RAGAZZO DELL’EUROPA – di Viola Lapisti

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria
di cui gli amici possono solo leggere il titolo”
 Virginia Woolf

“Perché la follia, in fondo, è solo quel profondo bisogno che abbiamo di riconciliare le nostre notti coi nostri giorni”
Giacomo Francini

In una piccola città prima o dopo ci incontriamo tutti. Io incontrai questo ragazzo anni orsono, ormai. Mi stupiva quell’aria perennemente contesa tra la fuga e l’assalto. Aveva talento, tutt’ora lo ha conservato, scriveva poesie, amava la musica, l’arte e la letteratura e si appassionava con l’innocenza di un bambino a qualsiasi cambiamento o novità che molto spesso lui solo percepiva tra le mura di una città immobile. Poi siamo cresciuti, abbiamo tradito la nostra innocenza per una razionalità troppo spesso carica di cinismo, ma lui, Giacomo Francini, è riuscito a conservare del candore dell’infanzia una sorta di purezza, motore vivo che lo ha spinto ad uscire fuori nel mondo ed a raccogliere insieme una progressione di esperienze e di esperimenti che lo hanno portato, oggi, ad inaugurare una nuova fase della sua vita con l’uscita di Psichedèlia, il suo primo album da solista.

Lo abbiamo visto leader del gruppo beat Hashmir, vestire i panni di Velvet con le sue fotografie, scrittore del romanzo “Sette passi sul ventre andaluso” ed autore di due raccolte di poesie “Oltre il Sorriso di un Clown” ed “Acque nere”.

Da circa un anno, avendo alle spalle diversi trascorsi come cantautore, ha deciso di intraprendere la carriera solista con Mescala, lavorando alla produzione di una sua poetica composta.

Lo scorso 28 giugno è uscito il primo singolo dell’album, “La Verità” un pezzo dal sapore retrò, un po’ biografico ma anche sperimentale, commistione di sounds anni ’60 e ’70 in cui si percepisce l’indagine esperienziale di uno stile indie pop in via di definizione.

Psichedèlia, in uscita a novembre, è dunque l’album che potremo definire d’esordio per Mescala, ma chi lo conosce invece, sa che non è del tutto vero. I suoi testi hanno accompagnato un’intera generazione interrotta tra le mura di Siena, che si passava i suoi brani con le chiavette usb sull’mp3 o su my space, una generazione che ha imparato a memoria molte delle sue canzoni perché voce di quella continua tensione verso l’evasione da una piccola città di provincia e di un mondo in continuo movimento al di là di quelle mura, specchio a volte meschino e crudele della nostalgia del ritorno. Mescala non ha mai smesso di scrivere, ed oggi vediamo portare a compimento la sua opera prima, ma che definirei “di maturità” personale ed artistica. Mescala mette in scena con Psichedèlia un’educazione sentimentale, costruitasi in un tempo immediato ed infinito tra Siena, Londra ed un paesaggio stato d’animo che a volte è la nebbia inglese, a volte un temporale estivo in una campagna senese, altre volte un incontro fugace sul lungo Tevere. Mescala prova a squarciare il velo di Maya rendendoci la fine dell’innocenza, ci dà la chiave per capire ciò che siamo diventati “pupazzi di seta” in bilico tra ciò che tentiamo di mostrare “per difendere una vanità che non ti nutre né ti disseta” e le nostre umili e nude debolezze. Ci fa riflettere su dove stiamo credendo di andare, “invece di correre” verso la libertà. La libertà di Mescala non è una fuga, ma il tempo. Per Mescala essere liberi è interpretare il proprio tempo contingente ed interiore. È terminato quel tempo dell’innocenza, appunto, in cui l’illusione di inventarsi infinite vite diverse, ed al di fuori di quella di partenza, ci faceva credere di dominare noi stessi, i sentimenti e la nostra propria determinazione di individui.  “Il tempo è una bugia per chi è romantico”, canta Giacomo.

Questa redazione, sensibile nelle proprie linee programmatiche alla manifestazione del talento ed orgogliosa di quello che si manifesta in particolare dalle radici controverse della realtà senese, ha così deciso di rivolgere a Giacomo Francini, in arte Mescala, alcune domande. A voi dunque, e di seguito, quello che è venuto fuori da un paio di chiacchierate notturne sull’interrete con l’autore di Psichedèlia.

