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VIVA ARTE VIVA: IMPRESSIONI VENEZIANE – di Fausto Jannaccone

Qual’é il ruolo dell’artista nella società? Qual’è la sua missione?

Michel Blazy

Se lo chiedete a me, io credo che l’artista contemporaneo sia chiamato ad interpretare il momento storico che lo circonda, leggerlo attraverso la propria sensibilità, quindi avanzare proposte e soluzioni per un domani possibile.
La Biennale di Venezia, in questo senso, rappresenta l’occasione per fare il punto su questa continua analisi sociale, la cartina di tornasole per un bilancio in itinere.  L’impressione personale è che in questi tempi sempre più instabili ed incerti anche il mondo dell’arte stia riflettendo profondamente, mettendo almeno in parte in discussione “da dove veniamo” e coscienti di “chi siamo” -ahi noi- provare a ripensare “dove andiamo”.

Il passato non è certo la prima volta che venga riesumato e vivisezionato dall’arte contemporanea: d’altro canto però, per molteplici aspetti, il severo giudizio e la parziale riscrittura dello stesso cui si assiste in laguna in questi giorni tradisce una condanna per molti capitoli della(e) nostra(e) storia(e) -colonialismo (Nuova Zelanda, Sud Africa, l’esordiente Antigua ad esempio), governi assolutistici (Russia, Peru, Korea), evoluzioni religiose (Malta, Finlandia)-.
La stessa mostra-evento di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, parallela sebbene non inerente la Biennale vera e propria, ci presenta un divertito e divertente Hirst raccontarci la “sua” storia (del mondo, non personale). Ciò ad ulteriore conferma di questa necessità dell’arte di riscrivere la storia.

Roberto Cuoghi
Maria Lai
Gal Weinstein
Hajra Waheed

Preso quindi atto dello status quo, del punto dove siamo arrivati in questa folle corsa dell’umanità, si rivela necessario ed urgente trovare risposte, e direzioni da seguire: la soluzione che Venezia ci presenta prevede un po’ di sana utopia, ingrediente fondamentale nella piatto dell’arte, ma soprattutto tanta, tanta evasione dalla realtà e dalla razionalità.
È infatti la magia la vera protagonista di questa edizione; accanto troviamo il tema ambientale, molto presente, ma anche questo quasi sempre interpretato in maniera molto spirituale e primigenia, come una partecipazione arcaica e primordiale dell’uomo alla natura, dentro la natura, simbiotica nella piena etimologia del termine.
Il padiglione Italia, ad esempio, messo in piedi con ottimi risultati della Alemani, ed il cui nome è appunto “Il mondo magico”, fonda sulla ricerca antropologica di De Martino il suo percorso. Uno dei 9 capitoli del racconto messo in piedi dalla Macel è interamente dedicato all’arte di impronta Sciamanica. Maria Lai e Michele Ciacciofera, anche loro nel tronco principale dell’Arsenale, rispolverano le antiche tradizioni magiche della Sardegna; Peter Miller la magia del colore, Edith Dekyndt della Materia, Kader Attia del suono. Ne cito solo alcuni, ma l’intero Arsenale (colonna portante e vero valore della 57° edizione) è un’esperienza sensoriale e mistica. Addirittura più di una volta vengono stimolati sensi solitamente più marginali nella consueta fruizione dell’arte come tatto ed olfatto: infatti più di una volta ci imbattiamo in opere imperniate sulla corruzione dei materiali organici e le muffe generatesi.
Nel complesso forse non è una delle edizioni migliori tra quelle cui ho assistito, ma più per mancanze dei padiglioni nazionali, tra cui salverei Italia, USA, Grecia, Cuba e Tunisia con una sufficienza piena, risicata invece per Russia, Sud Africa, ed Israele.
La palma di vincitore assoluto la consegno alla dissacrante creazione di Nathaniel Mellors ed Erkka Nissinen che fanno del padiglione di Alvar Aalto il vero pezzo imperdibile di questa Biennale: non si sfioreranno picchi poetici, non se ne ha nemmeno l’ambizione, ma assolutamente si stacca dalla mediocrità circostante.
Una menzione è doverosa per due giovani artisti: Hajra Waheed e Taus Makhacheva.

In chiusura resta da ripetere soltanto, lapalissianamente, come comunque la Biennale dì Venezia sia un evento che non è permesso perdersi: Viva Arte Viva!

UNO SGUARDO “A MANDORLA” SULLA SITUAZIONE NORDCOREANA – di Duccio Tripoli

Da qualche tempo a questa parte, gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla Corea del Nord e sul rapporto di estrema tensione ormai instauratosi con gli americani, il quale sembra poter precipitare da un momento all’altro, innescando uno scontro armato di dimensioni epocali. A questa pericolosa partita di Risiko stanno partecipando anche Giappone e Corea del Sud che, forti della loro alleanza a stelle e strisce, assicurano di tenere d’occhio la situazione e garantiscono un intervento pronto ed efficace in caso di attacco, o tentato tale, ai loro danni. Non può mancare all’appello la Cina di Xi Jinping che, sebbene sia da sempre considerata l’unico vero ‘compagno’ della Corea del Nord, pare aver terminato la pazienza verso il fratellino vivace e dispettoso che, a più riprese, è stato redarguito e punito dal fratello maggiore.

Diffidando notevolmente dalla stampa nostrana e trovandomi in Cina per lavoro, ho deciso di provare a capirci qualcosa anche dal punto di vista, rigorosamente ‘a mandorla’, di Pechino e del suo governo. Questo, almeno negli ultimi tempi, ha alternato comprensione – sempre meno – a rigorose strigliate verso i vicini di casa orientali, che stanno mettendo veramente a dura prova la pazienza della dirigenza cinese.
Ho così deciso di raccogliere alcune impressioni a caldo tra i miei colleghi cinesi, specialmente tra coloro che insegnano storia o politica, e di sfogliare alcuni articoli in materia apparsi negli ultimi giorni sui quotidiani cinesi; in questo modo si potranno osservare brevemente il sentimento del volgo, indice onesto e talvolta veritiero sui fatti, così come la posizione ufficiale del governo.
Per quanto riguarda il primo, è sembrato comune il sentimento secondo cui i nordcoreani non siano mai piaciuti troppo ai cinesi. Sebbene sia opinione diffusa, quantomeno in occidente, che i due popoli siano andati a lungo a braccetto – Mao Zedong usava descrivere la vicinanza tra i due popoli come quella tra “labbra e denti”, anche se non si è mai sbilanciato troppo nel rivelare a chi toccassero le labbra e a chi i denti – negli ultimi decenni qualunque fantomatica relazione di simpatia è andata via via scemando. “Sai quanti giovani cinesi sono morti nella Guerra di Corea?”, mi chiede un’insegnante di storia durante la nostra chiacchierata; segnale evidente che un risentimento di fondo, nemmeno troppo recente, c’è sempre stato nelle relazioni tra i due popoli. Nella stessa direzione, un’altra insegnante mi mostra una carrellata di immagini satiriche facilmente rintracciabili in rete che prendono di mira il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un, che ormai tutti i cinesi chiamano 金三胖 Jin San Pang (Kim il ciccione) oppure 第三胖 Di San Pang (il terzo ciccione, alludendo al fatto che sia il terzo dittatore nordcoreano, o il terzo dei figli di Kim Jon-Il). E continua, “con tutte le restrizioni imposte in Cina dal Great Firewall sulla navigazione online, come mai è così facile trovare immagini che sbeffeggiano così brutalmente il dittatore
nordcoreano? Pensate davvero che al popolo e ai dirigenti stia così simpatico?” Del resto, come darle torto…

È a questo punto che, anche grazie all’incessante sforzo informativo portato avanti da giornalisti italiani residenti in Cina, mi sono addentrato nella stampa ufficiale cinese, per valutare la posizione del Governo Cinese e vedere quanto vicina possa essere a quella popolare.
Stando ad un servizio uscito qualche giorno fa in televisione, Cina e America avrebbero già una sorta di pre-accordo secondo il quale la Cina non interverrebbe militarmente se gli americani compissero un attacco di massima precisione sull’arsenale nucleare nordcoreano, a patto di escludere a priori un’invasione militare sul territorio. Questa notizia è confermata anche da un articolo apparso sul Global Time Cinese, una sorta di costola del partito, che conferma che in caso di un “attacco chirurgico alle istallazioni nucleari nordcoreane”, la Cina prenderebbe la strada del boicottaggio diplomatico senza intervenire in alcun modo militarmente. Nell’articolo si esplicita chiaramente che la Cina si oppone fermamente alla guerra, ma che deve comunque tutelare anzitutto sé stessa. Tuttavia, se le truppe di Washington e Seul dovessero superare il 38esimo parallelo, “invadendo militarmente la Corea del Nord” con l’intento di “rovesciarne il governo”, la Cina sarà obbligata all’intervento militare a supporto della Corea del Nord. Questo anche per l’importantissima valenza strategica che ha la Corea del Nord per i cinesi, in quanto stato cuscinetto tra le province nord-orientali e la filoamericana Corea del Sud. Nello stesso articolo si spiegano anche le crescenti preoccupazioni cinesi riguardo al proseguire dei test nucleari nordcoreani e per la loro vicinanza alla regione cinese del dongbei (nord-est), la più industrializzata del paese. Per adesso, sostiene Pechino, “non ci sono stati casi di inquinamento nucleare”, ma se questo dovesse verificarsi la Cina rafforzerà le sanzioni verso Pyongyang, tagliando ulteriormente la fornitura di petrolio, di vitale importanza per l’industria nordcoreana. Il tutto, nonostante le crescenti pressioni americane in tale direzione, senza mai giungere ad “un’interruzione totale del rifornimento”.
Insomma la situazione è complessa e di difficile analisi.
In questo breve pezzo si vuole semplicemente fornire un punto di vista da una diversa angolatura sulla situazione, che pare complicarsi giorno dopo giorno, minaccia dopo minaccia. Non si sa bene come e quando finirà la partita, ma da straniero residente in Cina vi garantisco che sarei estremamente grato a tutti i paesi coinvolti se si evitasse lo scontro nucleare; durerebbe poco, ma sarebbe anche pressoché definitivo. Mentre scrivo queste ultime righe, sento il boato dei caccia cinesi che continuano le ormai frequenti esercitazioni/pattugliamenti sul cielo di Shanghai, che oggi splende di un azzurro brillante. Speriamo rimanga tale.

