LIKE ERGO SUM, ovvero CHI HA UCCISO UMBERTO E TULLIO – di Viola Lapisti

Avete presente quella scena del film Confusi e felici (di Massimo Bruno – 2014) in cui Caterina Guzzanti, nelle vesti di una paziente in terapia di coppia, pronuncia un “CIAONE” davanti al suo psicologo Claudio Bisio?
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Ecco, ultimamente mi sono ritrovata varie volte a pensare a questa scena, non tanto per l’interpretazione degli attori o per la gradevolezza o meno della commedia, quanto per l’uso di quella parolina, proprio quella, “Ciaone”, in un
film.
E mi sono chiesta, ma come ha fatto questa espressione ad entrare nel linguaggio gergale del nostro Paese in così poco tempo e con
questa dirotta smania? Premetto che parlo da persona particolarmente deformata nell’animo e nella mente a causa di un certo percorso di vita e di studi, di cui non staremo certo qui a narrare poiché non ci importa una mazza, piuttosto poco incline all’accettazione delle mode in generale e di quelle gergali in particolare, sommamente infastidita e poco tollerante verso l’uso degli slang giovanilisti correnti. Ma dico, ci piace davvero così tanto usare termini di questo tipo, cui nello stesso esatto momento in cui vengono pronunciati da qualche parte, in questo Paese, c’è un filologo dell’Accademia della Crusca che muore e un Vocabolario Treccani che prende fuoco per auto combustione?
Me lo sono chiesta e forse mi sono anche data una risposta, la questione è proprio quel “ci piace davvero” usarli? Pensate a questo, a quel verbo piacere, pensate alla frase “a me piace”. Qual è la prima cosa che vi viene in mente? Oso buttare là risposta: non state forse pensando al “mi piace” al “like”? Non sarà che il vostro primo pensierino inconscio è andato a quel pollice all’insù, diretta conseguenza di quel clic che date distrattamente mentre state facendo la pausa kaffeeeè, o siete in autobus, o siete in fila alla cassa del Conad, o che date anche mentre magari state parlando con qualcuno o mentre state distrattamente leggendo questo articolo?
Che cos’è quel “Mi piace”? È un segnale che ci siamo? O che forse non
sappiamo fino in fondo se “ci piace” davvero? Lo usiamo semplicemente per dare la conferma che siamo presenti lì, alla percezione di quel contesto, di quell’avvenimento a cui stiamo assistendo e che quindi, in qualità di essere presente alle vicende postate da un qualsiasi tu generico, diamo la nostra opinione. La quale altro non è che il nostro benestare.
Che quella foto o quel post ci piaccia veramente è argomento secondario, più importante è esserci, averlo assistito, likato, cliccato. Il meccanismo poi è pressoché lo stesso per chi il like lo riceve: a chi lo riceve non importa più ormai se all’amico di turno è piaciuto il suo post o la sua foto, ma quanti sono numericamente i like che ha ricavato da quella foto, da quel post, ed il numero che ne risulterà contribuirà ad innalzare o ad abbassare
la sua autostima. Il Ciaone si colloca lì: esattamente tra il like ricevuto sotto a quella foto o sotto a quel post e la sua didascalia. Essendo termine in voga, è facile: più lo usi, più piaci, più ci sei, più sei visibile.
Sapevate che #ciaone è da qualche anno il nome di uno dei gusti preferiti di una famosissima gelateria di Roma?
ciaoneArrivati a questo risultato, perché mai storcere la bocca quando anche il nostro ex Primo Ministro, scoperto il fascino del #ciaone fin dall’esperimento infelice in cui lo utilizzò per sbeffeggiare chi aveva creduto nel Referendum delle trivelle, ci continua a dilettare – ahinoi – sui suoi molteplici impieghi e
destinazioni?
L’uso di un certo linguaggio, di un lessico appropriato per parlare chiaro, popolare, familiare e ruffiano ad un pubblico dei più vasti ed eterogenei, mi direte, è argomento dei più grandi trattati di Retorica da secoli e secoli ancor prima della nascita di Sallustio e Cicerone, buonanime. Ma a tutto, gente, c’è un limite, soprattutto perché non stiamo parlando di trattati di Eloquenza.
C’è una intera generazione di belli, rampanti e in carriera che troviamo, ad esempio, tra gli imprenditori, tra i politici e tra i bloggers (o peggio ancora, tra i fashion bloggers!), che ci sta dirottando verso un revisionismo linguistico e verso un nuovo “stile” comunicativo che non sono poi così sicura possa conservare anche dei contenuti oltre che un’evidente efficacia comunicativa. Questa generazione parla più tra i social che in piazza, lo sappiamo bene ormai, ci mette in contatto con ciò che accade non più dalle pagine di un quotidiano, ma tramite un tag ricevuto ad un evento mondano. Ha un linguaggio fresco, “giovane”, diretto, friendly, informale e confidenziale fatto di camicia bianca e mano in tasca, di hashtag e di selfie. È un modo di comunicare che è credibile grazie al consenso e alla forza riproduttiva che suscita, ma non lo è per la veridicità e verificabilità dei suoi contenuti.
Quindi, vogliamo che non esista più un filtro e che tutti questi
soggetti sopracitati dal cinema, alla politica, ai social, al gourmet, al glamour si collochino in un unico flusso dialettico in cui invenzioni popolari possano essere confuse per perle da costituzionalisti e alcune infelici uscite istituzionali per chiacchere tra amici sul socializzatore? vastita
Di qui si dipanerà, ne sono certa, la vostra suprema e unanime risposta che immagino abbia attinenza con la vastità del c… che ve ne frega. Che, non fraintendetemi, come filosofia di sopravvivenza io, su la vastità del c… che me ne frega, credo moltissimo. Quest’anno, ad esempio, ho deciso che, oltre all’agenda dove quotidianamente annoto i miei impegni, non potevo cominciareadeguatamente il 2017 senza un’altra agenda, in cui annotare quotidianamente le cose che fanno parte della vastità del c… che me ne frega e delle quali mi importerà sempre la vastità del c… che me ne frega. È molto terapeutico tra l’altro, ve lo consiglio. Però ecco, basta. Vi prego, basta ammorbarci la vita con i post di foto e foto in cui ci siete voi a braccia spalancate davanti al Grand Canyon, o davanti al deserto del Sahara, o con le mani che si allargano al cielo su un fiordo in Norvegia perché basta, ci spezzate la poesia e non date nemmeno dignità a quei luoghi ameni. Tralasciando il fatto che la vastità del c… che ve ne frega è un’espressione gergale passata di moda nello stesso istante in cui avete iniziato ad usarla, istante che, sappiatelo, si colloca più o meno tra la morte di Umberto Eco e quella di Tullio De Mauro che sì, erano molto anziani, ma comincio a chiedermi se veramente non li abbiamo uccisi noi: Umberto col Ciaone e Tullio con la Vastità del c… che ce ne frega , chiediamoci se il loro immane contributo, a questo punto, sia da considerarsi morto insieme a loro, a meno che non vogliamo che lo diventi. ecodema
Per concludere, laddove purtroppo non c’è tristemente da ridere, condividerò con voi le mie conclusioni sulla motivazione per cui, cari
socializzatori, abbiamo #mainagioia.
Mainagioia che – chiariamo – è pur sempre quell’espressione aberrante cui evidentemente abbiamo la necessità di ricorrere qualora vogliamo condividere le mancate gioie di una giornata o della vita in generale, non è che l’illusione di un qualcosa che ci auguriamo sia possibile, ma che molto probabilmente non lo sarà mai. Ed è altrettanto probabile, tra l’altro, che riguardo alla quantità e all’entità delle nostre mancate gioie quotidiane, c’è
un’altrettanta, un’infinita vastità del c… che alla maggior parte dei
nostri amici del Villaggio globale di McLuhan gliene frega. Facciamocene una ragione. Quindi ecco che anche di questa, può darsi sia diventato troppo deprimente farne ancora uso. Anche perché sto iniziando a nutrire una certa ansia per la salute di Andrea De Benedetti.
mainagCerchiamo di pensare ogni tanto, a quanta parte della nostra esclusiva sensibilità, a quanta parte di idee, di inclinazioni, di gusti e personalità abbiamo tradito e accantonato per assistere all’omologazione totale, becera e indistinta di questa massa cieca di civiltà in questo preciso momento storico. Nella quale ci hanno portato a diventare, o siamo voluti diventare, ciò che socializziamoCerchiamo di riconoscere che, dopo il primo like, abbiamo venduto l’anima a quella realtà che, purtroppo non è la vera realtà, ma la socializzazione della realtà. E che in questo Villaggio esistono già da tempo tutti i segni tangibili per la nostra spersonalizzazione come individui e come comunità, vuoto contenitore di singoli senza alcuna relazione afferente tra loro se non la rete sociale, il servizio di social networking cui siamo ininterrottamente connessi.
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GLI INTERESSI EUROPEI NELL’ERA DI TRUMP – di Filippo Secciani

