“LA MIA CIPRO” DI CRISTINA CHIAPPINELLI: VIAGGIARE RESTANDO A SIENA – di Fausto Jannaccone

hpgoblet-hermione-portkey“Harry!” se Arthur Weasley non richiamasse il giovane Potter, il maghetto rischierebbe di restare in cima a quella collina nell’alba inglese invece di esser trasportato con i restanti Weasley, Hermione Granger ed i Diggory all’ imperdibile, sensazionale finale della Coppa del Mondo di Quidditch tra Irlanda e Bulgaria. Non aveva mai visto, Harry, una Passaporta: “(…) oggetti comuni e quotidiani spesso di scarso valore, come vecchie bottiglie, grucce, lattine ecc. in modo che se un Babbano le trovasse non sentirebbe il bisogno di raccoglierle. Una volta create, dopo aver pronunciato l’incantesimo Portus (piuttosto difficile da eseguire), possono trasportare in un determinato luogo chiunque le tocchi, oppure possono attivarsi in un momento predeterminato e trasportare nel luogo prescelto chiunque tocchi l’oggetto stesso in quel momento” (wikipedia)
Invece in “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”, quando all’inizio del racconto i quattro ragazzi protagonisti si mettono a giocare a nascondino nella vecchia villa, per ingannare il tempo e provare a divertirsi un po’, Lucy si imbatte in un alto vecchio armadio, nascosto da un grande telo bianco, che sonnecchia in una polverosa soffitta; curiosa, la bambina vi entra, e scopre che è molto di più di un semplice “Wardrobe”: è infatti una specie di portale che conduce in una terra incantata chiamata “Narnia”, abitata da fauni, streghe ed ogni sorta di essere fantastico.
Poi ci sono la Tana del Bianconiglio, lo Stargate, il libro sul Regno di Fantàsia, la Delorean ed un’infinità di altri “mezzi di trasporto” che catapulteranno di punto in bianco i vari Harry, Alice, Bastiano in un altro mondo, una realtà parallela, una dimensione fantastica, surreale, lontanissima ed inspiegabile.

Ecco quello che succede a chi voglia concedersi ai disegni di Cristina Chiappinelli: che sia Cipro, Tarquinia o Mosca il luogo raccontatoci dalla giovane illustratrice senese, il suo tratto rende tutto meno afferrabile, non riusciamo a reggerci ben saldi e rimanere con i piedi per terra. Volando dietro a Margherita sulla sua scopa o appoggiandoci per un momento ad un cuscino del simposio, rimaniamo però sempre sospesi e fluttuanti in una dimensione di sogno che ci circonda senza che riusciamo bene a comprenderla. Un po’ come quando la notte sogniamo e “percepiamo” le quinte della scena che stiamo vivendo, sappiamo di esser in un determinato posto o in un particolare momento, ma tutto resta sempre fluido e precario, lo sappiamo, ma un attimo dopo può esser svanito tutto. Questa è la magia di una cifra stilistica che ad una primo impatto può sembrare elementare ed approssimativa, ma se ci fidiamo e ci lasciamo andare ci assorbe e trasporta in avventure esotiche e bizzarre, un po’ come facevano i romanzi di Salgari con i bambini italiani dello scorso secolo.dragomanno1

I soggetti di Cristina sono quasi sempre tratte dalla letteratura, come si evince anche dalla mostra esposta negli ambienti di BiP (presso il bar Il Palio, in Piazza del Campo a Siena, fino al 05/01/2016), ma in questo caso specifico ci offre anche i colori ed i profumi dell’isola di Cipro, dove ha passato un periodo di formazione un anno fa, attraverso 10 spaccati di una terra di confine, isola isolata a metà tra occidente ed oriente.

Rubate 10 minuti a queste fredde giornate di un grigio dicembre e concedetevi il lusso di un viaggio fuori programma.

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AD OGNUNO IL PROPRIO NATALE: COME SOPRAVVIVERE ALL’IMPORT-EXPORT DELLE FESTIVITA’ – di Duccio Tripoli

In Cina il Natale non esiste, o esiste poco. Ai Cinesi del Natale non interessa affatto, o interessa poco. Come traduzione del termine, mancando completamente tutta la base culturale cristiana che contraddistingue i paesi occidentali, i cinesi hanno adottato un termine che suona ancora più generico e casuale di “Natale”. La parola in questione è 圣诞节 shèngdànjié, traducibile letteralmente con un qualcosa tipo “festa della nascita sacra”, ma riconosciuto in tutta la Cina come la festa più importante per i cugini occidentali.

duccio1aParlavo di quanto, giustamente a mio modo di vedere, ai cinesi non interessi il Natale; tuttavia, come sovente accade con l’import-export di festività, queste ultime vengono traslate in contesti a loro totalmente estranei, svuotate di significato e addobbate come mode passeggere o scuse per trascorrere una giornata diversamente dalla solita routine. In Cina, dove più o meno 50 anni fa un signore dalla fronte spaziosa lanciava la Grande Rivoluzione Culturale del Proletariato, il Natale è un altro giorno (oggettivamente ve ne sono già diversi) di shopping “matto e disperato”; una corsa ad accaparrarsi beni di consumo a prezzi ribassati per l’occasione, un venerdì nero vestito di rosso, un trionfo del capitalismo, di quello made in the USA. Salvo quei pochi puristi del Maoismo e ferventi comunisti e quella manciata di cristiani di etnia Han, la quasi totalità dei cinesi il 25 Dicembre si sveglia di buon ora per evitare le lunghe code nei negozi o attende la mezzanotte tra il 24 e il 25 per aprire ufficialmente la caccia all’acquisto dell’anno sul webbe o altrove.

