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VIVA ARTE VIVA: IMPRESSIONI VENEZIANE – di Fausto Jannaccone

Qual’é il ruolo dell’artista nella società? Qual’è la sua missione?

Michel Blazy

Se lo chiedete a me, io credo che l’artista contemporaneo sia chiamato ad interpretare il momento storico che lo circonda, leggerlo attraverso la propria sensibilità, quindi avanzare proposte e soluzioni per un domani possibile.
La Biennale di Venezia, in questo senso, rappresenta l’occasione per fare il punto su questa continua analisi sociale, la cartina di tornasole per un bilancio in itinere.  L’impressione personale è che in questi tempi sempre più instabili ed incerti anche il mondo dell’arte stia riflettendo profondamente, mettendo almeno in parte in discussione “da dove veniamo” e coscienti di “chi siamo” -ahi noi- provare a ripensare “dove andiamo”.

Il passato non è certo la prima volta che venga riesumato e vivisezionato dall’arte contemporanea: d’altro canto però, per molteplici aspetti, il severo giudizio e la parziale riscrittura dello stesso cui si assiste in laguna in questi giorni tradisce una condanna per molti capitoli della(e) nostra(e) storia(e) -colonialismo (Nuova Zelanda, Sud Africa, l’esordiente Antigua ad esempio), governi assolutistici (Russia, Peru, Korea), evoluzioni religiose (Malta, Finlandia)-.
La stessa mostra-evento di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, parallela sebbene non inerente la Biennale vera e propria, ci presenta un divertito e divertente Hirst raccontarci la “sua” storia (del mondo, non personale). Ciò ad ulteriore conferma di questa necessità dell’arte di riscrivere la storia.

Roberto Cuoghi
Maria Lai
Gal Weinstein
Hajra Waheed

Preso quindi atto dello status quo, del punto dove siamo arrivati in questa folle corsa dell’umanità, si rivela necessario ed urgente trovare risposte, e direzioni da seguire: la soluzione che Venezia ci presenta prevede un po’ di sana utopia, ingrediente fondamentale nella piatto dell’arte, ma soprattutto tanta, tanta evasione dalla realtà e dalla razionalità.
È infatti la magia la vera protagonista di questa edizione; accanto troviamo il tema ambientale, molto presente, ma anche questo quasi sempre interpretato in maniera molto spirituale e primigenia, come una partecipazione arcaica e primordiale dell’uomo alla natura, dentro la natura, simbiotica nella piena etimologia del termine.
Il padiglione Italia, ad esempio, messo in piedi con ottimi risultati della Alemani, ed il cui nome è appunto “Il mondo magico”, fonda sulla ricerca antropologica di De Martino il suo percorso. Uno dei 9 capitoli del racconto messo in piedi dalla Macel è interamente dedicato all’arte di impronta Sciamanica. Maria Lai e Michele Ciacciofera, anche loro nel tronco principale dell’Arsenale, rispolverano le antiche tradizioni magiche della Sardegna; Peter Miller la magia del colore, Edith Dekyndt della Materia, Kader Attia del suono. Ne cito solo alcuni, ma l’intero Arsenale (colonna portante e vero valore della 57° edizione) è un’esperienza sensoriale e mistica. Addirittura più di una volta vengono stimolati sensi solitamente più marginali nella consueta fruizione dell’arte come tatto ed olfatto: infatti più di una volta ci imbattiamo in opere imperniate sulla corruzione dei materiali organici e le muffe generatesi.
Nel complesso forse non è una delle edizioni migliori tra quelle cui ho assistito, ma più per mancanze dei padiglioni nazionali, tra cui salverei Italia, USA, Grecia, Cuba e Tunisia con una sufficienza piena, risicata invece per Russia, Sud Africa, ed Israele.
La palma di vincitore assoluto la consegno alla dissacrante creazione di Nathaniel Mellors ed Erkka Nissinen che fanno del padiglione di Alvar Aalto il vero pezzo imperdibile di questa Biennale: non si sfioreranno picchi poetici, non se ne ha nemmeno l’ambizione, ma assolutamente si stacca dalla mediocrità circostante.
Una menzione è doverosa per due giovani artisti: Hajra Waheed e Taus Makhacheva.