Lo abbiamo capito fin dall’inizio. Trump non doveva fare il presidente. Almeno questa era la ferma posizione della corrente liberal, statunitense e mondiale. Giornalisti, intellettuali, attori, sportivi, semplici cittadini si sono arruolati in unico movimento per combattere il mostro dai capelli arancioni e mobilitarsi in sostegno della “democratica” Hillary Clinton. Se per un elettore americano è legittimo impegnarsi politicamente per il candidato da cui maggiormente si sente rappresentato, ci risulta sinceramente di difficile comprensione la mobilitazione aprioristica di una certa intellighenzia italiana (ed europea), da sempre incensante di se stessa e della propria superiorità morale, verso una candidata che ha ben poco a cuore “gli interessi europei”. Si perché alla fine dovrebbe ridursi tutto a questo… Valutare quale sia il presidente maggiormente conveniente per noi, che abbiamo scritto sul passaporto Italia ed Unione Europea. Allora avremmo dovuto ripensare al ruolo di Obama e Clinton nelle tragicomiche Primavere Arabe, nella caduta di Gheddafi e la conseguente guerra civile libica, alla crisi siriana, all’Ucraina, alle sanzioni contro l’Iran, PRISM e così via. Dal 2008 fino alle elezioni dell’8 novembre 2016. Ciò non vuol dire che Donald Trump fosse il candidato perfetto, anzi, o che in sella al suo bianco destriero giungerà per risollevare l’Europa e l’Italia. Basandoci però sulla sua campagna elettorale e sulle dichiarazioni fatte come presidente eletto, una buona parte di interessi economico/politici dei due blocchi occidentali sembrano coincidere e questo è tutto ciò che ci deve interessare.
– In primo luogo il rapporto con la Russia. Tralasciando le accuse a Putin di aver fatto vincere il tycoon, che lasciano il tempo che trovano, la cessazione delle sanzioni verso Mosca darebbe nuova linfa all’export italiano crollato in seguito al blocco economico (a luglio 2014, cioè a pochi mesi dallo scoppio della crisi di Crimea, l’Italia aveva una quota di mercato del 7,7%, ovvero era il quarto paese per export verso la Russia). A risentire maggiormente delle sanzioni sono state le aziende meccaniche, dell’alta moda e mezzi di trasporto, seguite da arredamento ed agroalimentare. La politica di distensione ed apertura verso Putin potrebbe inoltre garantire quella sensazione di normalizzazione e di stabilità che adesso manca in tutta la regione euroasiatica e baltica. Il tutto a beneficio dell’Europa stessa che vedrebbe tranquillizzarsi i suoi confini orientali con l’Ucraina e la Georgia.
– Parallelamente alla questione russa si sviluppa la questione della NATO. Sembra passata un’era geologica dal famoso reset del 2009 tra Clinton e Lavrov in favore di una nuova fase nei rapporti tra Usa e Russia quando la neopresidenza di Obama tese la mano a Medvedev per il riconoscimento di reciproche concessioni ed accordi, a seguito delle tensioni accumulatesi nei due mandati Bush. La luna di miele durò pochi anni; con la crisi ucraina i rapporti si sono andati deteriorando in fretta, tant’è che spesso si è parlato di nuova Guerra Fredda: la NATO si è ammassata ai confini russi, il programma missilistico ha ripreso vigore, le sanzioni pure ed il programma di adesione all’Alleanza Atlantica adesso vede coinvolti anche i paesi balcanici. Tutta questa situazione non fa che indebolire ancora di più l’Unione Europea e polarizzare lo scontro tra il blocco baltico e quello polacco contro il resto dei membri UE.trump1 In questo senso allora le affermazioni di Trump pur essendo delle mezze sparate, allo stesso tempo contengono un fondo di verità: l’Alleanza per come è strutturata adesso è “obsoleta” e le sue funzioni e gli scopi vanno rivisti perché oramai superati, infine il maggior carico finanziario per il suo mantenimento è sulle spalle del contribuente americano. Tutto ciò potrebbe contribuire ad una sua ristrutturazione e riqualificazione: probabilmente verso un ruolo di alleanza contro il terrorismo e di lotta al jihadismo, con una presenza americana più contenuta ed una maggiore assunzione di responsabilità europea.
– Stati Uniti ed Europa. Qui Trump sembra proseguire la linea dei precedenti presidenti: il timore verso un blocco unico europeo quale potenza economica egemone. Sebbene l’unione politica degli stati europei sia ben lontana dalla realizzazione, questo timore è rappresentato dalle recenti affermazioni a sostegno della Brexit “un grande successo” e soprattutto contro la Merkel rea di aver commesso “un errore catastrofico”. Una Germania forte è da sempre considerata un pericolo per gli Usa: prima per un asse economicomilitare con la Russia, adesso per una Germania leader in Europa, domani forse per un allineamento con la Cina. Da qui l’attacco alla Merkel su una issue che rischia di spaccare ancora di più l’Europa: la questione profughi e l’immigrazione clandestina. Ad un paventato isolazionismo da campagna elettorale (ma è bene ricordare che l’America isolazionista non lo sarà mai) al grido di America First, l’Europa dovrebbe rispondere altrettanto a voce alta con Europe First (come descritto nell’editoriale del 16 novembre di Le Monde e ripreso dalla Prof. Marinella Neri Gualdesi). In generale dovremmo aspettarci un pressing americano per un’Europa disunita e maggiormente debole.
– Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Trump ha ereditato un Medio Oriente profondamente fratturato ed allo sbando per iniziative americane completamente folli, dalle cui ceneri si sono sviluppati antichi antagonismi mai del tutto sopiti. In primo luogo quello tra Arabia Saudita ed Iran il cui confronto va oltre il conflitto geopolitico e sfocia nel settarismo religioso. Ma anche il neo ottomanesimo di Erdogan, il dinamismo delle piccole monarchie del Golfo che si inseriscono nelle questioni geopolitiche con la forza dei loro petrodollari, la rinascita sciita regionale, il nazionalismo di Netanyahu, il jihadismo imperante e come se non bastasse il tornaconto che hanno gli stati extra mediorientali e gli interessi economicofinanziari che vi ruotano attorno. Il presidente eletto ha speso parole dure contro Obama ed il suo presunto immobilismo nel combattere l’Isis, ma egli stesso ha avuto un ruolo piuttosto ambiguo nei riguardi della questione. Se da un lato prevede un disimpegno, dall’altro ha rilanciato il bisogno di inviare più uomini sul terreno per combattere lo Stato Islamico. Il suo totale impegno nei confronti di Israele e al sostegno delle sue politiche rischia di aggravare una situazione ormai fuori controllo. Per dovere di cronaca va ricordato che inizialmente Trump era arroccato su posizioni di non invadenza sulla questione israelo-palestinese, salvo poi pendere verso Tel Aviv a seguito di forti finanziamenti per la campagna. La decisione di ricusare il trattato con l’Iran salvo poi fare una mezza marcia indietro con l’avvicinarsi del momento del giuramento. Le parole spese nei confronti della comunità musulmana nel corso della campagna elettorale non contribuiscono a distendere gli animi. Resta il fatto che fare propostici per come Trump gestirà la questione del Medio Oriente risulta – al momento – molto difficile a causa proprio dei numerosi voltafaccia e dei cambi di strategia in corsa.
– Quali conclusioni trarre? Al pari della sua politica mediorientale definire quale visione delle relazioni internazionali adotterà Trump è altrettanto difficile.trump Ad ora l’unico leitmotiv nelle sue decisioni è la tutela dell’interesse del lavoratore americano, da qui il pugno duro con la Cina, l’ostracismo verso la ripresa dei negoziati TTIP con l’Europa e l’abolizione del TTP con l’area del Pacifico, dazi a importazioni e politica economica protezionista (in poche parole tutela di quell’elettorato che gli ha permesso la vittoria). In casa dovrà vedersela con popolazione, stampa, intellettuali ostili ed una società polarizzata – già dalla presidenza Obama per la verità; una maggioranza repubblicana alle Camere che non lo amano e lo hanno più volte dimostrato. Un’apparato militare e di intelligence contrario alla sua politica di avvicinamento alla Russia. Il settore industriale e finanziario, viceversa, si sono dimostrati positivi verso la sua presidenza (dopo gli allarmismi di un crollo del mercato in caso di una sua vittoria). Nonostante le boutade, anche di cattivo gusto, Trump non è un uomo solo al comando. L’apparato di governo americano è costituito da un intricato sistema di pesi e contrappesi che impediscono ad una parte di avere un eccessivo esercizio della forza su un altro organismo. Questo approccio vale anche per la figura del Presidente, il quale concentra nelle sue mani il monopolio dell’esercizio della forza solamente in momenti di crisi comprovata (come ha ricordato più volte Dario Fabbri di Limes), per cui dal momento in cui presterà giuramento dobbiamo sempre tenere a mente questo equilibrio e come ad esercitare il potere siano anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti, insieme a quell’alveo di sigle che vanno a costituire l’universo della burocrazia americana. Come si inserisce in questo nuovo ordinamento mondiale l’Italia? Da una vittoria di Trump potrebbe trarne giovamento. Dalla fine delle sanzioni alla Russia potrebbe guadagnarci la nostra bilancia commerciale, dall’ipotetico “isolazionismo” trumpiano ed un maggiore dinamismo europeo l’Italia ne guadagnerebbe in influenza a Bruxelles (considerando la Brexit e l’ostilità verso Berlino da parte di Trump), inoltre una minore ingerenza americana nell’area mediterranea potrebbe permettere all’Italia di avere una maggiore mano libera ad esempio in Libia, dove finora si è accodata alle istanze di Washington per sostenere il governo Serraj che sembra non avere vita lunga. In generale un maggiore interesse Usa verso il Levante e soprattutto verso la Cina lascerebbe spazi di manovra verso il nostro naturale sbocco di interesse strategico: il Mediterraneo allargato. Tuttavia non dobbiamo scordare alcune cose fondamentali: l’America è una potenza egemone (anche se in declino) e come tale può spostare il baricentro del suo interesse verso altre regioni, ma non abbandonare del tutto le altre; un’Europa troppo forte ed unita è un pericolo per gli Stati Uniti; la minaccia del terrorismo è stato uno dei punti chiave della vittoria di Trump; il presidente è un nazionalista in termini generali, ciò significa che se le organizzazioni internazionali non sono più utili al sistema America, l’America ne può fare benissimo a meno, cui fa seguito la preferenza verso accordi bilaterali al posto di accordi internazionali. Infine si abbandona il concetto della responsability to protect, ma non si abbandona il concetto di intervento armato diretto, da adesso in poi si applica solamente dove siano messi in pericolo interessi diretti (economici più che politici) degli Stati Uniti. Ma il vero punto focale sarà solamente uno: quale Trump dobbiamo aspettarci, quello che agisce come nella campagna elettorale, oppure il Trump che opera come un presidente?

