L’Accordo Sykes-Picot ed il caos in Medio Oriente – di Filippo Secciani

Nel pieno del Primo Conflitto Mondiale le due principali potenze coloniali del tempo, Francia e Gran Bretagna, si riunirono segretamente per spartirsi i territori di un moribondo Impero Ottomano. Al momento dell’inizio dei negoziati (Novembre 1915) ancora poco si sapeva sul risultato finale del conflitto: la Gran Bretagna aveva da alcuni mesi intrapreso la fallimentare impresa di Gallipoli ed era bloccata nella campagna del Medio Oriente, mentre la Francia era tenuta impegnata lungo tutto il fronte occidentale dagli attacchi tedeschi. L’agreement prende il nome ufficiale di Accordo sull’Asia Minore, ma è universalmente riconosciuto come Accordo Sykes-Picot dal nome dei due diplomatici inglese e francese che lo tracciarono.
A causa di questo clima di incertezza dovuto alle alterne fasi della guerra, l’accordo inizialmente fu solamente un nebuloso programma di intenti sottoscritto tra Parigi e Londra, per una partizione del Medio Oriente secondo sfere di influenza. Avrebbe dovuto farne parte anche la Russia zarista; anzi cronologicamente la Gran Bretagna si accorda con Mosca ben prima (marzo 1915) di quanto fatto con Parigi: Nicola II rivendicava il dominino su Costantinopoli ed il controllo dei Dardanelli che avrebbe permesso alle navi commerciali e militari di Mosca l’accesso attraverso il mar Nero al Mediterraneo; in cambio Mosca avrebbe acconsentito alle rivendicazioni inglesi sui territori ottomani rimasti ed in Asia centrale, insieme a tutta la regione mesopotamica.
La Russia abbandona il tavolo all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, rendendo successivamente pubblici gli accordi e generando malcontento e revanscismo in tutto il Medio Oriente. Con l’uscita dalle ostilità della Russia in seguito allo scoppio della guerra civile, a disegnare i futuri confini mediorientali rimasero solamente Francia, Gran Bretagna ed in via teorica i popoli arabi. A questi ultimi in particolare sarebbe spettato un territorio che comprendeva la maggior parte della Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e parte dell’Iraq. Ma se da un lato le due potenze europee si accordarono con gli arabi, dall’altro macchinavano per spartirsi segretamente quelle terre. Figura di riferimento per gli inglesi fu Husayn al-Hashimi, Sharif della Mecca, governatore di Hejaz (Hijaz), della Mecca e di Medina e discendente del Profeta Maometto.

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Egli aveva come progetto politico la ricostituzione di un grande regno arabo come quello creato dagli Omayyadi e dagli Abbasidi, prima dell’affermazione del califfato turco. Gli inglesi puntarono su questa figura perché apprezzata dal popolo rispetto ad altri notabili, come ad esempio Abd al-Aziz Ibn Saud (capostipite della futura monarchia saudita ed acerrimo nemico degli hashemiti). L’appoggio arabo fu ritenuto fondamentale per condurre la guerra all’impero Ottomano, aprendo un altro fronte ed alleggerendone altri, consumando energie ed uomini in una lunga guerriglia, all’interno di un territorio ostile. Il famoso Carteggio che Husayn intrattenne con l’Alto Commissario britannico al Cairo Henry McMahon, sembrava propendere verso un regno arabo in caso di vittoria sui turchi (ottobre 1915) per cui lo Sharif si autoproclamò re di tutti gli arabi – anche se le potenze europee fin da subito ridussero le sue aspettative appellandolo solamente come re del Hejaz – e dando il via alla Rivolta Araba (1916-1918). Nel frattempo gli architetti Mark Sykes e François Georges-Picot – ottenuto il sostegno arabo nella guerra – sottoscrivevano il vero accordo che suddivideva il mondo arabo in sfere di influenza, ratificandolo il 16 maggio 1916.

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Blu: zone di influenza e controllo francese;
Rosso: zone sotto la Gran Bretagna;
Verde: Zone sotto il controllo russo.

