GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

meireles
Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

Annunci

LE COSE DI COSO – di Marco Brizzi

#BRIXIT

Pochi giorni fa, ascoltando la radio, mi sono imbattuto nel racconto di una donna riguardante i festeggiamenti del mondiale dell’82. Nel bel mezzo del delirio, della gioia, del rumore, degli abbracci e dei canti, lei non riuscì a fare altro che stare in un angolo ad osservare gli altri. Non riusciva a vivere il momento, una forza particolare la obbligava ad osservare, solamente osservare. In questa descrizione ho rivisto in larga parte la mia vita, le mie sensazioni. Ogni momento di euforia o di tristezza che ho vissuto nella mia vita, l’ho sempre lasciato lontano da me per osservare quello che stava accadendo… sarà il mio destino?

LE COSE DI COSOQualche settimana fa, ho compiuto trent’anni, il tanto atteso giro di boa, il momento in cui ti dovresti accorgere di essere diventato grande, ma cosi non è accaduto. Mi sono solo reso conto che ho vissuto gran parte della mia vita a pensare a cosa avrei fatto da grande, a come sarei diventato, a cosa avevano gli altri di diverso da me. E’ stato come un risveglio dal coma, ho visto quello che ero e che ho lasciato inesorabilmente accantonato da una parte. Lasciato lì per essere accettato, per non essere troppo criticato, lasciato lì per vivere in un mondo che fondamentalmente non mi piace. Forse ho sempre avuto paura di essere felice per colpa della consapevolezza che prima o poi questa felicità sarebbe finita, forse ho sempre avuto paura di essere triste per colpa della paura di non ritrovare il sorriso… insomma, sono diventato a PH neutro. Piano piano mi sono defilato ed ho finalmente osservato con coscienza quello che avevo intorno ed ho capito che non avevo fatto niente di quello che mi sarebbe piaciuto. Ho capito che questa città (l’Italia in generale) non aveva poi cosi tante cose ancora da offrirmi. Il mio lavoro ha fatto il resto; il mestiere di cameriere se hai capacità relazionali ti permette di farti molti “fast friends”. Questi amici temporanei talvolta si aprono e magari ti raccontano cose che non hanno neanche mai raccontato in famiglia, ci vuole sempre uno sconosciuto al quale raccontare i tuoi segreti. Scambiando sensazioni ed esperienze con queste persone ho consolidato l’idea che mi ero fatto, cioè che la maggior parte delle persone non sogna più, non vuole più rischiare, si vergogna quasi delle sue radici e cerca di rientrare in degli standard che ci hanno praticamente imposto.sconosciuto

Per poco non mi facevo ingabbiare anche io in questo gioco,ma sono arrivati al momento giusto due libri che come uragani hanno spazzato via tutto quello che mi teneva incollato alla pietra serena. Quindi adesso sono qui a fare le valige per inseguire le mie paure, per inseguire i miei sogni. Trovarmi per la prima volta ad essere io quello che chiede di ripetere, a non essere sicuro se è proprio quel bus a portarmi a lavoro, a cercare complicità negli sguardi altrui. Voglio tornare a guardare negli occhi la gente che incrocio, smettere di camminare a testa bassa. Oltre a queste cose romantiche, ci sono anche delle cose molto più pratiche che mi hanno spinto a voler diventare un immigrato. Come per esempio dover lottare ogni benedetta volta per scendere dal bus… da una porta si scende e da una si sale, non vedo motivo per il quale si debba bestemmiare tutti i santi del calendario sia per salire che per scendere. Non sopporto più che le automobili siano dotate di frecce per indicare i tuoi prossimi cambi di direzione e che invece ogni volta le rotonde diventino roulette russe nelle quali scommettere la vita. Non riesco più a capire i meccanismi che portano le persone a trattale male i camerieri (qui sono ovviamente di parte ma l’esempio è accostabile ad ogni lavoro) solo perché in quel momento ti stanno servendo. Ricordatevi sempre che il ragazzo che vi sta portando i piatti ha molte possibilità di rifarsi contro la vostra condotta. Non concepisco questo quasi totale egoismo nelle piccole cose di tutti i giorni. mr_bean_babyMancanza di sincerità a palate… Ragazzi, i neonati non sono tutti quanti piccoli e carini, alcuni fanno veramente cagare! Non riesco ad inquadrare il perché chi guida il bus non considera la presenza di macchine e motorini, poi quando guida la macchina non considera la presenza dei motorini, quando è in motorino non vede i pedoni….e quando diventa pedone? Poi questo fatto che il costo della propria automobile sia diventato inversamente proporzionale al proprio QI proprio non mi va giù.

Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca, è proprio essa che puoi cambiare ma dovremmo ricordarci che siamo tutti nello stesso mare. Io questa barca proverò a cambiarla e salirò sulla mia, quella che mi sto costruendo piano piano. Girerò di città in città lavorando, imparando lingue e modi di fare ad ora a me sconosciuti. Cercherò, non so bene cosa, ma cercherò.

Come diceva Tiziano Terzani, “il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare”

Per adesso me ne vado in Scozia, a tenere un po’ le “pudenda all’aria” con il kilt(E). Quindi vi saluto, diventerà sicuramente una bella storia da raccontare…

A presto

 

 

 

 

Salva

MEGLIO UN CAFFE’ IN ITALIA O UN TE’ IN CINA? – di Duccio Tripoli

Meglio prendere un caffè in Italia con il proprio capo, oppure berci un tè in Cina?
Sarò buono per una volta, vi tolgo subito il dubbio; poi non sono mai stato un grande fan delle cacce al tesoro, così, non vi andasse più di leggere, soddisfate la vostra curiosità e chiudete il tutto.
Trovandosi nel Bel Paese, bersi un caffè con il capo, o qualunque altro superiore, è ben auspicabile, nonché un’occasione da prendere al volo. Anzi, oserei dire che un superiore che la mattina, appena arrivato in ufficio, esordisce con un “più tardi ci prendiamo un caffè”, mette subito la giornata sulla giusta onda. Certo, a quel punto starà a voi saperla cavalcare, ma se vi muovete bene potrebbe rivelarsi una delle onde più divertenti e entusiasmanti mai cavalcate che vi porta a riva sani e salvi e con diverse soddisfazioni.
Al contrario, quando entrando in ufficio la mattina, il tuo superiore cinese ti chiede “yihuier qing ni dao wo bangongshi hecha” (più tardi vieni nel mio ufficio a prendere un per favore), come si dice a Siena “sona a morto” e i guai potrebbero essere solo all’incipit. Infatti, quel 喝茶 hecha (prendere un tè) in Cina è univoco e, sebbene ci scapperà anche il tempo per bere effettivamente una tazza di buon tè, questo si rivelerà, o prima o dopo, solo un mero pretesto. Dopo aver sorriso e risposto affermativamente, il sorriso pian piano si chiude, le sopracciglia si avvicinano cambiando forma, e inizi immediatamente a pensare a cosa, nel mondo, possa aver fatto di tanto sbagliato. “Bere un tè” con un superiore in Cina, salvo le comunque numerose occasioni conviviali, è un sinonimo di “fare due chiacchiere a quattrocchi” e, nella stragrande maggioranza dei casi, la discussione non verterà né sulle vacanze appena trascorse e nemmeno sui preoccupanti livelli di smog di Pechino. Il tutto si trasformerà, in men che non si dica, in una ramanzina ufficiale, da godersi tutta d’un fiato dall’inizio alla fine, sorseggiando un bel bicchierone di pu’er di primissima scelta.
Perché tutta questa pantomima per una semplice ramanzina o appunto qualunque? Perché i cinesi non vi diranno mai le cose come stanno, direttamente e al primo colpo. Si sono, nel tempo, guadagnati il ruolo di imperatori indiscussi dei giri di parole, dei giri pesca, di maestri dei voli pindarici. Oltretutto, dire le cose come stanno, in faccia, all’interessato e in modo particolarmente diretto è considerato anche piuttosto maleducato. In Cina il problema si evita a più riprese o si postpone fino all’infinito. Solo quando questo diventa inevitabile e non più rimandabile, ci si arriva lemme lemme da più lati, un passettino alla volta. Capite bene che per un Italiano, specialmente se decentemente impulsivo come il sottoscritto, tutto ciò possa risultare snervante e, alle volte, frustrante. Sono abituato a far presente i problemi immediatamente, senza lasciare spazio alle interpretazioni e sono abituato a farlo nel modo più deciso e preciso possibile, naturalmente con educazione e verso il diretto interessato. Quante volte, in mezzo a discussioni di vario genere, mi sono ritrovato a esortare l’interlocutore a suon di “shuo ba!” (parla, dimmi!), per evitare di perdere il filo del discorso..e la pazienza.