Non scandalizzatevi più di tanto, anzi pensate a cosa avete fatto voi l’anno scorso in occasione del Capodanno Cinese – Festival di Primavera se preferite – o a cosa farete quest’anno. Se vi interessasse, sarà il 27 Gennaio e sarà, come ogni anno da tempo immemore, la festa più importante della Cina e di diversi altri paesi estremo-orientali. Parlando con cinesi di varia estrazione sociale e culturale, il Capodanno Cinese è la festa che più si può paragonare per importanza al nostro Natale. Inoltre, per gli amanti della geopolitica, il capodanno cinese risulta essere, ogni anno senza eccezioni da diverso tempo, la più grande migrazione umana del nostro pianeta. Come per il nostro Natale, è infatti buona tradizione in Cina tornare alla casa natia per celebrare le feste con la famiglia e i parenti più stretti, solo che in Cina nel giro di 3-4 giorni ben 450 milioni (quattrocentocinquanta milioni) di persone si muovono con treni, navi e aerei, causando uno stallo quasi totale del paese. Non scherzo, il paese si blocca, come un flipper d’annata che se agitato e malmenato troppo veementemente, va in tilt. In più, considerata la mole di tale migrazione, per giorni e giorni famiglie intere si danno il cambio per fare la fila dentro a stazioni affollatissime, consapevoli del fatto che acquisteranno un biglietto dal prezzo maggiorato e che non viaggeranno affatto comodi, visto che i treni stessi saranno letteralmente sommersi di persone. Per fornire un esempio spaventosamente pratico, vi basti pensare che la popolazione dell’Unione Europea, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale del 2013, era di 490 milioni di persone circa; è come se, durante il periodo natalizio, quasi tutti gli abitanti dell’Unione Europea si spostassero nel giro di 3 o 4 giorni per andare da qualche parte. Non male come scenario migratorio!

Cenni demografici a parte, è interessante valutare perché i cinesi abbiano importato, con valori sbagliati e nella maniera più consumistica possibile, il Natale, mentre ancora oggi in Occidente si sappia poco o niente del Capodanno Cinese o Festival di Primavera che si voglia. Ripeto, in Cina il Natale è solamente un pretesto per fare più shopping ma, specialmente nelle grandi città, si iniziano ad intravedere mastodontici alberi di natale, chilometri di lucine colorate e ghirlande innevate, che rappresentano in tutto e per tutto l’atmosfera natalizia che tanto piace a noi stranieri. I geniacci del marketing mi diranno che tutto serve a creare la cornice di festa che invoglia gli amici asiatici a spendere qualcosina in più alla maniera degli stranieri, oramai eletti ad esempio per diverse abitudini e modi di fare. Ribaltando però la questione sul piano storico e sociale, questo è un classico trend che più volte si è osservato nel lungo dipanarsi delle relazioni sino-occidentali. La presenza occidentale in estremo oriente, per quanto non troppo gradita specialmente agli inizi, vanta una storia nettamente più lunga di quella orientale in occidente; e anche le più disparate tradizioni venute da ovest, hanno avuto tempi di incubazione decisamente più lunghi per essere assimilate, accolte e imitate. Quest’ultimo termine, l’imitazione, è un altro fattore che gioca a favore dell’inclusione del natale tra le abitudini cinesi. Nella più recente storia moderna, se si pensa ad imitare, spesso si pensa ai cinesi. Detto proprio fra me e voi, pensando al termine “cinesata” si pensa sì ad un’imitazione, ma ad un’imitazione di scarsa qualità e visibilmente contraffatta. Preciso! Il Natale in Cina è proprio questo: un’imitazione contraffatta male, una ripresa esagerata con lucine e tanti ninnoli, senza alcun tipo di anima e valore. Ovviamente, anche in occidente si osserva ormai una deriva morale che sta portando il Natale ogni anno sempre di più nell’infinita spirale del consumismo sfrenato, ma (r)esistono tutt’oggi alcune eccezioni. Lungi da me l’approcciarmi al Natale in maniera spiritualmente bigotta, ma il Natale in Cina è forse un po’ troppo materiale e vuoto. Così, come mi è successo l’anno scorso, quando un’occidentale si ritrova a trascorrere le feste in Cina, tende a chiudersi tra un ristretto circolo di compatrioti europei con i quali passare le feste (o almeno un paio di pasti luculliani) come si deve. Allo stesso modo fanno i cinesi che si ritrovano a trascorrere il loro Festival di Primavera lontano da casa.

Nouvel an chinois 2015 - Paris 13e

Chissà, forse un giorno sentiremo scoppiare qualche petardo cinese o vedremo dragoni umani muoversi a festa per le vie di una città a cavallo tra Gennaio e Febbraio, anche al di fuori delle più note China Town mondiali. Personalmente non ci vedrei niente di male, nei limiti della decenza e del vivere comune, anche il Festival di Primavera è una festa che merita di essere vissuta e apprezzata. Nel frattempo, in attesa del Capodanno – quello occidentale – non mi resta che augurare a tutti i wunderlettori 圣诞节快乐 Shèngdànjié kuàilè, Buon Natale! 

PER ASPERA AD ASTRA: IL FUTURO DELL’ESPLORAZIONE SPAZIALE – di Niccolò Fattorini

Mentre l’Europa ha appena tentato per la prima volta di atterrare su Marte (per quanto ahinoi sia andata male proprio all’ultimo momento), con il lander made-in-Italy “Schiapparelli”, ci siamo chiesti quali saranno il futuro dell’esplorazione spaziale e le missioni più significative programmate per la prossima decade.

