LA RICERCA DI UN CENTRO DI GRAVITA’ E IL BELFORT DI GENT – di Valeria Mileti Nardo

 

Una premessa personale
Fino ai diciotto anni mi sono sempre considerata un’apolide, a mio modo: sono nata a Milano ma la mia famiglia si è trasferita nella più tranquilla Legnano quando ancora ero nella culla e non sapevo dire né “mamma”, né “pappa” né “papà”. Niente radici, dunque, né a Milano, in cui uso tutt’oggi google maps per orientarmi, né a Legnano, che ho sempre considerato poco più che un dormitorio. E non poteva essere altrimenti, visto che la mia mamma è della provincia di Viterbo (Bagnoregio) e papà, benché nato a Milano, sia di padre siciliano e di mamma bagnorese. Altro fatto indicativo: i miei non si sono spostati a Milano ma a Recanati, in terra franca.
A Legnano, dunque, nessun parente, nessun amico di vecchia data per i miei genitori, nessun attaccamento alla città. Per di più, verso i sedici anni, quando ha iniziato a nascere dentro di me l’amore per la Storia dell’Arte, di arte e storia ne vedevo poca in una piccola città dell’interland milanese.
Tutto è cambiato l’11 settembre 2010. Quel giorno, a diciannove anni, mi sono trasferita a Siena per studiare Storia dell’Arte all’Università. Dopo aver sistemato la mia camera singola in via del Porrione e salutato i miei genitori, sono andata in Piazza e mi sono seduta proprio al centro, di fronte al Palazzo Pubblico. Forse era un pensiero ingenuo ma mi sembrava di aver trovato il mio posto. Ho avuto con Siena quello che in amore si chiama colpo di fulmine. Da quel giorno in poi ho conosciuto la città, la sua storia, le sue bellezze, il suo fascino, ma anche i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ho conosciuto una contrada che mi ha accolto e di cui farò parte per sempre. Col passare dei mesi e poi degli anni, capii, senza dubbio, di aver trovato il mio “centro di gravità permanente”. Battiato, ovviamente, docet.
Dopo aver perso la mia condizione di apolide, per così dire, psicologica, è stata molto dura lasciare Siena il 19 agosto scorso. Da tre mesi vivo in Belgio, o meglio, nelle Fiandre orientali, nella città di Gent, dove rimarrò per altri nove mesi.
Passare dal niente al tutto e poi ripartire da capo, per di più all’estero, non è stato semplice. Sto cercando di alleviare questa mancanza di radici che sento di nuovo bussare alla mia porta, provando a conoscere questo nuovo paese e la città che mi circonda nel miglior modo possibile. Devo ammettere che qui ho trovato un centro di gravità. Non è permanente – quello sarà per sempre Siena – ma mi accompagnerà per il resto della mia permanenza qui e, se non tornerò più a Gent, sicuramente rimarrà sempre nei miei ricordi più belli. Gent, il mio centro di gravità provvisorio ha un simbolo ben preciso: il Belfort.

Gent, Gand, Ghent; Belfort, Beffroi, Belfry

1Per un italiano, il Belgio può apparire un posto strano: clima molto piovoso in autunno e inverno (ma, nonostante l’acqua, sempre in bici!), freddo (ma qualcuno, a novembre, ancora con la giacca di jeans), cibo a tutte le ore, pochi piatti tipici (rispetto ai nostri standard), birra über alles e soprattutto tre lingue per un paese grande la metà del nord Italia: francese, fiammingo e tedesco. Per fare chiarezza sul titolo: “Gent” (pronuncia: hent) è il nome della città in fiammingo, lingua principale di Fiandra, “Gand” in francese e “Ghent” in inglese. Allo stesso modo, “Belfort” è il nome fiammingo del monumento di cui ora si parlerà, “Beffroi” è la versione francese e “Belfry” quella inglese (sì, in Belgio l’inglese lo sanno, e pure bene).
2Ma perchè, come primo articolo su Gent e il Belgio, vado proprio a parlare del Belfort, di un singolo monumento, e non di altri aspetti di questo paese, come la lingua, la divisione politica, il cibo, la birra, il cioccolato, l’art nouveau o i fumetti? Semplicemente, e forse ingenuamente, per il punto di vista con cui scrivo: potrà sembrare ridicolo o sentimentale ma ritrovare, nel bellissimo centro di Gent, questa maestosa torre civica medievale, mi ha fatto pensare al mio primo giorno a Siena, quando andai a sedermi sotto la Torre del Mangia. 3Ho provato quasi la stessa emozione, come in una specie di déjà vu. Per di più, pensare che le due torri furono edificate negli stessi anni, le ha rese, ai miei occhi, ancora più vicine.

