Analfabetismo scientifico in Italia: realtà o illusione? – di Niccolò Fattorini

L’Italia, si sa, è la culla della cultura artistica e letteraria moderna. Ma come sono messi gli italiani con la cultura scientifica? Proviamo a raccontare la situazione del nostro paese.

Un paio di settimane fa si è conclusa l’undicesima edizione della Settimana della Scienza, culminata il 30 settembre con la Notte dei Ricercatori, il più grande evento di comunicazione scientifica mondiale che ha coinvolto più di 300 città europee. Gli italiani, secondo alcuni sondaggi svolti a livello internazionale, sono uno dei popoli mediamente meno acculturati in campo scientifico. Rispetto ad altri paesi con livelli di sviluppo simili, le capacità e le conoscenze matematico-scientifiche degli italiani sono ben inferiori, e risultano persino al di sotto della media totale.

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Qualche numero
Il 50% dei nostri connazionali di età compresa tra 16 e 65 anni non riesce a risolvere un problema in cui compaiano due numeri, e si posiziona penultimo su 24 paesi campionati per le competenze matematiche (indagine Ocse-Piaac). Per i quindicenni le cose non vanno meglio: su 65 nazioni campionate l’Italia si posiziona al 32o posto, preceduta dalla maggior parte dei paesi europei. In alcune scuole l’80% dei ragazzi è pressoché analfabeta a livello matematico. In totale, un quarto dei nostri studenti rientra tra quelli che sono meno capaci in matematica, e un sesto tra i più ignoranti in scienze (indagine Ocse-Pisa). Paradossale, se pensiamo che il metodo scientifico è nato proprio in Italia, con Galileo Galilei. Paradossale, se pensiamo al numero che di influenti scienziati che l’Italia ha sfornato in ogni campo, soprattutto in quello fisico-matematico. Numerosi sono i premi Nobel ottenuti da italiani nelle materie scientifiche. Dal 2014 un’italiana dirige il CERN. L’Italia può vantare la più alta produttività di pubblicazioni scientifiche per ricercatore su finanziamenti concessi, seconda solo al Regno Unito.

Perché – allora – la cultura scientifica non sembra essersi diffusa nella nostra società, interessando solo un elite composta da professionisti e addetti ai lavori? Un’educazione scolastica insufficiente1, un approccio antiscientifico mostrato dalle istituzioni prima e durante il dopoguerra2 e una scarsa divulgazione operata dai media sono solo alcune delle cause proposte da chi ha studiato il fenomeno.

Possiamo quindi concludere che siamo un paese di “analfabeti scientifici”? In realtà, negli ultimi anni, il trend sembra essere migliorato. L’indagine condotta quest’anno dall’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society, basata su 3 domande standardizzate a livello internazionale, fotografa un netta ripresa. Rispetto al 2007, in media, gli italiani hanno fornito il 30% di risposte corrette in più. Tre italiani su cinque sanno che il Sole non è un pianeta, conoscono la funzione degli antibiotici e sanno che gli elettroni sono più piccoli degli atomi. E non è sorprendente che queste conoscenze diminuiscano con l’età ed aumentino con il livello di istruzione degli intervistati. Negli ultima decade, infatti, l’iscrizione alle facoltà scientifiche nelle Università è aumentata del 20%. Le generazioni più giovani fanno ben sperare, quindi.

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In realtà, quello che oggi sembra destare maggiore preoccupazione è rappresentato dalla scarsa considerazione della scienza da parte dell’opinione pubblica. Ad esempio, è stato rivelato che gli italiani sono un popolo facilmente suscettibile alle “bufale”, che spesso formano le proprie opinioni senza tener conto della verità scientifica. Un’istantanea post-Medievale? No, del 2015. Purtroppo, come spesso accade, l’opinione della popolazione si riflette in coloro che governano il Paese. Ne è una prova la mancanza di una legislazione che concerne la materia scientifica (basti pensare, per es., all’assenza di una normativa sul testamento biologico). Aggiungiamo infine la diminuzione dei finanziamenti dello Stato – già esigui rispetto ad altri paesi – alla ricerca scientifica (-20% negli ultimi 8 anni, con conseguente aumento della fuga di cervelli all’estero) ed abbiamo il quadro definitivo, preoccupante, della considerazione che la nostra società e la classe dirigente, in primis, hanno sulla scienza.

Al giorno d’oggi le scienza e le sue applicazioni vengono sempre più spesso considerate indice di sviluppo di un paese3. Se nel 2016 gli Italiani considerano irrinunciabili PC e smartphone tra gli oggetti di uso comune, forse tutti dovrebbero ricordarsi che questi esistono grazie ai progressi della scienza (la tecnologia infatti, non è altro che applicazione della scienza pura). Persino il benessere, in senso lato, è innescato dai progressi di una nazione in campo medico e/o industriale e quindi, in ultima causa, dal progresso scientifico. Ma sperare in una crescita del paese senza l’affermazione di una solida considerazione della scienza nella società appare oggi decisamente utopistico. Se, da un lato, un barlume di speranza sembra risiedere nelle giovani generazioni, la considerazione per la scienza e gli scienziati nel nostro paese è ancora insufficiente da chi prende le decisioni per lo sviluppo del Paese. Forse ancora oggi non c’è da meravigliarsi, se pensiamo che Galilei fu condannato da un tribunale ecclesiastico mentre a Newton fu affidata la direzione della zecca reale inglese.

 

Riferimenti

  1. Benedetti G. (04/01/2008)Corriere della Sera
  2. Massarenti A. (2014) – Istruzioni per rendersi feliciGuanda
  3. Cadelo E., Pellicani E. (2013) – Contro la modernità. Le radici della cultura antiscientifica in ItaliaRubbettino

 

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