FANCY A CUPPA? – di Federica Corbelli

La prima volta che ho sentito questa parola, essendo una persona estremamente diffidente, mi sono chiesta cosa mi stessero offrendo, poi ho capito che cuppa (pronuncia ˈkʌpə) è la contrazione di “cup of tea”, quindi, molto semplicemente, una tazza di tè.

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Attenzione però a sopravvalutare, per quanto “semplice”, la lavorazione dietro alla tipica tazza di tè inglese, perché se gli italiani mostrano un attaccamento fuori dal normale al caffé, lamentandosi di come fuori da casa non si trovi un caffé decente, gli inglesi non sono da meno quando si tratta del loro té e, credetemi, ho un paio di amici che prima di affrontare un viaggio fuori dalla patria mettono la scorta personale in valigia.
Per quanto sia uno stereotipo, il tè è davvero sacro per gli inglesi, così come il tea break, da non confondere con l’afternoon tea – ben diversi l’uno dall’altro. L’afternoon tea si consuma in apposite sale da tè, hotel, ristoranti – spesso abbastanza di lusso, che richiedono una certa compostezza e dress code, è un appuntamento abbastanza raro, di solito per festeggiare qualche occasione speciale o per trattarsi bene, si può accompagnare con champagne e di solito viene servito con piccoli snak dolci (scones, muffins, torte) e salati (generalmente mini-sandwiches).

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Il tea break, invece, è un appuntamento giornaliero per gli inglesi, che gustano la loro cuppa a casa e nei luoghi di lavoro o di incontro, anche più di una volta, insomma per mantenere la comparazione con l’Italia, è un po’ la nostra pausa caffè.

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Come già detto le regole sono semplici, ma vanno seguite con precisione, un solo sgarro e il risultato finale rischia di essere un’espressione accigliata o, peggio, aperto disgusto (ci siamo passati tutti noi “stranieri” nei nostri tentativi falliti di preparazione del tè).

Prima di dare l’impressione sbagliata però, sfatiamo un po’ di miti. È vero che nel Regno Unito ci sono molte varietà di tè, ed è vero che al tè è risevata un’attenzione particolare, ma la maggior parte degli inglesi non vuole niente che sia “too fancy” (troppo sofisticato/elaborato), niente tè speziati o aromatizzati, nelle case, uffici, scuole, luoghi di ritrovo viene servito solo un tipo di tè, English breakfast o Earl Grey, talvolta semplicemente etichettato come “black tea”, il che si traduce in una serie ristretta di marche: PG Tips, Yorkshire, Tetley e Twinings. Altre marche accettate sono Clipper, Typhoo, Tea Pigs e Barry’s, ma se non ve la sentite di bestemmiare davanti agli inglesi vi consiglio di non nominare invano Lipton, quello sì che crea scompiglio, disgusto e espressioni imbronciate poiché, sempre a detta dei consumatori “hardcore”di tè, non sarebbe abbastanza forte.
Vi è inoltre una corrente di pensiero che preferisce il tè in foglie invece che in bustine, ma in realtà la qualità della bustina sembra essere allo stesso livello della foglia, oltre al fatto che la bustina è molto più pratica.

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Altra regola fondamentale per la buona riuscita del tè è l’acqua, che deve essere bollente, non semplicemente calda, possibilimente con la kettle, il famoso bollitore che non può mancare in ogni casa inglese come si deve.

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In caso siate sprovvisti di bollitore, va bene anche il fornello, ma la regola rimane la stessa, l’acqua deve essere a 100 °C, e soprattutto, mai versare prima l’acqua e poi inserire la bustina, quest’ultima deve già essere pronta nella tazza, accompagnata dallo zucchero in caso si voglia prendere il tè dolce.

Scordatevi il limone, frutto troppo esotico, inaccettabile in un tè che sia “proper” (vero/decente). Dopo aver versato l’acqua nella tazza, sulla bustina, si aggiunge il latte. Le proporzioni di tè/latte/zucchero sono assolutamente variabili, tanto variabili che c’è chi ha azzardato una serie di pantone sul tè

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In ogni caso le varianti principali sono 4:

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  1. Milky – colore molto chiaro, brewing time (tempo di infusione) molto corto e quantità abbastanza abbondante di latte
  2. Classic British – la tazza di tè perfetta raggiunge un colore arancione scuro/marroncino dopo che il latte è stato aggiunto e mescolato
  3. Builder’s Brew – termine colloquiale per definire una tazza di tè molto forte, il nome deriva dal tipo di tè bevuto comunemente dai lavoratori manovali (builders) durante le loro pause
  4. Just tea – tè senza l’aggiunta di latte

Al tè vengono generalmente accompagnati biscotti, i più comuni sono i “Rich Tea”, i “Custard Cream” o i “Chocolate Digestive”.

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Insomma una volta capiti gli ingredienti e il processo chiave creare la tazza di tè perfetta è un gioco da ragazzi.

 

Istruzioni:

  • Procurarsi tè di tipo English Breakfast o Earl grey
  • Mettere l’acqua a bollire (e non state a sentire nessun estimatore di tè, l’acqua del rubinetto va benissimo)
  • Mettere la bustina nella tazza (facoltativamente aggiungere zucchero)
  • Una volta che l’acqua ha raggiunto la bollitura versarla nella tazza
  • Tempo di infusione 3-5 minuti, non inferiore, a meno che non si voglia un tè leggero
  • Togliere la bustina (a quanto pare senza strizzarla, poichè la bustina strizzata rilascia delle sostanze che rendono il tè amaro)
  • Aggiungere il latte (alternativamente si può lasciare la bustina al momento di aggiunta del tè per assicurarsi di avere il giusto bilancio in caso si sia aggiunto troppo latte)
  • Mescolare per assicurarsi che la quantità di latte aggiunta sia quella corretta
  • Godetevi la vostra cuppa!