Cosa significa per Mescala vivere il tempo, capirlo e riuscire a farlo proprio.

Non mi ricordo chi – diversi anni fa – ma qualcuno mi disse che la vita si divide in fasi di 7 anni l’una, anno più anno meno. Bene, gli ultimi sette per me sono stati piuttosto turbolenti. Non è successo niente di particolare o terribile o irreparabile, ma sono stati anni che mi hanno messo al muro. Pensavo che il futuro fosse lontano, lontanissimo, in realtà mi sono accorto – di colpo – che c’ero di già, nel futuro, e con tutti e due i piedi. Non è stata una sensazione piacevole, visto che non ho un lavoro fisso, ho i soldi che ho e non ho fondamentalmente un posto nell’universo (cit: il Taurus). Ma se è vero che – e prendo in prestito una tua frase: “la libertà di Mescala non è fuga, ma il tempo”, frase che sottoscrivo in pieno – è anche vero che avendone accettato lo scorrere mi sono lasciato alle spalle le ansie che accompagnavano quello scorrere e ho potuto resettare tutto e ripartire da capo. Per chiudere, non so se sono riuscito a farlo totalmente mio – il tempo – ma di sicuro l’ho reso più relativo e meno oggettivo, quindi, sì, leggermente più mio.

Quattordici brani per un titolo, “Psichedèlia” che rievoca una precisa tendenza culturale, artistica e musicale degli anni ’60 e ‘70. Dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, dai Grateful Dead ed anche ai Beatles, ma anche dai nostrani le Orme ai The Rokes a I Giganti. E ascoltando Psichedèlia non si fa fatica ad intuire che il nome dell’album sia un tributo alla corrente artistica, dato che la tua cifra stilistica sembra si collochi sì in una scuola dalle reminescenze battistiane, ma anche tra quella del rock psichedelico anni ’60 e ’70.  È corretto?

Il titolo è una vecchia idea. Ci scrissi un romanzetto una decina di anni fa. Poi è venuta una canzone – un pezzo strumentale -, che con gli Hashmir abbiamo provato, ma mai suonato dal vivo. Il titolo mi piaceva (ah, l’accento è sulla seconda “e” non sulla “i” come nella parola comune) quindi volevo riutilizzarlo in qualche maniera. La mia adolescenza si è dipanata negli anni ’90, e la musica che ascoltavo era più che altro Britpop e roba inglese e americana degli anni ’60/’70 – Beatles, Doors, Sonics, Dylan, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Di italiani ascoltavo poco, Battisti e Litfiba, più che altro. Quindi il disco più che un tributo alla corrente psichedelica in sé, è una spremitura di stili che – sono passati 20 anni maremma cane! – sono pian piano diventati miei.

Mescala nasce, dopo varie esperienze in gruppo, come solista e cantautore nel 2014, anno in cui avevi già alle spalle un romanzo pubblicato e due raccolte di poesie, in cosa differisce il tuo essere cantautore rispetto all’essere autore e scrittore per la pagina stampata?

Come solista in realtà è roba fresca, dall’inizio di quest’anno. Dopo gli Hashmir l’idea/Mescala era comunque quella di un gruppo, magari con membri non troppo fissi, ma non mi sentivo propriamente solo. Poi le cose sono andate a singhiozzi e quindi dopo due anni ho deciso di provare a mettermi in gioco da solo. Comunque, la differenza sostanziale è tutta nel modo in cui cerco di esprimermi. Ovvero: nei libri – soprattutto i romanzi – puoi prendere il tuo tempo, sviluppare l’idea, caratterizzare i personaggi (la poesia la lascio da parte, non riesco neanche più a leggerne mezza), nella musica invece devi riassumere, parafrasare, sintetizzare al massimo. Con gli Hashmir scrivevo in inglese e i testi erano più semplici e meno sensati. Scrivendo in italiano ho dovuto imparare ad ascoltarmi più a fondo per riuscire a creare dei quadretti che rappresentino al meglio i miei stati d’animo. Una cosa è certa: è la miglior specie di autoanalisi che esista!