Ma ora bando alle ciance: cercherò di tracciare un breve profilo del Belfort, accompagnato da un repertorio fotografico che ho reperito sia in rete, sia nella collezione dello STAM, il museo della storia di Gent (“stam”, in fiammingo, significa “radice”).
La storia del Belfort inizia all’incirca negli stessi anni in cui inizia quella del Palazzo Pubblico di Siena. E’ stato edificato, infatti, tra il 1313 e il 1380 sotto la guida del capomastro Jan van Haelst mentre la guglia, così come la possiamo ammirare oggi, è frutto della riedificazione del 1913 (ci torneremo più avanti). La torre, alta 95 metri, è entrata, insieme ad altre 23 torri civiche fiamminghe e 6 vallone, nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità 6dell’UNESCO.
Ma cos’è di preciso il Belfort, un edificio che si trova in molte città del Belgio, come Bruxelles, Bruges e Tornai? È essenzialmente un edificio laico, sede del potere civico e simbolo dell’autonomia, della potenza economica e dell’indipendenza della città. Inoltre, la sua maestosità serviva a imporre simbolicamente la superiorità del governo centrale sulla costellazione dei poteri nobiliari, simboleggiati da dimore sontuose.
Il termine “belfort”, infatti, deriva dall’alto tedesco “Bërvrit” che significa “preservare la pace” (o anche dai termini tedeschi “bergen”, ossia “conservare” e “Frieden”, “pace”).
Altro compito fondamentale adempiuto dal Belfort era quello di custodire gli oggetti preziosi della città, come atti e documenti ufficiali che venivano conservati, in singola copia, in massicci forzieri posti in stanze segrete: il Belfort stesso, in realtà, fungeva da monumentale forziere.7

Come vedremo meglio a breve, il Belfort è sinonimo di campane. Se i rintocchi delle chiese e delle basiliche scandivano i momenti della vita religiosa, erano quelle delle torri civiche ad accompagnare la vita quotidiana civile e laica. Il Belfort è infatti associato al carillon: un sistema articolato e complesso formato da decine e decine di campane dai toni diversi, ognuna con un preciso significato. Inoltre, in combinazione tra loro, le campane potevano lanciare diversi messaggi alla popolazione.

Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane
Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane

Entriamo nei particolari: per edificare tutti e sei i piani della maestosa torre, il cantiere è proseguito per circa otto anni, dal 1313 al 1380; solamente per la sommità del Belfort, i costruttori sono stati impegnati per tre anni, dal 1377 al 1380: l’aspetto della guglia del Belfort, che caratterizza fortemente il panorama della città fiamminga, non era tuttavia, nell’anno domini 1380 come la possiamo contemplare oggi. Nel 1380, il Draak, ovvero il drago segnavento simbolo della custodia del tesoro, fu posizionato su una guglia lignea temporanea.vale6

Nei secoli, questa sommità provvisoria è stata come una tela bianca su cui architetti e progettisti hanno impresso la loro idea progettuale, cambiando di continuo lo skyline della città. L’ottocento poi, con l’avvento dei nuovi materiali edificativi, ha dato il suo contributo, regalando alla città una guglia in ghisa in stile neogotico, progettata dall’architetto Louis Roelandt.12

 

 

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Léon Spillaert, Bozzetto per un manifesto dell’Esposizione Universale di Gent, tecnica mista su carta, 12×8 cm, 1913, Gent, STAM (il bozzetto risale senza dubbio a prima dell’intervento di ripristino di Vaerwyck)

14E arriviamo al Novecento, più precisamente nel 1913, anno dell’Esposizione Universale tenutasi proprio nel capoluogo delle Fiandre Orientali. Questo importante avvenimento ha portato grandi novità nel panorama architettonico della città, novità che hanno coinvolto anche il Belfort. La sommità, infatti, venne riedificata ex novo secondo il progetto dell’architetto Valentin Vaerwyck che si basò esclusivamente sul progetto trecentesco dell’edificio che si può ammirare nelle collezioni del museo STAM. Fino al 1913, infatti, l’aspetto del Belfort, come si può vedere in numerose testimonianze fotografiche coeve, era molto diverso. Il monumento, come lo vediamo oggi, è dunque frutto dell’intervento di “ripristino” dell’antico condotto da Vaerwyck, perfettamente in linea con la tendenza ottocentesca e primo-novecentesca di “recupero” dell’antico piuttosto che di conservazione delle preesistenze storicizzate.
Ma torniamo al Medioevo: nel XV secolo, precisamente dal 1442, il Belfort di Gent era anche la sede delle guardie civiche che, insieme ai trombettisti, formavano il corpo di vigilanza della città, associato ai rintocchi delle campane che fungevano da eventuali allarmi per la popolazione. Per essere più precisi, una sola campana aveva la funzione di “campana dell’allerta”: la “Klokke Roeland” che prende il nome dal mitico paladino Rolando e che è stata posizionata nel Belfort nel 1325. Era proprio la Klokke Roeland che, se suonava dopo i rintocchi di altre tre piccole campane dai toni diversi, dava il segnale di allerta.22
Questo carillon formato da una manciata di campane, è stato col tempo ingrandito fino a comprenderne ben 54.
La Klokke Roeland del 1325 venne rifusa nel 1659 e trasformata in un carillon di 40 campane. La più grande di queste mantenne il nome di klokke Roeland ma, quando nel 1914 il carillon iniziò ad essere azionato ad elettricità, la nuova grande campana si fessurò e venne rimossa dal Belfort e adagiata sulla piazza adiacente al monumento. Dopo il restauro del 2001 e i nuovi interventi architettonici che hanno interessato il centro della città proprio nei primi anni 2000, la klokke venne spostata nella zona adiacente alla chiesa di Sint-Niklaas, incastonata in una struttura di cemento armato.