Alla Gran Bretagna spettava il controllo dell’Iraq e dei territori che vanno dalla Palestina (una parte) fino al golfo Persico, mentre alla Francia spettava il controllo della Siria, del Libano, della Turchia meridionale e dell’Iraq settentrionale (Mosul). Fu inoltre stabilito che nella sua sfera designata ogni paese potesse scegliere il tipo di amministrazione che preferiva diretta o indiretta, che tipo di controllo esercitare e come rapportarsi con la popolazione autoctona; ad entrambe le potenze era inoltre consentito il libero passaggio ed il commercio nelle zone controllate dall’altro. Infine la maggior parte della Palestina era posta sotto controllo internazionale. Quando la rivolta araba entrò nel pieno della forza sotto la guida di Faysal (figlio di Husayn) e di Thomas Edward Lawrence meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, le cancellerie anglofrancesi sapevano già che le aspirazioni arabe sarebbero state a dir poco deluse. Nel frattempo succedono due cose: A) gli archivi dello zar vengono aperti dai bolscevichi e l’accordo reso pubblico; B) il 2 novembre 1917 ha luogo la Dichiarazione di Balfour secondo cui gli inglesi vedrebbero con favore la nascita di un “focolare ebraico in Palestina”. Entrambi gli eventi portarono a forti risentimenti tra gli arabi che tuttavia proseguirono nella loro lotta di indipendenza, rassicurati in parte dal Messaggio di Hogarth, compagno di T.E. Lawrence nella Rivolta Araba, che nel gennaio 1918 garantì a Husayn che la formazione di un focolaio ebraico avrebbe avuto luogo solo con la compatibilità delle aspirazioni arabe e dalla Dichiarazione anglo-francese del 9 novembre 1918 in cui i due stati ribadivano gli impegni presi. Dopo aver battuto gli ottomani, gli arabi si riunirono in un Congresso Nazionale che si tenne tra il 1919 ed il 1920, i cui lavori furono pressoché nulli a causa delle tensioni instauratesi tra le varie tribù per la creazione di un’amministrazione ex novo e per la costituzione di un esercito arabo.
Nel frattempo in base all’accordo Sykes-Picot gli inglesi rapidamente abbandonarono la Siria ed alle rimostranze di Faysal per la creazione di un regno arabo, lo invitarono a trovare un accordo con i francesi (di fatto se ne lavarono le mani); il sovrano impugnò le armi ma il tentativo di rivalsa araba fu stroncato sul nascere dai bombardamenti francesi e Faysal fu costretto a fuggire in Palestina. I confini odierni dell’area mediorientale usciti da Sykes-Picot, furono pressoché riconfermati dalla conferenza di Sanremo (un incontro a margine delle paci di Parigi) tenutosi nella località ligure tra il 19 ed il 26 aprile 1920.