Piccolo, ma calzante, esempio: a lezione quante volte capitano problemi di comprensione o divergenze su qualche contenuto? Ecco in Cina non capitano. Gli studenti capiscono sempre tutto alla prima e i professori non si spiegano mai male, ma sono sempre chiari e comprensibili. Bugia! Queste situazioni capitano a bizzeffe, ma il non capire un concetto è colpa o dello studente stupido e disattento, o dell’insegnante che non si esprime bene e, in entrambi i casi, qualcuno perderebbe la faccia; quindi, in pieno stile orientale, si aggira il problema e tanti saluti.
Un altro esempio, ancora più calzante e personale, potrebbe essere quella volta che, arrivando in ufficio una mattina come un’altra, la direttrice del dipartimento internazionale mi ha “invitato” a bere un tè nel suo ufficio. Mentre il cervello ha prodotto un tonico “occristo!”, la bocca ha subito rielaborato in un modesto “hao ba” (ok, con una bella pausa concessiva sulla o). Cosa era successo di così terrificante? Che tipo di piede (per non dire altro) avevo pestato? Mi rimanderanno a casa senza passare dal via? Massì, nulla di tutto ciò. Alcune sere prima, rientrando in casa ad orari non proprio “confuciani”, avevo fatto più confusione del necessario, destando dai suoi sogni della camera rossa il responsabile della sicurezza che, il mattino seguente, lungi dal rivolgersi al sottoscritto, aveva raccontato tutto ad un altro professore. Questo, per non venire a raccontare tutto “direttamente” a me, aveva lasciato il compito al suo superiore che, lavandosi anch’egli le mani, aveva riportato l’accaduto alla responsabile del dipartimento internazionale. Ora, siccome disturbare il capo danwei (unità di lavoro), il preside o addirittura il sindaco di Shanghai pareva un po’ troppo eccessivo, Lucy (nome inglese della direttrice) ha fortunatamente concluso la scalata al superiore convocandomi nel suo ufficio a bere un tè. Italians do it better, non sempre ma quasi. Sapendo di cosa si trattava e, non essendo affatto grave l’accaduto, ho ben dribblato il problema dopo aver montato un tradizionale catenaccio da presunto esperto di calcio e chiuso il tutto con un altro splendido cliche: bevuto il tè e ristabilita la calma, siamo andati a berci un ottimo caffè espresso offerto dal sottoscritto che ha ribaltato la situazione facendomi segnare un gol pazzesco in zona Cesarini. Alla fine dei salmi? Caffè Italiano batte tè Cinese 1 a 0. Fortuna che conosco i miei polli..14481797_10210037814969264_4662216656950992974_o