I personaggi di Psichedèlia ti accompagnano nelle storie che racconti spesso in prima persona. Sono donne soprattutto, donne fatali, principesse, madri, amori rubati ed amori destinati. Ci sono però anche i “cani randagi” e il gruppo degli amici “i bambini cattivi”. Un po’ The Dubliners. Chi sono davvero i tuoi personaggi?

Le donne mi piacciono, molto. E più che invecchio più che mi piacciono. Perchè magari adesso mi ritrovo in un mondo notturno popolato di cittine di 20 anni che sono lontane anni luce dal mio modo di vivere e pensare e che quindi mi aprono uno spiraglio su ciò che ero. Intendo dire, vivo e penso come quando avevo 20 anni, ma lo faccio in modo totalmente diverso, più distaccato. Non oso dire maturo, perché la maturità è una stronzata totale. Ma senza dubbio ragiono attraverso l’esperienza. È una cosa buffa. I personaggi ovviamente sono sia presi dalla realtà che vivo, sia dalle sfumature della mia personalità. Come tutti, posso essere in molti modi e questi molti modi cerco di trasformarli in mondi di musica e parole. I bambini cattivi e i cani randagi sono i mondi che preferisco. Perché ogni tanto cerco di portarmi su una retta via di coscienza, ma passano 5 giorni e poi dopo una nottata un po’ più entusiasta mi tocca mandare così tanti messaggi di scuse che ormai neanche mi risponde più nessuno. Ognuno è quel che è, no?

Il Brano “Doriangray” è una featuring con un altro artista e musicista senese, Zatarra. Ci racconti un po’ di come è nata questa affinità elettiva?

Zatarra è un grande! Guarda, sono sincero: di rap o hip hop non so gran chè. Ma lui è stato capace di portare in città uno stile di musica e vita che non è propriamente nostro. Ha messo su una scena suburbana e molti ragazzi lo hanno seguito. Ci sarebbe veramente tanto da imparare da una persona che vive Siena con freschezza e voglia di condividere, che si muove e cerca di creare spazi e occasioni anziché limitarsi a brontolare sui social, come fanno molti. E l’entusiasmo che ci mette è ciò che mi ha spinto a chiedergli di collaborare con me per Doriangray. Volevo che il pezzo si troncasse in due, come se una voce profonda, interiore, uscisse allo scoperto per accusare violentemente il protagonista del pezzo, che è una persona di mezza età incapace di affrontare le maschere che ha creato e di cui è divenuto prigioniero. Questo è un po’ quello che fa il rap, no? E per questo ho pensato a Zat. Parlando, più che cantando, spezzi l’armonia e il messaggio che arriva è più crudo, più grezzo. Doriangray è un pezzo grezzo e Zatarra è stato davvero in gamba. È venuto a casa mia, si è preso una birra e mezz’ora di tempo, e poi ha scritto e inciso il suo pezzo. Devastante. E poi siamo cresciuti nello stesso quartiere a Palazzo Diavoli, quindi c’è anche quel piccolo legame in più – l’origine, no? – che non guasta mai quando si tratta di tirare fuori qualcosa da dentro.

Mescala e lo specchio. Lo specchio è un leitmotiv che recuperi in molti dei brani dell’album. Lo stesso Doriangray ha in sé il tema dello specchio. Cosa dice lo specchio a Mescala?

Una delle canzoni che preferivo dei vecchi Hashmir si intitolava per l’appunto The Mirror. Lo specchio è un’idea che mi assilla. Chiunque, anche la persona meno vanesia, egotista, narcisista del mondo si trova comunque almeno una volta nella vita impigliata nell’idea di sé che proietta sugli altri. È inevitabile. Come il caffè a colazione. E quando mi osservo non posso fare a meno di giudicarmi e da questo giudizio imparare cose nuove. Su di me e sul mio modo di percepire il mondo. Quindi lo specchio è tutto ciò a cui ruota attorno il nostro conoscerci, da quando ci poniamo la prima domanda in poi. È fondamentale.

Nella letteratura di Mescala ci sono molti altri brani inediti che non hai inserito all’interno di Psichedèlia. Questo mi fa pensare che questo album, più che una raccolta di brani sia un concept, fatto che giustificherebbe, oltre agli inediti in super anteprima che hai inserito, la scelta di alcuni brani piuttosto che di altri. Come nasce allora Psichedèlia? Cosa rappresenta per Mescala?