PRESENTI/ASSENTI: PER UNA RIFLESSIONE CRITICA ED UN’ANALISI TECNICA – di Fausto Jannaccone e Michele Piattellini

PER UNA RIFLESSIONE CRITICA (di F. Jannaccone)

Lo scorso giovedì, insieme ad alcuni colleghi del Wunderbar, siamo finalmente andati a visitare “il primo Street Art Quartier senese” (come lo definisce la rivista specializzata “Artibune“), ovvero “un percorso di sette interventi di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da sette street artist” che adorna alcuni angoli di via Pantaneto. Sei di queste sette opere –quella di Silvia Scaringella è stata rimossa dopo il tempo consuetudinario di affissione pubblica- si affacceranno sui passanti della movimentata via senese per qualche settimana ancora.

La sensazione che ho provato al termine di questa promenade è quella che potrebbe avvertire l’uomo che, dopo un digiuno forzato di alcuni giorni, venga rifocillato con un vasetto di yogurt ai mirtilli. Oppure alla persona cui per il maltempo si sia allagata la cantina e gli venga fornito per asciugare un bel fazzoletto da naso. O ancora il viaggiatore che per raggiunger la meta distante molti chilometri sia dotato di un simpatico monopattino. Certo, uno yogurt è meglio che niente, con pazienza il fazzoletto inizierà pian piano a rimuovere qualche stilla d’acqua ed il monopattino permetterà di procede un po’ più agevolmente che a piedi: ma non sono, nessuno di questi, la risposta che speravamo di ricevere.

E’ ovvio che la domanda cui rispondere era e resta di quasi impossibile soddisfazione. E’ quella domanda da cui già più volte sono mosso su queste pagine, per proporvi le mie tediose e ripetitive questioni e tesi: chi può ripagare questa città della chiusura del Centro delle Papesse? O in senso più ampio sarà possibile a Siena aver ancora altri stimoli artistici, oltre al grande patrimonio del passato, che suscitino in noi nuove curiosità, dubbi, interessi, riflessioni ed emozioni?
Sia ben chiaro: se l’obbiettivo dichiarato è avvicinare l’arte alla gente tra il celebre episodio della “Siena sport week” di tre anni fa quando la “Zumba” prese possesso del Santa Maria della Scala e questa iniziativa corrono anni luce di progresso della civiltà, ça va sans dire. Ma personalmente se dicessi che mi ha soddisfatto, beh… no, non riesco proprio; o quanto meno non a pieno.