 

Da piccolo mi chiedevo sempre come doveva essere stato assistere allo sbarco umano sulla Luna, avvenuto nel luglio 1969 per mezzo dell’Apollo 11. Mio nonno mi raccontò di avervi assistito in diretta TV, confermando la spettacolarità dell’evento.buzz_salutes_the_u-s-_flag

Nonostante teorie complottiste sostengano che fu tutta una finzione1 (con lo sbarco girato magistralmente da Stanley Kubrick in un set cinematografico), dopo il picco mostrato negli anni ’70 con il programma Apollo, l’esplorazione spaziale non si è più mantenuta ai livelli di sviluppo raggiunti durante la Guerra Fredda. Le prospettive attuali, però, fanno ben sperare per il futuro.

Negli ultimi anni, grazie all’impegno di ESA e NASA, l’interesse per l’esplorazione sembra aver ripreso forza (le recenti imprese delle sonde Rosetta e New Horizons vi dicono niente?). Inoltre, grazie anche allo sforzo di agenzie asiatiche (ad es.: RKA, Russia; JAXA, Giappone), tra le sonde orbitanti (orbiter) e quelle che discenderanno sulla superficie di altri corpi celesti (lander e rover), nei prossimi anni ne vedremo delle belle2,3.

L’interesse per Marte sembra dominare. Sul pianeta rosso è pronta a sbarcare la missione InSight (NASA, lancio previsto a marzo 2018), con l’obiettivo di studiare la geofisica di Marte. Un lander equipaggiato da un sismografo e da un sensore per il flusso termico perforerà per 5 metri la superficie grazie a un braccio estensibile. La missione servirà per rilevare l’attività sismica eventualmente presente sul pianeta, il flusso termico proveniente dal suo interno, che dedurranno le dimensioni e lo stato fisico (solido o liquido) del nucleo. Nel 2020 la missione ExoMars (ESA-RKA), appena cominciata con l’arrivo dell’orbiter di qualche giorno fa, proseguirà con l’invio di un rover sulla superficie marziana, dotato di strumenti di analisi biochimica in tempo reale per andare a caccia di eventuali tracce di vita, passata o presente. La missione servirà inoltre per conoscere meglio la geochimica del pianeta e la distribuzione dell’acqua. Nello stesso anno anche una missione NASA, Mars2020, sbarcherà sul pianeta rosso con un rover che andrà a caccia di eventuali tracce di attività biologica. Entro il 2020 è stato proposto anche il lancio della missione congiunta NASA-ESA Mars Sample Return, che avrà lo scopo di riportare a Terra campioni rocciosi di suolo marziano.

press_photo_4Nel 2022 sarà la volta di Mercurio, raggiunto dalla missione Bepi-Colombo (ESA-JAXA, lancio previsto per gennaio 2017) che, con l’ausilio di due diversi orbiter, studierà la geologia, la composizione e la magnetosfera del pianeta più vicino al Sole.

Europa, Ganimede e Callisto, i satelliti di Giove – attualmente monitorato dalla sonda Juno, che ne studia la composizione esterna e la magnetosfera (fino al 2018, quando verrà risucchiata e distrutta dall’atmosfera gioviana) – saranno l’obiettivo della missione JUICE (Jupiter Icy Moon Explorer, ESA, con lancio previsto nel 2022). Europa, invece, sarà l’unico scopo della NASA per Europa Mission. Entrambe le missioni, che raggiungeranno la destinazione intorno al 2030, sono previsti diversi orbiter equipaggiati con strumenti in grado di svelare in dettaglio la struttura chimico-fisica, interna ed esterna, dei satelliti gioviani, nonché di mapparne la superficie. L’interesse è alto soprattutto per i ghiacci di Europa, sotto ai quali gli scienziati si aspettano la conferma di un oceano di acqua in grado di ospitare potenziali forme di vita.

Ma l’esplorazione futura non sarà limitata a pianeti e satelliti. La missione Osiris-Rex (NASA, lanciata un mesetto fa) raggiungerà nel 2019 l’asteroide “101955 Bennu”, con l’obiettivo di recuperarne un campione incontaminato per permettere successive analisi a Terra dei suoi costituenti (il campione sarà riportato a Terra nel 2023), mappandone le proprietà geochimiche e mineralogiche, e con l’obiettivo di effettuare misurazioni precise del moto di un asteroide potenzialmente pericoloso per la Terra.

Neanche il Sole, la nostra stella, è stato escluso dalle future esplorazioni. Ad ottobre 2018 verrà lanciato SOLO, un satellite ESA che orbiterà attorno ad esso per ottenere osservazioni ravvicinate della superficie definite come non mai, nonché per fotografarne le regioni polari (non osservabili dalla Terra).

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E oltre al Sistema Solare? Gli scenari mostrati dal film Interstellar sono ancora pura fantascienza, se mai saranno realmente percorribili. Tuttavia, l’interesse suscitato dalla ricerca dei pianeti extrasolari (compito perfettamente svolto dal telescopio Keplero, che dal 2009 ha scoperto 1284 pianeti al di fuori del Sistema Solare), sarà soddisfatto dalle missioni TESS (NASA, lancio previsto nel 2018) e Plato (ESA, lancio previsto nel 2024). La messa in orbita di questi potenti telescopi spaziali adatti a scovare esopianeti rocciosi attraverso i passaggi davanti alle proprie stelle mapperà rispettivamente fino a mezzo milione e un milione di astri di svariati tipi, con lo scopo di scoprire potenziali mondi abitabili.

