DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 2)- di Duccio Tripoli

Ho sempre preparato lo zaino all’ultimo momento, un po’ per il primo brivido di avventura tipo “chissà se ci metto tutto”, un po’ per filosofia personale in quanto non so mai cosa effettivamente mi servirà fino ai momenti immediatamente precedenti alla partenza. Fatto. Esco taxi stazione, in Cina è piuttosto facile, i taxi non costano veramente niente e spesso ci si muove con quelli anche quando si viaggia da barboni veri. In quasi un anno di totale permanenza non ho mai speso più della cifra record di 150Yuan (23€ circa) di taxi per volta, e solo per distanze oltre l’ora tipo aeroporto – centro città che capitano di rado. Arrivato in stazione corro, ovviamente c’è il solito traffico assassino di Chongqing e rischio di perdere subito il primo treno..chi ben comincia.. Arrivo a Chengdu e mi sistemo in ostello. Piccola parentesi regalatami dal taxi-moto che, dopo avermi chiesto se volevo un passaggio per 10 yuan, incuriosito dal mio biascicare la sua lingua mi carica sulla moto, zaino compreso, e mi porta all’ostello senza chiedermi un centesimo e regalandomi sorrisi di compiacimento. Bello. Dopo aver salutato tutti e 10 i miei nuovi compagni di stanza, mi avvicina una coppia di giovani – ma più vecchi di me – inglesi che stanno uscendo e chiedono se, parlando io un minimo di cinese, mi fa piacere accompagnarli a mangiare qualcosa di tipico e a fare due passi. Come no, andiamo. Intenso direi. Rientro in camerata alle 2:47 visibilmente indebolito dagli ettolitri di birra xuehua ingurgitata, ma non mi preoccupo della sveglia che suonerà tra 3 ore; a voler essere più precisi, 3 ore e un po’. Mi sveglio presto, impacchetto il poco che ho portato dietro e corro alla stazione dei pullman impaziente di giungere a Kangding (Dartsendo o Dardo in tibetano). È festa nazionale in Cina e alle 6:30 la stazione Xinnanmen è già invasa da orde di cinnazzi bramosi di turismo. Culo! Trovo un posto nel pullman delle 7:30 e parto alla volta di Kangding. Tempo di percorrenza stimato 8 ore, più le 8 di ritardo dovute al traffico della festa nazionale ed arrivo a Kangding dopo cena. Poco male, essere l’unico non cinese in pullman mi fa vivere il mio momento da rockstar e fare un po’ di pratica con la lingua. Inoltre, conosco due ragazzi svegli con i quali, dopo aver cenato, passo la notte in ostello, in quanto anche loro, l’indomani verso l’ora di pranzo, avrebbero mosso verso Tagong. Con il pullman, dalla piatta Chengdu si inizia a salire su quello che è l’altopiano tibetano e, 3 effettivamente, i panorami si fanno sempre più affascinanti e verdi. Anche il cielo cambia e da un grigio smog monocromo si passa ad un celeste puntellato qua e là da paffute nuvole bianche che alleviano la mia ira per un così lento e snervante spostamento in corriera. Kangding è bellissima, anche se la mano cinese ‘balzante in avanti’ ha fatto il suo dovere fin troppo bene, e cioè male. Il centro è stato letteralmente ricostruito e le uniche abitazioni ancora in stile tibetano rimangono sulle pendici delle montagne circostanti. Anche il tempio Jigang, della setta dei monaci buddisti Nyingma Pa (o berretti rossi), è stato letteralmente tirato giù per essere ricostruito più bello e splendente che mai. Che pena.duccio Il tempio Nanwu della setta buddista Geluk Pa (o berretti gialli) è invece intatto ed offre una panoramica splendida di quella che è la vita monastica e di preghiera in una valle coronata da montagne già puntellate di bianco acceso. Dentro incontro dei vecchi muratori che, incuriositi dalla mia gopro, mi fermano e colgo l’occasione, oltre che per uno zipai (selfie), per fare due chiacchiere. Sono in pensione ormai e, dopo aver lavorato tutta la vita, continuano a farlo per devozione verso i Lama in cambio di un adeguato compenso spirituale che li fa dormire più sereni la notte. Sono tutti e tre tibetani ma non si pronunciano né sui cinesi Han né sui repentini, e piuttosto invasivi, cambiamenti apportati alla loro città, della quale però conservano un vivido ricordo di “quando le case erano ancora di legno”. Simpatici. Mi incontro nuovamente coi miei due nuovi amici che, in risposta al loro Shuaige (bello), ho iniziato a chiamare Gemenr (pr. Gemer con la r all’inglese, fratelli). Andiamo a pranzo e troviamo un autista ben disposto a portarci fino a Tagong (Lhagang in tibetano) per 50Yuan su un pinche – pulmino con altri passeggeri per dividere la spesa – e così, finiamo i nostri hundun e partiamo per Tagong. Anche questa strada non è nelle migliori delle condizioni, ma almeno non c’è traffico e nel primo pomeriggio siamo già a respirare l’aria tibetana di Tagong.

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