REALTA’ E PERCEZIONE DELLA PRESIDENZA OBAMA – di Filippo Secciani

L’elezione di Obama quale presidente degli Stati Uniti ha provocato fin da subito un’ondata emotiva negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La motivazione è facilmente comprensibile: per la prima volta nella storia, un uomo di colore occupava la poltrona di comando del più potente stato al mondo. Non solo una minoranza, Obama rappresentava anche un’ideale cosmopolita di individuo, positivista, con radici multiculturali e vicino all’Islam. Obama in altre parole è stato un perfetto rappresentante dell’eccezionalissimo americano. secoba1Come se non bastasse era successore di G.W. Bush, responsabile dell’invasione dell’Afghanistan e della guerra in Iraq, delle torture e dell’unilateralismo neoconservatore. Dall’altro lato l’elezione dell’ex professore dell’università di Chicago ha contribuito ad acuire quella divisione latente all’interno della società americana tra provincia e metropoli, tra industria e servizi e tra bianchi e neri che l’elezione di Trump ha definitivamente portato a frattura, polarizzando una società che molto difficile troverà soluzione. “Tutta la sua retorica politica [di Obama], a partire dal famoso discorso della convention democratica del 2004, è stata centrata sulla necessità, e possibilità, di riportare queste due Americhe a parlare tra di loro” (Mario del Pero). Missione a quanto pare fallita. L’America di Obama è un’America profondamente differente (e quella di Trump lo sarà ancora di più). I motivi possono essere racchiusi in due macroinsiemi: il primo è il cambiamento demografico della società statunitense, in cui assume rilevanza maggiore la componente latino-ispanica della popolazione (da sempre elettorato democratico) ed il graduale processo di indebolimento della classe media americana che ha ricevuto il colpo da ko con la crisi economica del 2008. Forte del consenso dei liberal e degli “emarginati” Obama ha incentrato la sua politica verso una maggiore inclusione sociale, investendo buona parte della sua amministrazione verso l’ampliamento dei diritti civili e sociali (unioni gay, salario uguale per uomini e donne, lotta alle disuguaglianze, tutela delle minoranze, sanità pubblica) i cui risultati sono parzialmente stati raggiunti e superati, ma mettendo da parte, o nel peggiore dei casi escludendo totalmente, i bianchi impoveriti e colpiti dalla crisi economica e dal processo di de industrializzazione degli Stati Uniti, in quella che lo storico della Columbia University Mark Lilla definisce la fine del “liberalismo identitario” e provocando una forte reazione negativa tra le frange più dure dell’elettorato repubblicano. Cioè l’agire progressista e liberal per la tutela quasi esclusiva della diversità culturale, religiosa e razziale all’interno degli USA, finendo per favorire identità separate, a scapito di un comune interesse di tutti gli americani verso politiche economiche e sociali universaliste. Non è un caso che la popolarità di Obama fosse maggiore al di fuori degli Stati Uniti, specialmente in Europa e nel continente africano. Questa sorprendente fiducia nell’opinione pubblica europea verso Obama si manifesta anche nelle sue scelte di politica internazionale (nel 2016 l’80% degli europei ha fiducia nella politica estera di Obama – Pew Research Center). Tutto ciò nonostante le Primavere Arabe, la Libia, il disimpegno dall’Afghanistan, l’Isis, la crisi siriana e la Russia al centro del Medio Oriente. Esperti e studiosi di relazioni internazionali hanno accusato Obama di non aver avuto una strategia efficace ed una linea chiara da perseguire, “di non avere, in altre parole, quella necessaria e dottrinale grand strategy sempre elaborata invece dalle amministrazioni statunitensi del dopoguerra.” (Mario del Pero). Va anche riconosciuto che gli ultimi due anni e mezzo della sua amministrazione sono stati caratterizzati da una maggioranza repubblicana al Congresso (anatra zoppa) che ha fatto dell’ostruzionismo una prassi regolare per combattere le iniziative legislative. Obama ha dovuto anche guardarsi dal suo stesso partito, frammentato al suo interno in più fazioni e per certi versi ostile alla sua nomina, al quale lui ha cercato di porre rimedio nominando la sua acerrima nemica Hillary Clinton alla carica di Segretario di Stato. Soluzione che ha pagato sul breve, ma che alla lunga ha accentuato questo conflitto interno, specie in seguito alle scelte di politica estera di questa amministrazione, nel corso del secondo mandato. secobaAd Obama è stato spesso fatto notare di agire in maniera troppo soft in questioni di politica internazionale (anche per un presidente democratico) e di aver gestito le questioni estere in funzione di un tornaconto in politica interna. Questa sua “debolezza” nell’operare a livello internazionale è una delle cause minori della sconfitta democratica della Clinton alle ultime elezioni presidenziali. A fronte di un’iniziale apertura con Mosca (politica del reset), la questione ucraina ha evidenziato la mancanza di una strategia americana, rimasta in qualche modo sopraffatta dall’azione dirompente russa. Non è stata migliore l’azione intrapresa in Medio Oriente. La scelta all’interno della crisi siriana è stata quella di finanziare le forze di opposizione di Assad, molto spesso islamiste ed estremisti islamici, salvo poi dover impegnare forze sul terreno per arginare l’asse Iran-Russia, che ha costretto a mutare radicalmente le scelte obamiane per la Siria: da un desiderio di eliminare Assad dalla scena politica siriana (forse anche fisicamente) l’ultimo periodo della sua presidenza è stato segnato da un cambio di rotta in questa decisione. Allo stesso modo l’Iraq ha visto un’iniziale decisione di adottare un basso profilo, se non di deciso disinteresse, salvo poi dover far marcia indietro ed intraprendere misure più efficaci nella lotta all’Isis. I teorici del declinismo americano, sostengono che chi faccia largo utilizzo dell’apparato militare per il mantenimento dell’ordine, non abbia nessun tipo di controllo. Egemonia significa intrinsecamente non fare ricorso alla armi. Viceversa per quanto riguarda Obama, il non ricorso alle armi – se non quando fosse troppo tardi – ed il non immischiarsi in questioni esterne ha indicato un generale indebolimento dell’egemonia americana, contrariamente al rischio di overstretching della presidenza Bush. Per garantire la propria supremazia Obama ha fatto un largo utilizzo di tecnologia e di droni, arrivando anche a bombardare paesi formalmente alleati e non in guerra come Filippine e Pakistan (soprattutto la regione del Waziristan). Un buon risultato è stato ottenuto da questa amministrazione per quanto riguarda la sua politica verso il Pacifico ed in particolare nei confronti della Cina: la creazione del TPP (Trans Pacific Partnership) ha contribuito a delimitare l’avanzamento economico dell’ex impero celeste nella regione, rispecchiando appieno quel pivot to Asia cavallo di battaglia del Segretario di Stato Hillary Clinton prima e John Kerry dopo. Il TPP escludeva la Cina da accordi commerciali tra i partner regionali di una zona in cui transitano il 50% degli scambi commerciali mondiali e al contempo rafforza politicamente il Giappone ed in misura minore la Corea del Sud in funzione anti Pechino. Il PCC per rispondere a questa iniziativa occidentale, ha promosso dal 2013 la costruzione della Nuova Via della Seta (One-Belt-One-Road) per rafforzare gli scambi economici con Asia Centro-meridionale ed Europa. Per conclude possiamo riassumere la figura di questo presidente attraverso due parole: percezione e realtà sono state le dinamiche della politica di Obama.17035351_1252161311519765_1755848394_n La percezione della sua persona e della sua personalità, con la realtà delle sue politiche. La percezione è stato lo storico discorso del 2008 all’università del Cairo, rivolto al mondo musulmano, la realtà è il caos che regna nel Medio Oriente. Sulla carta un’abile utilizzo di una retorica assai lontana dalla tradizione statunitense di interventismo ed internazionalismo delle precedenti amministrazioni, ma nella realtà un ricorso allo strumento militare tale e quale al passato.

LA ROSSA, LA GRASSA, L’UNIVERSALE- di Viola Lapisti

“[…] Oh quanto eravamo poetici, ma senza
pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza
pudore e vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma
Bologna…[…]”
Bologna – Francesco Guccini.

Avevo circa otto anni quando ci sono stata per la prima volta, mi ricordo che il mio babbo mi raccontava che in quelle vie aveva vissuto il servizio militare e la rivolta studentesca del sessantotto, bandiera rossa, bella ciao ed i cori sui carri di Lotta Continua. In quegli anni ho conosciuto le canzoni di De André e quelle di Guccini, anche se non capivo ancora bene che cosa volessero dire quelle parole. Sapevo a mala pena intuire quando nelle canzoni si parlava d’amore. Mi sembrava un luogo tanto lontano e immenso rispetto alla mia città straordinario, caotico ma degno del più reverenziale rispetto.

Ci sono tornata dieci anni dopo, era il 3 dicembre 2004, stavo andando a vedere un Concerto di Guccini, che poi ho saputo essere stato il suo ultimo concerto in quella città, prima che decidesse di dare l’addio al palco. Quelle parole che da piccola ascoltavo dal mangianastri di babbo, adesso le conoscevo a memoria. Ero emozionata, mi sembrava di essere sul set cinematografico del mio beniamino, ora che anche io calpestavo le vie cantate nei suoi testi.

Ci sono tornata e rimbalzata altre volte, perfino a cercare dei testi per la bibliografia della tesi, in Via Zamboni 36.

Qualche anno dopo, anche Sara, avrebbe calpestato il marmo sotto a quei portici e avrebbe iniziato il suo viaggio. Bologna sarebbe diventata la sua città, il luogo dove avrebbe vissuto, fino ad oggi, gli anni più belli della sua vita.

Ho conosciuto Sara al Liceo. Io avevo ventitré anni e lei quindici. Io ero una ex liceale che dava una mano per la Commedia, lei una giovane liceale che sivergognava a recitare, ma quando recitava era bravissima. Roberto Ricci, il regista, diceva che Sara aveva una dote innata. La sua bravura, mentre recitava, era manifesta anche all’occhio meno esperto perché la sua bellezza,oltre ad avere una disinvoltura non comune sul palcoscenico, nasceva soprattutto dal fatto che Sara era totalmente inconsapevole del suo talento.