Infine, pare ritornata in auge l’idea delle missioni umane. L’ultimo astronauta ha lasciato la Luna nel dicembre 1972. Il nostro satellite sembrerebbe aspettarci di nuovo nel 2024 (ESA)4, mentre nei mesi scorsi Obama ha dichiarato che entro il 2030 l’uomo andrà su Marte5, grazie anche alla collaborazione con compagnie finanziatrici private. Per Elon Musk invece, fondatore di SpaceX, compagnia che sta rivoluzionando il trasporto spaziale, l’uomo vi sbarcherà tra meno di 10 anni, in un incredibile viaggio senza ritorno per tentare la prima colonizzazione di un altrauto pianeta: la missione MarsOne. Fantascienza? Tutt’altro, secondo quando presentato da Musk durante l’ International Astronautical Congress di settembre6. Sempre se qualcuno non si divertirà a mostrarci immagini riprese in un set cinematografico.

 

Riferimenti

 

  1. http://it.ibtimes.com/siamo-davvero-stati-sulla-luna-5-risposte-chi-ne-dubita-1410385
  2. http://www.jpl.nasa.gov/missions/?type=future
  3. http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/Current_and_future_missions
  4. http://www.esa.int/Our_Activities/Human_Spaceflight/Exploration/The_European_Space_Exploration_Programme_Aurora
  5. http://www.repubblica.it/scienze/2016/10/11/news/obama_annuncia_entro_il_2030_invieremo_i_primi_uomini_su_marte-149557609/
  6. http://www.nationalgeographic.it/scienza/2016/09/28/news/elon_musk_un_milione_di_persone_su_marte_entro_il_2060_-3250501/

 

Keywords

Esplorazione spaziale; spazio; sonda; Luna; Marte; Europa; asteroidi; pianeti extrasolari; NASA; ESA; Elon Musk

Quanto vale l’arte contemporanea italiana – di Marco Ciacci

L’arte contemporanea italiana va… all’estero. Perché in Italia è frenata. Frenata da politiche fiscali svantaggiose, soprattutto rispetto agli altri mercati internazionali (Londra in primis) che, comunque, continuano a puntare molto sugli artisti del Belpaese. Tanto che l’Italia rimane al 7° posto nello speciale report di Art Price 2016, che classifica i migliori 500 artisti internazionali in base al fatturato e ai lotti venduti nelle aste.

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Rudolf Stingel, Untitled

Nella classifica al primo posto, tra gli italiani, c’è Rudolf Stingel, classe 1956 da Merano, diventato un vero caso mondiale sotto l’ala di Pinault, che raggiunge la settima posizione con 28 milioni di fatturato per 26 lotti venduti. Secondo è l’artista più chiacchierato e provocatorio che c’è nel nostro Paese: Maurizio Cattelan, che si posiziona all’11esimo. Cattelan occupa un posto di rilievo, sempre il secondo, anche nella Top 10 delle opere più costose, grazie a “Him”,  ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono) con occhi da bambino commossi e pieni di lacrime. L’opera, ovviamente discussa e controversa, è stata battuta a maggio da Christie’s New York alla cifra record di 17 milioni di dollari (il primo posto va a Basquiat che nella stessa asta ha spuntato 57 milioni).

Maurizio Cattelan, Him (2001)
Maurizio Cattelan, Him (2001)

Dopo di loro c’è comunque il vuoto. Per trovare un altro italiano, infatti, bisogna scendere al 190esimo posto dove si posiziona un genio del fumetto come Milo Manara (che ha esposto anche a Siena nel 2011) con 64 lotti venduti per un fatturato di 834 mila dollari. Segue a ruota Mimmo Paladino (833 mila dollari, 192esima posizione), che ha dipinto il Drappellone del Palio di Siena dell’agosto 1992. Insieme a Chia, Gian Marco Montesano, Bertozzi&Casoni e Pino Deodato è anche l’autore della “piastrella” della vendemmia 2015 per il Consorzio del Brunello di Montalcino.

milo manara bardot
Uno degli acquerelli che Milo Manara ha dedicato a «Madame Bardot, femme, libérée, sauvage, fière», recentemente battuti all’asta per 600mila euro.

Dopo un salto di 50 posti, troviamo un altro artista legato al Palio di Siena, come Francesco Clemente (Palio Agosto 2012) con un fatturato di 590 mila dollari, al 248esimo posto. Seguono un poverista come Giuseppe Penone (558 mila), un informale come Marcello Lo Giudice (479 mila), un concettuale come Salvo (scomparso l’anno scorso) con 477 mila dollari fatturati. Dopo troviamo due transavanguardisti come Nicola de Maria (436 mila) e Sandro Chia (401 mila), artista molto legato a Siena, sia per il Palio di agosto 1994, dedicato al congresso eucaristico nazionale svoltosi a Siena, sia perché ha scelto Montalcino, e il Castello del Romitorio, come sede fissa per il suo laboratorio artistico.

Sandro Chia Attesa 2013
Sandro Chia, Attesa (2013)

Resiste al 392esimo posto Gino De Dominicis (334 mila), centra il 422esimo Luca Pignatelli (312 mila) il cui lavoro, al pari di Stingel, va dalla figurazione all’astrazione. Unica donna italiana in classifica è Paola Pivi al 411esimo posto con 319 mila dollari fatturati per 5 lotti venduti e un record di 227 mila per singola opera.

paola pivi One cup of cappuccino then I go 2007
Paola Pivi, One cup of cappuccino then I go (2007)

 

GLI SCIENZIATI… QUESTI SCONOSCIUTI! – di Gianmaria Bonari

Vi è mai capitato di sentire un bambino che, alla domanda: “Cosa vuoi fare da grande?”, abbia risposto: “Voglio fare lo scienziato!”?

