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TRATTATI DI ROMA: 60 ANNI FA NASCEVA L’EUROPA UNITA – di Filippo Secciani

“… determinati a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei …”
Preambolo al trattato che istituisce la Comunità Economica Europea.

L’Unione europea è un’unione di diritto. Ovvero ogni azione che l’UE compie o compirà deve fondarsi sui trattati. I quali determinano gli obiettivi, definiscono le norme, descrivono le relazioni tra l’UE e gli stati che la compongono. Ma è anche un esperimento storico; non è esistita nella storia un’organizzazione internazionale simile all’Ue che indicasse questa profonda interazione tra stati; riferendoci ad essa non si può parlare di uno stato, né tantomeno di un’organizzazione internazionale in senso stretto. Tra tutti gli accordi sottoscritti nel corso della sua storia, alla base dell’Unione Europea come la conosciamo oggi ci sono i Trattati di Roma. Con ciò si è soliti fare riferimento alle due istituzioni che hanno posto le basi per la creazione dell’Europa unita. Il primo è conosciuto come il Trattato che Istituisce la Comunità Economica Europea (TCEE): come dice il nome stesso crea la Comunità Economica Europea. Il secondo istituisce la Comunità Europea per l’Energia Atomica (TCEEA). Sono stati firmati a Roma il 25 marzo 1957, mentre le ratifiche da parte degli ordinamenti nazionali li fanno entrare in vigore il 1º gennaio 1958. Il processo di unificazione europea aveva preso avvio qualche anno prima, attraverso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Entrata in vigore nel luglio 1952, si realizza la prima idea di Europa sovranazionale, con la rinuncia da parte dei membri fondatori di una porzione della loro sovranità nazionale. Dopo il processo fallimentare per un legame europeo a livello militare attraverso la CED (Comunità Europea di Difesa, 1954), la Conferenza di Messina del giugno 1955 tenta di rilanciare il processo europeo attraverso un’ulteriore unione europea dal punto di vista economico ed energetico, per non abbandonare i successi raggiunti dalla creazione della CECA. Agli inizi del 1956 è istituito un comitato preparatorio, incaricato di stilare una relazione sulla creazione di un mercato comune europeo; i progetti partoriti dalla commissione sono: la creazione di un mercato comune e la costituzione di una comunità dell’energia atomica. Con la firma dei trattati vengono istituiti la CEE e l’Euratom. Il settore economico, inizialmente meno soggetto alle resistenze nazionali, diventa il punto di partenza per il processo di cooperazione sovranazionale. La CEEA o Euratom era caldeggiato anche dagli Stati Uniti, da un punto di vista politico perché preoccupati per i progressi sovietici nel campo dell’energia nucleare ed interessati a mantenere il vantaggio atomico nelle mani del blocco Ovest, mentre da un punto di vista economico ritenevano che l’atomo avrebbe potuto far continuare a muovere l’economia europea. Ma ancor più importante attraverso un programma nucleare comune, Washington era certa di tenere a bada la Germania. Inizialmente il programma Euratom era volto al coordinamento dei programmi di ricerca degli stati membri per un utilizzo esclusivamente pacifico dell’energia nucleare, anche se i poteri attribuiti a questo trattato erano volutamente limitati perché l’atomo era considerato una risorsa strategica dagli stati che non ne volevano cedere il controllo. Fin da subito viene mostrato uno dei maggiori paradossi europei: l’integrazione europea nasce dal settore dell’energia, senza poi svilupparsi ulteriormente su questa strada. In nessun trattato è stato attribuito un potere energetico all’Europa, almeno fino alla firma di Lisbona quando viene introdotto qualcosa di quanto più vicino possibile. La CEE prevede la creazione di un mercato comune, di un’unione doganale e l’attuazione di politiche comuni. Il mercato comune si basa su quattro pilastri o libertà: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. Attraverso uno spazio economico unico si permette la libera concorrenza tra le aziende, costituendo le fondamenta per uno scambio di prodotti e servizi. Poiché al centro c’è la libera concorrenza, il trattato vieta gli aiuti di stato che possono frenare gli scambi tra i membri o che rischiano di limitare la libera competizione nel mercato. Il trattato CEE abolisce i dazi doganali tra gli stati membri ed istituisce una tariffa doganale esterna comune che si sostituisce alle precedenti tariffe adottate dalle singole nazioni. L’unione doganale infine si sviluppa attraverso una politica commerciale comune, attuata non più dai singoli stati indipendentemente. Tra le politiche comuni da segnalare ci sono la Politica Agricola Comune (PAC) e Politica Commerciale Comune. L’obiettivo posto alla base della costituzione della CEE è la formazione di un graduale processo che porti ad una istituzione politica per un’Europa unita. All’interno della Comunità Economica Europea convivono due anime: gli interessi nazionali e le aspirazioni comunitarie. Per poter garantire questo equilibrium la CEE ha creato tre istituti: il Consiglio, l’Assemblea e la Commissione. Il Consiglio (l’insieme degli stati membri, ha potere legislativo), l’Assemblea (ha ruolo consultivo ed è composta anch’essa dai rappresentati degli stati, inizialmente non eletti a suffragio universale diretto. Prenderà il nome di Parlamento Europeo dal 1962), infine la Commissione (l’organo prettamente sovranazionale ed indipendente, adibito all’elaborazione di proposte, possiede il potere di iniziativa normativa volto alla tutela dell’interesse comune, esercitato attraverso l’esercizio del potere esecutivo). Infine la CEE istituisce anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee. I due trattati di Roma, ma in particolare modo quello che ha istituito la CEE, fu decisivo per il processo di unificazione europea. L’Europa usciva da due sanguinosi conflitti e l’obiettivo era quello di impedire che gli stati si facessero nuovamente la guerra, ma eliminare tout court il concetto di stato nazionale secondo l’equazione nazioni = conflitti era estremamente pericoloso. Il processo adottato, noto come funzionalismo, è un processo graduale di trasferimento di compiti e funzioni a istituzioni indipendenti dagli stati, la soluzione dunque fu una collaborazione settoriale. Ripensando al clima del 1945, ciò che si è riusciti ad ottenere nel 1958 è qualcosa di unico nella storia: oltre a far lavorare insieme Francia e Germania, unire le economie ed i popoli, i fondatori erano riusciti a creare il mercato che cresceva più velocemente al mondo e garantendo un lungo periodo di stabilità e pace

LA PARABOLA DEL BUONO E DEL CATTIVO PASTORE – di Fausto Jannaccone

Nella presentazione del blog a suo tempo dichiarammo che nelle nostre intenzioni c’era di portare Siena nel Mondo e viceversa il Mondo a Siena.
Questa stagione in particolare ci siamo impegnati nella fase di importazione, per dirla con termini di mercato.
Ma oggi vorrei con questo piccolo editoriale portare una piccola riflessione sulla decisione che ieri è stata presa nel locale consiglio comunale, riguardo alla soluzione dei problemi relativi alla cosiddetta “movida” notturna della città.
Come sapete io sono da sempre e chiaramente schierato in direzione di una intelligente apertura di questa città, perchè non si chiuda sempre più a riccio, rischiando poi un’irreversibile implosione da cui non potrebbe trarne giovamento nessuno. Ovviamente non può e non deve essere la “night-life” la moneta d’attrazione per una città come Siena. Ma limitarne i “canali ufficiali” a vantaggio appunto di “vie alternative” credo possa essere una delle vie più sbagliate di soluzione al problema.
Ecco quindi di seguito un breve racconto che esprima per metafore il mio personale punto di vista.

Così giunsero un sabato nella città dei pellegrini, nel nord della provicia
Grande era la folla che gremiva le strade, ed il clamore si poteva udire dalla circostante campagna
Entrati dalla grande porta nelle vecchie mura i discepoli furono investiti da quella turba di genti
La folla in tumulto urlava e si dibatteva, e sembrava che tutti si dirigessero alla piazza centrale ove aveva dimora il palazzo del potere
Allora il Maestro si rivolse ai suoi discepoli e disse loro: “Seguitemi in quell’orto di ulivi che cresce dietro al tempio ed alla grande scuola, e li vi narrerò la parabola del buon pastore e del cattivo pastore”
Una volta giunti nell’orto, sedutisi tutti i discepoli intorno a Lui, all’ombra di un vecchio ulivo, Egli cominciò la sua narrazione:

“Dovete sapere che tanto tempo fa, in una terra non distante da qui, vi era un uomo che aveva un gregge di pecore
Vi erano tra queste alcune che non rispondevano ai comandi del pastore
Esse non sottostavano alle regole, mangiavano ciò che non dovevano mangiare,
mangiavano quando non dovevano mangiare, e non mangiavano quando era tempo.
Dormivano quando era ora di pascolare e pascolavano quando era tempo di riposare.
Queste pecore ribelli destavano disturbo nel resto del gregge
Provocando insofferenza nelle pecore che invece ubbidivano e rispettavano gli orari
Dopo pochi richiami, e scarso impegno il cattivo pastore ruppe il recinto e liberò l’intero gregge
Le buone pecore finirono tutte in pasto ai lupi che popolavano la regione
Le cattive invece prosperarono selvagge e continuarono a comportarsi in modo scorretto,
Avendo quindi ragione del cattivo pastore incapace
A qualche distanza dalla casa del cattivo pastore viveva un altro uomo
Anche questo possedeva delle pecore, e come in tutti i greggi
Aveva tra le sue pecore alcune di buone ed alcune di cattive
Costui a differenza del primo pastore, con pazienza e dedizione si dedicò alle pecore cattive
Costantemente dedicava loro attenzione invece di lasciarle fare e bearsi delle buone
Continui furono i richiami, grande la cura nell’educarle e portarle sulla retta via
Dopo qualche tempo così anche quelle che erano cattive si adeguarono ad i corretti modi
E chi delle cattive pecore non lo fece fu venduta o regalata o liberata
Grande giovamento ne trasse tutto il gregge, e prosperò, crescendo in salute e moltiplicandosi
Così il buon pastore fu premiato della pazienza e della dedizione
Si arricchì e permise alla sua famiglia una vita agiata e felice
Al contrario del cattivo pastore che per incapacità e pigrizia cadde in disgrazia”
“Cosa ci insegna questa parabola maestro?” chiese uno dei discepoli.
“Ci insegna che questa città in tumulto è stata governata da un cattivo pastore,
che ha preferito prender la strada più facile e breve e rompere il recinto
Ed adesso le buone pecore sono preda dei lupi, e le cattive regnano padrone”