Conferenza di Sanremo
Conferenza di Sanremo

Qui le potenze vincitrici del conflitto si spartirono i territori dell’impero Ottomano ed infine definitivamente sanciti all’interno del trattato di Sèvres alcuni mesi dopo: alla Gran Bretagna spettavano i territori palestinesi, l’Iraq e la Transgiordania (corrispondente alla Giordania fino al golfo di Aqaba). La Francia ottenne il Libano e la Siria. Ad entrambe le potenze europee il controllo di questi territori furono attribuiti tramite mandato dalla Società delle Nazioni. Il risentimento e la rabbia presero il sopravvento tra gli arabi.
Nel novembre il figlio maggiore di Husayn, ‘Abdallah marciò verso la Siria, preoccupando la Francia timorosa di perdere il controllo del territorio ed incalzò la Gran Bretagna ad intervenire: la Transgiordania fu separata dalla Palestina ed affidata ad ‘Abdallah. Il territorio divenne l’emirato degli Hashemiti, ottenendo la denominazione attuale di Giordania nel 1946.
L’attuale Iraq si forma in seguito allo scoppio di rivolte con spirito nazionalista, cui la Gran Bretagna, attraverso la sua politica dell’indirect rule, rispose concedendo la creazione di un regno – indipendente solamente sulla carta – guidato da Faysal e che racchiudeva le tre province dell’impero turco Mosul, Baghdad e Bassora. Si trattò fin da subito di un regno debole poiché fortemente frammentato dalla sua peculiare conformazione etno-religiosa: il nord con una maggioranza curda di religione sunnita, il centro arabo con maggioranza sciita ed una componente araba a sud con predominanza della corrente islamico sunnita. Il padre Husayn perse il suo territorio nel corso di sanguinose battaglie a scapito delle forze di Abd al-Aziz Ibn Saud e nel 1925 l’Hejaz passò sotto il dominio della famiglia dei Saud, da cui si formerà l’Arabia Saudita. Infine la Palestina e Gerusalemme videro fin da subito la nascita di conflitti tra inglesi, arabi ed ebrei. I territori sotto controllo francese subirono una maggiore amministrazione coloniale da parte di Parigi; ne nacque la Siria come la conosciamo oggi (1924) ed il Libano (1926). Entità volutamente frammentate e divise, con la prima a prevalenza musulmana ed il secondo con una fortissima presenza cristiano maronita. Per quanto riguarda il Libano si trattava di uno stato mai esistito nella storia e la sua conformazione politica era stata redatta a tavolino dai diplomatici e militari francesi senza tenere conto delle determinanti divisioni religiose. La Siria fu inizialmente suddivisa in quattro province distinte: quella di Damasco, Aleppo, quella del Jebel ed infine lo stato con la componente alawita nel nord ovest. Questa suddivisione venne rapidamente abbandonata a causa dell’alto costo amministrativo e per l’affermarsi di sentimenti nazionalistici ed indipendentisti. Appare dunque evidente come da quest’accordo derivi in gran parte la storiografia recente del Medio Oriente con la sua storia di conflitti irrisolti. Francia e Gran Bretagna crearono a tavolino l’humus che per un secolo almeno ha determinato i rapporti tra mondo arabo-musulmano ed occidente: un rapporto che pone le sue basi fondamentalmente sulla menzogna da parte di uno dei due giocatori, pregiudicando i sentimenti che l’altro ha nutrito finora, ma che inevitabilmente era frutto del suo tempo in cui le logiche dell’autodeterminazione dei popoli sarebbero giunte solamente una manciata di anni più tardi con il presidente americano Wilson e la costituzione della Società delle Nazioni, poi rivelatasi totalmente fallimentare. Al momento della firma dell’accordo si ragionava ancora secondo i dettami della Conferenza di Berlino del 1884. Non possiamo tuttavia incolpare questo accordo come l’origine di tutti i mali, esso è servito anche a creare quel fervore nazionalista che nel secondo dopoguerra porterà all’indipendenza di quegli stessi stati che ha fatto nascere. Certo è che la suddivisione non ha mai tenuto conto della componente etnica e religiosa delle popolazioni, ma ha risposto solamente a logiche diplomatiche e commerciali.
Questo credo possa essere un errore comprensibile ed in un certo qual modo “perdonabile” alle cancellerie che ragionavano ancora con un’ottica ottocentesca; molto più grave è stato non cogliere questa lezione e commettere gli stessi errori nella storia ben più recente.

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Analfabetismo scientifico in Italia: realtà o illusione? – di Niccolò Fattorini

L’Italia, si sa, è la culla della cultura artistica e letteraria moderna. Ma come sono messi gli italiani con la cultura scientifica? Proviamo a raccontare la situazione del nostro paese.

Un paio di settimane fa si è conclusa l’undicesima edizione della Settimana della Scienza, culminata il 30 settembre con la Notte dei Ricercatori, il più grande evento di comunicazione scientifica mondiale che ha coinvolto più di 300 città europee. Gli italiani, secondo alcuni sondaggi svolti a livello internazionale, sono uno dei popoli mediamente meno acculturati in campo scientifico. Rispetto ad altri paesi con livelli di sviluppo simili, le capacità e le conoscenze matematico-scientifiche degli italiani sono ben inferiori, e risultano persino al di sotto della media totale.