Nel caso, però, non vi fosse questa consapevolezza, vi do brevemente un paio di dritte tascabili per poterne cavare le gambe e portare a casa la pellaccia, senza perdere la faccia di nessuno. Tre semplici risposte da usare a piacimento, da sole o in combinazione per riprendere fiato, una volta messi davanti al problema.
1) 我对茶过敏 Wo dui cha guominsono allergico al tè. Difficile da credere, ma potrebbe sempre funzionare. Spiazzerete totalmente l’avversario che, in mancanza di una risposta pronta, potrebbe posticipare l’incontro dandovi del tempo per organizzare le idee.
2) 我听不懂 Wo ting bu dongNon ho capito. Qui si va sul grande classico, la frase più pronunciata da qualunque straniero che abbia mai messo piede nell’Impero Celeste. Usare, ripetere, riusare; fate questo fino allo sfinimento. Se l’interlocutore parla solo cinese mandarino, o beve il tè in solitaria, o avrete comunque il tempo di organizzare la vostra difesa finché non troverà un traduttore.
3) 我今天拉肚子 Wo jintan laduziOggi ho la diarrea. Anche qui un sempreverde delle scuse made in China, sempre a portata di mano come un asso nella manica. Nessuno fa domande e nessuno indaga mai più di tanto. Questo vi darà per certo un paio di giorni per riflettere e organizzare la battaglia, visto che comunque dovrete giocare in difesa.
Il loro sviare dal problema, il temere il confronto diretto e il non controbattere in maniera decisa, giocherà in questo caso a vostro favore e non dovreste andare oltre nella discussione. Tuttavia, dovrete organizzarvi bene, trovare un punto debole dell’avversario e su quello insistere a più riprese. Da sempre, quando si è in svantaggio, spesso del tempo in più fa comodo. Inoltre, studiando a fondo l’avversario e il campo di battaglia, potreste davvero uscirne a testa alta.

Questo però, quasi certamente lo sapranno anche loro; hanno creato sia Sun Tzu che la sua “Arte della Guerra”, e sono già diversi secoli che la leggono, la rileggono e la insegnano. Buona fortuna.

IO, NATO QUANDO I GUSTI FONDAMENTALI ERANO 4… – di Marco Ciacci

Cosa c’è di più noioso quando la scienza distrugge le tue certezze? Certezze che ti porti dietro da sempre, nel tuo bagaglio culturale. Cose che hai imparato alle elementari e che dai per assodate. Ad esempio: quanti gusti fondamentali esistono? Io ha sempre risposto 4: dolce (che si avverte nella punta della lingua), salato (sulle papille più laterali), aspro/acido (sempre laterale, ma un po’ più centrale rispetto al salato) e amaro (che permane sulla parte posteriore).

Ora non è più così. Secondo alcuni studi ne esistono altri 2: L’“umami”, che in giapponese vuol dire “saporito” (caratteristico del glutammato, un amminoacido presente in cibi altamente proteici, come carne e formaggio) e l’ultimissimo ritrovato “starchy” (amidoso in italiano).

Quest’ultimo è il gusto associato ai carboidrati complessi presenti in cibi tanto amati come patate, pasta, pane e pizza (ma anche riso). A suggerirne l’esistenza è lo studio di alcuni ricercatori della Oregon State University pubblicato sulla rivista Chemical Senses. Finora, nessuno aveva pensato che i carboidrati complessi come l’amido fossero riconosciuti come tali dalle papille gustative. Dato che gli enzimi salivari li trasformano subito in zuccheri semplici, non vi era dubbio che il loro sapore rientrasse nel dolce. Ipotesi smentita dalla ricerca nella quale ventidue volontari hanno assaggiato soluzioni di carboidrati riferendo di aver sentito un sapore “come di amido”. E l’hanno fatto anche dopo che i recettori del dolce erano stati inibiti, fornendo la prova che esistono recettori che riconoscono il sapore dei carboidrati complessi prima che vengano trasformati in zuccheri semplici. Possiamo dunque aggiungere il neologismo al vocabolario? Non ancora, per gli stessi motivi per cui altre proposte come il gusto ferroso del sangue o quello oleoso dei grassi non hanno avuto il beneplacito della comunità scientifica.rstongue