L’attuale carillon che si può vedere (e sentire!) all’interno del Belfort è composto dunque ancora dalle campane del 1659, nate dal materiale fuso della klokke trecentesca, e da una nuova Roeland del 1948.24
Il ruolo di guardia, simboleggiato in modo emblematico dal grande drago del 1377, è stato rivestito dal maestoso edificio fino a tempi relativamente recenti (1869). Osservando attentamente l’edificio, si notano dei particolari molto eloquenti che collegano ulteriormente l’edificio al suo ruolo di costruzione di sorveglianza: ai quattro angoli della costruzione trecentesca sono addossate delle sculture di cavalieri in arme, con tanto di armatura e ampio scudo. Queste sculture, moderne, si rifanno agli originali antichi. Delle quattro sculture originali, tuttavia, è sopravvissuta solo una, un tempo nel “Musée lapidaire” di Gent e oggi conservata nella hall del Belfort insieme ad altre tre copie.26

Questa affascinante torre polifunzionale non si staglia solitaria nel centro di Gent. Come la Torre del Mangia è parte integrante del Palazzo Pubblico di Siena, il Belfort è affiancato dalla bellissima Halle aux Draps (in fiammingo “Lakenhalle”) un edificio, simbolo della prosperità economica nelle città medievali, tutto quattrocentesco (1425-1441) ma rimaneggiato nel 1907.
29Il Belfort e la Lakenhalle dalla piazza di Sint-Baafs
Una curiosità legata alla Lakenhalle di Gent è rappresentata dal grande altorilievo apposto a un piccolo edificio settecentesco addossato alla parete meridionale del Belfort e alla Lakenhalle stessa: esso raffigura il “Mammelokker” e risale al 1741. L’altorilievo raffigura il mito di Cimone e Pero, o della Caritas Romana: il vecchio Cimone, condannato a morire di fame in una prigione, sarebbe sopravvissuto bevendo ogni giorno il latte materno della figlia che si recava da lui in visita. Il nome “Mammelokker” ha un’etimologia rivelatrice: se “mamme” infatti significa “seno” e “lokken” invece “succhiare”, vediamo che il temine significa “colui che succhia dal seno” e si riferisce, di conseguenza, a Cimone.31

Ma perchè richiamare il mito della Caritas Romana (o del Mammelokker) sulla facciata di questo piccolo edificio addossato al Belfort e alla Lakehanlle? In effetti, la scelta di questo soggetto non fu affatto dettata dal caso ma dalla volontà di simboleggiare una funzione specifica della lakenhalle, o meglio, della sua cripta: quella di prigione.
E ora, per concludere, veniamo al maestoso “Gulden Draak” (drago d’oro) di 3,55 metri che svetta sulla sommità del Belfort. Abbiamo visto che l’edificio è stato soggetto a cospicui cambiamenti e anche il suo particolare simbolo non è stato da meno. 36Già si è accennato al fatto che la grande scultura di rame risalga al 1377 ma, guardando con attenzione il drago che si staglia sulla città, si nota che si tratta di una copia moderna, precisamente di una copia del 1913, posizionata ai tempi dell’intervento di Vaerwyck, in occasione dell’Esposizione Universale. L’esemplare originale del 1377, corroso per l’esposizione secolare al caldo, al freddo e alle intemperie, si conserva all’interno del Belfort. Vedere il draak da vicino permette di osservare la maestria degli artisti e artigiani medievali che hanno realizzato un’opera complessa, ricca di saldature che quasi accompagnano e sottolineano le linee di forza di questo magnifico dragone.33
Sul maestoso drago esiste una leggenda abbastanza articolata, di origine medievale: pare che la scultura dorata ornasse la prua della nave con cui Sigrid Magnusson partí per la III Crociata. Il condottiero nordico, in quel d’Oriente, avrebbe fatto dono del drago all’imperatore di Costantinopoli che issò la scultura sulla cupola della Basilica di Santa Sofia. Cento anni dopo questi fatti, il drago venne acquisito da Balduino IX Conte di Fiandra che lo portò a Bruges. Soltanto nel 1382, in seguito alla battaglia di Beverhoutsveld, Gent riuscí a mettere le mani sul maestoso drago che venne posizionato in cima al Belfort e divenne poi il simbolo della città fiamminga.
Una curiosità, unita a una confessione: ammetto, prima di tutto, che questa leggenda l’ho letta sull’elegante cartone della birra di Gent “Gulden Draak”, appositamente testata per voi lettori!! Scrivendo sul Belfort e sul suo Draak, non potevo concludere senza fare un breve cenno a questa ottima birra, ispirata proprio al simbolo del Belfort, prodotta dalla “Brouwerij Van Steenberge” e servita nel suo caratteristico bicchiere che dovrebbe richiamare la forma di un uovo di drago nel suo nido!
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