 

LA CRISI DELLA COREA DEL SUD E’ UN AFFARE INTERNAZIONALE – di Filippo Secciani

Le notizie che giungono in questi giorni dalla Corea del Sud non sono affatto di buono auspicio per un raffreddamento delle tensioni regionali. La Corte Costituzionale, con 8 voti a favore su 8, ha confermato dopo quanto stabilito dal Parlamento (il 9 dicembre) con 234 voti contro 56, per l’impeachment nei confronti del presidente Park Geun–Hye per corruzione. Incriminazione peraltro ottenuta anche grazie ai voti degli stessi membri del partito della Presidente. Le accuse sono molte e racchiudono un’ampia varietà di reati. Si va dall’estorsione, corruzione, abuso di potere, fino alla rivelazione di segreti d’ufficio. Da quanto emerso dalle indagini della magistratura pare che dietro le quinte della Casa Blu, a muovere le fila della politica coreana fosse la consigliera speciale del Presidente Park e sua amica di infanzia: Choi Soon-Sil. La sciamana che teneva in pugno la Park, influenzandone costantemente le sue decisioni politiche attraverso la consultazione di numeri ed astri, è stata accusata di estorsione nei confronti delle grandi aziende del paese per un totale di 69 milioni di dollari – tra le quali spicca anche la Samsung, il cui vice presidente Jay Y. Lee è finito in carcere alcuni mesi fa per tangenti. Le due famiglie Choi e Park sono legate da molto tempo, da quando il padre di Soon-Sil ex poliziotto divenuto nel frattempo fondatore di una setta evangelica riuscì ad inserirsi nell’establishment coreano fino ad arrivare a condizionare l’allora presidente Park Chung-Hee che prese il potere nel 1961 attraverso un golpe, per poi venire assassinato nel 1979 dal capo del suo stesso servizio segreto; l’azione di tale gesto fu motivata dall’attentatore come tentativo di eliminare dalla presidenza l’influenza del santone Choi Tae-Min. La situazione che sta vivendo oggi la Corea è abbastanza negativa, la concussione è presente pressoché fra tutte le compagini politiche: l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban KiMoon ha dovuto rinunciare alla corsa per la Presidenza, in seguito al coinvolgimento del fratello in un affare di tangenti. La rabbia e la delusione dei cittadini esplosa con la questione Park, era già ricolma a seguito di una lunga serie di scandali di corruzione che hanno investito la classe politica ed economica del paese. Come se ciò non bastasse va aggiunto anche il fallimento della settima flotta commerciale mondiale, la Hanjin, che ha dovuto chiudere per bancarotta a metà febbraio, lasciando senza lavoro numerose persone ed impoverendone molte altre. Il 9 maggio avranno luogo le nuove elezioni (per il momento la presidenza è occupata ad interim dal Primo Ministro Hwang Kyo-Ahn) il favorito continua a rimanere con più del 36% il candidato del partito Democratico Moon Jae-In, esponente della sinistra, il quale si è dichiarato fin da subito contrario al sistema antimissilistico americano anti Pyongyang. Le vicende interne che riguardano questa nazione non sono circoscritte alla sola penisola coreana, ma hanno risvolti molto più ampi e non confinati alla sola regione nord asiatica. Si intrecciano sicurezza, affari, economia, politica e molto altro. I grandi attori internazionali osservano con molta attenzione Seoul. Durante la visita di Abe a Trump nel novembre del 2016, il Primo Ministro giapponese ha espresso all’allora neo presidente eletto tutte le preoccupazioni degli alleati regionali per un eventuale cambio di strategia di Washington. Paure evidentemente infondate in quanto la nuova amministrazione repubblicana ha riconfermato i rapporti estremamente forti tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud in funzione anti cinese ed anti Corea del Nord. In tal senso un fondamentale passo in avanti è stato compiuto con la firma di un accordo tra Tokyo e Seoul per la rapida ed efficiente condivisione di informazioni di intelligence militare per quanto riguarda attività militari e soprattutto nucleari della Corea del Nord. L’accordo è stato firmato il 23 novembre 2016 e viene indicato con l’acronimo GSOMIA che sta ad indicare il General Security of Military Information Agreement. Prima ancora che strategico questo accordo ha una rilevanza storica non di poco conto in quanto si tratta del primo patto militare firmato dai due paesi dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla liberazione della Corea dall’imperialismo nipponico. Fin da subito si è detta contraria la Cina, che non ha nascosto il suo timore che dietro al contenimento verso la Corea del nord, si nasconda in realtà uno strumento di deterrenza contro Pechino. Il rischio è di incrementare il livello di tensione in una regione già altamente elettrica. Tuttavia questo accordo non deve far credere che i rapporti tra Giappone e Corea del Sud siano convergenti, anzi. Tra i numerosi punti di criticità, uno dei più determinanti è la questione delle cosiddette “donne di conforto”, ovvero coreane costrette a prostituirsi per i militari durante l’occupazione giapponese. Altra fonte di stress è la contesa per le isole Dokdo/Takeshima, che sebbene rientrino all’interno dei confini territoriali coreani sono reclamate da Tokyo. La questione non è tanto incentrata su vaghe questioni geografiche e storiche, quanto sulle ingenti (a quanto sembra) quantità di gas naturale presenti sotto i fondali. Per quanto riguarda i legami con gli Usa, nonostante il parere contrario delle forze di opposizione, la presidenza Park ha firmato con gli Stati Uniti d’America un accordo per l’installazione in tutta la nazione del sistema antimissile THAAD (High Altitude Area Defense Terminal), progettato per abbattere i missili di breve/media gittata provenienti da Pyongyang; anche in questo caso sono state molto veementi le proteste di Pechino, ancora una volta minacciata dalla presenza di strumenti bellici molto vicini ai propri confini. Ma è soprattutto all’interno del paese che sono presenti le maggiori rogne. Il malessere sociale che stava già imperversando nel paese si è manifestato nel corso delle ultime elezioni dell’aprile del 2016 per il rinnovo dei 300 seggi del parlamento; in questo caso gli elettori hanno inviato un segnale molto chiaro ai due maggiori partiti ed in particolare a quello di governo. Rispetto alle elezioni precedenti, l’elettorato attivo andato alle urne è aumentato del 2,3%, recatovisi fondamentalmente per esercitare un voto di protesta contro il presidente Park ed il suo partito Saenuri, costatole la perdita del controllo della maggioranza in Parlamento. Altro dato estremamente sensibile è stata la frammentazione delle forze di opposizione schierate contro il partito conservatore, che amplificano il senso della disfatta del partito di governo ancora più vigorosamente e la nascita del People’s Party (febbraio 2016) di carattere liberale e centrista che in poco più di un mese dalla sua nascita è riuscito a strappare 38 seggi su 300. Nonostante gli ingombranti vicini del Nord la quasi totalità della campagna elettorale si è incentrata su questioni economiche. Ormai ben lontana dal boom industriale vissuta a partire dalla dittatura Park degli anni sessanta fino ai primi anni della recente crisi economica, questa Tigre Asiatica sta vivendo una recessione, provocata dal forte calo dell’export, dall’elevato indebitamento familiare e da una crisi occupazionale giovanile che sfiora il 10%, a fronte di una disoccupazione totale intorno al 3,5%. Appare chiaro dunque che in questo quadro di estrema incertezza sociale ed economica la sicurezza nei confronti della Corea della Nord non abbia occupato i primi punti delle agende dei candidati alla presidenza. Nonostante l’ennesimo scandalo abbia indicato come il sistema coreano sia basato su un forte approccio clientelare nei rapporti tra politica ed affari e la crisi economica l’abbia vista protagonista in negativo, nell’ultima decade alcuni settori industriali del paese hanno avuto performance di notevole interesse, merito anche della firma di accordi di libero scambio sottoscritti con gli Stati Uniti (Free Trade Agreement between the United States of America and the Republic of Korea) e con l’Unione Europea (European Union–South Korea Free Trade Agreement). Settori come l’elettronica, l’automobilistica ed il conglomerate sono all’avanguardia. La lotta per il “dominio” dei prodotti elettronici è un’ulteriore causa di tensione con l’altro grande leader di questi prodotti: il Giappone. Entrambi i paesi sono a vocazione prevalentemente esportatrice ed entrambi smerciano la stessa tipologia di prodotti verso i medesimi mercati e soprattutto entrambi questi settori garantiscono entrate per le loro economie. In questo quadro si è inserita con irruenza la Cina forte della sua posizione predominante. L’importanza delle relazioni tra questi due paesi va ogni giorno rafforzandosi sia a livello economico sia politico. Politico per l’importanza che assume Pechino nella gestione delle relazioni con Pyongyang ed economico per i legami che si fanno sempre più intensi tra Corea del Sud e Cina. Da qui la dura presa di posizione dei partiti opposti al governo Park per la ratifica dell’accordo GSOMIA e soprattutto per il dispiegamento sul territorio coreano del sistema anti missilistico, da pochi giorni giunto nella provincia dello Gyeongsang. La Corea dunque si trova di fronte ad una scelta obbligata: trovare una soluzione di equidistanza tra Washington e Pechino che non irriti nessuna delle due parti. Appoggiarsi ad una delle due potenze e scaricare l’altra non è un opzione praticabile al momento. La crisi che l’ha investita, sia a livello sociale che politico, non le permette ampi margini di manovra e il buon andamento di qualche settore dell’export non garantisce quella stabilità economica per intraprendere azioni avventurose in politica estera. Quello che si va delineando è sicuramente il periodo di maggiore difficoltà con l’alleato storico americano. Sebbene Trump prima ed il Segretario Mattis poi abbiano garantito l’impegno degli Stati Uniti a difesa della Sud Corea dalla minaccia nucleare del Nord, è chiaro che Washington non veda certo con piacere l’apertura di Seoul verso la Cina e sia ulteriormente preoccupata per chi possa essere il futuro presidente della Repubblica e per quali saranno le sue mosse politiche in campo internazionale; ad esempio nella gestione dei rapporti con la parte nordcoreana. Ulteriore punto di frattura potrebbe essere l’iniziativa di Trump per la rinegoziazione del trattato di libero scambio firmato tra i due paesi, usando come leva le spese per il mantenimento delle forze americane sul territorio coreano (circa 28500 uomini). Infine un fattore esterno da Seoul ma che avrà un impatto determinante è capire quale componente del sistema burocratico americano avrà maggiore peso sulle scelte del presidente Trump, il Dipartimento della Difesa, la Segreteria di Stato, o il Consiglio di Sicurezza. Anche la distensione con il Giappone sebbene abbia fatto passi da gigante continua a rimanere impantanata su alcuni punti di difficile soluzione. La questione delle “donne di conforto” probabilmente non si risolverà e rischia di avere ripercussioni anche nei confronti dell’accordo GSOMIA, facendo fare ai due paesi un salto indietro di venti anni. Cancellazione dell’accordo sulla condivisione di informazioni di intelligence che sicuramente avverrà se a vincere sarà la componente di centro sinistra, dalle cui fila molto spesso si sono alzate voci che identificano il paese del Sol Levante come un nemico per la Repubblica di Corea. La questione cinese ruota attorno esclusivamente al dispiegamento del dispositivo missilistico THAAD. Se il nuovo presidente facesse dietrofront sulla questione, le relazioni tra i due paesi potrebbero migliorare rispetto alle attuali, ben fredde ed impantanate in un sistema di ritorsioni e contro ritorsioni che alla lunga non farebbero altro che danneggiare l’economia coreana. Dal punto di vista di Pechino questo sistema di difesa missilistico rappresenta una seria minaccia e fonte di preoccupazione, su cui il Politburo non cederà di un millimetro. La crisi politica della Corea del Sud coincide con un aumento delle minacce provenienti da Nord, con un deterioramento dei rapporti con i partner regionali ed un incerto futuro con gli alleati storici e questi evidenti fattori di debolezza influenzano notevolmente la politica di alleanze volta a contenere le minacce di Pyongyang. Il nuovo presidente si troverà a dover uscire da una crisi interna che ha eroso la stabilità dei rapporti internazionali, che a loro volta influenzano la politica economico/commerciale del paese in un infinito circolo vizioso in cui commettere un errore rischia di avere conseguenze non ben quantificabili.