Ci sono tre criteri da soddisfare affinché un gusto sia definito tale: essere riconoscibile, avere propri recettori e innescare una risposta fisiologica riconoscibile che ne giustifichi l’utilità. I ricercatori pensano che l’amidoso potrà soddisfare tutti e tre i requisiti: è probabile, dicono, che l’importanza energetica dei carboidrati abbia favorito l’evoluzione di un gusto esclusivamente dedicato a loro.

La ricerca del gusto, però, sembra non finire qui: adesso gli scienziati provano anche ad ingannare il gusto. I ricercatori della City University of London hanno infatti inventato il “Taste Buddy”, un bastoncino metallico che si mette sulla lingua e, rilasciando segnali elettrici o calore, stimola le papille gustative come il cibo. Il salato, per esempio, è frutto della reazione tra gli enzimi della saliva e l’idrogeno o il sodio. I ricercatori hanno ottenuto la medesima sensazione stimolando le papille con una leggerissima corrente elettrica. Riscaldando la lingua è invece possibile aumentare la dolcezza di un cibo. In futuro, secondo questi ricercatori, il “Taste Buddy” sarà miniaturizzato e inserito nelle posate, “così da far sentire il sapore della cioccolata anche mangiando i broccoli”.
Insomma, c’è sempre meno gusto ad avere certezze!

La vita ai tempi della Brexit – di Federica Corbelli

“London.”
“London?”
“London.”
“London?”
“Yes, London. You know: fish, chips, cup ‘o tea, bad food, worse weather, Mary fucking Poppins… LONDON.”

Vivo a Londra da 5 anni, mi sono trasferita il 17 settembre 2011: l’idea iniziale era quella di frequentare un master di un anno e tornare a casa, ma quando il momento è arrivato mi sono resa conto che non ero pronta ad andarmene. Da allora vivo con Londra un’intensa storia d’amore –  abbiamo i nostri alti e bassi, intendiamoci, ma fino a ora ci sono stati più alti, o almeno così voglio credere.
La prima cosa che ho imparato vivendo a Londra, oltre a come fare il tè perfetto (per questo vi rimando al prossimo appuntamento della rubrica), è che “London is not England”. Forse perché il londinese medio lo ripete almeno un paio di volte a conversazione, forse perché quando vivi la bellezza intensa di Londra pensi “Questo è un posto a parte”.

sadiq khan

Non si tratta solo di una delle città più multiculturali al mondo, dove la parola diversity è all’ordine del giorno e il fatto che il neo-eletto sindaco, Sadiq Khan, sia musulmano non fa troppo clamore. Ci sono angoli di Londra in cui si respirano altri mondi e altre culture: qui ho assaggiato la migliore cucina afgana, ho conosciuto la tradizione bulgara del Baba Marta, ho assistito a partite di Aussie rule, ho festeggiato il Canada day in Trafalgar square, ho imparato l’arte del turpiloquio in cinese e ho insegnato a mia volta “perle” di cultura toscana a italiani e non. Ma, purtroppo, Londra non rappresenta l’Inghilterra (o il Regno Unito): l’aria che si respira a Londra – incluso il preoccupante alto livello di polveri sottili – non  è  la stessa che si respira fuori dalla M25 (la famosa autostrada che circonda Londra quasi completamente). Sembra quasi incredibile ma una volta fuori “dalle mura” il panorama cambia decisamente, inclusione, diversità, multiculturalismo diventano concetti remoti. Ne abbiamo avuto la prova la mattina del 24 giugno quando abbiamo visto la mappa del voto.

brexit map
(cr: Tgcom24)

La risposta del sindaco Sadiq è stata semplice e rassicurante: “London is open” e “It’s not the wallls that make the city”, come dimostra la campagna che sta portando avanti, che include il “City of film” in cui attori e attrici che fanno parte dell’industria cinematografica britannica uniscono le loro forze per diffondere il messaggio che Londra è aperta – e lo fanno con le migliori citazioni cinematografiche sulla città.