Ma se è vero che da piccoli la fervida immaginazione non pone ostacoli nel pronunciare una parola come “scienziato”, crescendo vi sarà raramente capitato di pronunciarla. Ma andiamo per gradi…
Ognuno di noi associa alla figura di uno scienziato una precisa immagine mentale. C’è chi si immaginerà una figura un po’ bizzarra vestita con un camice bianco e capelli grigiastri dal look esplosivo, intenta a preparare fumanti pozioni in un oscuro laboratorio situato nel peggior seminterrato e chi vedrà invece un curvo vecchietto con barba lunga e piccoli occhiali tondi sulla punta del naso dinanzi a lavagne e lavagne di enigmatici calcoli matematici… Ma cosa fanno davvero gli scienziati di oggi? Chi sono? Qual è la percezione che la società ha di loro? Sono uguali a quelli delle grandi scoperte del passato?
La parola “scienziato” deriva da “scienza”, dal latino Scientia, cioè il fatto di sapere, di conoscere qualche cosa (Treccani). Egli è dunque colui che è portatore di Scienza: la vuole conoscere, la scopre, la divulga ma soprattutto la dimostra. Tuttavia questi “scienziati” vi sembrano lontani anni luce; sono quelli che non incontri per strada, neppure quei personaggi che vincono i premi Nobel che talvolta compaiono in televisione.

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2016 Nobel Prize Winner Yoshinori Oshumi

Perché se così fosse in Italia allora dovremmo chiamare scienziati solo 20 persone, di cui solamente 3 attualmente viventi (Wikipedia, 2016). In realtà gli scienziati sono discretamente numerosi e molto più vicini di quanto siate portati a credere. Vediamo insieme perché…
Innanzitutto vi rivelerò che i produttori di scienza sono diffusi a vari livelli; li potrete sentire chiamare dottori, ricercatori e anche professori con precise gerarchie e ruoli. Pensate che nel 2013 si contavano in Italia ben 163.925 ricercatori (OECD, 2016) e l’Italia si piazzava quinta in Europa dopo Germania, Gran Bretagna, Francia e Spagna. Lo so che siete ancora scettici e state pensando di nuovo a vecchi pazzi che premono pulsanti su macchine rumorose e giganti. Comunque bravi, lo scetticismo è un ottimo punto di partenza. Tuttavia spero non vi deluda sapere che la maggior parte degli scienziati sono persone semplicissime, sedute accanto a te sul mezzo pubblico, che fanno la spesa al supermercato e che non hanno nulla da ostentare se non la loro spontanea curiosità. Questi signori vanno anche a prendere una birra con gli amici, non hanno auto di lusso, vanno al cinema, hanno perfino dei partner o allattano bambini. Sì, molti bravissimi scienziati, infatti, sono donne caparbie e brillanti. Non sono famosi ai più, non firmano autografi ma, più semplicemente, a loro piace vivere la vita portando avanti le loro ricerche, senza rammaricarsene. Ci sono però degli aspetti che li accumunano: sono ligi al metodo scientifico basandosi su dati certi raccolti con rigore, sono mossi da uno spirito critico senza eguali e, soprattutto, sono, come accennato precedentemente, infinitamente curiosi, perché come è noto “la curiosità muove il mondo”. Curiosi a tal punto dall’essere disposti a saltare pranzi e cene, o a dormire solo qualche ora pur di trovare risposta alle domande che si erano posti o che qualcuno si era posto prima di loro. Gli scienziati di oggi, sono quelli che hanno creato la molecola che è nella pillola che prendete prima di dormire, ma anche quelli che hanno progettato il sistema viario della tua città per ridurre il traffico; sono quelli che calcolano modelli previsionali per i sistemi franosi ancora sono quelli che ti fanno vedere un tuo caro dall’altra parte del mondo con un semplice click; sono coloro che cercano di capire come articoliamo le parole mentre parliamo o coloro che studiano lo scioglimento dei ghiacci causato dal riscaldamento globale, solo per citarne alcuni tra i più disparati.
Le scoperte della Scienza, piccole o grandi che siano, dovute a questa massa perlopiù anonima di persone, sono pubblicate all’ordine del giorno in sintetici articoli che riassumono anni di lavoro in riviste di settore e come attraverso un setaccio a maglie ultra fine, solo un’infinitesima parte di queste passano alla ribalta dei media. Pensate: solo nel 2006 circa 1 350 000 articoli scientifici sono stati pubblicati (Björk et al., 2008).gm Questi articoli compaiono in riviste che non si trovano proprio nell’edicola sotto casa, spesso sono sul web, sono scritte in inglese e si possono consultare con specifici motori di ricerca, come ad esempio Google Scholar, che è uno dei più comuni. La facilità di comunicazione che abbiamo raggiunto porta a una maggiore informazione, ma solo apparentemente a una maggiore conoscenza. Questa ondata di informazioni che ogni giorno invade i nostri computer, tablet, smartphone e molto distrattamente le nostre menti, dovrebbe infatti essere contenuta e ordinata da fonti autorevoli di verità, altrimenti potremmo tutti svegliarci una mattina atterriti dall’imminente invasione di vespe ultra velenose della Polinesia, oppure rallegrarci per la nuova miracolosa cura per l’emicrania a base di cedro marinato. Non vi risentite, anche le vostre bacheche su Facebook ne sono invase e chissà quanti di voi o dei vostri amici più o meno virtuali, avranno condiviso emerite falsità “acchiappa-click” con portentose retoriche da avvocato, simulando conoscenze fisiopatologiche da medico chirurgo con 40 anni di servizio, con capacità di divinazione straordinarie e uno spirito etico e morale che finirà per sollevare le dita dalla tastiera mettendole nella cartaccia che getterà infine a terra senza essere visto da nessuno. Conoscere la materia, controllando la fonte di ciò che si legge, e che diamine, leggerne più di una se si è veramente mossi da interesse: questo è il modo più corretto per approcciarsi alla materia. Basterebbero poche e semplici regole a limitare il perpetuarsi di scemenze! Se mi permettete vi consiglio di seguire alcune delle mie pagine Facebook preferite: “Curiosità scientifiche”, “Italia Unita per la Scienza”, “No alle Pseudoscienze”, “A Science Enthusiast” e “ScienceAlert” dove troverete un sacco di informazioni interessanti e tanti miti sfatati.
Cercate di voler bene a questi scienziati, che quando aprono Facebook si sentono morire dentro. Molti di voi sono la causa di infarti, depressioni, disturbi bipolari di questi onesti cittadini e lavoratori.
Non ricordo esattamente dove lessi per la prima volta questa frase di Norberto Bobbio ma so solo che mi è rimasta bene impressa nella mente:
“Il còmpito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccoglier certezze.”
Quindi, ricapitolando, sebbene gli Scienziati di oggi non vivano più nelle grandi corti di un tempo, sicuramente ciò che è non è cambiato è il ruolo che essi hanno nel vivere la Scienza come una vera e propria missione, per cui come le persone comuni, ogni mattina si alzano, vanno nei loro laboratori, cercano risposte o sollevano dubbi, contribuendo a portare un progresso continuo e reale nella quotidianità delle persone con azioni a medio-lungo termine per il nostro pianeta.