REALTA’ E PERCEZIONE DELLA PRESIDENZA OBAMA – di Filippo Secciani

L’elezione di Obama quale presidente degli Stati Uniti ha provocato fin da subito un’ondata emotiva negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La motivazione è facilmente comprensibile: per la prima volta nella storia, un uomo di colore occupava la poltrona di comando del più potente stato al mondo. Non solo una minoranza, Obama rappresentava anche un’ideale cosmopolita di individuo, positivista, con radici multiculturali e vicino all’Islam. Obama in altre parole è stato un perfetto rappresentante dell’eccezionalissimo americano. secoba1Come se non bastasse era successore di G.W. Bush, responsabile dell’invasione dell’Afghanistan e della guerra in Iraq, delle torture e dell’unilateralismo neoconservatore. Dall’altro lato l’elezione dell’ex professore dell’università di Chicago ha contribuito ad acuire quella divisione latente all’interno della società americana tra provincia e metropoli, tra industria e servizi e tra bianchi e neri che l’elezione di Trump ha definitivamente portato a frattura, polarizzando una società che molto difficile troverà soluzione. “Tutta la sua retorica politica [di Obama], a partire dal famoso discorso della convention democratica del 2004, è stata centrata sulla necessità, e possibilità, di riportare queste due Americhe a parlare tra di loro” (Mario del Pero). Missione a quanto pare fallita. L’America di Obama è un’America profondamente differente (e quella di Trump lo sarà ancora di più). I motivi possono essere racchiusi in due macroinsiemi: il primo è il cambiamento demografico della società statunitense, in cui assume rilevanza maggiore la componente latino-ispanica della popolazione (da sempre elettorato democratico) ed il graduale processo di indebolimento della classe media americana che ha ricevuto il colpo da ko con la crisi economica del 2008. Forte del consenso dei liberal e degli “emarginati” Obama ha incentrato la sua politica verso una maggiore inclusione sociale, investendo buona parte della sua amministrazione verso l’ampliamento dei diritti civili e sociali (unioni gay, salario uguale per uomini e donne, lotta alle disuguaglianze, tutela delle minoranze, sanità pubblica) i cui risultati sono parzialmente stati raggiunti e superati, ma mettendo da parte, o nel peggiore dei casi escludendo totalmente, i bianchi impoveriti e colpiti dalla crisi economica e dal processo di de industrializzazione degli Stati Uniti, in quella che lo storico della Columbia University Mark Lilla definisce la fine del “liberalismo identitario” e provocando una forte reazione negativa tra le frange più dure dell’elettorato repubblicano. Cioè l’agire progressista e liberal per la tutela quasi esclusiva della diversità culturale, religiosa e razziale all’interno degli USA, finendo per favorire identità separate, a scapito di un comune interesse di tutti gli americani verso politiche economiche e sociali universaliste. Non è un caso che la popolarità di Obama fosse maggiore al di fuori degli Stati Uniti, specialmente in Europa e nel continente africano. Questa sorprendente fiducia nell’opinione pubblica europea verso Obama si manifesta anche nelle sue scelte di politica internazionale (nel 2016 l’80% degli europei ha fiducia nella politica estera di Obama – Pew Research Center). Tutto ciò nonostante le Primavere Arabe, la Libia, il disimpegno dall’Afghanistan, l’Isis, la crisi siriana e la Russia al centro del Medio Oriente. Esperti e studiosi di relazioni internazionali hanno accusato Obama di non aver avuto una strategia efficace ed una linea chiara da perseguire, “di non avere, in altre parole, quella necessaria e dottrinale grand strategy sempre elaborata invece dalle amministrazioni statunitensi del dopoguerra.” (Mario del Pero). Va anche riconosciuto che gli ultimi due anni e mezzo della sua amministrazione sono stati caratterizzati da una maggioranza repubblicana al Congresso (anatra zoppa) che ha fatto dell’ostruzionismo una prassi regolare per combattere le iniziative legislative. Obama ha dovuto anche guardarsi dal suo stesso partito, frammentato al suo interno in più fazioni e per certi versi ostile alla sua nomina, al quale lui ha cercato di porre rimedio nominando la sua acerrima nemica Hillary Clinton alla carica di Segretario di Stato. Soluzione che ha pagato sul breve, ma che alla lunga ha accentuato questo conflitto interno, specie in seguito alle scelte di politica estera di questa amministrazione, nel corso del secondo mandato. secobaAd Obama è stato spesso fatto notare di agire in maniera troppo soft in questioni di politica internazionale (anche per un presidente democratico) e di aver gestito le questioni estere in funzione di un tornaconto in politica interna. Questa sua “debolezza” nell’operare a livello internazionale è una delle cause minori della sconfitta democratica della Clinton alle ultime elezioni presidenziali. A fronte di un’iniziale apertura con Mosca (politica del reset), la questione ucraina ha evidenziato la mancanza di una strategia americana, rimasta in qualche modo sopraffatta dall’azione dirompente russa. Non è stata migliore l’azione intrapresa in Medio Oriente. La scelta all’interno della crisi siriana è stata quella di finanziare le forze di opposizione di Assad, molto spesso islamiste ed estremisti islamici, salvo poi dover impegnare forze sul terreno per arginare l’asse Iran-Russia, che ha costretto a mutare radicalmente le scelte obamiane per la Siria: da un desiderio di eliminare Assad dalla scena politica siriana (forse anche fisicamente) l’ultimo periodo della sua presidenza è stato segnato da un cambio di rotta in questa decisione. Allo stesso modo l’Iraq ha visto un’iniziale decisione di adottare un basso profilo, se non di deciso disinteresse, salvo poi dover far marcia indietro ed intraprendere misure più efficaci nella lotta all’Isis. I teorici del declinismo americano, sostengono che chi faccia largo utilizzo dell’apparato militare per il mantenimento dell’ordine, non abbia nessun tipo di controllo. Egemonia significa intrinsecamente non fare ricorso alla armi. Viceversa per quanto riguarda Obama, il non ricorso alle armi – se non quando fosse troppo tardi – ed il non immischiarsi in questioni esterne ha indicato un generale indebolimento dell’egemonia americana, contrariamente al rischio di overstretching della presidenza Bush. Per garantire la propria supremazia Obama ha fatto un largo utilizzo di tecnologia e di droni, arrivando anche a bombardare paesi formalmente alleati e non in guerra come Filippine e Pakistan (soprattutto la regione del Waziristan). Un buon risultato è stato ottenuto da questa amministrazione per quanto riguarda la sua politica verso il Pacifico ed in particolare nei confronti della Cina: la creazione del TPP (Trans Pacific Partnership) ha contribuito a delimitare l’avanzamento economico dell’ex impero celeste nella regione, rispecchiando appieno quel pivot to Asia cavallo di battaglia del Segretario di Stato Hillary Clinton prima e John Kerry dopo. Il TPP escludeva la Cina da accordi commerciali tra i partner regionali di una zona in cui transitano il 50% degli scambi commerciali mondiali e al contempo rafforza politicamente il Giappone ed in misura minore la Corea del Sud in funzione anti Pechino. Il PCC per rispondere a questa iniziativa occidentale, ha promosso dal 2013 la costruzione della Nuova Via della Seta (One-Belt-One-Road) per rafforzare gli scambi economici con Asia Centro-meridionale ed Europa. Per conclude possiamo riassumere la figura di questo presidente attraverso due parole: percezione e realtà sono state le dinamiche della politica di Obama.17035351_1252161311519765_1755848394_n La percezione della sua persona e della sua personalità, con la realtà delle sue politiche. La percezione è stato lo storico discorso del 2008 all’università del Cairo, rivolto al mondo musulmano, la realtà è il caos che regna nel Medio Oriente. Sulla carta un’abile utilizzo di una retorica assai lontana dalla tradizione statunitense di interventismo ed internazionalismo delle precedenti amministrazioni, ma nella realtà un ricorso allo strumento militare tale e quale al passato.