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(photo credits F. Jannaccone)

Non sto adesso entrando nel merito di una valutazione delle opere, questo lo lascio alla parte “tecnica” di questo articolo a quattro mani (vi posso però confessare che 3 opere mi sono piaciute abbastanza, due meno, una no): parlo del concetto generale di questa sezione intra-moenia di “Cantiere comune“. Si vuol fare di quattro mura un po’ troppe cose: via Pantaneto che fa parte del centro commerciale naturale, via Pantaneto che fa parte della Via Francigena, via Pantaneto che è il quartiere universitario, via Pantaneto che è la strada dello street food, via Pantaneto che diventa in fine lo Street Art Quartier.
Il risultato è che viene definita “street art” l’affissione su di un palazzo storico di un cartellone di carta -mal steso per giunta- che d’impatto ti aspetti esser il programma del “Cinema d’estate in Fortezza”, ed invece no: è un “intervento di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da uno street artist”.

Quando anni fa, vittima anche io del fenomeno commerciale Banksy, mi approcciai alla street art, quello che mi riuscì di capire di questa corrente era agli antipodi di ciò che adesso mi si presenta come street art: periferia, incursione, illegalità, precarietà, volatilità, protesta, underground, antisistema. Vocaboli quali questi erano i protagonisti di ogni ragionamento riguardante la street art.
Bisogna ad onor del vero render conto dei tempi che corrono: stiamo giorno dopo giorno assistendo ad una continua celebrazione e soprattutto musealizzazione delle opere degli street artist, ormai sempre più artisti di corte delle amministrazioni pubbliche. Io, sicuramente duro, non so se anche puro, lo reputo uno dei più grandi tradimenti della “Storia dell’arte”. Ma sono anche conscio di poter esser indietro col passo e molto probabilmente nel torto.
Resta il fatto che questa riflessione porta la mia firma quindi ciò che sto facendo è esprimere il mio punto di vista.

Tirando quindi lo somme su l’oggetto della disquisizione in corso, dico che bisogna dare atto che iniziative come queste vertono comunque in una direzione corretta e da perseguire.

Che comunque si può e deve alzare l’asticella, ponendosi come obbiettivo quello di arrivare a iniziative e progetti di qualità vera.

In fine che all’amministrazione non è più concesso limitarsi a metter il cappello su piccoli sforzi altrui, quali nello specifico la concessione da parte di privati di una saracinesca di garage, ma mettere a disposizione, creare, veri spazi da dedicare alla riflessione contemporanea ed eventi che riportino la città ad esser protagonista del calendario internazionale.

(photo credits F. Jannaccone)
(photo credits F. Jannaccone)
PER UN’ANALISI TECNICA (di M. Piattellini)
-cinque opere scelte-
Benedetto Cristofani: il suo omaggio a Cecco Angiolieri e’ senza ombra di dubbio uno dei più riusciti di tutto quanto il progetto. Visibile alle Logge del Papa 2, 4 l’opera racconta una vecchietta che si prepara ad uscire in strada lasciando alle sue spalle una scia di fuoco con la quale, chissà, vorrebbe ardere il mondo come il celebre poeta maledetto.
Claus Patera: originale il lavoro di Claus Patera che da una parte ci informa su quali fossero per Fracassi, il destinatario del suo omaggio, le caratteristiche dell’artista, dall’altro ce lo rappresenta con una caricatura di un vecchio numero del giornale La Vedetta. In basso sulla colonna del profilo sono catalogati i colori con i quali riempire gli spazi tipo moderna settimana enigmistica.
Silvia Scaringella :sempre arduo confrontarsi con mostri sacri del calibro di Lorenzetti ma la giovane artista ne esce senza dubbio vittoriosa. La sua rivisitazione del celeberrimo Buongoverno ce lo mostra come un angosciante insieme di insetti e animali impazziti che assaltano i vari protagonisti del quadro:unica a resistere la Concordia armata di paletta e carta moschicida.
Jacopo Pischedda: nella sua opera, omaggio al grande Bernini presente nel Duomo di Siena, l’artista ribalta le certezze acquisite finendo per portare la testa del leone al posto di quella del santo e viceversa. E’ adesso dunque un uomo-leone quello che si impadronisce del Crocifisso e tenta di uscire dalla nicchia in cui è collocato. La testa del santo e’ invece finita miseramente a terra.
Giulio Bonasera: nel suo omaggio a Calvino, l’artista ripropone una celebre opera dello scrittore: il Barone Rampante. Ecco dunque un albero, un tavolino, una scala pronti per la scalata verso un mondo altro rispetto a quello che viviamo tutti i giorni. Interessante l’idea di rappresentarlo su una finestra anch’essa simbolo della via d’uscita, della fuga

SULLA BIRRA NON SI SCHERZA – di Valeria Mileti Nardo

 

Prima della mia partenza per Gent, uno dei pochi aspetti che conoscessi riguardo al Belgio era, senza dubbio, la tradizione più che secolare legata alla birra. Di questo ho avuto, col passare dei mesi, le più complete ed esaurienti conferme, non solo assaggiando alcune tra le innumerevoli tipologie di birra (bionde, rosse, scure, trappiste…) ma, soprattutto, accorgendomi di quanto il popolo belga sia orgoglioso della propria bevanda. Credo che qualsiasi abitante di Bruxelles, Gent o Tournai possa andare fiero del principale prodotto della sua tradizione, così come un romano è orgoglioso dei monumenti che costellano la sua città, o un napoletano del magnifico golfo partenopeo. Questa fierezza che anima i belgi li porta, ovviamente, a un consumo più che discreto della nordica bevanda. Non ho ancora avuto modo di vedere un belga comprare una confezione d’acqua al supermercato. Invece, vedo regolarmente persone di ogni età comprare casse e casse di Jupiler. Confido nel fatto che consumino un po’ d’acqua del rubinetto!  Ma di pance gonfie e braccia stagne se ne vedono in quantità!