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Qualche numero
Il 50% dei nostri connazionali di età compresa tra 16 e 65 anni non riesce a risolvere un problema in cui compaiano due numeri, e si posiziona penultimo su 24 paesi campionati per le competenze matematiche (indagine Ocse-Piaac). Per i quindicenni le cose non vanno meglio: su 65 nazioni campionate l’Italia si posiziona al 32o posto, preceduta dalla maggior parte dei paesi europei. In alcune scuole l’80% dei ragazzi è pressoché analfabeta a livello matematico. In totale, un quarto dei nostri studenti rientra tra quelli che sono meno capaci in matematica, e un sesto tra i più ignoranti in scienze (indagine Ocse-Pisa). Paradossale, se pensiamo che il metodo scientifico è nato proprio in Italia, con Galileo Galilei. Paradossale, se pensiamo al numero che di influenti scienziati che l’Italia ha sfornato in ogni campo, soprattutto in quello fisico-matematico. Numerosi sono i premi Nobel ottenuti da italiani nelle materie scientifiche. Dal 2014 un’italiana dirige il CERN. L’Italia può vantare la più alta produttività di pubblicazioni scientifiche per ricercatore su finanziamenti concessi, seconda solo al Regno Unito.

Perché – allora – la cultura scientifica non sembra essersi diffusa nella nostra società, interessando solo un elite composta da professionisti e addetti ai lavori? Un’educazione scolastica insufficiente1, un approccio antiscientifico mostrato dalle istituzioni prima e durante il dopoguerra2 e una scarsa divulgazione operata dai media sono solo alcune delle cause proposte da chi ha studiato il fenomeno.

Possiamo quindi concludere che siamo un paese di “analfabeti scientifici”? In realtà, negli ultimi anni, il trend sembra essere migliorato. L’indagine condotta quest’anno dall’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society, basata su 3 domande standardizzate a livello internazionale, fotografa un netta ripresa. Rispetto al 2007, in media, gli italiani hanno fornito il 30% di risposte corrette in più. Tre italiani su cinque sanno che il Sole non è un pianeta, conoscono la funzione degli antibiotici e sanno che gli elettroni sono più piccoli degli atomi. E non è sorprendente che queste conoscenze diminuiscano con l’età ed aumentino con il livello di istruzione degli intervistati. Negli ultima decade, infatti, l’iscrizione alle facoltà scientifiche nelle Università è aumentata del 20%. Le generazioni più giovani fanno ben sperare, quindi.

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In realtà, quello che oggi sembra destare maggiore preoccupazione è rappresentato dalla scarsa considerazione della scienza da parte dell’opinione pubblica. Ad esempio, è stato rivelato che gli italiani sono un popolo facilmente suscettibile alle “bufale”, che spesso formano le proprie opinioni senza tener conto della verità scientifica. Un’istantanea post-Medievale? No, del 2015. Purtroppo, come spesso accade, l’opinione della popolazione si riflette in coloro che governano il Paese. Ne è una prova la mancanza di una legislazione che concerne la materia scientifica (basti pensare, per es., all’assenza di una normativa sul testamento biologico). Aggiungiamo infine la diminuzione dei finanziamenti dello Stato – già esigui rispetto ad altri paesi – alla ricerca scientifica (-20% negli ultimi 8 anni, con conseguente aumento della fuga di cervelli all’estero) ed abbiamo il quadro definitivo, preoccupante, della considerazione che la nostra società e la classe dirigente, in primis, hanno sulla scienza.

Al giorno d’oggi le scienza e le sue applicazioni vengono sempre più spesso considerate indice di sviluppo di un paese3. Se nel 2016 gli Italiani considerano irrinunciabili PC e smartphone tra gli oggetti di uso comune, forse tutti dovrebbero ricordarsi che questi esistono grazie ai progressi della scienza (la tecnologia infatti, non è altro che applicazione della scienza pura). Persino il benessere, in senso lato, è innescato dai progressi di una nazione in campo medico e/o industriale e quindi, in ultima causa, dal progresso scientifico. Ma sperare in una crescita del paese senza l’affermazione di una solida considerazione della scienza nella società appare oggi decisamente utopistico. Se, da un lato, un barlume di speranza sembra risiedere nelle giovani generazioni, la considerazione per la scienza e gli scienziati nel nostro paese è ancora insufficiente da chi prende le decisioni per lo sviluppo del Paese. Forse ancora oggi non c’è da meravigliarsi, se pensiamo che Galilei fu condannato da un tribunale ecclesiastico mentre a Newton fu affidata la direzione della zecca reale inglese.