Ha un senso. C’erano canzoni migliori, ma le ho lasciate fuori perché non filavano. Non andavano a braccetto con quelle che ritenevo fondamentali per questo disco. Ci deve essere sempre un filo conduttore, altrimenti viene fuori una compilation. E anche se magari nessuno se ne rende conto, io so che un filo c’è e so che ascoltando il disco un paio di volte questo filo esce fuori. Ho diviso l’album in due tronchi. La prima parte è più leggera, armonica, estiva. La seconda parte, che inizia con Cani Randagi, è più suburbana, scura e malinconica. È tutta la stessa roba, bada bene, solo che ho cercato suoni più metallici e digitali, meno “veri”. È un po’ come quando vai a scuola e anche se rimani nella stessa aula, ogni mattina ogni ora o due o tre cambi materia e professore e quindi impostazione mentale. Ecco, l’avevo immaginato un po’ così, il disco: un neurone per la prima parte, uno – meno sobrio – per la seconda.

Mescala è l’alter ego di Giacomo Francini? Rispondi sinceramente.

Indubbiamente. Ma potrebbe anche essere il contrario, te lo dirò fra qualche anno.

Poco fa ho definito Psichedèlia un’educazione sentimentale. E l’educazione, anche quella dei sentimenti, si inizia ad imparare da piccoli, all’interno delle proprie mura domestiche. Mescala, come Giacomo, sono figli di una madre amorevole, ma esclusiva, di una “Dolce dama altera” – un altro bellissimo tuo pezzo dedicato a Siena – “che odi e sbandieri”, “che ami e che respiri”. Credi che il tuo essere un artista figlio di questa realtà rispecchi questo ossimoro? Pensi che ti abbia limitato, ti stia limitando, o che, come una madre severa e possessiva, ti abbia tolto molto ma anche impartito “un’educazione” privilegiata?

Qui apri un mondo. Diciamo solo che nessuno può insegnare a nessun altro come vivere la propria città. Io amo Siena, l’ho sempre amata e come ogni amore che si rispetti detesto l’influenza che ogni tanto – o ogni spesso – ha su di me. A chi è contradaiolo Siena dona un cordone ombelicale di acciaio, non lo puoi spezzare. Anche se magari sai che la tua vita altrove sarebbe forse non migliore ma certamente più “tua”. Si sa quello che viene concesso a chi cerca di fare musica, non c’è bisogno che elenchi i punti di una situazione che ormai conosciamo tutti molto bene. Quindi ti dico solo che sono felice di essere nato in un contesto unico, che sono stato infelice di farne parte in un determinato periodo della mia vita, che sono stato bene a Londra e che ho considerato l’esser tornato un errore per molti anni. Ma adesso ho capito che una scelta inconscia è stata fatta, molto prima che ne capissi il senso e che oggi come oggi sono contento di quel che ho, perché so che con persone come Zatarra, Masotti, Cafarelli – voi di Wunderbar, tutti quei bordelli che lavorano nei locali, nella fotografia, nei loro piccoli negozi e che lo fanno non solo per i soldi ma soprattutto per il piacere di comunicare e portare qualcosa alla comunità – persone piene di idee ed entusiasmo che sanno leggere il mondo amando comunque a fondo la propria terra, questa città supererà il periodo della giacca e cravatta e tornerà ad essere una culla in fermento, come lo era ai tempi che tanto rimpiangiamo.

 

 

Per un ascolto in anteprima di alcuni brani, potete trovare il primo EP mescaliano “Bootleg” disponible su
Spotify https://open.spotify.com/artist/7maHfyKlSfFzVJEiIYfvcJ
Canale Youtube di Mescala https://www.youtube.com/channel/UC-OJWGw1elVWYzt5o7m_ZnA
Instagram https://www.instagram.com/mescala_jf/  
Facebook https://www.facebook.com/MescalaSiena

 

Bibliografia dell’Autore

  • “Sette Passi sul ventre andaluso” di Giacomo Francini Il Filo 2007;
  • “Oltre il Sorriso di un Clown” di Giacomo Francini 2006
  • “Acque Nere” di Giacomo Francini Ed. Aletti Editore.

www.alettieditore.it
www.gruppoalbatros.eu

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...