Bruges, sezione del muro della birra. Ogni birra è esposta con il proprio bicchiere
Bruges, sezione del muro della birra. Ogni birra è esposta con il proprio bicchiere

A parte le battute, la birra ha una tradizione spettacolare, antichissima ed è talmente vasta e articolata che non ho le competenze necessarie per affrontare un simile argomento. Allo stesso modo, non mi azzarderei mai a scrivere un pezzo sul vino. Si tratta di cose molto complesse e tecniche.
Posso però dare un taglio diverso all’argomento, raccontandovi due chicche molto carine e folkloristiche che possono far comprendere più a fondo l’importanza che la birra riveste nella vita del popolo belga.

A voi la prima…

GENT, LA BATTAGLIA DEL GRAVENSTEEN

16 novembre 1949. Da pochi mesi, a Gent, il prezzo della birra è aumentato da 3 a 4 franchi. Questa sola ma preponderante premessa è stata sufficiente per scatenare una delle ribellioni (o è meglio dire scherzi?) della storia del Belgio. Se dico poi che c’entrarono i goliardi dell’Università di Gent, allora si fa facilmente due più due. Quello che fecero i goliardi fu un vero e proprio assedio del Gravensteen, il castello dei Conti di Fiandra, uno dei monumenti più rappresentativi della città.

Il Gravensteen
Il Gravensteen

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Dopo l’assedio, gli studenti si barricarono dietro le alte mura del castello, scagliando frutta e verdura marcia contro le forze dell’ordine e i Vigili del Fuoco, sotto gli occhi increduli di un discreto pubblico di curiosi. La ribellione durò a lungo e finì quando i pompieri riuscirono ad accedere al castello da uno dei bastioni della fortezza rimasto scoperto dagli occupanti.

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Non ho trovato notizie riguardo a un’eventuale ripristino dell’originario prezzo della birra, oggetto del contendere. So però che la polizia, avendo realizzato che si era trattato solamente di un gruppo di giovani che aveva montato uno scherzo davvero memorabile, non procedette con denunce o arresti. Davvero lo fu, un avvenimento memorabile: basti pensare al fatto che la stampa internazionale, compresa quella statunitense, raccontò l’avvenimento e i suoi sviluppi per giorni e giorni.

Caricatura della battaglia del Gravensteen, collezione Università di Gent
Caricatura della battaglia del Gravensteen, collezione Università di Gent

 
Dal 1949, ogni 16 novembre, la goliardia di Gent (“Seniorenkonvent Ghendt”, detta anche “SK”, fondata nel 1934-1935) celebra questo cruciale avvenimento con una sfilata di carri che va dalla piazza della stazione di San Pietro fino al Gravensteen, dove si riuniscono, discutono, festeggiano e… bevono la birra per la quale i loro compagni del passato avevano “combattuto”. Il 16 novembre 2012, poi, è stata posta una targa in prossimità dell’ingresso del castello per commemorare le gesta degli impavidi e assetati studenti del 1949.

oggi
oggi

 

CONDOTTO? OLEODOTTO?
NO, BIRRADOTTO

 

Bruges, 2016. Il protagonista è Xavier Vanneste, gestore della “De Halve Maan Brewery” di Bruges, nota birreria con più di 160 anni di storia. Quest’uomo, in questa nostra epoca ricca di grandi lavori infrastrutturali, ha ben pensato di promuovere l’istallazione di una linea di tubi sotterranea per far scorrere il suo alcolico nettare. Ma, a quale scopo? La birra prodotta da Vanneste è una delle più amate di Bruges ma una serie di problemi tecnici stava portando a un rallentamento della produzione: la distilleria della città fiamminga, troppo piccola per ospitare anche la linea di imbottigliamento, era costretta a trasportare la birra sulle strette e impervie strade di Bruges, fino a un distaccamento situato in periferia, dove imbottigliare il prodotto.

Eccolo, con birra e tubo!
Eccolo, con birra e tubo!

Xavier Vanneste, esempio vivente del detto “fare di necessità virtù”, ha presentato, con l’appoggio dei funzionari della città, una petizione per la realizzazione dell’ardua impresa. I sostenitori sono stati tantissimi e sono stati raccolti fondi per 4 milioni di euro. Il consenso è stato altissimo dal momento che i cittadini di Bruges erano costretti a subire il via vai continuo dei camion della ditta dal centro alla periferia, ossia dal luogo di produzione a quello di imbottigliamento. L’assessore responsabile del territorio del comune di Bruges, durante la campagna in sostegno del progetto, ha stimato l’eliminazione del transito di oltre 500 camion all’anno nelle viuzze della città, pari all’85 % del traffico totale (il fatto che quest’alta percentuale di traffico fosse rappresentata esclusivamente dalle cisterne che trasportavano la birra, fa davvero pensare!). Il fattore ecologico ha fatto salire i consensi alle stelle.