LA RICERCA DI UN CENTRO DI GRAVITA’ E IL BELFORT DI GENT – di Valeria Mileti Nardo

 

Una premessa personale
Fino ai diciotto anni mi sono sempre considerata un’apolide, a mio modo: sono nata a Milano ma la mia famiglia si è trasferita nella più tranquilla Legnano quando ancora ero nella culla e non sapevo dire né “mamma”, né “pappa” né “papà”. Niente radici, dunque, né a Milano, in cui uso tutt’oggi google maps per orientarmi, né a Legnano, che ho sempre considerato poco più che un dormitorio. E non poteva essere altrimenti, visto che la mia mamma è della provincia di Viterbo (Bagnoregio) e papà, benché nato a Milano, sia di padre siciliano e di mamma bagnorese. Altro fatto indicativo: i miei non si sono spostati a Milano ma a Recanati, in terra franca.
A Legnano, dunque, nessun parente, nessun amico di vecchia data per i miei genitori, nessun attaccamento alla città. Per di più, verso i sedici anni, quando ha iniziato a nascere dentro di me l’amore per la Storia dell’Arte, di arte e storia ne vedevo poca in una piccola città dell’interland milanese.
Tutto è cambiato l’11 settembre 2010. Quel giorno, a diciannove anni, mi sono trasferita a Siena per studiare Storia dell’Arte all’Università. Dopo aver sistemato la mia camera singola in via del Porrione e salutato i miei genitori, sono andata in Piazza e mi sono seduta proprio al centro, di fronte al Palazzo Pubblico. Forse era un pensiero ingenuo ma mi sembrava di aver trovato il mio posto. Ho avuto con Siena quello che in amore si chiama colpo di fulmine. Da quel giorno in poi ho conosciuto la città, la sua storia, le sue bellezze, il suo fascino, ma anche i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ho conosciuto una contrada che mi ha accolto e di cui farò parte per sempre. Col passare dei mesi e poi degli anni, capii, senza dubbio, di aver trovato il mio “centro di gravità permanente”. Battiato, ovviamente, docet.
Dopo aver perso la mia condizione di apolide, per così dire, psicologica, è stata molto dura lasciare Siena il 19 agosto scorso. Da tre mesi vivo in Belgio, o meglio, nelle Fiandre orientali, nella città di Gent, dove rimarrò per altri nove mesi.
Passare dal niente al tutto e poi ripartire da capo, per di più all’estero, non è stato semplice. Sto cercando di alleviare questa mancanza di radici che sento di nuovo bussare alla mia porta, provando a conoscere questo nuovo paese e la città che mi circonda nel miglior modo possibile. Devo ammettere che qui ho trovato un centro di gravità. Non è permanente – quello sarà per sempre Siena – ma mi accompagnerà per il resto della mia permanenza qui e, se non tornerò più a Gent, sicuramente rimarrà sempre nei miei ricordi più belli. Gent, il mio centro di gravità provvisorio ha un simbolo ben preciso: il Belfort.

Gent, Gand, Ghent; Belfort, Beffroi, Belfry

1Per un italiano, il Belgio può apparire un posto strano: clima molto piovoso in autunno e inverno (ma, nonostante l’acqua, sempre in bici!), freddo (ma qualcuno, a novembre, ancora con la giacca di jeans), cibo a tutte le ore, pochi piatti tipici (rispetto ai nostri standard), birra über alles e soprattutto tre lingue per un paese grande la metà del nord Italia: francese, fiammingo e tedesco. Per fare chiarezza sul titolo: “Gent” (pronuncia: hent) è il nome della città in fiammingo, lingua principale di Fiandra, “Gand” in francese e “Ghent” in inglese. Allo stesso modo, “Belfort” è il nome fiammingo del monumento di cui ora si parlerà, “Beffroi” è la versione francese e “Belfry” quella inglese (sì, in Belgio l’inglese lo sanno, e pure bene).
2Ma perchè, come primo articolo su Gent e il Belgio, vado proprio a parlare del Belfort, di un singolo monumento, e non di altri aspetti di questo paese, come la lingua, la divisione politica, il cibo, la birra, il cioccolato, l’art nouveau o i fumetti? Semplicemente, e forse ingenuamente, per il punto di vista con cui scrivo: potrà sembrare ridicolo o sentimentale ma ritrovare, nel bellissimo centro di Gent, questa maestosa torre civica medievale, mi ha fatto pensare al mio primo giorno a Siena, quando andai a sedermi sotto la Torre del Mangia. 3Ho provato quasi la stessa emozione, come in una specie di déjà vu. Per di più, pensare che le due torri furono edificate negli stessi anni, le ha rese, ai miei occhi, ancora più vicine.