La rabbia studentesca esplode all’Università di Roma – di Carlo Rivolta

Ed ero già vecchio quando a Roma, a Little Big Horn,
Capelli Corti generale ci parlò all’Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce;
ma non fumammo con lui, non era venuto in pace
E a un dio fatti il culo non credere mai. 

Il 17 febbraio del 1977 l’allora segretario della CGIL Luciano Lama tenne, o perlomeno tentò di tenere, un comizio all’Università della Sapienza di Roma, occupata dagli studenti in risposta alla famigerata riforma Malfatti. Le sue parole e la sua presenza non piacquero a quest’ultimi, che iniziarono a contestarlo, prima con slogan, poi scontrandosi con il servizio d’ordine dei giovani comunisti presenti. La violenza degli scontri indusse Lama a terminare prima del previsto il suo comizio e a lasciare la città universitaria insieme alla sua delegazione.
Il giornalista di Repubblica Carlo Rivolta*, uno dei cronisti più partecipi di quegli anni e di quel Movimento, raccontò così quella giornata memorabile.

Luciano Lama cacciato università sapienza 1977
Una fase degli scontri alla Sapienza


ROMA –
Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell’Università erano già formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d’ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po’ attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli “indiani metropolitani“, (l’ala “creativa” del movimento, composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell’ateneo: “I Lama stanno nel Tibet”.

Gli “indiani” dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C’era scritto: “L’ama o non Lama”. “Non Lama nessuno” e altri giochi di parole del genere.

I sindacalisti e i servizi d’ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: “Sono goliardi, non bisogna farci caso”. Qualcun altro invece già alla vista del fantoccio si era innervosito: “E’ una provocazione inammissibile. Lama è un leader dei lavoratori”.
Assiepati intorno alla facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano, scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”. Ce l’avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti dell’astensione.

cacciata luciano lama università roma sapienza 1977
Alle 8.30, davanti alla facoltà di Lettere c’è stato uno degli episodi chiave, rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone, infreddolite, preoccupate, una delegazione dell’intercollettivo universitario aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della Cgil-scuola. “Avevamo un appuntamento”, hanno detto ore dopo ai giornalisti, “per concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era quella della scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al comizio”. Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i rappresentanti dell’intercollettivo, all’appuntamento non è venuto. L’attesa si è prolungata per una mezz’ora, poi quattro dell’intercollettivo, delusi, si sono mescolati tra la folla.

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al “carroccio” degli indiani (ma c’erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d’ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell’ironia e del sarcasmo, anche pesante. “Più lavoro, meno salario”, “Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà”. “Lama è mio e lo gestisco io”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione”, “Più baracche meno case”, “E’ ora, è ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia” erano gli slogan più scanditi, parafrasi delle parole d’ordine delle manifestazioni e dei cortei della sinistra. Un gruppo cantava sull’aria di Guantanamera: “Fatte ‘na pera, Luciano fatte ‘na pera”. Una pera, nel gergo freak è una endovena di eroina. I militanti del Pci erano a questo punto non più perplessi, ma dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: “Via, via la nuova borghesia”, “Pariolini, pariolini”.

Dall’altra parte, settori del movimento, rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica: “Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato”, “Via, via la nuova polizia”.
E’ stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il servizio d’ordine sindacale e del Pci stringeva dappresso “indiani”, collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato. Il punto di attrito più caldo era intorno al “carroccio” degli indiani: lì davanti era schierato il servizio d’ordine della federazione romana del Pci e i giovani della Fgci. I sindacalisti e i consigli di fabbrica occupavano prevalentemente le “retrovie” e stavano sui bordi della grande fontana di piazza della Minerva.

Luciano Lama è entrato nell’Università con una grande puntualità. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, è passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d’ordine ed è arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spazio fra le aiuole della facoltà di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite “marce” da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli “indiani”.

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell’ortodossia comunista e quello della “creatività obbligatoria”, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici; la pentola in ebollizione da un paio d’ore era ormai sul punto di scoppiare.

Il primo piccolo incidente è avvenuto sui bordi della fontana. Due consigli di fabbrica vicini ad “autonomia operaia”, si sono fatti largo per aprire i loro striscioni, rintuzzati dal servizio d’ordine dei sindacati stavano per venire alle mani. C’è stato un intervento di alcuni ragazzi del Pdup e la calma è tornata per poco.
Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano più violenti. Il Corriere della Sera ha scritto “che saremo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…”.Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata o vernice. Nel servizio d’ordine del Pci c’è stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice è piovuta sulla testa della gente. E’ partita allora una carica per espugnare il “carroccio” degli indiani. Travolta “l’ala creativa” del movimento, il servizio d’ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama è entrato in contatto con l’ala “militante”. Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio è tornato in mano agli occupanti dell’Università che lo hanno usato come un ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d’ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma è stata il segnale di partenza della rissa più selvaggia.Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltà di Lettere, contro il servizio d’ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d’asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10.30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno già piangeva urlando “Basta, basta, non ci si picchia fra compagni”. Dopo Lama saliva sul paco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. “Compagni”, ha tuonato, “la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni”. L’ultima parola è stata quasi un segnale. Un’ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti.

Il camion è stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. A gruppi di due o tre, di dieci quindici persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del Pci e dei sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese e sassate. Una rissa tragica, violentissima, con gente che piangeva, che imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei collettivi non sono andati all’ospedale perché temevano denunce). La facoltà di Lettere era trasformata in una infermeria, i militanti del Pci invece venivano portati di corsa al Policlinico.

La calma dentro l’ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti dall’Università, si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro gruppo si riuniva in assemblea a Geologia e stilava una mozione: “La responsabilità degli scontri ricade sull’iniziativa provocatoria ed esterna al movimento presa dal Pci sotto una copertura sindacale unitaria…”. In sostanza tutto l’intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che era accaduto, anche se fino a poche ore prima c’era stata violenta polemica fra l’ala di Autonomia e il resto del movimento.

Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall’Università da un cancello secondario. Aveva già chiesto l’intervento della polizia. Per qualche ora c’è stata una pausa, come se i contendenti dovessero tirare il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l’assemblea dei collettivi, alle 16.30, fuori dall’ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e dei carabinieri.

Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi, automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo. Colonne di jeep, camion, “pantere”, pullman di carabinieri hanno riempito rapidamente i viali intorno all’Università. Una sola strada è rimasta libera, quella dell’uscita di via dè Lollis, unica via di scampo per gli “assediati”.

Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i cancelli. In testa una autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de Lollis verso le 16.15.Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai collettivi due giovani militanti di Lotta Continua sono stati picchiati dal servizio d’ordine della Fgci e del Pci fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione nazionale in settimana, assemblee nelle scuole.
Gli interventi, brevi, incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la necessità di darsi una forma di organizzazione “perché la sovranità dell’assemblea e delle sue decisioni venga rispettata”. Ha parlato anche un giovane della Fgsi che ha espresso solidarietà ai collettivi e ai comitati di lotta contro la riforma Malfatti.

Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate. Ad Economia e Commercio e Architettura, le due facoltà fuori dalla cinta dell’ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. E’ stata votata una mozione: dopo aver ribadito che il movimento “è stato fatto bersaglio di una offensiva dell’apparato dello Stato e del gruppo dirigente del Pci” si afferma che “è in corso da parte della borghesia italiana guidata dal governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei giovani”. Gli obiettivi del movimento sono: “Ritiro del progetto Malfatti; sciopero generale nazionale contro il governo”. “Il movimento”, è scritto nel documento, “sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica sacrifici”. Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio alle 17, “pacifica e di massa”.