Sara era ed è una ragazza determinata e piena di talenti, da piccola voleva fare il magistrato. Al Liceo le piaceva studiare Storia dell’Arte. Oggi, vive a Copenaghen e tra qualche mese partirà per Calcutta.
Quando le ho chiesto se sarebbe stata disposta a raccontarmi un po’ di sé e da rispondere a qualche domanda per questo articolo, non ha esitato un istante e la ringrazio. Le ho detto che in questo articolo si sarebbe parlato di Bologna, e di ciò che la città ed il suo Ateneo sta vivendo nelle ultime ore. Sapevo che questo argomento la stava toccando da vicino, che probabilmente stava tormentando il suo fianco scoperto, lei che considera Bologna la sua seconda casa ed il sentimento che prova nei suoi confronti “è simile a quello che si prova per una mamma, applicato ad una città”.
Sara a Copenaghen lavora e sta frequentando un master, nonostante questo in meno di ventiquattrore ha trovato il tempo per rispondere alle domande che leggerete. Le ho detto che volevo capire, che le notizie che ci stanno arrivando sono rarefatte e che, in questi casi, il confine tra la strumentalizzazione e la verità è labile. Le ho chiesto quale fosse la sua opinione, lei che ha vissuto in prima persona l’ambiente e che ne ha respirato il clima. Senese di nascita, ma bolognese di adozione
Presentati. Chi è oggi Sara Nardi?
Sono una giovane donna, energica e molto determinata. Al momento studio alla Copenhagen Business School e lavoro part time a Eataly. Ho studiato per tre anni all’Università di Bologna, il periodo più bello della mia vita. Frequentavo un corso internazionale, Business and Economics, insegnato in lingua inglese. I miei colleghi venivano davvero da tutto il mondo. Per il master sono voluta andare all’Estero per sfruttare al meglio l’internazionalità che la triennale mi aveva dato. Nel frattempo già avevo fatto uno scambio di sei mesi a Buenos Aires e il prossimo settembre partirò per un altro scambio di sei mesi in India. Mi sento cittadina del mondo ormai, ed è una bellissima sensazione
Il tuo colore preferito
Nero, sta bene praticamente con tutto, non passa mai di moda, ed è la somma di tutti I colori messi insieme.
Dopo la maturità hai scelto Bologna. Come mai proprio questa tra tutte le città del panorama universitario italiano?
Le esperienze all’Estero che avevo fatto durante il liceo mi avevano sempre entusiasmato, ma non mi sentivo ancora pronta per fare l’Università fuori, però volevo studiare in inglese. Il corso di Business e Economics in inglese c’era solo in poche altre università pubbliche italiane e Bologna era l’Ateneo che mi interessava di più. Ne avevo sempre sentito parlare benissimo.
L’ Offerta formativa è stata dunque all’altezza delle tue aspettative?
Le ha superate, devo dire. L’insegnamento all’avanguardia, I corsi ricchi di contenuti e I professori molto validi e qualificati. L’ottica del mio corso era molto internazionale, l’equilibrio tra esami più tradizionali (individuali) e lavori o esami di gruppo era ottimo. L’Università di Bologna mi ha arricchito tantissimo sia dal punto di vista accademico sia personale.
vio2Il più bel ricordo di Bologna (ed anche il più brutto, se ne hai)
Ho la testa piena di bei ricordi e belle sensazioni. Bologna complessivamente è tutta un bel ricordo per me. Dai ragazzi seduti in cerchio a suonare sul prato dei Giardini Margherita, alle colazioni primaverili in Piazza Santo Stefano, le camminate sui colli nelle giornate di sole, il buon caffé con lo sconto studenti alla Scuderia.
Mi ricordo che prima partire per il mio ultimo semestre a Buenos Aires, presa dalla tristezza di lasciare Bologna, spesso dopo cena andavo in giro a camminare per le vie della città che amo di più. Per godermela da sola, anche in silenzio.
Il ricordo più brutto è quando un sabato sera d’estate un gruppo di ragazzi loschi, quelli che occupano il portico sotto il teatro comunale mi seguì in bicicletta mentre io ero sola a piedi. Era tardi e stavo tornando da una serata tra amici. Appena hanno iniziato a farmi domande inopportune, ho cambiato strada e hanno continuato a seguirmi, allora ho iniziato a correre verso un taxi e mi sono fatta riportare a casa. Anche se era una distanza che avrei potuto benissimo percorrere a piedi in 5 minuti. Queste cose non dovrebbero mai succedere.
Bologna, fin dalla rivolta studentesca del ’68, è da sempre lo specchio rivoluzionario della gioventù universitaria di questo paese. Il particolare per l’universale. Qual è, secondo te, la differenza tra la Bologna sessantottina cantata da Guccini e la Bologna di oggi?
Onestamente dello spirito sessantottino ci vedo poco adesso.
Chiaramente non essendoci stata al tempo non posso paragonare, ma le rivoluzioni universitarie che ho visto io a Bologna mi sembrano solamente una scusa per fare casino, spesso chi è a capo delle proteste e/o manifestazioni si esprime in un italiano a dir poco pessimo, schiamazzando al megafono frasi spesso senza significato che, per come la vedo io, rivelano la mancanza di un piano e di vere convinzioni. Non mi sembra ci sia proprio nessuna continuità con la rivolta studentesca del ’68. Spesso adesso le occupazioni delle aule sfociano in atti violenti o vandalici. Gli edifici storici che noi studenti dovremmo tanto amare vengono imbrattati sia fuori che dentro.
Come hai vissuto, da studentessa universitaria, il forte radicamento del movimento studentesco, diciamo quasi identitario, di Bologna stessa?
Ho sempre cercato di starne alla larga vivendomi Bologna nelle cose più belle che ha da offrire: le iniziative culturali e artistiche, l’atmosfera internazionale e giovanile, l’opportunità di studiare in aule storiche e bellissime.
Per me ci sono tanti modi di fare informazione e protesta pacificamente, per esempio organizzando dibattiti interdisciplinari, mettendo insieme idee di studenti motivati e competenti. Purtroppo sono abbastanza diffidente nei confronti dei movimenti studenteschi bolognesi perché ho visto in prima persona come le idee che ne stanno alla base siano strumentalizzate e come le manifestazioni in questi anni siano degenerate nella violenza e nel degrado che rovinano la zona universitaria
Il CUA. La prima cosa che ti viene in mente
Probabilmente la mia risposta è falsata da pregiudizi, ma basti pensare che la loro pagina web è piena di articoli verbalmente violenti, la loro foto di copertina su Facebook è un murales terribile che imbratta un muro della mia biblioteca preferita dove andavo a studiare. Questo è quello che mi viene in mente.
Viene chiamata “la rivolta dei tornelli”, quella delle ultime settimane, iniziata con la decisione di installare tornelli all’ingresso della biblioteca di Lettere al civico 36 di via Zamboni, decisione presa dall’Ateneo su richiesta degli stessi lavoratori della biblioteca. Cosa ne pensi e come vivi da Copenaghen questi scontri.
I tornelli sono SACROSANTI! Zamboni 36 è un posto dove io stessa ho studiato, ma spesso è un covo di spacciatori, sicuramente non sicuro. I tornelli arginano solo parzialmente il problema di infiltrazioni di gente poco raccomandabile all’interno di locali universitari, visto che in alcuni casi alcuni studenti stessi sono spacciatori, ma quantomeno proibisce l’accesso a chi non è studente e quindi non ha il badge. È una misura di sicurezza necessaria. Purtroppo anche nei locali della Facoltà di Economia, prima entravano non-studenti che, si è scoperto, hanno rubato telefoni e computer.
Adesso l’accesso è regolato anche a Economia. Mi sembra giusto che questo sistema sia stato introdotto anche a Lettere.
Da qua inorridisco di fronte alla violenza da parte di tutti, polizia compresa. È inammissibile. Inorridisco di fronte alle proteste per tale provvedimento. Non mi sembra davvero che ci sia alcuna scusa a cui appigliarsi per sostenere che non sia un buon provvedimento, vista la situazione critica della biblioteca e della zona universitaria in generale. Da Copenhagen mi viene solo tanta tristezza e rabbia. Non so come si possa maltrattare così la città che da sempre accoglie tutti e li fa sentire a casa.
Il CUA smentisce le versioni e le ricostruzioni del personale e degli studenti, in particolare il racconto di Emilia Garuti (studentessa di Lettere e membro della Segreteria regionale del Pd di Rolo). Cosa ne pensi delle dichiarazioni rilasciate da Emilia? Pensi che in questa fase, entrambe le parti stiano strumentalizzando la protesta?
Emilia Garuti mi trova d’accordissimo, non stento a credere ai suoi racconti dal momento che io ho visto e vissuto cose molto simili sia ad Economia sia, appunto, proprio fuori da Lettere, sotto i portici, quando ho sentito che un tizio, chiaramente non studente e a me sconosciuto, mi frugava nella tasca esterna dello zaino in pieno giorno. Credo che Emilia non abbia strumentalizzato proprio niente, racconta I fatti come stanno. Però le sue verità risultano scomode, quindi si sente la necessità di smentirla ed offenderla perché proprio le sue verità intaccano gli interessi di quelli che la smentiscono. In piccolo mi ricorda un po’ la figura di Roberto Saviano (Emilia)e di tutti quelli (CUA) che si accaniscono contro di lui sostenendo che strumentalizza la questione mafia.
vio1Cosa può fare oggi uno studente dell’Ateneo per Bologna?
Farsi cullare “fra I portici cosce di mamma Bologna”, andare a scambiarsi idee pacificamente e in allegria davanti a un buon vino all’Osteria del Sole, godersi spensieratamente gli anni più belli di quando si è studenti e si conosce almeno una nuova persona interessante al giorno. Frequentare locali tandem, dove si può mettere a disposizione la propria lingua italiana per insegnarla agli studenti in Erasmus e nel frattempo imparare una nuova lingua da loro. Seminare la conoscenza e la cultura che sono poi i presupposti della pace.
Inoltre, i professori sono una risorsa inestimabile. Sono convinta che alcuni di loro vorrebbero essere coinvolti nell’organizzazione di dibattiti interdisciplinari,quelli che ho menzionato anche prima, o eventi culturali di formazione extracurricolare.
Sara e Bologna. Qual è e qual è stato il vostro rapporto? Quanto c’è di Bologna nella Sara di oggi?
Lo è stato e lo è tuttora: un rapporto simbiotico. Quando torno da Copenhagen ancora prima di tornare a Siena, torno a Bologna. In realtà sento come se Bologna fosse la mia vera casa. “Mamma Bologna” come dice Guccini. Mi ricordo che l’unica volta che sono tornata direttamente a casa avevo un cambio di treno a Bologna, solo 5 minuti. Anche solo vedendo la stazione mi sono emozionata. Ovunque mi trovi, ovunque vada, anche lontano me la porto sempre con me, insieme a tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita e dei ricordi di quegli anni. La mia migliore amica, i miei colleghi e amici, che adesso sono sparsi in giro per il mondo, il tabaccaio, il mercato delle Erbe e quello della Terra. Le sessioni di esami estenuanti ed i festeggiamenti tutti in compagnia, e i piani per il futuro. Che nostalgia…
Sara oggi è diventata grande, non vuole più fare il magistrato, ma non ha abbandonato la sua sensibilità verso il senso sociale e universale di giustizia. Vorrebbe lavorare nell’ambito dell’imprenditoria sociale. Ha il sogno di cercare di sollevare le popolazioni in crisi, sfruttate da secoli di governi autoritari e da secoli di nocivi sistemi economici capitalisti, con l’ambizione di portare nei loro paesi un modello di industria collettiva e sostenibile. Per questo ha scelto l’India, per questo tra poco partirà per Calcutta.

PER ASPERA AD ASTRA: IL FUTURO DELL’ESPLORAZIONE SPAZIALE – di Niccolò Fattorini

Mentre l’Europa ha appena tentato per la prima volta di atterrare su Marte (per quanto ahinoi sia andata male proprio all’ultimo momento), con il lander made-in-Italy “Schiapparelli”, ci siamo chiesti quali saranno il futuro dell’esplorazione spaziale e le missioni più significative programmate per la prossima decade.

 

Da piccolo mi chiedevo sempre come doveva essere stato assistere allo sbarco umano sulla Luna, avvenuto nel luglio 1969 per mezzo dell’Apollo 11. Mio nonno mi raccontò di avervi assistito in diretta TV, confermando la spettacolarità dell’evento.buzz_salutes_the_u-s-_flag

Nonostante teorie complottiste sostengano che fu tutta una finzione1 (con lo sbarco girato magistralmente da Stanley Kubrick in un set cinematografico), dopo il picco mostrato negli anni ’70 con il programma Apollo, l’esplorazione spaziale non si è più mantenuta ai livelli di sviluppo raggiunti durante la Guerra Fredda. Le prospettive attuali, però, fanno ben sperare per il futuro.

Negli ultimi anni, grazie all’impegno di ESA e NASA, l’interesse per l’esplorazione sembra aver ripreso forza (le recenti imprese delle sonde Rosetta e New Horizons vi dicono niente?). Inoltre, grazie anche allo sforzo di agenzie asiatiche (ad es.: RKA, Russia; JAXA, Giappone), tra le sonde orbitanti (orbiter) e quelle che discenderanno sulla superficie di altri corpi celesti (lander e rover), nei prossimi anni ne vedremo delle belle2,3.