Nell’estate 2016, le condutture di polietilene dal diametro di meno di un metro sono state messe in funzione ad una velocità di più di 1000 litri all’ora. Il biondo nettare, dunque, prima di essere imbottigliato nell’immediata periferia di Bruges, si fa un viaggetto di 3 km in 10/15 minuti…sotto terra.

“La birreria di Bruges scava dei canali sotterranei di 3 km per la birra”
“La birreria di Bruges scava dei canali sotterranei di 3 km per la birra”

La successiva trovata di Xavier Vanneste è a dir poco spiazzante: chi ha creduto nel suo progetto e fatto una donazione di minimo 8.400 euro, beneficerà, per il resto dei propri giorni, di 0,33 cl di birra al giorno.

 

A voi le conclusioni, gezondheid!!

 

LA LINGUA FA L’UNIONE – di Gabriele Zisa

 

 

Il nostro mondo è sempre più piccolo, non esiste più il concetto di distanza, infinito e spazio, se non quando parliamo di galassie e buchi neri. La tecnologia ha fornito la risposta a tutte le domande che l’uomo si poneva, ed ora che abbiamo “quasi finito” di conoscere la terra cerchiamo risposte altrove, perché è questa la nostra natura, porci domande su tutto ciò che ci circonda: il come, chi, perché. Se facciamo un passo indietro nel tempo di circa seicento anni l’uomo, pur essendo uguale a l’uomo del nostro tempo, si poneva i nostri stessi quesiti seppur su una scala inferiore alla nostra. Per esempio al tempo di Cristoforo Colombo si pensava che navigando verso ovest si sarebbe andati verso l’infinito, infinito oceano senza una terra su cui arrivare.caravelle_640 Ai tempi si pensava che non vi fossero altre terre da scoprire e che il mondo conosciuto fosse finito ed oltre di esso il nulla. Quest’ultima era una teoria vecchia mille anni, dai tempi dei romani: solo con l’esperienza e con il coraggio di pochi l’uomo è cresciuto, e non smetterà mai di porsi nuove domande e cercare di trovarvi le risposte. Infondo noi non siamo così diversi spiritualmente da un antico romano, solo per esperienze compiute; ma c’è un’altra cosa che alla mia mente torna attuale e lega il nostro mondo a quello dei romani, una cosa da loro l’abbiamo copiata ed è tutt’ora attuale. Conosciamo tutti a grandi linee la storia del grande impero romano, le grande conquista di quasi tutto il continente europeo e zone del nord Africa e medio oriente. Quanti popoli di lingue, religioni e culture diverse condensate in pochi lembi di terra, ma uniti da una cosa sola, semplice, la lingua latina. Una concetto semplice ma allo stesso tempo potente, capito e copiato da un altro popolo secoli dopo, gli Inglesi, che colonizzarono quasi mezzo mondo lasciando in eredità ai popoli sottomessi strascichi di cultura, ma soprattutto la conoscenza della lingua inglese, così come fu all’epoca per il latino, l’inglese è per noi adesso.

 

Unprecedented study shows how much of a melting pot the US really is

Sono rimasto affascinato da questo concetto della lingua, ma se non lo vivete nelle vostre esperienze non potete comprendere il valore altissimo che essa ha. Dal mio arrivo a Londra mi sono trovato a dover interagire con persone provenienti da diverse parti d’Europa e del mondo ed  ecco che sapere questa lingua diventa strumento di comunicazione in primis, ma soprattutto di scoperta dopo. Londra la vedo più come un piccolo impero romano concentrato, come tutte le colonie inglesi unite in uno stesso luogo, come se l’intero pianeta fosse conciso in un solo posto. Quando pensi che andrai ad imparare “solo” una lingua ed al contrario di ritrovi ad apprendere molto di più su gli altri e soprattutto te stesso. Ecco la lingua come strumento di unione, non di finito ma infinito sapere e forse come fu per il latino un giorno sara lo stesso per l’inglese, perché l’uomo è sempre in movimento come quel Cristoforo Colombo che testardamente solcò l’infinito alla ricerca  di risposte. e forse un giorno un altro come lui farà lo stesso “navigando” nell’immensità dello spazio.

A.D. 2017: LA RESISTENZA DEL CAPODOGLIO E DI BEETHOVEN – di Fausto Jannaccone

Assuefazione.
Mi viene in mente questo termine se penso al modo di porsi della nostra -mia- mente rispetto alle notizie che quotidianamente, una dopo l’altra, continuano a pioverci addosso; notizie che avrebbero dovuto sconvolgerci, indignarci, smuoverci nel e dal profondo, ed invece non provocano che un piccolo prurito che, grattato appena un po’, può scorrer via come una barchetta di carta sulla rapida corrente di un ruscello montano, lasciando dietro di se forse un post su Facebook e nulla più.
Un -altro- attentato da decine di morti: 39 vittime; 14 vittime; 89 vittime; 3 vittime; 114 vittime.
Un -altra- città rasa al suolo dal carnefice di turno: un’organizzazione governativa “amica”; un dittatore (momentaneamente) nemico; i terroristi buoni, quelli cattivi, quelli più cattivi.
Un -altra- imbarcazione stracolma di anime colata a picco lasciando solamente una traccia nelle statistiche.
Un -altro- abuso ai diritti di un popolo, un -altro- sopruso ai diritti dell’umanità interamente intesa, un -altro- atto deliberatamente violento nei confronti dell’ambiente, della natura, del pianeta.
Cosa riesce a darci quel doveroso, necessario tuffo al cuore ormai estinto? Nulla. E probabilmente nemmeno quando ci riguardi in maniera diretta. Figuriamoci se sia una cosa che riguarda un altro paese, regione, strada, se non il nostro stesso vicino invece che noi.
Stiamo perdendo il senso della misura, dei rapporti, la coscienza della nostra posizione all’interno di un sistema, un tessuto sociale che di noi si dovrebbe comporre, ed invece si compone a mala pena di “io”.
Ci hanno cresciuti e plasmati per diventare piccole macchinette che producano per poter produrre ancora, e quindi possano incanalare tutti i desideri e le aspirazioni in altri prodotti-da-altri.
Testa bassa e non mollare che chi si ferma è perduto, non perdersi in inutili azioni, luoghi, scelte che formino una nostra realtà. La realtà giusta ci viene gentilmente fornita già impacchettata, non resta che sceglier quale: l’ultima serie tv, il reality di cucina, quel social network, un campionato di un qualche importantissimo, imperdibile ed interminabile sport.
Possedere, diffidare dal prossimo, tenutario di ogni nostra minaccia e rischio, chiudersi, arroccarsi e non chiedersi perché.
Perché se vi chiedeste, ci chiedessimo “perché?” rischieremmo financo di renderci vagamente conto di cosa ci stia succedendo attorno, chi siamo noi e di cosa avremmo bisogno.
Se mi promettete che non lo dite a nessuno, ma nessuno eh, mi raccomando, vi voglio confessare una cosa: a volte ci provo. Sì lo so… per questo vi ho chiesto di non farne parola, lo so… ma mi viene. Cosa posso farci?

