Adattarsi ad adattarsi – di Duccio Tripoli

L’Italia e la Cina sono, almeno in questa era storica, due tra i paesi geograficamente più lontani ma allo stesso tempo sentimentalmente molto simili. Basti pensare a quanto fitti e in continua espansione siano gli scambi commerciali e, soprattutto, culturali tra queste due realtà che, ad occhi non allenati, potrebbero sembrare incredibilmente diverse.

Semplificando al massimo è un po’ come se noi Italiani fossimo i Cinesi di Europa, molto pratici e mai troppo scoraggiati o demoralizzati nonostante tutto, e loro gli Italiani dell’Asia, molto orgogliosi e decisamente più rumorosi della media continentale. Entrambe le nostre lingue e culture hanno radici millenarie, anche se sotto questo punto di vista, i cugini orientali arrivano decisamente più lontani. Inoltre, sia da una parte che dall’altra, i due paesi hanno dato i natali ai più illustri personaggi ed inventori mondiali, padri di alcune tra le invenzioni più innovative della storia. Per di più, in entrambe le nazioni, ma per ragioni questa volta dissimili, si parlano moltissimi dialetti che, talvolta, divengono lingue propriamente dette, completamente indipendenti dalla lingua nazionale e dotate di un altissimo livello di autonomia. In Cina addirittura, alcuni dialetti adottano un sistema di scrittura completamente diverso dai caratteri cinesi.

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Siamo diversi, ma sotto molti punti di vista ci assomigliamo più di quanto pensiate, credetemi. Un paio di giorni fa, mentre sistemavo le mie cose nella camera assegnatami nel distretto putuo di Shanghai, ho notato come la spina del caricatore del mio iPhone, orgogliosamente acquistata in Italia, funzionava egregiamente nella presa cinese acquistata poco prima nel supermercato fuori dal campus. Non ci sta perfettamente, “ciotola” un po’ e alle volte va leggermente inclinata, ma ci funziona alla grande e non c’è bisogno di comprare alcun adattatore per le nostre spine. Non in Cina quantomeno.

Ora, prendete questo esempio come una simpatica storiella, lungi dal me il voler sminuire le comunque notevoli differenze che intercorrono tra il “noi” e il “loro”, ma noi Italiani siamo senza dubbio gli occidentali che più si avvicinano, o almeno tentano (e hanno tentato) di avvicinarsi alla straordinaria cultura dell’Impero Celeste. Pensate per esempio a quanto importanti risultino gli spaghetti nella nostra cultura e a quanto centrali siano i mian (la controparte cinese appunto) nella cultura cinese. Addirittura ancora oggi, non si riesce a stabilire con certezza se sia stato un missionario o commerciante Italiano (il signor Polo per dirne uno) ad esportare il nostro orgoglio o ad importare nel Bel Paese il loro. A dirla proprio tutta, vi sono anche molti che sostengono che Marco Polo in Cina non ci sia nemmeno mai stato, ma qui rischiamo di andare fuori tema e lo lasciamo per un’altra volta. Che ci crediate o no, lo stesso discorso si potrebbe fare per la Pizza, solamente considerando i numerosi tipi di bing (focaccia cinese molto simile ad una pizza ma spesso impastata con ingredienti diversi) che si possono mangiare un po’ ovunque nella Repubblica Popolare. Oltracciò, i due popoli si rassomigliano anche per lo strenuo orgoglio che sempre mostrano nel difendere la paternità di questi due piatti, estremamente tipici in entrambe le circostanze, enormemente apprezzati da Palermo a Trento, da Urumqi a Canton.

bing china street food cina

Ad ogni modo, l’arrivare, ma soprattutto il rimanere in Cina, non è né cosa troppo facile né troppo da tutti, ma il solido background Italiano che mi porto a spasso, nel mio caso ha aiutato non poco. Certo, alle volte rimaniamo un po’ schifati da qualche atteggiamento, ma vi sfido a montare su un aereo, scendere dopo 11 ore di volo e non trovare niente fuori posto; sarebbe irreale, o più semplicemente troppo banale. Qualche volta i cinesi risulteranno, come dicevo, un po’ poco igienici o rumorosi, ma in Italia mi è capitato più di una volta di sentir dire “tromba di culo, sanità di corpo”. Per di più, spesso e volentieri si lasciano trasportare e danno vita ad interminabili concerti di clacson – qui dall’ufficio della Scuola Superiore CaoYang se ne sente uno almeno ogni 4 secondi – ma quantomeno il tutto non viene accompagnato da qualche sonoro moccolo o sproloquio più e più volte riascoltato nel traffico delle grandi città Italiane, così come in quello delle città più piccole. Forse, per quanto non voglia generalizzare troppo, da entrambi i lati bisognerebbe imparare qualcosina dal nonnino seduto in una panchina del parchetto sotto casa che, vedendo un volto decisamente più nuovo del solito, mi ferma per chiedermi chi fossi, da dove venissi e perché mi trovassi lì. Così, per pura e semplice curiosità. Così, per conoscere qualcosa di più di un qualcuno all’apparenza molto diverso da noi. Così, senza secondi fini oltre la chiacchiera di circostanza.

scacchi

In definitiva, per quanto ci si possa adattare ai luoghi, o apprezzare un posto molto diverso da quello in cui siamo abituati a esistere solitamente, alle volte un adattatore fa comodo e, perché no, anche parecchio piacere. Per quanto possa non essere assolutamente necessario, ci può far flettere quel muscolo facciale e mostrare quei quattro incisivi a chi ci sta davanti, nonostante un momento non felicissimo. Ci può far apprezzare una giornata iniziata male e che, probabilmente, sarebbe finita peggio. Facciamoci un favore: interessatevi.

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