In chiusura resta da ripetere soltanto, lapalissianamente, come comunque la Biennale dì Venezia sia un evento che non è permesso perdersi: Viva Arte Viva!

ARTE FIERA BOLOGNA 2017 -di Michele Piattellini

Doveva essere l’edizione della grande rivoluzione questa di Angela Vattese ma in realtà di nuovo abbiamo visto ben poco. I due padiglioni, 25 per le gallerie più “contemporanee” e 26 per le storicizzate non hanno saputo suscitare particolari emozioni rispetto al passato. La scelta di una nuova illuminazione, sebbene molto minimal, è stata invece indubbiamente azzeccata. Ma veniamo un po’ a cosa abbiamo visto e soprattutto a cosa ci è piaciuto.artef Si parte subito alla grande con lo stand della galleria Matteo Lampertico che sfoggia opere di grande prestigio a firma Klein, Fontana, Festa, Turcato, Castellani. Ci addentriamo successivamente tra gli espositori senza pero’ ricevere particolari altri sussulti a parte che nel solito straordinario show della galleria Tornabuoni dove i Miro’ e i Picasso si fanno bella compagnia a parete. Interessante anche lo stand di Maria Livia Brunelli con le splendide opere di Silvia Camporesi e Anna Di Prospero. Un salto, anche solo per mero campanilismo, alla “nostra” Galleria Continua di San Gimignano dove l’atmosfera, sara’ stata colpa del fatto che era lunedì,era in realtà un po’ dismessa. Restano però degni di nota i due grandi lavori di Giovanni Ozzola. Molto belle come sempre le proposte di Emilio Mazzoli e la bellissima monografica su Mario Schifano alla Galleria Alessandro Bagnai di Foiano della Chiana. Bellissima anche la proposta della galleria De Bonis con solo opere di Renato Guttuso, un maestro senza dubbio da riscoprire sotto il profilo del mercato. Per il resto tanti “doppioni” Castellani e Bonalumi anni novanta, superfici specchianti tarde di Michelangelo Pistoletto e Peter Halley declinati in tutte le salse. Una giornata insomma in chiaroscuro quella passata nella bella Bologna ma, alla fine dei giochi, possiamo dire che ne e’ valsa la pena.

PRESENTI/ASSENTI: PER UNA RIFLESSIONE CRITICA ED UN’ANALISI TECNICA – di Fausto Jannaccone e Michele Piattellini

PER UNA RIFLESSIONE CRITICA (di F. Jannaccone)

Lo scorso giovedì, insieme ad alcuni colleghi del Wunderbar, siamo finalmente andati a visitare “il primo Street Art Quartier senese” (come lo definisce la rivista specializzata “Artibune“), ovvero “un percorso di sette interventi di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da sette street artist” che adorna alcuni angoli di via Pantaneto. Sei di queste sette opere –quella di Silvia Scaringella è stata rimossa dopo il tempo consuetudinario di affissione pubblica- si affacceranno sui passanti della movimentata via senese per qualche settimana ancora.

La sensazione che ho provato al termine di questa promenade è quella che potrebbe avvertire l’uomo che, dopo un digiuno forzato di alcuni giorni, venga rifocillato con un vasetto di yogurt ai mirtilli. Oppure alla persona cui per il maltempo si sia allagata la cantina e gli venga fornito per asciugare un bel fazzoletto da naso. O ancora il viaggiatore che per raggiunger la meta distante molti chilometri sia dotato di un simpatico monopattino. Certo, uno yogurt è meglio che niente, con pazienza il fazzoletto inizierà pian piano a rimuovere qualche stilla d’acqua ed il monopattino permetterà di procede un po’ più agevolmente che a piedi: ma non sono, nessuno di questi, la risposta che speravamo di ricevere.