(Inciso: Mi piace cucinare, qualcuno di voi lo sa, e quindi nel piatto che vi sto preparando, dopo aver sistemato tutto questo contorno, ecco che finalmente posso rovesciarvi nel piatto la portata principale: un paio di generose cucchiaiate di banalità, con un pizzico di retorica e una bella spolverata di scontatezza)

2017eEbbene per quel che mi riguarda ho capito una cosa: io ho bisogno di bellezza.
La bellezza potrebbe davvero esser quel motivo per cui svegliarsi, per cui valga la pena di sudare, per cui battersi, per cui poter lasciar da parte altre cose, per cui andare avanti, oltre tutto quello che come dicevo all’inizio ci prova a sommergere e vuol farci cadere inermi.2017h
Dove, cosa è questa fantomatica bellezza? Credo sia un concetto in parte oggettivo ed in parte soggettivo, quindi vi farò alcuni esempi della “mia” bellezza: la Bellezza per me è Palazzo Te a Mantova, è il cortile della Pizzeria “2 Pini” dove mi portavano i miei da piccolo, è il Canopo di 2017dVilla Adriana, è un cancello in ferro battuto, è l’Etna che fuma, è un cavallo che corre “scosso”, è l’escargot di Chartier, è la ragazza che ride, è il “Tango” delle partite  nel cortile del Liceo, è il piccolo gaviale del Royal Chitwan National Park, è una tovaglia bianca appena messa,2017c è il secondo movimento della Settima di Beethoven, è il pavimento del Duomo di Siena, è il marmo di Carrara, è la cabina telefonica rossa di Londra, è la video installazione di William Kentridge, è il gelato al pistacchio, è il piatto di ceramica decorato a mano, è il capodoglio che sbuffa, 2017aè la Moschea Blu di Istambul, è il Canal Grande, è il bicchiere di vino rosso del vinaio all’angolo, è il contrasto tra pietra serena e travertino, è la farfalla Monarca,2017f è il riccio di mare. Ne viene di conseguenza che vorrei che il mondo, la mia città, la mia vita fossero pieni di Kentridge, Beethoven, vino rosso, capodogli, Tango ed escargot.

Questo è ciò che voglio, devo fare nella mia vita, o quanto meno nel mio 2017: provare a lottare per questo. E se qualcuno mi dirà che la ragazza che ride è oltraggiosa per un qualche credo religioso, beh, farò che rida di più. Se al posto del vecchio laboratorio di ceramica metteranno l’ennesima catena di accessori di plastica, non potrò far altro di evitarne e scoraggiarne l’acquisto: quindi provare a ritrovare dove si sia trasferito il laboratorio, per poter regalare dei bellissimi vasi colorati a chi voglia infettare di bellezza. Se vorranno vendere le statue del Canopo ad un museo di Dubai, non lo so, raccoglieremo delle firme e proveremo a persuadere a desistervi. Se ci sarà la possibilità di assistere alla Settima non potrò farmene sfuggire la possibilità, magari provando a portar con me un amico che scopra se davvero esagero nel tesserne le lodi. Se vorranno radere al suolo un bosco di querce secolari per farci un centro commerciale, cercherò di piantare in un vaso delle ghiande per provare a farne delle nuove bellissime, nobile, verdi querce.
Inalare, praticare la bellezza, potrà creare quel sistema immunitario che possa proteggerci dall’assuefazione e dall’accettazione: ci darà orecchie per sentire, occhi per vedere, potremo capire e scegliere, resistere. Resistere in effetti, è la vera ultima necessità e missione: resistere a chi vuole insinuare la paura e la diffidenza verso il prossimo. Resistere a chi per tornaconto personale vorrà imporci modi, costumi, necessità non nostre. Resistere a chi vorrà scegliere per noi. Resistere a chi vuol privarci della nostra naturalezza ed unicità come della nostra voglia di pluralità e condivisione.
Resistere a chiunque minacci ed ostacoli la Bellezza.

Vi ho avvertiti nell’inciso che il bastimento in arrivo era carico di ovvietà. Ma non credo ci sia concesso far altro che perseguire, promuovere, combattere per la bellezza: vocazione ed ambizione personale, ma anche unica strada, soluzione e redenzione per noi tutti.