Ma ora bando alle ciance: cercherò di tracciare un breve profilo del Belfort, accompagnato da un repertorio fotografico che ho reperito sia in rete, sia nella collezione dello STAM, il museo della storia di Gent (“stam”, in fiammingo, significa “radice”).
La storia del Belfort inizia all’incirca negli stessi anni in cui inizia quella del Palazzo Pubblico di Siena. E’ stato edificato, infatti, tra il 1313 e il 1380 sotto la guida del capomastro Jan van Haelst mentre la guglia, così come la possiamo ammirare oggi, è frutto della riedificazione del 1913 (ci torneremo più avanti). La torre, alta 95 metri, è entrata, insieme ad altre 23 torri civiche fiamminghe e 6 vallone, nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità 6dell’UNESCO.
Ma cos’è di preciso il Belfort, un edificio che si trova in molte città del Belgio, come Bruxelles, Bruges e Tornai? È essenzialmente un edificio laico, sede del potere civico e simbolo dell’autonomia, della potenza economica e dell’indipendenza della città. Inoltre, la sua maestosità serviva a imporre simbolicamente la superiorità del governo centrale sulla costellazione dei poteri nobiliari, simboleggiati da dimore sontuose.
Il termine “belfort”, infatti, deriva dall’alto tedesco “Bërvrit” che significa “preservare la pace” (o anche dai termini tedeschi “bergen”, ossia “conservare” e “Frieden”, “pace”).
Altro compito fondamentale adempiuto dal Belfort era quello di custodire gli oggetti preziosi della città, come atti e documenti ufficiali che venivano conservati, in singola copia, in massicci forzieri posti in stanze segrete: il Belfort stesso, in realtà, fungeva da monumentale forziere.7

Come vedremo meglio a breve, il Belfort è sinonimo di campane. Se i rintocchi delle chiese e delle basiliche scandivano i momenti della vita religiosa, erano quelle delle torri civiche ad accompagnare la vita quotidiana civile e laica. Il Belfort è infatti associato al carillon: un sistema articolato e complesso formato da decine e decine di campane dai toni diversi, ognuna con un preciso significato. Inoltre, in combinazione tra loro, le campane potevano lanciare diversi messaggi alla popolazione.

Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane
Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane

Entriamo nei particolari: per edificare tutti e sei i piani della maestosa torre, il cantiere è proseguito per circa otto anni, dal 1313 al 1380; solamente per la sommità del Belfort, i costruttori sono stati impegnati per tre anni, dal 1377 al 1380: l’aspetto della guglia del Belfort, che caratterizza fortemente il panorama della città fiamminga, non era tuttavia, nell’anno domini 1380 come la possiamo contemplare oggi. Nel 1380, il Draak, ovvero il drago segnavento simbolo della custodia del tesoro, fu posizionato su una guglia lignea temporanea.vale6

Nei secoli, questa sommità provvisoria è stata come una tela bianca su cui architetti e progettisti hanno impresso la loro idea progettuale, cambiando di continuo lo skyline della città. L’ottocento poi, con l’avvento dei nuovi materiali edificativi, ha dato il suo contributo, regalando alla città una guglia in ghisa in stile neogotico, progettata dall’architetto Louis Roelandt.12

 

 

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Léon Spillaert, Bozzetto per un manifesto dell’Esposizione Universale di Gent, tecnica mista su carta, 12×8 cm, 1913, Gent, STAM (il bozzetto risale senza dubbio a prima dell’intervento di ripristino di Vaerwyck)

14E arriviamo al Novecento, più precisamente nel 1913, anno dell’Esposizione Universale tenutasi proprio nel capoluogo delle Fiandre Orientali. Questo importante avvenimento ha portato grandi novità nel panorama architettonico della città, novità che hanno coinvolto anche il Belfort. La sommità, infatti, venne riedificata ex novo secondo il progetto dell’architetto Valentin Vaerwyck che si basò esclusivamente sul progetto trecentesco dell’edificio che si può ammirare nelle collezioni del museo STAM. Fino al 1913, infatti, l’aspetto del Belfort, come si può vedere in numerose testimonianze fotografiche coeve, era molto diverso. Il monumento, come lo vediamo oggi, è dunque frutto dell’intervento di “ripristino” dell’antico condotto da Vaerwyck, perfettamente in linea con la tendenza ottocentesca e primo-novecentesca di “recupero” dell’antico piuttosto che di conservazione delle preesistenze storicizzate.
Ma torniamo al Medioevo: nel XV secolo, precisamente dal 1442, il Belfort di Gent era anche la sede delle guardie civiche che, insieme ai trombettisti, formavano il corpo di vigilanza della città, associato ai rintocchi delle campane che fungevano da eventuali allarmi per la popolazione. Per essere più precisi, una sola campana aveva la funzione di “campana dell’allerta”: la “Klokke Roeland” che prende il nome dal mitico paladino Rolando e che è stata posizionata nel Belfort nel 1325. Era proprio la Klokke Roeland che, se suonava dopo i rintocchi di altre tre piccole campane dai toni diversi, dava il segnale di allerta.22
Questo carillon formato da una manciata di campane, è stato col tempo ingrandito fino a comprenderne ben 54.
La Klokke Roeland del 1325 venne rifusa nel 1659 e trasformata in un carillon di 40 campane. La più grande di queste mantenne il nome di klokke Roeland ma, quando nel 1914 il carillon iniziò ad essere azionato ad elettricità, la nuova grande campana si fessurò e venne rimossa dal Belfort e adagiata sulla piazza adiacente al monumento. Dopo il restauro del 2001 e i nuovi interventi architettonici che hanno interessato il centro della città proprio nei primi anni 2000, la klokke venne spostata nella zona adiacente alla chiesa di Sint-Niklaas, incastonata in una struttura di cemento armato.