E’ ovvio che la domanda cui rispondere era e resta di quasi impossibile soddisfazione. E’ quella domanda da cui già più volte sono mosso su queste pagine, per proporvi le mie tediose e ripetitive questioni e tesi: chi può ripagare questa città della chiusura del Centro delle Papesse? O in senso più ampio sarà possibile a Siena aver ancora altri stimoli artistici, oltre al grande patrimonio del passato, che suscitino in noi nuove curiosità, dubbi, interessi, riflessioni ed emozioni?
Sia ben chiaro: se l’obbiettivo dichiarato è avvicinare l’arte alla gente tra il celebre episodio della “Siena sport week” di tre anni fa quando la “Zumba” prese possesso del Santa Maria della Scala e questa iniziativa corrono anni luce di progresso della civiltà, ça va sans dire. Ma personalmente se dicessi che mi ha soddisfatto, beh… no, non riesco proprio; o quanto meno non a pieno.

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(photo credits F. Jannaccone)

Non sto adesso entrando nel merito di una valutazione delle opere, questo lo lascio alla parte “tecnica” di questo articolo a quattro mani (vi posso però confessare che 3 opere mi sono piaciute abbastanza, due meno, una no): parlo del concetto generale di questa sezione intra-moenia di “Cantiere comune“. Si vuol fare di quattro mura un po’ troppe cose: via Pantaneto che fa parte del centro commerciale naturale, via Pantaneto che fa parte della Via Francigena, via Pantaneto che è il quartiere universitario, via Pantaneto che è la strada dello street food, via Pantaneto che diventa in fine lo Street Art Quartier.
Il risultato è che viene definita “street art” l’affissione su di un palazzo storico di un cartellone di carta -mal steso per giunta- che d’impatto ti aspetti esser il programma del “Cinema d’estate in Fortezza”, ed invece no: è un “intervento di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da uno street artist”.

Quando anni fa, vittima anche io del fenomeno commerciale Banksy, mi approcciai alla street art, quello che mi riuscì di capire di questa corrente era agli antipodi di ciò che adesso mi si presenta come street art: periferia, incursione, illegalità, precarietà, volatilità, protesta, underground, antisistema. Vocaboli quali questi erano i protagonisti di ogni ragionamento riguardante la street art.
Bisogna ad onor del vero render conto dei tempi che corrono: stiamo giorno dopo giorno assistendo ad una continua celebrazione e soprattutto musealizzazione delle opere degli street artist, ormai sempre più artisti di corte delle amministrazioni pubbliche. Io, sicuramente duro, non so se anche puro, lo reputo uno dei più grandi tradimenti della “Storia dell’arte”. Ma sono anche conscio di poter esser indietro col passo e molto probabilmente nel torto.
Resta il fatto che questa riflessione porta la mia firma quindi ciò che sto facendo è esprimere il mio punto di vista.

Tirando quindi lo somme su l’oggetto della disquisizione in corso, dico che bisogna dare atto che iniziative come queste vertono comunque in una direzione corretta e da perseguire.

Che comunque si può e deve alzare l’asticella, ponendosi come obbiettivo quello di arrivare a iniziative e progetti di qualità vera.

In fine che all’amministrazione non è più concesso limitarsi a metter il cappello su piccoli sforzi altrui, quali nello specifico la concessione da parte di privati di una saracinesca di garage, ma mettere a disposizione, creare, veri spazi da dedicare alla riflessione contemporanea ed eventi che riportino la città ad esser protagonista del calendario internazionale.

