#TORNAACASALASSIE – di Marco Brizzi

Ebbene si, sono di nuovo sulle lastre.
Qualcuno dirà che dopo tante rotture di scatole, discorsi, sfoghi, potevo anche starmene fuori un po’ di più. Qualcuno mi ha detto che secondo lui sono tornato da sconfitto… da cosa ancora non l’ho capito.
Sono partito volutamente senza un soldo, senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Volevo sperimentarmi, cercare di capire alcune cose: non del mondo, di me, che già mi pare abbastanza.
Questa ricerca mi ha portato lontano dalla spiaggia e sono andato a fare quel giro di boa di cui ho già parlato. Una volta arrivato alla boa mi sono ritrovato inevitabilmente solo. Non ci sono stato molto è vero, ma avendo deciso in partenza di sperimentarmi, ho vissuto tutto al limite e con molta intensità.
In due mesi ho cambiato due lavori, ho mangiato caramelle a pranzo e cena per dieci giorni aspettando il primo stipendio, ho rischiato di dormire in strada. Dopo un breve periodo di panico, inaspettatamente, mi sono ritrovato ad essere parte di quello che stavo vivendo, ho improvvisamente capito che ero presente.
Senza farmi troppe domande e troppi problemi mi sono accorto che stavo parlando una lingua della quale sapevo si e no tre frasi. Ho fatto un colloquio, domandandomi alla fine cosa avessi realmente detto a quello che mi ascoltava; ma è andata bene, evidentemente non ho detto troppe cazzate. Senza forzare troppo il canape, ho trovato una casa, dei nuovi amici, dei piccoli locali che mi hanno fatto compagnia nelle sere in cui scrivevo.
Stavo allegramente nuotando intorno a questa benedetta boa quando all’improvviso mi sono ricordato che la sera, tornato a casa, non avrei potuto accarezzare i miei gatti, andare a casa del mio migliore amico a bere una birra, chiedere in prestito la macchina a mio fratello. La nostalgia è arrivata come un inatteso pugno nello stomaco, che mi ha tolto il fiato. Allora ho dovuto per forza rivolgere lo sguardo a quella spiaggia che tanto odiavo prima di partire. Ho notato cose che sapevo, ma che non mi ero mai detto per paura di rovinare quel poco di tranquillità che avevo. Dopo un’attenta osservazione, senza fare troppi paragoni che sarebbero stati inutili, sono arrivato alla conclusione che ci meritiamo tutto quello che abbiamo seminato negli anni. Qui è tornata in gioco la scoperta di se stessi e mi sono fatto molte domande.
Tutti quei turbamenti erano davvero colpa del luogo in cui ero o erano dovuti a chi questo luogo lo vive? O magari erano dovuti a me?
Ho fatto veramente tutto il possibile per cambiare quello che non mi piaceva? Davvero non c’è rimedio, come spesso ci diciamo tra di noi forse per non prendersi responsabilità? Cosa ho visto da lontano? Ho visto una città dove c’è veramente troppo egoismo, dove abbiamo solo il fiato per giudicare chi abbiamo accanto. Ho visto una città che, dopo il crollo economico,si è accorta di far parte del mondo con tutti i problemi che ne derivano. Ho sentito persone che non si capacitano di come possano esserci cosi tanti furti nelle case, che non capiscono come ci si possa uccidere a quarant’anni. Persone che coltivano il proprio orticello e solo quando non cresce la roba a loro si lamentano della siccità… …a quello accanto al vostro erano anni che non venivano su neanche due patate, ma avendo voi da mangiare, cosa ve ne poteva fregare? Continuiamo ad essere convinti di sfruttare noi il sistema, quando è palesemente il contrario. C’è solidarietà per i terremotati (e ci mancherebbe altro, non mi dovete fraintendere) ma poi non c’è solidarietà se un bimbo non ha i soldi per la mensa scolastica. Siamo i grandi salvatori del mondo ma non capiamo che il mondo si salva iniziando a salvare noi stessi, poi quello accanto e cosi via. Persone che fanno presidi davanti ad un asilo ma non si sono mai visti quando veramente ce ne era bisogno. Ho visto una città vuota di idee, di tolleranza (se non per i ricchi ed i potenti), vuota di entusiasmo, di onestà, di sincerità.
Ho anche appreso che ci sono ancora analfabeti tra noi, nel duemiladiciassette. Ho visto che non mettiamo energia se non per cercare di chi è la colpa, di cosa non importa, l’importante è non fermarsi troppo a ragionare, l’importante è scrivere su facebook che c’è stata una piccola scossa di terremoto. Sisssssignori, si, il terremoto esiste ovunque; smettiamola di sorprenderci per le cose ovvie, ve ne prego.
Ci hanno levato ogni tipo di slancio di personalità, ci hanno spiegato che essere diversi non èuna ricchezza ma una colpa, che non possiamo fare più di questo, che per cambiare le cose dovrebbe….dovrebbe….dovrebbe cosa? Non vi basta tutto quello che già è successo? Non vi basta che chi vi ha ridotto cosi, ora vi ride anche in faccia? Non capisco cosa cazzo aspettate ad uscire di casa ed a smettere di aspettare che accada qualcosa per scriverlo su un qualsiasi social di sto cazzo. Non voglio fare quello che ha capito tutto dalla vita, ho appena iniziato a conoscere quello che vedo allo specchio tutte le mattine. Però mi sento di dire che non posso più vedere la mia città cosi ridotta. Non posso più essere parte di questo campanilismo malato nell’anima, che porta solo a emarginare il “diverso”. Ne ho veramente le palle piene dei vari “non posso”, come faccio?”. Ho conosciuto famiglie partite con i figli piccoli al seguito, per cercare una vita migliore, mi hanno aiutato persone che probabilmente qualche tempo fa avrei scartato come appestate. Non ci siamo solo noi al mondo, non possiamo essere sono una cosa. Non aspettiamo di essere nella merda più completa per poi chiamarci fratelli.
Insomma, credo sia arrivato il momento di provarci per davvero a cambiare le cose, ognuno con le proprie possibilità. Dobbiamo dare una sterzata al nostro maledetto campanilismo da quattro soldi che non ci fa amare quello che abbiamo ma ci fa odiare quello che non siamo. Alzare la testa da quei cellulari e magari vedere che quelle persone che abbiamo davanti sono come noi, spesso inaspettatamente.

Possiamo realmente diventare grandi, continuando a sorridere come facevamo da piccoli.

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