(Carlo Rivolta, 17 febbraio 1977, La Repubblica)

 

carlo rivoltaCarlo Rivolta nasce a Roma il 20 ottobre 1949. Nel 1971 inizia a collaborare con Paese Sera, dove realizza i suoi primi reportage notevoli, come quello sulle carceri di Rebibbia e Regina Coeli. Rivolta intervista le guardie e documenta la ribellione dei detenuti, finita con i carcerati. Il suo lavoro non passa inosservato: Eugenio Scalfari lo arruola tra le fila della nascitura Repubblica: è il dicembre del 1975. Diventa in breve tempo uno dei miglior cronisti presenti. Racconta il 1977 e il Movimento fino alla sua “morte” naturale: per via delle sue prese di posizione viene emarginato non solo dai colleghi, ma anche dagli autonomi. Il suo nome viene iscritto nella lista nera delle Brigate Rosse e per lui è il colpo di grazia: cerca rifugio nell’eroina. Nel 1978 Scalfari lo sospende per aver prestato la sua firma come direttore responsabile a Metropoli, periodico di Autonomia Operaia. Emigra verso le colonne di Lotta Continua. L’11 febbraio 1982, durante una crisi d’astinenza, cade dalla finestra del suo bagno. Va in coma e muore nella notte fra il 16 e il 17 febbraio.

LA ROSSA, LA GRASSA, L’UNIVERSALE- di Viola Lapisti

“[…] Oh quanto eravamo poetici, ma senza
pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza
pudore e vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma
Bologna…[…]”
Bologna – Francesco Guccini.

Avevo circa otto anni quando ci sono stata per la prima volta, mi ricordo che il mio babbo mi raccontava che in quelle vie aveva vissuto il servizio militare e la rivolta studentesca del sessantotto, bandiera rossa, bella ciao ed i cori sui carri di Lotta Continua. In quegli anni ho conosciuto le canzoni di De André e quelle di Guccini, anche se non capivo ancora bene che cosa volessero dire quelle parole. Sapevo a mala pena intuire quando nelle canzoni si parlava d’amore. Mi sembrava un luogo tanto lontano e immenso rispetto alla mia città straordinario, caotico ma degno del più reverenziale rispetto.

Ci sono tornata dieci anni dopo, era il 3 dicembre 2004, stavo andando a vedere un Concerto di Guccini, che poi ho saputo essere stato il suo ultimo concerto in quella città, prima che decidesse di dare l’addio al palco. Quelle parole che da piccola ascoltavo dal mangianastri di babbo, adesso le conoscevo a memoria. Ero emozionata, mi sembrava di essere sul set cinematografico del mio beniamino, ora che anche io calpestavo le vie cantate nei suoi testi.

Ci sono tornata e rimbalzata altre volte, perfino a cercare dei testi per la bibliografia della tesi, in Via Zamboni 36.

Qualche anno dopo, anche Sara, avrebbe calpestato il marmo sotto a quei portici e avrebbe iniziato il suo viaggio. Bologna sarebbe diventata la sua città, il luogo dove avrebbe vissuto, fino ad oggi, gli anni più belli della sua vita.

Ho conosciuto Sara al Liceo. Io avevo ventitré anni e lei quindici. Io ero una ex liceale che dava una mano per la Commedia, lei una giovane liceale che sivergognava a recitare, ma quando recitava era bravissima. Roberto Ricci, il regista, diceva che Sara aveva una dote innata. La sua bravura, mentre recitava, era manifesta anche all’occhio meno esperto perché la sua bellezza,oltre ad avere una disinvoltura non comune sul palcoscenico, nasceva soprattutto dal fatto che Sara era totalmente inconsapevole del suo talento.