Se questo non bastasse, il sindaco ha inoltre introdotto l’idea della creazione di visti speciali per coloro che vogliono lavorare a Londra in caso di una legislazione anti-immigrazione più ferrea. Ma comunque, nella comunità degli “europei all’estero” si respira un po’ di paura e si pensa al da farsi, storie di chi sta pensando ad andarsene, a sposarsi o a un qualche piano B. Il 23 giugno, infatti, non è storia passata, e nonostante la volontà di cancellare una delle pagine più buie della storia di questo paese, nonostante il periodo estivo che ci ha lasciati nel buio totale, il tema è ancora scottante, non solo tra i “foreigners”. Per qualcuno il referendum è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per altri sono state le recenti dichiarazioni di Theresa May e Amber Rudd sulle note xenofobe e populiste del “l’Inghilterra agli inglesi”. In molti viviamo questa situazione di stallo e incertezza aspettando il prossimo passo del governo, cercando ragioni per andare o ragioni per restare.

london

Mi piace discutere la questione nel mio ufficio multiculturale che si divide tra un 50% di cittadini britannici e un 50% di stranieri. In varie occasioni ho chiesto il parere dei locali; in molti dicono “non ti preoccupare queste misure influenzeranno le persone che si vogliono trasferire non quelle che sono già qui da un bel po’”. Probabilmente è vero, i cittadini europei che risiedono qui da diversi anni e hanno un lavoro fisso saranno tutelati, ma la questione è ben diversa e non si tratta solo del mio caso personale: si tratta di una nuova generazione di persone e futuri cittadini a cui potrebbero essere negate le opportunità di cui fino a ora gli europei come me, residenti nel Regno Unito, hanno goduto.

12491-70062

Mi domando se i miei colleghi inglesi non si preoccupino delle nuove dichiarazioni del governo, se abbiano paura di questa spaventosa virata a destra, se siano superficiali e non pensino al di là del loro cortile o se siano semplicemente realisti e pensino che tutte queste dichiarazioni non porteranno a niente. “Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra” mi ha detto ieri la mia collega londinese: forse si tratta di semplice realismo e la certezza che tentare di fermare l’immigrazione non sia possibile e non porti davvero a niente? Però le domande da porsi sono sempre le solite: voglio davvero vivere in un paese che ha tale politica? Voglio diventare di cittadina di un paese rappresentato da questi politici? Che ne sarà di coloro che vogliono venire a studiare, lavorare, vivere qui? Sto assistendo alla fine del multiculturalismo di Londra come lo conosciamo? Quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso per me?

28 days later - 28 giorni dopo
“Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra”

Mentre le cose scorrono in un clima generale di insicurezza, il sito del governo invita alla cautela, suggerendo che il nostro status non cambia e dice che “secondo le leggi della UE se si è vissuto nel Regno Unito per almeno 5 anni si ha il diritto alla residenza permanente”. Alla domanda che mi fanno tutti, sia qui che a casa, “E tu che fai?”, la mia risposta rimane “Non so”. Credo di non essere pronta per lasciare Londra, penso di essere ancora innamorata di questa città, nonostante tutto, perché, come dice Vivienne Westwood, “Non c’è nessun altro posto come Londra. Niente di niente, da nessuna parte” e da buona ottimista voglio pensare che ogni tentativo di Theresa May, Amber Rudd, Nigel Farage, Boris Johnson e tutti questi politici xenofobi e razzisti da quattro soldi falliranno miseramente, perché Londra rimarrà sempre Londra.