 

Riferimenti

  1. Benedetti G. (04/01/2008)Corriere della Sera
  2. Massarenti A. (2014) – Istruzioni per rendersi feliciGuanda
  3. Cadelo E., Pellicani E. (2013) – Contro la modernità. Le radici della cultura antiscientifica in ItaliaRubbettino

 

Adattarsi ad adattarsi – di Duccio Tripoli

L’Italia e la Cina sono, almeno in questa era storica, due tra i paesi geograficamente più lontani ma allo stesso tempo sentimentalmente molto simili. Basti pensare a quanto fitti e in continua espansione siano gli scambi commerciali e, soprattutto, culturali tra queste due realtà che, ad occhi non allenati, potrebbero sembrare incredibilmente diverse.

Semplificando al massimo è un po’ come se noi Italiani fossimo i Cinesi di Europa, molto pratici e mai troppo scoraggiati o demoralizzati nonostante tutto, e loro gli Italiani dell’Asia, molto orgogliosi e decisamente più rumorosi della media continentale. Entrambe le nostre lingue e culture hanno radici millenarie, anche se sotto questo punto di vista, i cugini orientali arrivano decisamente più lontani. Inoltre, sia da una parte che dall’altra, i due paesi hanno dato i natali ai più illustri personaggi ed inventori mondiali, padri di alcune tra le invenzioni più innovative della storia. Per di più, in entrambe le nazioni, ma per ragioni questa volta dissimili, si parlano moltissimi dialetti che, talvolta, divengono lingue propriamente dette, completamente indipendenti dalla lingua nazionale e dotate di un altissimo livello di autonomia. In Cina addirittura, alcuni dialetti adottano un sistema di scrittura completamente diverso dai caratteri cinesi.

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Siamo diversi, ma sotto molti punti di vista ci assomigliamo più di quanto pensiate, credetemi. Un paio di giorni fa, mentre sistemavo le mie cose nella camera assegnatami nel distretto putuo di Shanghai, ho notato come la spina del caricatore del mio iPhone, orgogliosamente acquistata in Italia, funzionava egregiamente nella presa cinese acquistata poco prima nel supermercato fuori dal campus. Non ci sta perfettamente, “ciotola” un po’ e alle volte va leggermente inclinata, ma ci funziona alla grande e non c’è bisogno di comprare alcun adattatore per le nostre spine. Non in Cina quantomeno.

Ora, prendete questo esempio come una simpatica storiella, lungi dal me il voler sminuire le comunque notevoli differenze che intercorrono tra il “noi” e il “loro”, ma noi Italiani siamo senza dubbio gli occidentali che più si avvicinano, o almeno tentano (e hanno tentato) di avvicinarsi alla straordinaria cultura dell’Impero Celeste. Pensate per esempio a quanto importanti risultino gli spaghetti nella nostra cultura e a quanto centrali siano i mian (la controparte cinese appunto) nella cultura cinese. Addirittura ancora oggi, non si riesce a stabilire con certezza se sia stato un missionario o commerciante Italiano (il signor Polo per dirne uno) ad esportare il nostro orgoglio o ad importare nel Bel Paese il loro. A dirla proprio tutta, vi sono anche molti che sostengono che Marco Polo in Cina non ci sia nemmeno mai stato, ma qui rischiamo di andare fuori tema e lo lasciamo per un’altra volta. Che ci crediate o no, lo stesso discorso si potrebbe fare per la Pizza, solamente considerando i numerosi tipi di bing (focaccia cinese molto simile ad una pizza ma spesso impastata con ingredienti diversi) che si possono mangiare un po’ ovunque nella Repubblica Popolare. Oltracciò, i due popoli si rassomigliano anche per lo strenuo orgoglio che sempre mostrano nel difendere la paternità di questi due piatti, estremamente tipici in entrambe le circostanze, enormemente apprezzati da Palermo a Trento, da Urumqi a Canton.