Sara era ed è una ragazza determinata e piena di talenti, da piccola voleva fare il magistrato. Al Liceo le piaceva studiare Storia dell’Arte. Oggi, vive a Copenaghen e tra qualche mese partirà per Calcutta.
Quando le ho chiesto se sarebbe stata disposta a raccontarmi un po’ di sé e da rispondere a qualche domanda per questo articolo, non ha esitato un istante e la ringrazio. Le ho detto che in questo articolo si sarebbe parlato di Bologna, e di ciò che la città ed il suo Ateneo sta vivendo nelle ultime ore. Sapevo che questo argomento la stava toccando da vicino, che probabilmente stava tormentando il suo fianco scoperto, lei che considera Bologna la sua seconda casa ed il sentimento che prova nei suoi confronti “è simile a quello che si prova per una mamma, applicato ad una città”.
Sara a Copenaghen lavora e sta frequentando un master, nonostante questo in meno di ventiquattrore ha trovato il tempo per rispondere alle domande che leggerete. Le ho detto che volevo capire, che le notizie che ci stanno arrivando sono rarefatte e che, in questi casi, il confine tra la strumentalizzazione e la verità è labile. Le ho chiesto quale fosse la sua opinione, lei che ha vissuto in prima persona l’ambiente e che ne ha respirato il clima. Senese di nascita, ma bolognese di adozione
Presentati. Chi è oggi Sara Nardi?
Sono una giovane donna, energica e molto determinata. Al momento studio alla Copenhagen Business School e lavoro part time a Eataly. Ho studiato per tre anni all’Università di Bologna, il periodo più bello della mia vita. Frequentavo un corso internazionale, Business and Economics, insegnato in lingua inglese. I miei colleghi venivano davvero da tutto il mondo. Per il master sono voluta andare all’Estero per sfruttare al meglio l’internazionalità che la triennale mi aveva dato. Nel frattempo già avevo fatto uno scambio di sei mesi a Buenos Aires e il prossimo settembre partirò per un altro scambio di sei mesi in India. Mi sento cittadina del mondo ormai, ed è una bellissima sensazione
Il tuo colore preferito
Nero, sta bene praticamente con tutto, non passa mai di moda, ed è la somma di tutti I colori messi insieme.
Dopo la maturità hai scelto Bologna. Come mai proprio questa tra tutte le città del panorama universitario italiano?
Le esperienze all’Estero che avevo fatto durante il liceo mi avevano sempre entusiasmato, ma non mi sentivo ancora pronta per fare l’Università fuori, però volevo studiare in inglese. Il corso di Business e Economics in inglese c’era solo in poche altre università pubbliche italiane e Bologna era l’Ateneo che mi interessava di più. Ne avevo sempre sentito parlare benissimo.
L’ Offerta formativa è stata dunque all’altezza delle tue aspettative?
Le ha superate, devo dire. L’insegnamento all’avanguardia, I corsi ricchi di contenuti e I professori molto validi e qualificati. L’ottica del mio corso era molto internazionale, l’equilibrio tra esami più tradizionali (individuali) e lavori o esami di gruppo era ottimo. L’Università di Bologna mi ha arricchito tantissimo sia dal punto di vista accademico sia personale.
vio2Il più bel ricordo di Bologna (ed anche il più brutto, se ne hai)
Ho la testa piena di bei ricordi e belle sensazioni. Bologna complessivamente è tutta un bel ricordo per me. Dai ragazzi seduti in cerchio a suonare sul prato dei Giardini Margherita, alle colazioni primaverili in Piazza Santo Stefano, le camminate sui colli nelle giornate di sole, il buon caffé con lo sconto studenti alla Scuderia.
Mi ricordo che prima partire per il mio ultimo semestre a Buenos Aires, presa dalla tristezza di lasciare Bologna, spesso dopo cena andavo in giro a camminare per le vie della città che amo di più. Per godermela da sola, anche in silenzio.
Il ricordo più brutto è quando un sabato sera d’estate un gruppo di ragazzi loschi, quelli che occupano il portico sotto il teatro comunale mi seguì in bicicletta mentre io ero sola a piedi. Era tardi e stavo tornando da una serata tra amici. Appena hanno iniziato a farmi domande inopportune, ho cambiato strada e hanno continuato a seguirmi, allora ho iniziato a correre verso un taxi e mi sono fatta riportare a casa. Anche se era una distanza che avrei potuto benissimo percorrere a piedi in 5 minuti. Queste cose non dovrebbero mai succedere.
Bologna, fin dalla rivolta studentesca del ’68, è da sempre lo specchio rivoluzionario della gioventù universitaria di questo paese. Il particolare per l’universale. Qual è, secondo te, la differenza tra la Bologna sessantottina cantata da Guccini e la Bologna di oggi?
Onestamente dello spirito sessantottino ci vedo poco adesso.
Chiaramente non essendoci stata al tempo non posso paragonare, ma le rivoluzioni universitarie che ho visto io a Bologna mi sembrano solamente una scusa per fare casino, spesso chi è a capo delle proteste e/o manifestazioni si esprime in un italiano a dir poco pessimo, schiamazzando al megafono frasi spesso senza significato che, per come la vedo io, rivelano la mancanza di un piano e di vere convinzioni. Non mi sembra ci sia proprio nessuna continuità con la rivolta studentesca del ’68. Spesso adesso le occupazioni delle aule sfociano in atti violenti o vandalici. Gli edifici storici che noi studenti dovremmo tanto amare vengono imbrattati sia fuori che dentro.
Come hai vissuto, da studentessa universitaria, il forte radicamento del movimento studentesco, diciamo quasi identitario, di Bologna stessa?
Ho sempre cercato di starne alla larga vivendomi Bologna nelle cose più belle che ha da offrire: le iniziative culturali e artistiche, l’atmosfera internazionale e giovanile, l’opportunità di studiare in aule storiche e bellissime.
Per me ci sono tanti modi di fare informazione e protesta pacificamente, per esempio organizzando dibattiti interdisciplinari, mettendo insieme idee di studenti motivati e competenti. Purtroppo sono abbastanza diffidente nei confronti dei movimenti studenteschi bolognesi perché ho visto in prima persona come le idee che ne stanno alla base siano strumentalizzate e come le manifestazioni in questi anni siano degenerate nella violenza e nel degrado che rovinano la zona universitaria
Il CUA. La prima cosa che ti viene in mente
Probabilmente la mia risposta è falsata da pregiudizi, ma basti pensare che la loro pagina web è piena di articoli verbalmente violenti, la loro foto di copertina su Facebook è un murales terribile che imbratta un muro della mia biblioteca preferita dove andavo a studiare. Questo è quello che mi viene in mente.
Viene chiamata “la rivolta dei tornelli”, quella delle ultime settimane, iniziata con la decisione di installare tornelli all’ingresso della biblioteca di Lettere al civico 36 di via Zamboni, decisione presa dall’Ateneo su richiesta degli stessi lavoratori della biblioteca. Cosa ne pensi e come vivi da Copenaghen questi scontri.
I tornelli sono SACROSANTI! Zamboni 36 è un posto dove io stessa ho studiato, ma spesso è un covo di spacciatori, sicuramente non sicuro. I tornelli arginano solo parzialmente il problema di infiltrazioni di gente poco raccomandabile all’interno di locali universitari, visto che in alcuni casi alcuni studenti stessi sono spacciatori, ma quantomeno proibisce l’accesso a chi non è studente e quindi non ha il badge. È una misura di sicurezza necessaria. Purtroppo anche nei locali della Facoltà di Economia, prima entravano non-studenti che, si è scoperto, hanno rubato telefoni e computer.
Adesso l’accesso è regolato anche a Economia. Mi sembra giusto che questo sistema sia stato introdotto anche a Lettere.
Da qua inorridisco di fronte alla violenza da parte di tutti, polizia compresa. È inammissibile. Inorridisco di fronte alle proteste per tale provvedimento. Non mi sembra davvero che ci sia alcuna scusa a cui appigliarsi per sostenere che non sia un buon provvedimento, vista la situazione critica della biblioteca e della zona universitaria in generale. Da Copenhagen mi viene solo tanta tristezza e rabbia. Non so come si possa maltrattare così la città che da sempre accoglie tutti e li fa sentire a casa.
Il CUA smentisce le versioni e le ricostruzioni del personale e degli studenti, in particolare il racconto di Emilia Garuti (studentessa di Lettere e membro della Segreteria regionale del Pd di Rolo). Cosa ne pensi delle dichiarazioni rilasciate da Emilia? Pensi che in questa fase, entrambe le parti stiano strumentalizzando la protesta?
Emilia Garuti mi trova d’accordissimo, non stento a credere ai suoi racconti dal momento che io ho visto e vissuto cose molto simili sia ad Economia sia, appunto, proprio fuori da Lettere, sotto i portici, quando ho sentito che un tizio, chiaramente non studente e a me sconosciuto, mi frugava nella tasca esterna dello zaino in pieno giorno. Credo che Emilia non abbia strumentalizzato proprio niente, racconta I fatti come stanno. Però le sue verità risultano scomode, quindi si sente la necessità di smentirla ed offenderla perché proprio le sue verità intaccano gli interessi di quelli che la smentiscono. In piccolo mi ricorda un po’ la figura di Roberto Saviano (Emilia)e di tutti quelli (CUA) che si accaniscono contro di lui sostenendo che strumentalizza la questione mafia.
vio1Cosa può fare oggi uno studente dell’Ateneo per Bologna?
Farsi cullare “fra I portici cosce di mamma Bologna”, andare a scambiarsi idee pacificamente e in allegria davanti a un buon vino all’Osteria del Sole, godersi spensieratamente gli anni più belli di quando si è studenti e si conosce almeno una nuova persona interessante al giorno. Frequentare locali tandem, dove si può mettere a disposizione la propria lingua italiana per insegnarla agli studenti in Erasmus e nel frattempo imparare una nuova lingua da loro. Seminare la conoscenza e la cultura che sono poi i presupposti della pace.
Inoltre, i professori sono una risorsa inestimabile. Sono convinta che alcuni di loro vorrebbero essere coinvolti nell’organizzazione di dibattiti interdisciplinari,quelli che ho menzionato anche prima, o eventi culturali di formazione extracurricolare.
Sara e Bologna. Qual è e qual è stato il vostro rapporto? Quanto c’è di Bologna nella Sara di oggi?
Lo è stato e lo è tuttora: un rapporto simbiotico. Quando torno da Copenhagen ancora prima di tornare a Siena, torno a Bologna. In realtà sento come se Bologna fosse la mia vera casa. “Mamma Bologna” come dice Guccini. Mi ricordo che l’unica volta che sono tornata direttamente a casa avevo un cambio di treno a Bologna, solo 5 minuti. Anche solo vedendo la stazione mi sono emozionata. Ovunque mi trovi, ovunque vada, anche lontano me la porto sempre con me, insieme a tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita e dei ricordi di quegli anni. La mia migliore amica, i miei colleghi e amici, che adesso sono sparsi in giro per il mondo, il tabaccaio, il mercato delle Erbe e quello della Terra. Le sessioni di esami estenuanti ed i festeggiamenti tutti in compagnia, e i piani per il futuro. Che nostalgia…
Sara oggi è diventata grande, non vuole più fare il magistrato, ma non ha abbandonato la sua sensibilità verso il senso sociale e universale di giustizia. Vorrebbe lavorare nell’ambito dell’imprenditoria sociale. Ha il sogno di cercare di sollevare le popolazioni in crisi, sfruttate da secoli di governi autoritari e da secoli di nocivi sistemi economici capitalisti, con l’ambizione di portare nei loro paesi un modello di industria collettiva e sostenibile. Per questo ha scelto l’India, per questo tra poco partirà per Calcutta.

The Last of bartenders poet: FRACTURE – di Gabriele Zisa

This is my way,

This is my day

Scream his name in the darkness

Where no one can hear you

Screams your prayer for yours sickness

Where no one can save you.

Storm, thunder, thunderbolts

Inside you are destroying

The only things for you loving.

Clean your face from the mud

Clean your soul from bad mood.

When your story will end

You will cry tears of sand.

ARTE FIERA BOLOGNA 2017 -di Michele Piattellini

Doveva essere l’edizione della grande rivoluzione questa di Angela Vattese ma in realtà di nuovo abbiamo visto ben poco. I due padiglioni, 25 per le gallerie più “contemporanee” e 26 per le storicizzate non hanno saputo suscitare particolari emozioni rispetto al passato. La scelta di una nuova illuminazione, sebbene molto minimal, è stata invece indubbiamente azzeccata. Ma veniamo un po’ a cosa abbiamo visto e soprattutto a cosa ci è piaciuto.artef Si parte subito alla grande con lo stand della galleria Matteo Lampertico che sfoggia opere di grande prestigio a firma Klein, Fontana, Festa, Turcato, Castellani. Ci addentriamo successivamente tra gli espositori senza pero’ ricevere particolari altri sussulti a parte che nel solito straordinario show della galleria Tornabuoni dove i Miro’ e i Picasso si fanno bella compagnia a parete. Interessante anche lo stand di Maria Livia Brunelli con le splendide opere di Silvia Camporesi e Anna Di Prospero. Un salto, anche solo per mero campanilismo, alla “nostra” Galleria Continua di San Gimignano dove l’atmosfera, sara’ stata colpa del fatto che era lunedì,era in realtà un po’ dismessa. Restano però degni di nota i due grandi lavori di Giovanni Ozzola. Molto belle come sempre le proposte di Emilio Mazzoli e la bellissima monografica su Mario Schifano alla Galleria Alessandro Bagnai di Foiano della Chiana. Bellissima anche la proposta della galleria De Bonis con solo opere di Renato Guttuso, un maestro senza dubbio da riscoprire sotto il profilo del mercato. Per il resto tanti “doppioni” Castellani e Bonalumi anni novanta, superfici specchianti tarde di Michelangelo Pistoletto e Peter Halley declinati in tutte le salse. Una giornata insomma in chiaroscuro quella passata nella bella Bologna ma, alla fine dei giochi, possiamo dire che ne e’ valsa la pena.

