sento istintivamente il bisogno di scrivere, replicare o dire semplicemente la mia su Siena ed il suo popolo. In realtà poi, quasi mai lo faccio,
    ma nei rari casi in cui ad esprimersi sono persone che si liberano da pregiudizi e preconcetti (o almeno è evidente il loro tentativo di farlo), non posso fare a meno di partecipare al confronto.
    Quando mi chiedono come si vive a Siena, ancora do delle risposte degne del più grave tra gli ammalati di bipolarismo.
    Ecco perché tra i tanti passaggi quello che più facilmente ed immediatamente ho afferrato è quello in cui Viola dice che Siena è
    per i Senesi linfa e veleno. Evidentemente lo è anche per i non Senesi.
    Beh, Siena è bella, bellissima, magica. Piazza del Campo sarebbe in grado di togliere il fiato a chiunque. A me l’ha tolto e non solo per il primo giorno, né per il primo mese né per il primo anno, me lo toglierebbe ancora se ci tornassi. Anche se sono abituato a vedere quasi quotidianamente
    meraviglie del calibro di Piazza del Popolo, Colosseo, Fori imperiali, San Pietro… (meno male che hanno inventato i puntini di sospensione perché potrei continuare per un bel po’).
    Ogni centimetro quadrato di Siena trasuda fascino, ma questo lo sappiamo tutti.
    Io però mi sentivo a disagio. Non sono mai riuscito a godermi a pieno il bello che vedevo, come se l’aria che respiravo fosse intrisa di qualcosa che mi impedisse
    di essere perfettamente lucido nel godermi il posto in cui mi trovavo. E non era marijuana. Proprio no (magari a volte si.. finché vestivo i panni dello studente). Era quel senso di soggezione, scomodità e fastidio che occupava costantemente una parte del mio cervello, a volte in minima parte altre volte in maniera più prepotente. Un po’ come quando entri nelle case di quelle persone che tengono il salotto come un museo e tu sei li che hai paura anche a sederti sul divano, per timore di combinare qualche danno. E siccome quando vivo in un posto voglio sentirmi a casa mia, alla fine ho lasciato la città appena m’è capitata l’opportunità di tornare a Roma.
    Questo è un vero peccato. Un posto così bello non dovrebbe suscitare certe sgradevoli sensazioni. In tutte le città e tutti i posti del mondo ci sono aspetti positivi e negativi, ma solo a Siena, considerato il non certo vasto panorama delle mie esperienze, quelli negativi sono così dipendenti da quello che le persone e le loro tradizioni, volenti o nolenti, trasmettono. E questo se vogliamo è allo stesso tempo un aspetto positivo della questione perché la soluzione, molto più che in altri casi, è nelle vostre mani e nel vostro atteggiamento. Trasformare Siena in quello che voi vorreste, dipende molto da voi. E anche noi (intesi come tutto il resto del mondo) lo vorremmo. Una Siena che sia veramente come dice Viola, aperta, comprensibile e pronta a condividere la propria essenza, sarebbe un gran bel regalo per tutti. Ma ad oggi, purtroppo, non è così. Chiedo scusa per un uso del “voi” e del “noi” che mi ripugna, spero comprendiate che il mio intento non è certo quello di tirare su un muro.
    Forse il problema è che i Senesi senesi sono troppo pochi e i Senesi talebani troppi, non lo so.
    Di sicuro m’ha fatto piacere ricordarmi, grazie a questo articolo, che comunque anche a Siena c’è chi, per una volta, prova a mettersi nei panni dei non Senesi, anziché stare a ripetere per l’ennesima volta che i non Senesi debbano imparare a comprendere i Senesi.

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  7. Commentary to ‘Senesitudine’
    From Werner Bähler, Siena

    Carissima Viola,

    I’m just reading now your public article titled as above mentioned.

    I’m very impressed how exactly and sensitive you’re able to describe and bring nearer most unknown aspects regarding to what a real or imaginary “Senese” feels or seems to be with all the coherent consequences.

    I’m very glad to get knowing what you’re thinking and writing about all these things. Specially also becouse it’s so rare that resident people in and around Siena will let us know what really happens in their heart “senese” or less senese. Maybe to find its identification by the city where somebody is born or simply living as a newcomer is not quite the useful way. We should not forget that this fact is by hazard resp pure chance.

    Anyhow Siena-identification will change due to the tendency that, as well we see elsewhere, Siena will become a multi-cultural city with all positive effects to its society and attached mutable mentality. And naturally out of the town-wall will no more be “foreign countries”. That’s an anachronism since a long time.

    In addition to all I would like to take into consideration that referring to the love for a town I think it’s not wide different to the love from person to person. True love we find when we cannot explain why. So do I – loving Siena without knowing why. To look for certain describing reasons is absolutely secondary. And to get own personal identification through contrade, palio and so on is defacto few important. And equally I agree to the statement that a Siena-stranger cannot rightly feel what it means beeing senese. – But true is also that feeling senese and beeing senese could be two completely different things and maybe a large oppositeness.

    Summa summarum:
    Your thoughts regarding to ‘Senesitudine’ are very precious and I hope many people will begin to occupy with it by reading your social contribution. You’re great and I like you for that.

    Werner Bähler

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