La vita ai tempi della Brexit – di Federica Corbelli

“London.”
“London?”
“London.”
“London?”
“Yes, London. You know: fish, chips, cup ‘o tea, bad food, worse weather, Mary fucking Poppins… LONDON.”

Vivo a Londra da 5 anni, mi sono trasferita il 17 settembre 2011: l’idea iniziale era quella di frequentare un master di un anno e tornare a casa, ma quando il momento è arrivato mi sono resa conto che non ero pronta ad andarmene. Da allora vivo con Londra un’intensa storia d’amore –  abbiamo i nostri alti e bassi, intendiamoci, ma fino a ora ci sono stati più alti, o almeno così voglio credere.
La prima cosa che ho imparato vivendo a Londra, oltre a come fare il tè perfetto (per questo vi rimando al prossimo appuntamento della rubrica), è che “London is not England”. Forse perché il londinese medio lo ripete almeno un paio di volte a conversazione, forse perché quando vivi la bellezza intensa di Londra pensi “Questo è un posto a parte”.

sadiq khan

Non si tratta solo di una delle città più multiculturali al mondo, dove la parola diversity è all’ordine del giorno e il fatto che il neo-eletto sindaco, Sadiq Khan, sia musulmano non fa troppo clamore. Ci sono angoli di Londra in cui si respirano altri mondi e altre culture: qui ho assaggiato la migliore cucina afgana, ho conosciuto la tradizione bulgara del Baba Marta, ho assistito a partite di Aussie rule, ho festeggiato il Canada day in Trafalgar square, ho imparato l’arte del turpiloquio in cinese e ho insegnato a mia volta “perle” di cultura toscana a italiani e non. Ma, purtroppo, Londra non rappresenta l’Inghilterra (o il Regno Unito): l’aria che si respira a Londra – incluso il preoccupante alto livello di polveri sottili – non  è  la stessa che si respira fuori dalla M25 (la famosa autostrada che circonda Londra quasi completamente). Sembra quasi incredibile ma una volta fuori “dalle mura” il panorama cambia decisamente, inclusione, diversità, multiculturalismo diventano concetti remoti. Ne abbiamo avuto la prova la mattina del 24 giugno quando abbiamo visto la mappa del voto.

brexit map
(cr: Tgcom24)

La risposta del sindaco Sadiq è stata semplice e rassicurante: “London is open” e “It’s not the wallls that make the city”, come dimostra la campagna che sta portando avanti, che include il “City of film” in cui attori e attrici che fanno parte dell’industria cinematografica britannica uniscono le loro forze per diffondere il messaggio che Londra è aperta – e lo fanno con le migliori citazioni cinematografiche sulla città.

Se questo non bastasse, il sindaco ha inoltre introdotto l’idea della creazione di visti speciali per coloro che vogliono lavorare a Londra in caso di una legislazione anti-immigrazione più ferrea. Ma comunque, nella comunità degli “europei all’estero” si respira un po’ di paura e si pensa al da farsi, storie di chi sta pensando ad andarsene, a sposarsi o a un qualche piano B. Il 23 giugno, infatti, non è storia passata, e nonostante la volontà di cancellare una delle pagine più buie della storia di questo paese, nonostante il periodo estivo che ci ha lasciati nel buio totale, il tema è ancora scottante, non solo tra i “foreigners”. Per qualcuno il referendum è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per altri sono state le recenti dichiarazioni di Theresa May e Amber Rudd sulle note xenofobe e populiste del “l’Inghilterra agli inglesi”. In molti viviamo questa situazione di stallo e incertezza aspettando il prossimo passo del governo, cercando ragioni per andare o ragioni per restare.

london

Mi piace discutere la questione nel mio ufficio multiculturale che si divide tra un 50% di cittadini britannici e un 50% di stranieri. In varie occasioni ho chiesto il parere dei locali; in molti dicono “non ti preoccupare queste misure influenzeranno le persone che si vogliono trasferire non quelle che sono già qui da un bel po’”. Probabilmente è vero, i cittadini europei che risiedono qui da diversi anni e hanno un lavoro fisso saranno tutelati, ma la questione è ben diversa e non si tratta solo del mio caso personale: si tratta di una nuova generazione di persone e futuri cittadini a cui potrebbero essere negate le opportunità di cui fino a ora gli europei come me, residenti nel Regno Unito, hanno goduto.

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Mi domando se i miei colleghi inglesi non si preoccupino delle nuove dichiarazioni del governo, se abbiano paura di questa spaventosa virata a destra, se siano superficiali e non pensino al di là del loro cortile o se siano semplicemente realisti e pensino che tutte queste dichiarazioni non porteranno a niente. “Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra” mi ha detto ieri la mia collega londinese: forse si tratta di semplice realismo e la certezza che tentare di fermare l’immigrazione non sia possibile e non porti davvero a niente? Però le domande da porsi sono sempre le solite: voglio davvero vivere in un paese che ha tale politica? Voglio diventare di cittadina di un paese rappresentato da questi politici? Che ne sarà di coloro che vogliono venire a studiare, lavorare, vivere qui? Sto assistendo alla fine del multiculturalismo di Londra come lo conosciamo? Quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso per me?

28 days later - 28 giorni dopo
“Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra”

Mentre le cose scorrono in un clima generale di insicurezza, il sito del governo invita alla cautela, suggerendo che il nostro status non cambia e dice che “secondo le leggi della UE se si è vissuto nel Regno Unito per almeno 5 anni si ha il diritto alla residenza permanente”. Alla domanda che mi fanno tutti, sia qui che a casa, “E tu che fai?”, la mia risposta rimane “Non so”. Credo di non essere pronta per lasciare Londra, penso di essere ancora innamorata di questa città, nonostante tutto, perché, come dice Vivienne Westwood, “Non c’è nessun altro posto come Londra. Niente di niente, da nessuna parte” e da buona ottimista voglio pensare che ogni tentativo di Theresa May, Amber Rudd, Nigel Farage, Boris Johnson e tutti questi politici xenofobi e razzisti da quattro soldi falliranno miseramente, perché Londra rimarrà sempre Londra.

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