(photo credits F. Jannaccone)
(photo credits F. Jannaccone)
PER UN’ANALISI TECNICA (di M. Piattellini)
-cinque opere scelte-
Benedetto Cristofani: il suo omaggio a Cecco Angiolieri e’ senza ombra di dubbio uno dei più riusciti di tutto quanto il progetto. Visibile alle Logge del Papa 2, 4 l’opera racconta una vecchietta che si prepara ad uscire in strada lasciando alle sue spalle una scia di fuoco con la quale, chissà, vorrebbe ardere il mondo come il celebre poeta maledetto.
Claus Patera: originale il lavoro di Claus Patera che da una parte ci informa su quali fossero per Fracassi, il destinatario del suo omaggio, le caratteristiche dell’artista, dall’altro ce lo rappresenta con una caricatura di un vecchio numero del giornale La Vedetta. In basso sulla colonna del profilo sono catalogati i colori con i quali riempire gli spazi tipo moderna settimana enigmistica.
Silvia Scaringella :sempre arduo confrontarsi con mostri sacri del calibro di Lorenzetti ma la giovane artista ne esce senza dubbio vittoriosa. La sua rivisitazione del celeberrimo Buongoverno ce lo mostra come un angosciante insieme di insetti e animali impazziti che assaltano i vari protagonisti del quadro:unica a resistere la Concordia armata di paletta e carta moschicida.
Jacopo Pischedda: nella sua opera, omaggio al grande Bernini presente nel Duomo di Siena, l’artista ribalta le certezze acquisite finendo per portare la testa del leone al posto di quella del santo e viceversa. E’ adesso dunque un uomo-leone quello che si impadronisce del Crocifisso e tenta di uscire dalla nicchia in cui è collocato. La testa del santo e’ invece finita miseramente a terra.
Giulio Bonasera: nel suo omaggio a Calvino, l’artista ripropone una celebre opera dello scrittore: il Barone Rampante. Ecco dunque un albero, un tavolino, una scala pronti per la scalata verso un mondo altro rispetto a quello che viviamo tutti i giorni. Interessante l’idea di rappresentarlo su una finestra anch’essa simbolo della via d’uscita, della fuga

“LA MIA CIPRO” DI CRISTINA CHIAPPINELLI: VIAGGIARE RESTANDO A SIENA – di Fausto Jannaccone

hpgoblet-hermione-portkey“Harry!” se Arthur Weasley non richiamasse il giovane Potter, il maghetto rischierebbe di restare in cima a quella collina nell’alba inglese invece di esser trasportato con i restanti Weasley, Hermione Granger ed i Diggory all’ imperdibile, sensazionale finale della Coppa del Mondo di Quidditch tra Irlanda e Bulgaria. Non aveva mai visto, Harry, una Passaporta: “(…) oggetti comuni e quotidiani spesso di scarso valore, come vecchie bottiglie, grucce, lattine ecc. in modo che se un Babbano le trovasse non sentirebbe il bisogno di raccoglierle. Una volta create, dopo aver pronunciato l’incantesimo Portus (piuttosto difficile da eseguire), possono trasportare in un determinato luogo chiunque le tocchi, oppure possono attivarsi in un momento predeterminato e trasportare nel luogo prescelto chiunque tocchi l’oggetto stesso in quel momento” (wikipedia)
Invece in “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”, quando all’inizio del racconto i quattro ragazzi protagonisti si mettono a giocare a nascondino nella vecchia villa, per ingannare il tempo e provare a divertirsi un po’, Lucy si imbatte in un alto vecchio armadio, nascosto da un grande telo bianco, che sonnecchia in una polverosa soffitta; curiosa, la bambina vi entra, e scopre che è molto di più di un semplice “Wardrobe”: è infatti una specie di portale che conduce in una terra incantata chiamata “Narnia”, abitata da fauni, streghe ed ogni sorta di essere fantastico.
Poi ci sono la Tana del Bianconiglio, lo Stargate, il libro sul Regno di Fantàsia, la Delorean ed un’infinità di altri “mezzi di trasporto” che catapulteranno di punto in bianco i vari Harry, Alice, Bastiano in un altro mondo, una realtà parallela, una dimensione fantastica, surreale, lontanissima ed inspiegabile.

Ecco quello che succede a chi voglia concedersi ai disegni di Cristina Chiappinelli: che sia Cipro, Tarquinia o Mosca il luogo raccontatoci dalla giovane illustratrice senese, il suo tratto rende tutto meno afferrabile, non riusciamo a reggerci ben saldi e rimanere con i piedi per terra. Volando dietro a Margherita sulla sua scopa o appoggiandoci per un momento ad un cuscino del simposio, rimaniamo però sempre sospesi e fluttuanti in una dimensione di sogno che ci circonda senza che riusciamo bene a comprenderla. Un po’ come quando la notte sogniamo e “percepiamo” le quinte della scena che stiamo vivendo, sappiamo di esser in un determinato posto o in un particolare momento, ma tutto resta sempre fluido e precario, lo sappiamo, ma un attimo dopo può esser svanito tutto. Questa è la magia di una cifra stilistica che ad una primo impatto può sembrare elementare ed approssimativa, ma se ci fidiamo e ci lasciamo andare ci assorbe e trasporta in avventure esotiche e bizzarre, un po’ come facevano i romanzi di Salgari con i bambini italiani dello scorso secolo.dragomanno1