LIKE ERGO SUM, ovvero CHI HA UCCISO UMBERTO E TULLIO – di Viola Lapisti

Avete presente quella scena del film Confusi e felici (di Massimo Bruno – 2014) in cui Caterina Guzzanti, nelle vesti di una paziente in terapia di coppia, pronuncia un “CIAONE” davanti al suo psicologo Claudio Bisio?
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Ecco, ultimamente mi sono ritrovata varie volte a pensare a questa scena, non tanto per l’interpretazione degli attori o per la gradevolezza o meno della commedia, quanto per l’uso di quella parolina, proprio quella, “Ciaone”, in un
film.
E mi sono chiesta, ma come ha fatto questa espressione ad entrare nel linguaggio gergale del nostro Paese in così poco tempo e con
questa dirotta smania? Premetto che parlo da persona particolarmente deformata nell’animo e nella mente a causa di un certo percorso di vita e di studi, di cui non staremo certo qui a narrare poiché non ci importa una mazza, piuttosto poco incline all’accettazione delle mode in generale e di quelle gergali in particolare, sommamente infastidita e poco tollerante verso l’uso degli slang giovanilisti correnti. Ma dico, ci piace davvero così tanto usare termini di questo tipo, cui nello stesso esatto momento in cui vengono pronunciati da qualche parte, in questo Paese, c’è un filologo dell’Accademia della Crusca che muore e un Vocabolario Treccani che prende fuoco per auto combustione?
Me lo sono chiesta e forse mi sono anche data una risposta, la questione è proprio quel “ci piace davvero” usarli? Pensate a questo, a quel verbo piacere, pensate alla frase “a me piace”. Qual è la prima cosa che vi viene in mente? Oso buttare là risposta: non state forse pensando al “mi piace” al “like”? Non sarà che il vostro primo pensierino inconscio è andato a quel pollice all’insù, diretta conseguenza di quel clic che date distrattamente mentre state facendo la pausa kaffeeeè, o siete in autobus, o siete in fila alla cassa del Conad, o che date anche mentre magari state parlando con qualcuno o mentre state distrattamente leggendo questo articolo?
Che cos’è quel “Mi piace”? È un segnale che ci siamo? O che forse non
sappiamo fino in fondo se “ci piace” davvero? Lo usiamo semplicemente per dare la conferma che siamo presenti lì, alla percezione di quel contesto, di quell’avvenimento a cui stiamo assistendo e che quindi, in qualità di essere presente alle vicende postate da un qualsiasi tu generico, diamo la nostra opinione. La quale altro non è che il nostro benestare.
Che quella foto o quel post ci piaccia veramente è argomento secondario, più importante è esserci, averlo assistito, likato, cliccato. Il meccanismo poi è pressoché lo stesso per chi il like lo riceve: a chi lo riceve non importa più ormai se all’amico di turno è piaciuto il suo post o la sua foto, ma quanti sono numericamente i like che ha ricavato da quella foto, da quel post, ed il numero che ne risulterà contribuirà ad innalzare o ad abbassare
la sua autostima. Il Ciaone si colloca lì: esattamente tra il like ricevuto sotto a quella foto o sotto a quel post e la sua didascalia. Essendo termine in voga, è facile: più lo usi, più piaci, più ci sei, più sei visibile.
Sapevate che #ciaone è da qualche anno il nome di uno dei gusti preferiti di una famosissima gelateria di Roma?
ciaoneArrivati a questo risultato, perché mai storcere la bocca quando anche il nostro ex Primo Ministro, scoperto il fascino del #ciaone fin dall’esperimento infelice in cui lo utilizzò per sbeffeggiare chi aveva creduto nel Referendum delle trivelle, ci continua a dilettare – ahinoi – sui suoi molteplici impieghi e
destinazioni?
L’uso di un certo linguaggio, di un lessico appropriato per parlare chiaro, popolare, familiare e ruffiano ad un pubblico dei più vasti ed eterogenei, mi direte, è argomento dei più grandi trattati di Retorica da secoli e secoli ancor prima della nascita di Sallustio e Cicerone, buonanime. Ma a tutto, gente, c’è un limite, soprattutto perché non stiamo parlando di trattati di Eloquenza.
C’è una intera generazione di belli, rampanti e in carriera che troviamo, ad esempio, tra gli imprenditori, tra i politici e tra i bloggers (o peggio ancora, tra i fashion bloggers!), che ci sta dirottando verso un revisionismo linguistico e verso un nuovo “stile” comunicativo che non sono poi così sicura possa conservare anche dei contenuti oltre che un’evidente efficacia comunicativa. Questa generazione parla più tra i social che in piazza, lo sappiamo bene ormai, ci mette in contatto con ciò che accade non più dalle pagine di un quotidiano, ma tramite un tag ricevuto ad un evento mondano. Ha un linguaggio fresco, “giovane”, diretto, friendly, informale e confidenziale fatto di camicia bianca e mano in tasca, di hashtag e di selfie. È un modo di comunicare che è credibile grazie al consenso e alla forza riproduttiva che suscita, ma non lo è per la veridicità e verificabilità dei suoi contenuti.
Quindi, vogliamo che non esista più un filtro e che tutti questi
soggetti sopracitati dal cinema, alla politica, ai social, al gourmet, al glamour si collochino in un unico flusso dialettico in cui invenzioni popolari possano essere confuse per perle da costituzionalisti e alcune infelici uscite istituzionali per chiacchere tra amici sul socializzatore? vastita
Di qui si dipanerà, ne sono certa, la vostra suprema e unanime risposta che immagino abbia attinenza con la vastità del c… che ve ne frega. Che, non fraintendetemi, come filosofia di sopravvivenza io, su la vastità del c… che me ne frega, credo moltissimo. Quest’anno, ad esempio, ho deciso che, oltre all’agenda dove quotidianamente annoto i miei impegni, non potevo cominciareadeguatamente il 2017 senza un’altra agenda, in cui annotare quotidianamente le cose che fanno parte della vastità del c… che me ne frega e delle quali mi importerà sempre la vastità del c… che me ne frega. È molto terapeutico tra l’altro, ve lo consiglio. Però ecco, basta. Vi prego, basta ammorbarci la vita con i post di foto e foto in cui ci siete voi a braccia spalancate davanti al Grand Canyon, o davanti al deserto del Sahara, o con le mani che si allargano al cielo su un fiordo in Norvegia perché basta, ci spezzate la poesia e non date nemmeno dignità a quei luoghi ameni. Tralasciando il fatto che la vastità del c… che ve ne frega è un’espressione gergale passata di moda nello stesso istante in cui avete iniziato ad usarla, istante che, sappiatelo, si colloca più o meno tra la morte di Umberto Eco e quella di Tullio De Mauro che sì, erano molto anziani, ma comincio a chiedermi se veramente non li abbiamo uccisi noi: Umberto col Ciaone e Tullio con la Vastità del c… che ce ne frega , chiediamoci se il loro immane contributo, a questo punto, sia da considerarsi morto insieme a loro, a meno che non vogliamo che lo diventi. ecodema
Per concludere, laddove purtroppo non c’è tristemente da ridere, condividerò con voi le mie conclusioni sulla motivazione per cui, cari
socializzatori, abbiamo #mainagioia.
Mainagioia che – chiariamo – è pur sempre quell’espressione aberrante cui evidentemente abbiamo la necessità di ricorrere qualora vogliamo condividere le mancate gioie di una giornata o della vita in generale, non è che l’illusione di un qualcosa che ci auguriamo sia possibile, ma che molto probabilmente non lo sarà mai. Ed è altrettanto probabile, tra l’altro, che riguardo alla quantità e all’entità delle nostre mancate gioie quotidiane, c’è
un’altrettanta, un’infinita vastità del c… che alla maggior parte dei
nostri amici del Villaggio globale di McLuhan gliene frega. Facciamocene una ragione. Quindi ecco che anche di questa, può darsi sia diventato troppo deprimente farne ancora uso. Anche perché sto iniziando a nutrire una certa ansia per la salute di Andrea De Benedetti.
mainagCerchiamo di pensare ogni tanto, a quanta parte della nostra esclusiva sensibilità, a quanta parte di idee, di inclinazioni, di gusti e personalità abbiamo tradito e accantonato per assistere all’omologazione totale, becera e indistinta di questa massa cieca di civiltà in questo preciso momento storico. Nella quale ci hanno portato a diventare, o siamo voluti diventare, ciò che socializziamoCerchiamo di riconoscere che, dopo il primo like, abbiamo venduto l’anima a quella realtà che, purtroppo non è la vera realtà, ma la socializzazione della realtà. E che in questo Villaggio esistono già da tempo tutti i segni tangibili per la nostra spersonalizzazione come individui e come comunità, vuoto contenitore di singoli senza alcuna relazione afferente tra loro se non la rete sociale, il servizio di social networking cui siamo ininterrottamente connessi.