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Ad ogni modo, l’arrivare, ma soprattutto il rimanere in Cina, non è né cosa troppo facile né troppo da tutti, ma il solido background Italiano che mi porto a spasso, nel mio caso ha aiutato non poco. Certo, alle volte rimaniamo un po’ schifati da qualche atteggiamento, ma vi sfido a montare su un aereo, scendere dopo 11 ore di volo e non trovare niente fuori posto; sarebbe irreale, o più semplicemente troppo banale. Qualche volta i cinesi risulteranno, come dicevo, un po’ poco igienici o rumorosi, ma in Italia mi è capitato più di una volta di sentir dire “tromba di culo, sanità di corpo”. Per di più, spesso e volentieri si lasciano trasportare e danno vita ad interminabili concerti di clacson – qui dall’ufficio della Scuola Superiore CaoYang se ne sente uno almeno ogni 4 secondi – ma quantomeno il tutto non viene accompagnato da qualche sonoro moccolo o sproloquio più e più volte riascoltato nel traffico delle grandi città Italiane, così come in quello delle città più piccole. Forse, per quanto non voglia generalizzare troppo, da entrambi i lati bisognerebbe imparare qualcosina dal nonnino seduto in una panchina del parchetto sotto casa che, vedendo un volto decisamente più nuovo del solito, mi ferma per chiedermi chi fossi, da dove venissi e perché mi trovassi lì. Così, per pura e semplice curiosità. Così, per conoscere qualcosa di più di un qualcuno all’apparenza molto diverso da noi. Così, senza secondi fini oltre la chiacchiera di circostanza.

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In definitiva, per quanto ci si possa adattare ai luoghi, o apprezzare un posto molto diverso da quello in cui siamo abituati a esistere solitamente, alle volte un adattatore fa comodo e, perché no, anche parecchio piacere. Per quanto possa non essere assolutamente necessario, ci può far flettere quel muscolo facciale e mostrare quei quattro incisivi a chi ci sta davanti, nonostante un momento non felicissimo. Ci può far apprezzare una giornata iniziata male e che, probabilmente, sarebbe finita peggio. Facciamoci un favore: interessatevi.

Vento in poppa – di Fausto Jannaccone

“Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off—then, I account it high time to get to sea as soon as I can.”

, lo so, non riesco a fare a meno di aprire gli editoriali con le citazioni, ma cosa volete che vi dica… credo sia perché quando ognuno di noi legge un libro, o guarda un film, non può far a meno di far propri alcuni passaggi. Queste parole fanno ormai parte del mio bagaglio, e così mi auguro di quello di alcuni di voi; questo spero possa quindi rappresentare quel “punto in comune” che vi metta a proprio agio, riconoscendovi qualcosa di familiare, e così maggiormente  disposti a portare avanti il discorso.

Ma torniamo alle righe iniziali: il baleniere di Melville (sì, è Moby Dick), in quanto essere umano e non pesce, non può far a meno di tornare di quando in quando alla base, alla sicura e salda terra da calpestare. Tornare, appunto, perché puntuale ad un certo punto il “canto” del mare inevitabile lo richiamerà a sé.

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Come Ismaele, per quanto ad un certo punto dell’anno Wunderbariano mi ritrovi saturo, esausto, senza più lo slancio, il “fuoco” che mi anima nel curare e contribuire allo spazio virtuale rappresentato da questo blog, e mi veda costretto prendere una pausa, il richiamo del mare ritorna forte; così anche quest’anno ci imbarcheremo sul nostro moderno Pequod per lasciarci trasportare in mari sconosciuti, esotici e forse tempestosi.

Inevitabile, come l’alba alla fine di ogni notte, è la citazione in apertura dei miei editoriali; ed altrettanto sempre caro mi fu non quell’ermo colle, bensì il paragone con il viaggio. Ma in questo caso, in questo anno di Wunderbar più che ogni altro, sarà calzante e pertinente: la stagione alle porte, la quarta per il blog, avrà infatti come caratteristica principe la capacità di trasportarci in giro per il mondo. Nella “dichiarazione programmatica” dell’Associazione Culturale ambiziosi manifestammo l’intento di portare Siena nel mondo ed il Mondo a Siena: così al fine sarà, potendo contare oggi nella squadra alcuni collaboratori “extra moenia”, che ci corrisponderanno da svariati angoli del pianeta per raccontarci cosa succede altrove.

Molte altre naturalmente le soprese e le novità per la stagione entrante, come ogni rinnovo comanda, con qualche conferma a completare il progetto redazionale, che spero, ma sono certo, potrà nuovamente farvi affezionare al nostro piccolo lavoro.

Vento in poppa, Wunderbar!

F.J.