I soggetti di Cristina sono quasi sempre tratte dalla letteratura, come si evince anche dalla mostra esposta negli ambienti di BiP (presso il bar Il Palio, in Piazza del Campo a Siena, fino al 05/01/2016), ma in questo caso specifico ci offre anche i colori ed i profumi dell’isola di Cipro, dove ha passato un periodo di formazione un anno fa, attraverso 10 spaccati di una terra di confine, isola isolata a metà tra occidente ed oriente.

Rubate 10 minuti a queste fredde giornate di un grigio dicembre e concedetevi il lusso di un viaggio fuori programma.

Quanto vale l’arte contemporanea italiana – di Marco Ciacci

L’arte contemporanea italiana va… all’estero. Perché in Italia è frenata. Frenata da politiche fiscali svantaggiose, soprattutto rispetto agli altri mercati internazionali (Londra in primis) che, comunque, continuano a puntare molto sugli artisti del Belpaese. Tanto che l’Italia rimane al 7° posto nello speciale report di Art Price 2016, che classifica i migliori 500 artisti internazionali in base al fatturato e ai lotti venduti nelle aste.

rudolf stingel
Rudolf Stingel, Untitled

Nella classifica al primo posto, tra gli italiani, c’è Rudolf Stingel, classe 1956 da Merano, diventato un vero caso mondiale sotto l’ala di Pinault, che raggiunge la settima posizione con 28 milioni di fatturato per 26 lotti venduti. Secondo è l’artista più chiacchierato e provocatorio che c’è nel nostro Paese: Maurizio Cattelan, che si posiziona all’11esimo. Cattelan occupa un posto di rilievo, sempre il secondo, anche nella Top 10 delle opere più costose, grazie a “Him”,  ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono) con occhi da bambino commossi e pieni di lacrime. L’opera, ovviamente discussa e controversa, è stata battuta a maggio da Christie’s New York alla cifra record di 17 milioni di dollari (il primo posto va a Basquiat che nella stessa asta ha spuntato 57 milioni).

Maurizio Cattelan, Him (2001)
Maurizio Cattelan, Him (2001)

Dopo di loro c’è comunque il vuoto. Per trovare un altro italiano, infatti, bisogna scendere al 190esimo posto dove si posiziona un genio del fumetto come Milo Manara (che ha esposto anche a Siena nel 2011) con 64 lotti venduti per un fatturato di 834 mila dollari. Segue a ruota Mimmo Paladino (833 mila dollari, 192esima posizione), che ha dipinto il Drappellone del Palio di Siena dell’agosto 1992. Insieme a Chia, Gian Marco Montesano, Bertozzi&Casoni e Pino Deodato è anche l’autore della “piastrella” della vendemmia 2015 per il Consorzio del Brunello di Montalcino.

milo manara bardot
Uno degli acquerelli che Milo Manara ha dedicato a «Madame Bardot, femme, libérée, sauvage, fière», recentemente battuti all’asta per 600mila euro.

Dopo un salto di 50 posti, troviamo un altro artista legato al Palio di Siena, come Francesco Clemente (Palio Agosto 2012) con un fatturato di 590 mila dollari, al 248esimo posto. Seguono un poverista come Giuseppe Penone (558 mila), un informale come Marcello Lo Giudice (479 mila), un concettuale come Salvo (scomparso l’anno scorso) con 477 mila dollari fatturati. Dopo troviamo due transavanguardisti come Nicola de Maria (436 mila) e Sandro Chia (401 mila), artista molto legato a Siena, sia per il Palio di agosto 1994, dedicato al congresso eucaristico nazionale svoltosi a Siena, sia perché ha scelto Montalcino, e il Castello del Romitorio, come sede fissa per il suo laboratorio artistico.