L’interesse per Marte sembra dominare. Sul pianeta rosso è pronta a sbarcare la missione InSight (NASA, lancio previsto a marzo 2018), con l’obiettivo di studiare la geofisica di Marte. Un lander equipaggiato da un sismografo e da un sensore per il flusso termico perforerà per 5 metri la superficie grazie a un braccio estensibile. La missione servirà per rilevare l’attività sismica eventualmente presente sul pianeta, il flusso termico proveniente dal suo interno, che dedurranno le dimensioni e lo stato fisico (solido o liquido) del nucleo. Nel 2020 la missione ExoMars (ESA-RKA), appena cominciata con l’arrivo dell’orbiter di qualche giorno fa, proseguirà con l’invio di un rover sulla superficie marziana, dotato di strumenti di analisi biochimica in tempo reale per andare a caccia di eventuali tracce di vita, passata o presente. La missione servirà inoltre per conoscere meglio la geochimica del pianeta e la distribuzione dell’acqua. Nello stesso anno anche una missione NASA, Mars2020, sbarcherà sul pianeta rosso con un rover che andrà a caccia di eventuali tracce di attività biologica. Entro il 2020 è stato proposto anche il lancio della missione congiunta NASA-ESA Mars Sample Return, che avrà lo scopo di riportare a Terra campioni rocciosi di suolo marziano.

press_photo_4Nel 2022 sarà la volta di Mercurio, raggiunto dalla missione Bepi-Colombo (ESA-JAXA, lancio previsto per gennaio 2017) che, con l’ausilio di due diversi orbiter, studierà la geologia, la composizione e la magnetosfera del pianeta più vicino al Sole.

Europa, Ganimede e Callisto, i satelliti di Giove – attualmente monitorato dalla sonda Juno, che ne studia la composizione esterna e la magnetosfera (fino al 2018, quando verrà risucchiata e distrutta dall’atmosfera gioviana) – saranno l’obiettivo della missione JUICE (Jupiter Icy Moon Explorer, ESA, con lancio previsto nel 2022). Europa, invece, sarà l’unico scopo della NASA per Europa Mission. Entrambe le missioni, che raggiungeranno la destinazione intorno al 2030, sono previsti diversi orbiter equipaggiati con strumenti in grado di svelare in dettaglio la struttura chimico-fisica, interna ed esterna, dei satelliti gioviani, nonché di mapparne la superficie. L’interesse è alto soprattutto per i ghiacci di Europa, sotto ai quali gli scienziati si aspettano la conferma di un oceano di acqua in grado di ospitare potenziali forme di vita.

Ma l’esplorazione futura non sarà limitata a pianeti e satelliti. La missione Osiris-Rex (NASA, lanciata un mesetto fa) raggiungerà nel 2019 l’asteroide “101955 Bennu”, con l’obiettivo di recuperarne un campione incontaminato per permettere successive analisi a Terra dei suoi costituenti (il campione sarà riportato a Terra nel 2023), mappandone le proprietà geochimiche e mineralogiche, e con l’obiettivo di effettuare misurazioni precise del moto di un asteroide potenzialmente pericoloso per la Terra.

Neanche il Sole, la nostra stella, è stato escluso dalle future esplorazioni. Ad ottobre 2018 verrà lanciato SOLO, un satellite ESA che orbiterà attorno ad esso per ottenere osservazioni ravvicinate della superficie definite come non mai, nonché per fotografarne le regioni polari (non osservabili dalla Terra).

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E oltre al Sistema Solare? Gli scenari mostrati dal film Interstellar sono ancora pura fantascienza, se mai saranno realmente percorribili. Tuttavia, l’interesse suscitato dalla ricerca dei pianeti extrasolari (compito perfettamente svolto dal telescopio Keplero, che dal 2009 ha scoperto 1284 pianeti al di fuori del Sistema Solare), sarà soddisfatto dalle missioni TESS (NASA, lancio previsto nel 2018) e Plato (ESA, lancio previsto nel 2024). La messa in orbita di questi potenti telescopi spaziali adatti a scovare esopianeti rocciosi attraverso i passaggi davanti alle proprie stelle mapperà rispettivamente fino a mezzo milione e un milione di astri di svariati tipi, con lo scopo di scoprire potenziali mondi abitabili.

Infine, pare ritornata in auge l’idea delle missioni umane. L’ultimo astronauta ha lasciato la Luna nel dicembre 1972. Il nostro satellite sembrerebbe aspettarci di nuovo nel 2024 (ESA)4, mentre nei mesi scorsi Obama ha dichiarato che entro il 2030 l’uomo andrà su Marte5, grazie anche alla collaborazione con compagnie finanziatrici private. Per Elon Musk invece, fondatore di SpaceX, compagnia che sta rivoluzionando il trasporto spaziale, l’uomo vi sbarcherà tra meno di 10 anni, in un incredibile viaggio senza ritorno per tentare la prima colonizzazione di un altrauto pianeta: la missione MarsOne. Fantascienza? Tutt’altro, secondo quando presentato da Musk durante l’ International Astronautical Congress di settembre6. Sempre se qualcuno non si divertirà a mostrarci immagini riprese in un set cinematografico.

 

Riferimenti

 

  1. http://it.ibtimes.com/siamo-davvero-stati-sulla-luna-5-risposte-chi-ne-dubita-1410385
  2. http://www.jpl.nasa.gov/missions/?type=future
  3. http://www.esa.int/Our_Activities/Operations/Current_and_future_missions
  4. http://www.esa.int/Our_Activities/Human_Spaceflight/Exploration/The_European_Space_Exploration_Programme_Aurora
  5. http://www.repubblica.it/scienze/2016/10/11/news/obama_annuncia_entro_il_2030_invieremo_i_primi_uomini_su_marte-149557609/
  6. http://www.nationalgeographic.it/scienza/2016/09/28/news/elon_musk_un_milione_di_persone_su_marte_entro_il_2060_-3250501/

 

Keywords

Esplorazione spaziale; spazio; sonda; Luna; Marte; Europa; asteroidi; pianeti extrasolari; NASA; ESA; Elon Musk

LA RICERCA DI UN CENTRO DI GRAVITA’ E IL BELFORT DI GENT – di Valeria Mileti Nardo

 

Una premessa personale
Fino ai diciotto anni mi sono sempre considerata un’apolide, a mio modo: sono nata a Milano ma la mia famiglia si è trasferita nella più tranquilla Legnano quando ancora ero nella culla e non sapevo dire né “mamma”, né “pappa” né “papà”. Niente radici, dunque, né a Milano, in cui uso tutt’oggi google maps per orientarmi, né a Legnano, che ho sempre considerato poco più che un dormitorio. E non poteva essere altrimenti, visto che la mia mamma è della provincia di Viterbo (Bagnoregio) e papà, benché nato a Milano, sia di padre siciliano e di mamma bagnorese. Altro fatto indicativo: i miei non si sono spostati a Milano ma a Recanati, in terra franca.
A Legnano, dunque, nessun parente, nessun amico di vecchia data per i miei genitori, nessun attaccamento alla città. Per di più, verso i sedici anni, quando ha iniziato a nascere dentro di me l’amore per la Storia dell’Arte, di arte e storia ne vedevo poca in una piccola città dell’interland milanese.
Tutto è cambiato l’11 settembre 2010. Quel giorno, a diciannove anni, mi sono trasferita a Siena per studiare Storia dell’Arte all’Università. Dopo aver sistemato la mia camera singola in via del Porrione e salutato i miei genitori, sono andata in Piazza e mi sono seduta proprio al centro, di fronte al Palazzo Pubblico. Forse era un pensiero ingenuo ma mi sembrava di aver trovato il mio posto. Ho avuto con Siena quello che in amore si chiama colpo di fulmine. Da quel giorno in poi ho conosciuto la città, la sua storia, le sue bellezze, il suo fascino, ma anche i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ho conosciuto una contrada che mi ha accolto e di cui farò parte per sempre. Col passare dei mesi e poi degli anni, capii, senza dubbio, di aver trovato il mio “centro di gravità permanente”. Battiato, ovviamente, docet.
Dopo aver perso la mia condizione di apolide, per così dire, psicologica, è stata molto dura lasciare Siena il 19 agosto scorso. Da tre mesi vivo in Belgio, o meglio, nelle Fiandre orientali, nella città di Gent, dove rimarrò per altri nove mesi.
Passare dal niente al tutto e poi ripartire da capo, per di più all’estero, non è stato semplice. Sto cercando di alleviare questa mancanza di radici che sento di nuovo bussare alla mia porta, provando a conoscere questo nuovo paese e la città che mi circonda nel miglior modo possibile. Devo ammettere che qui ho trovato un centro di gravità. Non è permanente – quello sarà per sempre Siena – ma mi accompagnerà per il resto della mia permanenza qui e, se non tornerò più a Gent, sicuramente rimarrà sempre nei miei ricordi più belli. Gent, il mio centro di gravità provvisorio ha un simbolo ben preciso: il Belfort.

Gent, Gand, Ghent; Belfort, Beffroi, Belfry

1Per un italiano, il Belgio può apparire un posto strano: clima molto piovoso in autunno e inverno (ma, nonostante l’acqua, sempre in bici!), freddo (ma qualcuno, a novembre, ancora con la giacca di jeans), cibo a tutte le ore, pochi piatti tipici (rispetto ai nostri standard), birra über alles e soprattutto tre lingue per un paese grande la metà del nord Italia: francese, fiammingo e tedesco. Per fare chiarezza sul titolo: “Gent” (pronuncia: hent) è il nome della città in fiammingo, lingua principale di Fiandra, “Gand” in francese e “Ghent” in inglese. Allo stesso modo, “Belfort” è il nome fiammingo del monumento di cui ora si parlerà, “Beffroi” è la versione francese e “Belfry” quella inglese (sì, in Belgio l’inglese lo sanno, e pure bene).
2Ma perchè, come primo articolo su Gent e il Belgio, vado proprio a parlare del Belfort, di un singolo monumento, e non di altri aspetti di questo paese, come la lingua, la divisione politica, il cibo, la birra, il cioccolato, l’art nouveau o i fumetti? Semplicemente, e forse ingenuamente, per il punto di vista con cui scrivo: potrà sembrare ridicolo o sentimentale ma ritrovare, nel bellissimo centro di Gent, questa maestosa torre civica medievale, mi ha fatto pensare al mio primo giorno a Siena, quando andai a sedermi sotto la Torre del Mangia. 3Ho provato quasi la stessa emozione, come in una specie di déjà vu. Per di più, pensare che le due torri furono edificate negli stessi anni, le ha rese, ai miei occhi, ancora più vicine.

