IL PERONISMO E’ MORTO? – di Filippo Secciani

Dopo dodici anni di dominio kirchnerista – prima con Nestor e poi con la moglie Christina – sembrerebbe che il peronismo sia destinato all’estinzione. L’elezione del liberale Mauricio Macri sembra confermare queste attese. Ma siamo proprio sicuri che andrà così? Le elezioni presidenziali tenutesi il 22 novembre hanno sancito la vittoria della coalizione di centrodestra Cambiemos, composta dal partito Proposta Repubblicana (il partito di Macri) e da due partiti di centro, Unione Civica Radicale e Coalizione Civica. Il nuovo inquilino della Casa Rosada sarà il figlio di un magnate dell’industria e dell’edilizia, ex sindaco di Buenos Aires, nonché deputato per la corrente repubblicana. Promettendo un programma liberale che prevede lotta alla corruzione, criminalità e narcotraffico, la diminuzione delle tasse ed un’occhio particolare ad economia ed industria, Macri prende le distanze dal governo dei coniugi Kirchner, iniziato nel 2003 con il defunto Nestor e proseguito ininterrottamente fino a quest’anno. Il suo oppositore è stato Daniel Scioli, ex governatore della provincia di Buenos Aires e prosecutore peronista delle politiche di Christina. Dopo il primo turno, Macri ha ottenuto la vittoria al ballottaggio con più del 51% dei voti, con una partecipazione elettorale di oltre l’80% degli aventi diritto. Un risultato incredibile. L’allontanamento definitivo dal passato è sottolineato anche dalla politica estera che il neopresidente vorrà perseguire: una migliore politica di vicinato con le altre nazioni confinanti ed un avvicinamento agli Stati Uniti a scapito della precedente vicinanza con il Venezuela di Maduro e l’Iran ed una soluzione pacifica per la questione delle Malvinas-Falkland. I dodici anni di peronismo di sinistra dei Kirchner hanno segnato la fine con ogni forma di compromesso con il passato, attraverso la definitiva condanna ed incarcerazione degli ultimi boia della dittatura. In campo economico si è assistito ad un miglioramento delle condizioni di vita delle classi povere e meno povere ed un generale aumento dei consumi interni del paese. Dopo la crisi finanziaria del 2000, Nestor Kirchner ereditò una pesantissima svalutazione del peso, il default del debito ed una tensione sociale estrema. Riuscì tuttavia a rimettere in marcia l’economia, seppure con incertezze ed instabilità, grazie al boom del 2005 delle materie prime alimentari ed agricole ed alle esportazioni del petrolio. Ma con la crisi finanziaria del 2008 l’Argentina è scivolata in una nuova crisi e la forte dipendenza dalle materie prime sta rendendo difficile la ripresa, costringendola ad una recessione continua e con un’inflazione che si aggira intorno al 30%. A contribuire alla caduta di Christina Kirchner c’è stato anche il suo fallimento nel tentativo di modifica della costituzione per l’elezione presidenziale per un terzo mandato. L’Argentina che lascia la Presidenta è una realtà estremamente polarizzata e questa situazione è stata ereditata dal candidato Scioli che non è riuscito ad allontanarsi dalla figura onnipresente di Christina: da un lato era l’uomo del nuovo peronismo, l’uomo del rinnovamento, ma dall’altro si presentava come un continuatore delle politiche precedenti. Questa ambivalenza ha senza dubbio contribuito in maniera sostanziale alla sua sconfitta. Viceversa Macri ha promesso un rafforzamento delle istituzioni, introducendo maggiori politiche rivolte al business e alle imprese. In maniera determinante ha contribuito la sua promessa del taglio del debito con i creditori stranieri ed istituzionali ed un nuovo riposizionamento internazionale. È stata l’economia la chiave vincente della vittoria per il centrodestra: Macri vince con i voti degli argentini timorosi della deriva che stava prendendo l’economia dopo più di un decennio di kirchnerismo. Macri eredita un complicato scenario politico, con un enorme deficit fiscale, un’inflazione a due cifre, una disoccupazione giovanile quasi fuori controllo ed una scarsità di moneta estera dovuta agli anni di isolamento internazionale, in seguito alla crisi del debito sovrano del 2001; gli esperti si aspettano una svalutazione del peso subito dopo l’entrata in carica del presidente eletto. Accanto ad approcci liberisti, come il taglio di politiche protezionistiche, ha annunciato, abbastanza sorprendentemente, che la compagnia petrolifera nazionale YPF e la compagnia aerea rimarranno nazionalizzate, non discostandosi completamente dalle politiche di sinistra dei Kirchner e non allontanandosi completamente dal peronismo. Non tutti plaudono alla vittoria di Macri: i critici temono un ritorno a quelle politiche ultra liberiste che sotto Menem hanno gettato il paese nel caos, tra cui la privatizzazione di aziende statali ed il licenziamento di dipendenti pubblici e più in generale l’abbandono delle classi meno abbienti a loro stesse. In politica estera il nuovo corso argentino ha destato preoccupazioni a Brasilia e Caracas. Dilma Rousseff e Maduro infatti soffrono di un notevole calo di popolarità e sono anch’essi vittime delle materie prime: questi asset hanno contribuito a far esplodere le loro economie ma adesso con le materie prime in sofferenza, non riescono a far ripartire i due paesi e temono uno spostamento a destra degli elettori. Questa netta presa di posizione di Macri sembra però vacillare. La distanza di soli quattro punti percentuali con il rivale Scioli, obbligano Macri a dover trovare degli accordi al Congresso dove Cambiemos non ha la maggioranza, quanto meno con le frange meno intransigenti del peronismo. Tra le forze su cui molto probabilmente Macri potrà fare affidamento ci sono i membri della corrente destra del peronismo risvegliatisi dopo la decade passata in formalina ed in attesa di vedere gli sviluppi del post kirchnerismo. Avvicinamento già iniziato da Macri subito dopo la prima tornata elettorale: da un lato volto a ridurre la polarizzazione del paese che lo rende quasi de facto diviso in due e dall’altro volto ad ottenere i voti degli scontenti e delle frange critiche interne al peronismo. Per poterlo fare ha rinunciato alla cancellazione dei sussidi di stato verso le classi più deboli, da più parti accusati di fomentare il clientelismo e l’affarismo tra politica e società civile. Questa elezione, a quanto pare, non segna la fine del peronismo, quanto la fine della sua corrente sinistra rappresentata dai Kirchner che hanno spadroneggiato nel paese per dodici anni ininterrotti; segna anche l’avvio verso un processo di de-frammentazione interna argentina. Ma soprattutto potrebbe indicare la possibile rinascita della corrente destra del peronsimo. Dunque anche con l’elezione del liberista Macri il destino dell’Argentina sembra ancora vincolato all’eredità lasciata oramai più di quaranta anni fa da Juan Domingo Perón.

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