GLI INTERESSI EUROPEI NELL’ERA DI TRUMP – di Filippo Secciani

Lo abbiamo capito fin dall’inizio. Trump non doveva fare il presidente. Almeno questa era la ferma posizione della corrente liberal, statunitense e mondiale. Giornalisti, intellettuali, attori, sportivi, semplici cittadini si sono arruolati in unico movimento per combattere il mostro dai capelli arancioni e mobilitarsi in sostegno della “democratica” Hillary Clinton. Se per un elettore americano è legittimo impegnarsi politicamente per il candidato da cui maggiormente si sente rappresentato, ci risulta sinceramente di difficile comprensione la mobilitazione aprioristica di una certa intellighenzia italiana (ed europea), da sempre incensante di se stessa e della propria superiorità morale, verso una candidata che ha ben poco a cuore “gli interessi europei”. Si perché alla fine dovrebbe ridursi tutto a questo… Valutare quale sia il presidente maggiormente conveniente per noi, che abbiamo scritto sul passaporto Italia ed Unione Europea. Allora avremmo dovuto ripensare al ruolo di Obama e Clinton nelle tragicomiche Primavere Arabe, nella caduta di Gheddafi e la conseguente guerra civile libica, alla crisi siriana, all’Ucraina, alle sanzioni contro l’Iran, PRISM e così via. Dal 2008 fino alle elezioni dell’8 novembre 2016. Ciò non vuol dire che Donald Trump fosse il candidato perfetto, anzi, o che in sella al suo bianco destriero giungerà per risollevare l’Europa e l’Italia. Basandoci però sulla sua campagna elettorale e sulle dichiarazioni fatte come presidente eletto, una buona parte di interessi economico/politici dei due blocchi occidentali sembrano coincidere e questo è tutto ciò che ci deve interessare.
– In primo luogo il rapporto con la Russia. Tralasciando le accuse a Putin di aver fatto vincere il tycoon, che lasciano il tempo che trovano, la cessazione delle sanzioni verso Mosca darebbe nuova linfa all’export italiano crollato in seguito al blocco economico (a luglio 2014, cioè a pochi mesi dallo scoppio della crisi di Crimea, l’Italia aveva una quota di mercato del 7,7%, ovvero era il quarto paese per export verso la Russia). A risentire maggiormente delle sanzioni sono state le aziende meccaniche, dell’alta moda e mezzi di trasporto, seguite da arredamento ed agroalimentare. La politica di distensione ed apertura verso Putin potrebbe inoltre garantire quella sensazione di normalizzazione e di stabilità che adesso manca in tutta la regione euroasiatica e baltica. Il tutto a beneficio dell’Europa stessa che vedrebbe tranquillizzarsi i suoi confini orientali con l’Ucraina e la Georgia.
– Parallelamente alla questione russa si sviluppa la questione della NATO. Sembra passata un’era geologica dal famoso reset del 2009 tra Clinton e Lavrov in favore di una nuova fase nei rapporti tra Usa e Russia quando la neopresidenza di Obama tese la mano a Medvedev per il riconoscimento di reciproche concessioni ed accordi, a seguito delle tensioni accumulatesi nei due mandati Bush. La luna di miele durò pochi anni; con la crisi ucraina i rapporti si sono andati deteriorando in fretta, tant’è che spesso si è parlato di nuova Guerra Fredda: la NATO si è ammassata ai confini russi, il programma missilistico ha ripreso vigore, le sanzioni pure ed il programma di adesione all’Alleanza Atlantica adesso vede coinvolti anche i paesi balcanici. Tutta questa situazione non fa che indebolire ancora di più l’Unione Europea e polarizzare lo scontro tra il blocco baltico e quello polacco contro il resto dei membri UE.trump1 In questo senso allora le affermazioni di Trump pur essendo delle mezze sparate, allo stesso tempo contengono un fondo di verità: l’Alleanza per come è strutturata adesso è “obsoleta” e le sue funzioni e gli scopi vanno rivisti perché oramai superati, infine il maggior carico finanziario per il suo mantenimento è sulle spalle del contribuente americano. Tutto ciò potrebbe contribuire ad una sua ristrutturazione e riqualificazione: probabilmente verso un ruolo di alleanza contro il terrorismo e di lotta al jihadismo, con una presenza americana più contenuta ed una maggiore assunzione di responsabilità europea.
– Stati Uniti ed Europa. Qui Trump sembra proseguire la linea dei precedenti presidenti: il timore verso un blocco unico europeo quale potenza economica egemone. Sebbene l’unione politica degli stati europei sia ben lontana dalla realizzazione, questo timore è rappresentato dalle recenti affermazioni a sostegno della Brexit “un grande successo” e soprattutto contro la Merkel rea di aver commesso “un errore catastrofico”. Una Germania forte è da sempre considerata un pericolo per gli Usa: prima per un asse economicomilitare con la Russia, adesso per una Germania leader in Europa, domani forse per un allineamento con la Cina. Da qui l’attacco alla Merkel su una issue che rischia di spaccare ancora di più l’Europa: la questione profughi e l’immigrazione clandestina. Ad un paventato isolazionismo da campagna elettorale (ma è bene ricordare che l’America isolazionista non lo sarà mai) al grido di America First, l’Europa dovrebbe rispondere altrettanto a voce alta con Europe First (come descritto nell’editoriale del 16 novembre di Le Monde e ripreso dalla Prof. Marinella Neri Gualdesi). In generale dovremmo aspettarci un pressing americano per un’Europa disunita e maggiormente debole.
– Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Trump ha ereditato un Medio Oriente profondamente fratturato ed allo sbando per iniziative americane completamente folli, dalle cui ceneri si sono sviluppati antichi antagonismi mai del tutto sopiti. In primo luogo quello tra Arabia Saudita ed Iran il cui confronto va oltre il conflitto geopolitico e sfocia nel settarismo religioso. Ma anche il neo ottomanesimo di Erdogan, il dinamismo delle piccole monarchie del Golfo che si inseriscono nelle questioni geopolitiche con la forza dei loro petrodollari, la rinascita sciita regionale, il nazionalismo di Netanyahu, il jihadismo imperante e come se non bastasse il tornaconto che hanno gli stati extra mediorientali e gli interessi economicofinanziari che vi ruotano attorno. Il presidente eletto ha speso parole dure contro Obama ed il suo presunto immobilismo nel combattere l’Isis, ma egli stesso ha avuto un ruolo piuttosto ambiguo nei riguardi della questione. Se da un lato prevede un disimpegno, dall’altro ha rilanciato il bisogno di inviare più uomini sul terreno per combattere lo Stato Islamico. Il suo totale impegno nei confronti di Israele e al sostegno delle sue politiche rischia di aggravare una situazione ormai fuori controllo. Per dovere di cronaca va ricordato che inizialmente Trump era arroccato su posizioni di non invadenza sulla questione israelo-palestinese, salvo poi pendere verso Tel Aviv a seguito di forti finanziamenti per la campagna. La decisione di ricusare il trattato con l’Iran salvo poi fare una mezza marcia indietro con l’avvicinarsi del momento del giuramento. Le parole spese nei confronti della comunità musulmana nel corso della campagna elettorale non contribuiscono a distendere gli animi. Resta il fatto che fare propostici per come Trump gestirà la questione del Medio Oriente risulta – al momento – molto difficile a causa proprio dei numerosi voltafaccia e dei cambi di strategia in corsa.
– Quali conclusioni trarre? Al pari della sua politica mediorientale definire quale visione delle relazioni internazionali adotterà Trump è altrettanto difficile.trump Ad ora l’unico leitmotiv nelle sue decisioni è la tutela dell’interesse del lavoratore americano, da qui il pugno duro con la Cina, l’ostracismo verso la ripresa dei negoziati TTIP con l’Europa e l’abolizione del TTP con l’area del Pacifico, dazi a importazioni e politica economica protezionista (in poche parole tutela di quell’elettorato che gli ha permesso la vittoria). In casa dovrà vedersela con popolazione, stampa, intellettuali ostili ed una società polarizzata – già dalla presidenza Obama per la verità; una maggioranza repubblicana alle Camere che non lo amano e lo hanno più volte dimostrato. Un’apparato militare e di intelligence contrario alla sua politica di avvicinamento alla Russia. Il settore industriale e finanziario, viceversa, si sono dimostrati positivi verso la sua presidenza (dopo gli allarmismi di un crollo del mercato in caso di una sua vittoria). Nonostante le boutade, anche di cattivo gusto, Trump non è un uomo solo al comando. L’apparato di governo americano è costituito da un intricato sistema di pesi e contrappesi che impediscono ad una parte di avere un eccessivo esercizio della forza su un altro organismo. Questo approccio vale anche per la figura del Presidente, il quale concentra nelle sue mani il monopolio dell’esercizio della forza solamente in momenti di crisi comprovata (come ha ricordato più volte Dario Fabbri di Limes), per cui dal momento in cui presterà giuramento dobbiamo sempre tenere a mente questo equilibrio e come ad esercitare il potere siano anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti, insieme a quell’alveo di sigle che vanno a costituire l’universo della burocrazia americana. Come si inserisce in questo nuovo ordinamento mondiale l’Italia? Da una vittoria di Trump potrebbe trarne giovamento. Dalla fine delle sanzioni alla Russia potrebbe guadagnarci la nostra bilancia commerciale, dall’ipotetico “isolazionismo” trumpiano ed un maggiore dinamismo europeo l’Italia ne guadagnerebbe in influenza a Bruxelles (considerando la Brexit e l’ostilità verso Berlino da parte di Trump), inoltre una minore ingerenza americana nell’area mediterranea potrebbe permettere all’Italia di avere una maggiore mano libera ad esempio in Libia, dove finora si è accodata alle istanze di Washington per sostenere il governo Serraj che sembra non avere vita lunga. In generale un maggiore interesse Usa verso il Levante e soprattutto verso la Cina lascerebbe spazi di manovra verso il nostro naturale sbocco di interesse strategico: il Mediterraneo allargato. Tuttavia non dobbiamo scordare alcune cose fondamentali: l’America è una potenza egemone (anche se in declino) e come tale può spostare il baricentro del suo interesse verso altre regioni, ma non abbandonare del tutto le altre; un’Europa troppo forte ed unita è un pericolo per gli Stati Uniti; la minaccia del terrorismo è stato uno dei punti chiave della vittoria di Trump; il presidente è un nazionalista in termini generali, ciò significa che se le organizzazioni internazionali non sono più utili al sistema America, l’America ne può fare benissimo a meno, cui fa seguito la preferenza verso accordi bilaterali al posto di accordi internazionali. Infine si abbandona il concetto della responsability to protect, ma non si abbandona il concetto di intervento armato diretto, da adesso in poi si applica solamente dove siano messi in pericolo interessi diretti (economici più che politici) degli Stati Uniti. Ma il vero punto focale sarà solamente uno: quale Trump dobbiamo aspettarci, quello che agisce come nella campagna elettorale, oppure il Trump che opera come un presidente?