L’attuale carillon che si può vedere (e sentire!) all’interno del Belfort è composto dunque ancora dalle campane del 1659, nate dal materiale fuso della klokke trecentesca, e da una nuova Roeland del 1948.24
Il ruolo di guardia, simboleggiato in modo emblematico dal grande drago del 1377, è stato rivestito dal maestoso edificio fino a tempi relativamente recenti (1869). Osservando attentamente l’edificio, si notano dei particolari molto eloquenti che collegano ulteriormente l’edificio al suo ruolo di costruzione di sorveglianza: ai quattro angoli della costruzione trecentesca sono addossate delle sculture di cavalieri in arme, con tanto di armatura e ampio scudo. Queste sculture, moderne, si rifanno agli originali antichi. Delle quattro sculture originali, tuttavia, è sopravvissuta solo una, un tempo nel “Musée lapidaire” di Gent e oggi conservata nella hall del Belfort insieme ad altre tre copie.26

Questa affascinante torre polifunzionale non si staglia solitaria nel centro di Gent. Come la Torre del Mangia è parte integrante del Palazzo Pubblico di Siena, il Belfort è affiancato dalla bellissima Halle aux Draps (in fiammingo “Lakenhalle”) un edificio, simbolo della prosperità economica nelle città medievali, tutto quattrocentesco (1425-1441) ma rimaneggiato nel 1907.
29Il Belfort e la Lakenhalle dalla piazza di Sint-Baafs
Una curiosità legata alla Lakenhalle di Gent è rappresentata dal grande altorilievo apposto a un piccolo edificio settecentesco addossato alla parete meridionale del Belfort e alla Lakenhalle stessa: esso raffigura il “Mammelokker” e risale al 1741. L’altorilievo raffigura il mito di Cimone e Pero, o della Caritas Romana: il vecchio Cimone, condannato a morire di fame in una prigione, sarebbe sopravvissuto bevendo ogni giorno il latte materno della figlia che si recava da lui in visita. Il nome “Mammelokker” ha un’etimologia rivelatrice: se “mamme” infatti significa “seno” e “lokken” invece “succhiare”, vediamo che il temine significa “colui che succhia dal seno” e si riferisce, di conseguenza, a Cimone.31

Ma perchè richiamare il mito della Caritas Romana (o del Mammelokker) sulla facciata di questo piccolo edificio addossato al Belfort e alla Lakehanlle? In effetti, la scelta di questo soggetto non fu affatto dettata dal caso ma dalla volontà di simboleggiare una funzione specifica della lakenhalle, o meglio, della sua cripta: quella di prigione.
E ora, per concludere, veniamo al maestoso “Gulden Draak” (drago d’oro) di 3,55 metri che svetta sulla sommità del Belfort. Abbiamo visto che l’edificio è stato soggetto a cospicui cambiamenti e anche il suo particolare simbolo non è stato da meno. 36Già si è accennato al fatto che la grande scultura di rame risalga al 1377 ma, guardando con attenzione il drago che si staglia sulla città, si nota che si tratta di una copia moderna, precisamente di una copia del 1913, posizionata ai tempi dell’intervento di Vaerwyck, in occasione dell’Esposizione Universale. L’esemplare originale del 1377, corroso per l’esposizione secolare al caldo, al freddo e alle intemperie, si conserva all’interno del Belfort. Vedere il draak da vicino permette di osservare la maestria degli artisti e artigiani medievali che hanno realizzato un’opera complessa, ricca di saldature che quasi accompagnano e sottolineano le linee di forza di questo magnifico dragone.33
Sul maestoso drago esiste una leggenda abbastanza articolata, di origine medievale: pare che la scultura dorata ornasse la prua della nave con cui Sigrid Magnusson partí per la III Crociata. Il condottiero nordico, in quel d’Oriente, avrebbe fatto dono del drago all’imperatore di Costantinopoli che issò la scultura sulla cupola della Basilica di Santa Sofia. Cento anni dopo questi fatti, il drago venne acquisito da Balduino IX Conte di Fiandra che lo portò a Bruges. Soltanto nel 1382, in seguito alla battaglia di Beverhoutsveld, Gent riuscí a mettere le mani sul maestoso drago che venne posizionato in cima al Belfort e divenne poi il simbolo della città fiamminga.
Una curiosità, unita a una confessione: ammetto, prima di tutto, che questa leggenda l’ho letta sull’elegante cartone della birra di Gent “Gulden Draak”, appositamente testata per voi lettori!! Scrivendo sul Belfort e sul suo Draak, non potevo concludere senza fare un breve cenno a questa ottima birra, ispirata proprio al simbolo del Belfort, prodotta dalla “Brouwerij Van Steenberge” e servita nel suo caratteristico bicchiere che dovrebbe richiamare la forma di un uovo di drago nel suo nido!
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