Ma ora bando alle ciance: cercherò di tracciare un breve profilo del Belfort, accompagnato da un repertorio fotografico che ho reperito sia in rete, sia nella collezione dello STAM, il museo della storia di Gent (“stam”, in fiammingo, significa “radice”).
La storia del Belfort inizia all’incirca negli stessi anni in cui inizia quella del Palazzo Pubblico di Siena. E’ stato edificato, infatti, tra il 1313 e il 1380 sotto la guida del capomastro Jan van Haelst mentre la guglia, così come la possiamo ammirare oggi, è frutto della riedificazione del 1913 (ci torneremo più avanti). La torre, alta 95 metri, è entrata, insieme ad altre 23 torri civiche fiamminghe e 6 vallone, nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità 6dell’UNESCO.
Ma cos’è di preciso il Belfort, un edificio che si trova in molte città del Belgio, come Bruxelles, Bruges e Tornai? È essenzialmente un edificio laico, sede del potere civico e simbolo dell’autonomia, della potenza economica e dell’indipendenza della città. Inoltre, la sua maestosità serviva a imporre simbolicamente la superiorità del governo centrale sulla costellazione dei poteri nobiliari, simboleggiati da dimore sontuose.
Il termine “belfort”, infatti, deriva dall’alto tedesco “Bërvrit” che significa “preservare la pace” (o anche dai termini tedeschi “bergen”, ossia “conservare” e “Frieden”, “pace”).
Altro compito fondamentale adempiuto dal Belfort era quello di custodire gli oggetti preziosi della città, come atti e documenti ufficiali che venivano conservati, in singola copia, in massicci forzieri posti in stanze segrete: il Belfort stesso, in realtà, fungeva da monumentale forziere.7

Come vedremo meglio a breve, il Belfort è sinonimo di campane. Se i rintocchi delle chiese e delle basiliche scandivano i momenti della vita religiosa, erano quelle delle torri civiche ad accompagnare la vita quotidiana civile e laica. Il Belfort è infatti associato al carillon: un sistema articolato e complesso formato da decine e decine di campane dai toni diversi, ognuna con un preciso significato. Inoltre, in combinazione tra loro, le campane potevano lanciare diversi messaggi alla popolazione.

Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane
Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane

Entriamo nei particolari: per edificare tutti e sei i piani della maestosa torre, il cantiere è proseguito per circa otto anni, dal 1313 al 1380; solamente per la sommità del Belfort, i costruttori sono stati impegnati per tre anni, dal 1377 al 1380: l’aspetto della guglia del Belfort, che caratterizza fortemente il panorama della città fiamminga, non era tuttavia, nell’anno domini 1380 come la possiamo contemplare oggi. Nel 1380, il Draak, ovvero il drago segnavento simbolo della custodia del tesoro, fu posizionato su una guglia lignea temporanea.vale6

Nei secoli, questa sommità provvisoria è stata come una tela bianca su cui architetti e progettisti hanno impresso la loro idea progettuale, cambiando di continuo lo skyline della città. L’ottocento poi, con l’avvento dei nuovi materiali edificativi, ha dato il suo contributo, regalando alla città una guglia in ghisa in stile neogotico, progettata dall’architetto Louis Roelandt.12

 

 

13

19
Léon Spillaert, Bozzetto per un manifesto dell’Esposizione Universale di Gent, tecnica mista su carta, 12×8 cm, 1913, Gent, STAM (il bozzetto risale senza dubbio a prima dell’intervento di ripristino di Vaerwyck)

14E arriviamo al Novecento, più precisamente nel 1913, anno dell’Esposizione Universale tenutasi proprio nel capoluogo delle Fiandre Orientali. Questo importante avvenimento ha portato grandi novità nel panorama architettonico della città, novità che hanno coinvolto anche il Belfort. La sommità, infatti, venne riedificata ex novo secondo il progetto dell’architetto Valentin Vaerwyck che si basò esclusivamente sul progetto trecentesco dell’edificio che si può ammirare nelle collezioni del museo STAM. Fino al 1913, infatti, l’aspetto del Belfort, come si può vedere in numerose testimonianze fotografiche coeve, era molto diverso. Il monumento, come lo vediamo oggi, è dunque frutto dell’intervento di “ripristino” dell’antico condotto da Vaerwyck, perfettamente in linea con la tendenza ottocentesca e primo-novecentesca di “recupero” dell’antico piuttosto che di conservazione delle preesistenze storicizzate.
Ma torniamo al Medioevo: nel XV secolo, precisamente dal 1442, il Belfort di Gent era anche la sede delle guardie civiche che, insieme ai trombettisti, formavano il corpo di vigilanza della città, associato ai rintocchi delle campane che fungevano da eventuali allarmi per la popolazione. Per essere più precisi, una sola campana aveva la funzione di “campana dell’allerta”: la “Klokke Roeland” che prende il nome dal mitico paladino Rolando e che è stata posizionata nel Belfort nel 1325. Era proprio la Klokke Roeland che, se suonava dopo i rintocchi di altre tre piccole campane dai toni diversi, dava il segnale di allerta.22
Questo carillon formato da una manciata di campane, è stato col tempo ingrandito fino a comprenderne ben 54.
La Klokke Roeland del 1325 venne rifusa nel 1659 e trasformata in un carillon di 40 campane. La più grande di queste mantenne il nome di klokke Roeland ma, quando nel 1914 il carillon iniziò ad essere azionato ad elettricità, la nuova grande campana si fessurò e venne rimossa dal Belfort e adagiata sulla piazza adiacente al monumento. Dopo il restauro del 2001 e i nuovi interventi architettonici che hanno interessato il centro della città proprio nei primi anni 2000, la klokke venne spostata nella zona adiacente alla chiesa di Sint-Niklaas, incastonata in una struttura di cemento armato.

L’attuale carillon che si può vedere (e sentire!) all’interno del Belfort è composto dunque ancora dalle campane del 1659, nate dal materiale fuso della klokke trecentesca, e da una nuova Roeland del 1948.24
Il ruolo di guardia, simboleggiato in modo emblematico dal grande drago del 1377, è stato rivestito dal maestoso edificio fino a tempi relativamente recenti (1869). Osservando attentamente l’edificio, si notano dei particolari molto eloquenti che collegano ulteriormente l’edificio al suo ruolo di costruzione di sorveglianza: ai quattro angoli della costruzione trecentesca sono addossate delle sculture di cavalieri in arme, con tanto di armatura e ampio scudo. Queste sculture, moderne, si rifanno agli originali antichi. Delle quattro sculture originali, tuttavia, è sopravvissuta solo una, un tempo nel “Musée lapidaire” di Gent e oggi conservata nella hall del Belfort insieme ad altre tre copie.26

Questa affascinante torre polifunzionale non si staglia solitaria nel centro di Gent. Come la Torre del Mangia è parte integrante del Palazzo Pubblico di Siena, il Belfort è affiancato dalla bellissima Halle aux Draps (in fiammingo “Lakenhalle”) un edificio, simbolo della prosperità economica nelle città medievali, tutto quattrocentesco (1425-1441) ma rimaneggiato nel 1907.
29Il Belfort e la Lakenhalle dalla piazza di Sint-Baafs
Una curiosità legata alla Lakenhalle di Gent è rappresentata dal grande altorilievo apposto a un piccolo edificio settecentesco addossato alla parete meridionale del Belfort e alla Lakenhalle stessa: esso raffigura il “Mammelokker” e risale al 1741. L’altorilievo raffigura il mito di Cimone e Pero, o della Caritas Romana: il vecchio Cimone, condannato a morire di fame in una prigione, sarebbe sopravvissuto bevendo ogni giorno il latte materno della figlia che si recava da lui in visita. Il nome “Mammelokker” ha un’etimologia rivelatrice: se “mamme” infatti significa “seno” e “lokken” invece “succhiare”, vediamo che il temine significa “colui che succhia dal seno” e si riferisce, di conseguenza, a Cimone.31

Ma perchè richiamare il mito della Caritas Romana (o del Mammelokker) sulla facciata di questo piccolo edificio addossato al Belfort e alla Lakehanlle? In effetti, la scelta di questo soggetto non fu affatto dettata dal caso ma dalla volontà di simboleggiare una funzione specifica della lakenhalle, o meglio, della sua cripta: quella di prigione.
E ora, per concludere, veniamo al maestoso “Gulden Draak” (drago d’oro) di 3,55 metri che svetta sulla sommità del Belfort. Abbiamo visto che l’edificio è stato soggetto a cospicui cambiamenti e anche il suo particolare simbolo non è stato da meno. 36Già si è accennato al fatto che la grande scultura di rame risalga al 1377 ma, guardando con attenzione il drago che si staglia sulla città, si nota che si tratta di una copia moderna, precisamente di una copia del 1913, posizionata ai tempi dell’intervento di Vaerwyck, in occasione dell’Esposizione Universale. L’esemplare originale del 1377, corroso per l’esposizione secolare al caldo, al freddo e alle intemperie, si conserva all’interno del Belfort. Vedere il draak da vicino permette di osservare la maestria degli artisti e artigiani medievali che hanno realizzato un’opera complessa, ricca di saldature che quasi accompagnano e sottolineano le linee di forza di questo magnifico dragone.33
Sul maestoso drago esiste una leggenda abbastanza articolata, di origine medievale: pare che la scultura dorata ornasse la prua della nave con cui Sigrid Magnusson partí per la III Crociata. Il condottiero nordico, in quel d’Oriente, avrebbe fatto dono del drago all’imperatore di Costantinopoli che issò la scultura sulla cupola della Basilica di Santa Sofia. Cento anni dopo questi fatti, il drago venne acquisito da Balduino IX Conte di Fiandra che lo portò a Bruges. Soltanto nel 1382, in seguito alla battaglia di Beverhoutsveld, Gent riuscí a mettere le mani sul maestoso drago che venne posizionato in cima al Belfort e divenne poi il simbolo della città fiamminga.
Una curiosità, unita a una confessione: ammetto, prima di tutto, che questa leggenda l’ho letta sull’elegante cartone della birra di Gent “Gulden Draak”, appositamente testata per voi lettori!! Scrivendo sul Belfort e sul suo Draak, non potevo concludere senza fare un breve cenno a questa ottima birra, ispirata proprio al simbolo del Belfort, prodotta dalla “Brouwerij Van Steenberge” e servita nel suo caratteristico bicchiere che dovrebbe richiamare la forma di un uovo di drago nel suo nido!
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LE COSE DI COSO – di Marco Brizzi

#BRIXIT

Pochi giorni fa, ascoltando la radio, mi sono imbattuto nel racconto di una donna riguardante i festeggiamenti del mondiale dell’82. Nel bel mezzo del delirio, della gioia, del rumore, degli abbracci e dei canti, lei non riuscì a fare altro che stare in un angolo ad osservare gli altri. Non riusciva a vivere il momento, una forza particolare la obbligava ad osservare, solamente osservare. In questa descrizione ho rivisto in larga parte la mia vita, le mie sensazioni. Ogni momento di euforia o di tristezza che ho vissuto nella mia vita, l’ho sempre lasciato lontano da me per osservare quello che stava accadendo… sarà il mio destino?

LE COSE DI COSOQualche settimana fa, ho compiuto trent’anni, il tanto atteso giro di boa, il momento in cui ti dovresti accorgere di essere diventato grande, ma cosi non è accaduto. Mi sono solo reso conto che ho vissuto gran parte della mia vita a pensare a cosa avrei fatto da grande, a come sarei diventato, a cosa avevano gli altri di diverso da me. E’ stato come un risveglio dal coma, ho visto quello che ero e che ho lasciato inesorabilmente accantonato da una parte. Lasciato lì per essere accettato, per non essere troppo criticato, lasciato lì per vivere in un mondo che fondamentalmente non mi piace. Forse ho sempre avuto paura di essere felice per colpa della consapevolezza che prima o poi questa felicità sarebbe finita, forse ho sempre avuto paura di essere triste per colpa della paura di non ritrovare il sorriso… insomma, sono diventato a PH neutro. Piano piano mi sono defilato ed ho finalmente osservato con coscienza quello che avevo intorno ed ho capito che non avevo fatto niente di quello che mi sarebbe piaciuto. Ho capito che questa città (l’Italia in generale) non aveva poi cosi tante cose ancora da offrirmi. Il mio lavoro ha fatto il resto; il mestiere di cameriere se hai capacità relazionali ti permette di farti molti “fast friends”. Questi amici temporanei talvolta si aprono e magari ti raccontano cose che non hanno neanche mai raccontato in famiglia, ci vuole sempre uno sconosciuto al quale raccontare i tuoi segreti. Scambiando sensazioni ed esperienze con queste persone ho consolidato l’idea che mi ero fatto, cioè che la maggior parte delle persone non sogna più, non vuole più rischiare, si vergogna quasi delle sue radici e cerca di rientrare in degli standard che ci hanno praticamente imposto.sconosciuto

Per poco non mi facevo ingabbiare anche io in questo gioco,ma sono arrivati al momento giusto due libri che come uragani hanno spazzato via tutto quello che mi teneva incollato alla pietra serena. Quindi adesso sono qui a fare le valige per inseguire le mie paure, per inseguire i miei sogni. Trovarmi per la prima volta ad essere io quello che chiede di ripetere, a non essere sicuro se è proprio quel bus a portarmi a lavoro, a cercare complicità negli sguardi altrui. Voglio tornare a guardare negli occhi la gente che incrocio, smettere di camminare a testa bassa. Oltre a queste cose romantiche, ci sono anche delle cose molto più pratiche che mi hanno spinto a voler diventare un immigrato. Come per esempio dover lottare ogni benedetta volta per scendere dal bus… da una porta si scende e da una si sale, non vedo motivo per il quale si debba bestemmiare tutti i santi del calendario sia per salire che per scendere. Non sopporto più che le automobili siano dotate di frecce per indicare i tuoi prossimi cambi di direzione e che invece ogni volta le rotonde diventino roulette russe nelle quali scommettere la vita. Non riesco più a capire i meccanismi che portano le persone a trattale male i camerieri (qui sono ovviamente di parte ma l’esempio è accostabile ad ogni lavoro) solo perché in quel momento ti stanno servendo. Ricordatevi sempre che il ragazzo che vi sta portando i piatti ha molte possibilità di rifarsi contro la vostra condotta. Non concepisco questo quasi totale egoismo nelle piccole cose di tutti i giorni. mr_bean_babyMancanza di sincerità a palate… Ragazzi, i neonati non sono tutti quanti piccoli e carini, alcuni fanno veramente cagare! Non riesco ad inquadrare il perché chi guida il bus non considera la presenza di macchine e motorini, poi quando guida la macchina non considera la presenza dei motorini, quando è in motorino non vede i pedoni….e quando diventa pedone? Poi questo fatto che il costo della propria automobile sia diventato inversamente proporzionale al proprio QI proprio non mi va giù.

Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca, è proprio essa che puoi cambiare ma dovremmo ricordarci che siamo tutti nello stesso mare. Io questa barca proverò a cambiarla e salirò sulla mia, quella che mi sto costruendo piano piano. Girerò di città in città lavorando, imparando lingue e modi di fare ad ora a me sconosciuti. Cercherò, non so bene cosa, ma cercherò.

Come diceva Tiziano Terzani, “il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare”

Per adesso me ne vado in Scozia, a tenere un po’ le “pudenda all’aria” con il kilt(E). Quindi vi saluto, diventerà sicuramente una bella storia da raccontare…

A presto

 

 

 

 

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MEGLIO UN CAFFE’ IN ITALIA O UN TE’ IN CINA? – di Duccio Tripoli

Meglio prendere un caffè in Italia con il proprio capo, oppure berci un tè in Cina?
Sarò buono per una volta, vi tolgo subito il dubbio; poi non sono mai stato un grande fan delle cacce al tesoro, così, non vi andasse più di leggere, soddisfate la vostra curiosità e chiudete il tutto.
Trovandosi nel Bel Paese, bersi un caffè con il capo, o qualunque altro superiore, è ben auspicabile, nonché un’occasione da prendere al volo. Anzi, oserei dire che un superiore che la mattina, appena arrivato in ufficio, esordisce con un “più tardi ci prendiamo un caffè”, mette subito la giornata sulla giusta onda. Certo, a quel punto starà a voi saperla cavalcare, ma se vi muovete bene potrebbe rivelarsi una delle onde più divertenti e entusiasmanti mai cavalcate che vi porta a riva sani e salvi e con diverse soddisfazioni.
Al contrario, quando entrando in ufficio la mattina, il tuo superiore cinese ti chiede “yihuier qing ni dao wo bangongshi hecha” (più tardi vieni nel mio ufficio a prendere un per favore), come si dice a Siena “sona a morto” e i guai potrebbero essere solo all’incipit. Infatti, quel 喝茶 hecha (prendere un tè) in Cina è univoco e, sebbene ci scapperà anche il tempo per bere effettivamente una tazza di buon tè, questo si rivelerà, o prima o dopo, solo un mero pretesto. Dopo aver sorriso e risposto affermativamente, il sorriso pian piano si chiude, le sopracciglia si avvicinano cambiando forma, e inizi immediatamente a pensare a cosa, nel mondo, possa aver fatto di tanto sbagliato. “Bere un tè” con un superiore in Cina, salvo le comunque numerose occasioni conviviali, è un sinonimo di “fare due chiacchiere a quattrocchi” e, nella stragrande maggioranza dei casi, la discussione non verterà né sulle vacanze appena trascorse e nemmeno sui preoccupanti livelli di smog di Pechino. Il tutto si trasformerà, in men che non si dica, in una ramanzina ufficiale, da godersi tutta d’un fiato dall’inizio alla fine, sorseggiando un bel bicchierone di pu’er di primissima scelta.
Perché tutta questa pantomima per una semplice ramanzina o appunto qualunque? Perché i cinesi non vi diranno mai le cose come stanno, direttamente e al primo colpo. Si sono, nel tempo, guadagnati il ruolo di imperatori indiscussi dei giri di parole, dei giri pesca, di maestri dei voli pindarici. Oltretutto, dire le cose come stanno, in faccia, all’interessato e in modo particolarmente diretto è considerato anche piuttosto maleducato. In Cina il problema si evita a più riprese o si postpone fino all’infinito. Solo quando questo diventa inevitabile e non più rimandabile, ci si arriva lemme lemme da più lati, un passettino alla volta. Capite bene che per un Italiano, specialmente se decentemente impulsivo come il sottoscritto, tutto ciò possa risultare snervante e, alle volte, frustrante. Sono abituato a far presente i problemi immediatamente, senza lasciare spazio alle interpretazioni e sono abituato a farlo nel modo più deciso e preciso possibile, naturalmente con educazione e verso il diretto interessato. Quante volte, in mezzo a discussioni di vario genere, mi sono ritrovato a esortare l’interlocutore a suon di “shuo ba!” (parla, dimmi!), per evitare di perdere il filo del discorso..e la pazienza.

Piccolo, ma calzante, esempio: a lezione quante volte capitano problemi di comprensione o divergenze su qualche contenuto? Ecco in Cina non capitano. Gli studenti capiscono sempre tutto alla prima e i professori non si spiegano mai male, ma sono sempre chiari e comprensibili. Bugia! Queste situazioni capitano a bizzeffe, ma il non capire un concetto è colpa o dello studente stupido e disattento, o dell’insegnante che non si esprime bene e, in entrambi i casi, qualcuno perderebbe la faccia; quindi, in pieno stile orientale, si aggira il problema e tanti saluti.
Un altro esempio, ancora più calzante e personale, potrebbe essere quella volta che, arrivando in ufficio una mattina come un’altra, la direttrice del dipartimento internazionale mi ha “invitato” a bere un tè nel suo ufficio. Mentre il cervello ha prodotto un tonico “occristo!”, la bocca ha subito rielaborato in un modesto “hao ba” (ok, con una bella pausa concessiva sulla o). Cosa era successo di così terrificante? Che tipo di piede (per non dire altro) avevo pestato? Mi rimanderanno a casa senza passare dal via? Massì, nulla di tutto ciò. Alcune sere prima, rientrando in casa ad orari non proprio “confuciani”, avevo fatto più confusione del necessario, destando dai suoi sogni della camera rossa il responsabile della sicurezza che, il mattino seguente, lungi dal rivolgersi al sottoscritto, aveva raccontato tutto ad un altro professore. Questo, per non venire a raccontare tutto “direttamente” a me, aveva lasciato il compito al suo superiore che, lavandosi anch’egli le mani, aveva riportato l’accaduto alla responsabile del dipartimento internazionale. Ora, siccome disturbare il capo danwei (unità di lavoro), il preside o addirittura il sindaco di Shanghai pareva un po’ troppo eccessivo, Lucy (nome inglese della direttrice) ha fortunatamente concluso la scalata al superiore convocandomi nel suo ufficio a bere un tè. Italians do it better, non sempre ma quasi. Sapendo di cosa si trattava e, non essendo affatto grave l’accaduto, ho ben dribblato il problema dopo aver montato un tradizionale catenaccio da presunto esperto di calcio e chiuso il tutto con un altro splendido cliche: bevuto il tè e ristabilita la calma, siamo andati a berci un ottimo caffè espresso offerto dal sottoscritto che ha ribaltato la situazione facendomi segnare un gol pazzesco in zona Cesarini. Alla fine dei salmi? Caffè Italiano batte tè Cinese 1 a 0. Fortuna che conosco i miei polli..14481797_10210037814969264_4662216656950992974_o

Nel caso, però, non vi fosse questa consapevolezza, vi do brevemente un paio di dritte tascabili per poterne cavare le gambe e portare a casa la pellaccia, senza perdere la faccia di nessuno. Tre semplici risposte da usare a piacimento, da sole o in combinazione per riprendere fiato, una volta messi davanti al problema.
1) 我对茶过敏 Wo dui cha guominsono allergico al tè. Difficile da credere, ma potrebbe sempre funzionare. Spiazzerete totalmente l’avversario che, in mancanza di una risposta pronta, potrebbe posticipare l’incontro dandovi del tempo per organizzare le idee.
2) 我听不懂 Wo ting bu dongNon ho capito. Qui si va sul grande classico, la frase più pronunciata da qualunque straniero che abbia mai messo piede nell’Impero Celeste. Usare, ripetere, riusare; fate questo fino allo sfinimento. Se l’interlocutore parla solo cinese mandarino, o beve il tè in solitaria, o avrete comunque il tempo di organizzare la vostra difesa finché non troverà un traduttore.
3) 我今天拉肚子 Wo jintan laduziOggi ho la diarrea. Anche qui un sempreverde delle scuse made in China, sempre a portata di mano come un asso nella manica. Nessuno fa domande e nessuno indaga mai più di tanto. Questo vi darà per certo un paio di giorni per riflettere e organizzare la battaglia, visto che comunque dovrete giocare in difesa.
Il loro sviare dal problema, il temere il confronto diretto e il non controbattere in maniera decisa, giocherà in questo caso a vostro favore e non dovreste andare oltre nella discussione. Tuttavia, dovrete organizzarvi bene, trovare un punto debole dell’avversario e su quello insistere a più riprese. Da sempre, quando si è in svantaggio, spesso del tempo in più fa comodo. Inoltre, studiando a fondo l’avversario e il campo di battaglia, potreste davvero uscirne a testa alta.

Questo però, quasi certamente lo sapranno anche loro; hanno creato sia Sun Tzu che la sua “Arte della Guerra”, e sono già diversi secoli che la leggono, la rileggono e la insegnano. Buona fortuna.

La vita ai tempi della Brexit – di Federica Corbelli

“London.”
“London?”
“London.”
“London?”
“Yes, London. You know: fish, chips, cup ‘o tea, bad food, worse weather, Mary fucking Poppins… LONDON.”

Vivo a Londra da 5 anni, mi sono trasferita il 17 settembre 2011: l’idea iniziale era quella di frequentare un master di un anno e tornare a casa, ma quando il momento è arrivato mi sono resa conto che non ero pronta ad andarmene. Da allora vivo con Londra un’intensa storia d’amore –  abbiamo i nostri alti e bassi, intendiamoci, ma fino a ora ci sono stati più alti, o almeno così voglio credere.
La prima cosa che ho imparato vivendo a Londra, oltre a come fare il tè perfetto (per questo vi rimando al prossimo appuntamento della rubrica), è che “London is not England”. Forse perché il londinese medio lo ripete almeno un paio di volte a conversazione, forse perché quando vivi la bellezza intensa di Londra pensi “Questo è un posto a parte”.

sadiq khan

Non si tratta solo di una delle città più multiculturali al mondo, dove la parola diversity è all’ordine del giorno e il fatto che il neo-eletto sindaco, Sadiq Khan, sia musulmano non fa troppo clamore. Ci sono angoli di Londra in cui si respirano altri mondi e altre culture: qui ho assaggiato la migliore cucina afgana, ho conosciuto la tradizione bulgara del Baba Marta, ho assistito a partite di Aussie rule, ho festeggiato il Canada day in Trafalgar square, ho imparato l’arte del turpiloquio in cinese e ho insegnato a mia volta “perle” di cultura toscana a italiani e non. Ma, purtroppo, Londra non rappresenta l’Inghilterra (o il Regno Unito): l’aria che si respira a Londra – incluso il preoccupante alto livello di polveri sottili – non  è  la stessa che si respira fuori dalla M25 (la famosa autostrada che circonda Londra quasi completamente). Sembra quasi incredibile ma una volta fuori “dalle mura” il panorama cambia decisamente, inclusione, diversità, multiculturalismo diventano concetti remoti. Ne abbiamo avuto la prova la mattina del 24 giugno quando abbiamo visto la mappa del voto.

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(cr: Tgcom24)

La risposta del sindaco Sadiq è stata semplice e rassicurante: “London is open” e “It’s not the wallls that make the city”, come dimostra la campagna che sta portando avanti, che include il “City of film” in cui attori e attrici che fanno parte dell’industria cinematografica britannica uniscono le loro forze per diffondere il messaggio che Londra è aperta – e lo fanno con le migliori citazioni cinematografiche sulla città.

Se questo non bastasse, il sindaco ha inoltre introdotto l’idea della creazione di visti speciali per coloro che vogliono lavorare a Londra in caso di una legislazione anti-immigrazione più ferrea. Ma comunque, nella comunità degli “europei all’estero” si respira un po’ di paura e si pensa al da farsi, storie di chi sta pensando ad andarsene, a sposarsi o a un qualche piano B. Il 23 giugno, infatti, non è storia passata, e nonostante la volontà di cancellare una delle pagine più buie della storia di questo paese, nonostante il periodo estivo che ci ha lasciati nel buio totale, il tema è ancora scottante, non solo tra i “foreigners”. Per qualcuno il referendum è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per altri sono state le recenti dichiarazioni di Theresa May e Amber Rudd sulle note xenofobe e populiste del “l’Inghilterra agli inglesi”. In molti viviamo questa situazione di stallo e incertezza aspettando il prossimo passo del governo, cercando ragioni per andare o ragioni per restare.

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Mi piace discutere la questione nel mio ufficio multiculturale che si divide tra un 50% di cittadini britannici e un 50% di stranieri. In varie occasioni ho chiesto il parere dei locali; in molti dicono “non ti preoccupare queste misure influenzeranno le persone che si vogliono trasferire non quelle che sono già qui da un bel po’”. Probabilmente è vero, i cittadini europei che risiedono qui da diversi anni e hanno un lavoro fisso saranno tutelati, ma la questione è ben diversa e non si tratta solo del mio caso personale: si tratta di una nuova generazione di persone e futuri cittadini a cui potrebbero essere negate le opportunità di cui fino a ora gli europei come me, residenti nel Regno Unito, hanno goduto.

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Mi domando se i miei colleghi inglesi non si preoccupino delle nuove dichiarazioni del governo, se abbiano paura di questa spaventosa virata a destra, se siano superficiali e non pensino al di là del loro cortile o se siano semplicemente realisti e pensino che tutte queste dichiarazioni non porteranno a niente. “Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra” mi ha detto ieri la mia collega londinese: forse si tratta di semplice realismo e la certezza che tentare di fermare l’immigrazione non sia possibile e non porti davvero a niente? Però le domande da porsi sono sempre le solite: voglio davvero vivere in un paese che ha tale politica? Voglio diventare di cittadina di un paese rappresentato da questi politici? Che ne sarà di coloro che vogliono venire a studiare, lavorare, vivere qui? Sto assistendo alla fine del multiculturalismo di Londra come lo conosciamo? Quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso per me?

28 days later - 28 giorni dopo
“Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra”

Mentre le cose scorrono in un clima generale di insicurezza, il sito del governo invita alla cautela, suggerendo che il nostro status non cambia e dice che “secondo le leggi della UE se si è vissuto nel Regno Unito per almeno 5 anni si ha il diritto alla residenza permanente”. Alla domanda che mi fanno tutti, sia qui che a casa, “E tu che fai?”, la mia risposta rimane “Non so”. Credo di non essere pronta per lasciare Londra, penso di essere ancora innamorata di questa città, nonostante tutto, perché, come dice Vivienne Westwood, “Non c’è nessun altro posto come Londra. Niente di niente, da nessuna parte” e da buona ottimista voglio pensare che ogni tentativo di Theresa May, Amber Rudd, Nigel Farage, Boris Johnson e tutti questi politici xenofobi e razzisti da quattro soldi falliranno miseramente, perché Londra rimarrà sempre Londra.