Sandro Chia Attesa 2013
Sandro Chia, Attesa (2013)

Resiste al 392esimo posto Gino De Dominicis (334 mila), centra il 422esimo Luca Pignatelli (312 mila) il cui lavoro, al pari di Stingel, va dalla figurazione all’astrazione. Unica donna italiana in classifica è Paola Pivi al 411esimo posto con 319 mila dollari fatturati per 5 lotti venduti e un record di 227 mila per singola opera.

paola pivi One cup of cappuccino then I go 2007
Paola Pivi, One cup of cappuccino then I go (2007)

 

GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

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Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

100 ANNI DOPO, IL “CABARET VOLTAIRE” – di Fausto Jannaccone

« Cabaret Voltaire. Sotto questo nome un gruppo di giovani artisti e scrittori si è formato con lo scopo di creare un centro per l’intrattenimento artistico. L’idea del cabaret sarà che gli artisti ospiti verranno e offriranno esibizioni musicali e letture agli incontri quotidiani. I giovani artisti di Zurigo, qualunque sia il loro orientamento, sono invitati a partecipare mediante suggerimenti e contributi di ogni tipo. »
(Zurigo, 2 febbraio, 1916)
Alcuni luoghi hanno contribuito a fare la Storia dell’Arte in maniera fondante, formante ed indelebile, come ad esempio il celebre studio fotografico di Felix Nadar, palcoscenico dell’epifania della corrente di forse maggior successo nel pubblico moderno dell’arte, o ancor più la tenuta di Sargentina di Diego Martelli, sulla litorale toscano, culla, rifugio, fortezza e musa dei Macchiaioli, alter ego italiano degli Impressionisti, per imporre loro un’etichetta riduttiva e sminuente.
Uno di questi senza dubbio si trova a Zurigo, in Spiegelgasse, al civico n.1: qui nel 1916 si trovava un locale, il Meitrei Bar, e nel suo retrobottega avrebbe avuto luogo l’epicentro di un sisma culturale che avrebbe investito l’europa intera.
Come abbiamo detto siamo nel 1916, quindi in piena Grande Guerra, e Zurigo, come tutta la Svizzera, si trova a ricevere l’avvento dei molti che della guerra avrebbero fatto volentieri a meno. Uno di questi arriva dalla Germania, si chiama Hugo Ball e di professione fa il regista teatrale. Questi insieme alla compagna, l’attrice Emmy Hennings, chiedono al proprietario del Meitrei di poter usare la stanza sul retro del bar per potervi fare un “Cabaret“.
Il proprietario acconsentirà ed il Cabaret verrà inaugurato il 5 febbraio di 100 anni fa esatti, portando il nome dell’autore del Candide, Voltaire. Questo fu l’atto primigenio del movimento Dadaista.
Dada? A sentire Ball la parola omaggiava Tristan Tzara (al secolo Samuel Rosenstock), poeta rumeno tra i primi e più attivi partecipanti al “progetto-voltaire” e tra i fondatori del movimento; in rumeno, così come in russo “Da Da” vuol dire “Sì Sì”. Ed al contempo nella lingua del dedicatario Voltaire indicava il cavallo a dondolo. Quindi primitiva incosciente allegria e felicità in contrapposizione con l’orrore bellico, aborrito dalle intenzioni dadaiste: forse. Molto più probabilmente un eufonico non-sense, sulla falsa riga dell’avanguardia futurista italiana cui molto attinsero, pur rifiutandone l’impeto interventista.ball
Come il movimento capeggiato da Marinetti (che in prima persona ebbe modo di collaborare con il gruppo di Zurigo e la loro rivista) un’esplosiva e poetica, surreale vocazione determinava le scelte artistiche del Cabaret. La declamazione di poesia russa, la musica africana come il “primitivismo” di Stravinsky, l’improvvisazione teatrale e quant’altro stimolavano il pubblico fino a reazioni esplosive: “Pandemonio totale. La gente intorno a noi urla, ride e gesticola.” dice Hans Jean Harp riguardo alle serate al Cabaret Voltaire. In una lettera a Maria Hildebrand-Ball Hugo scrive: “In un angolo in fondo sedeva una tavolata di francesi. Sul palco un polacco cantava canzoni polacche. In Un altro angolo c’era una tavolata di russi che cantavano “Sarafan, Sarafan”. E io suonavo una musica di Debussy.”
Emmy Hennings, l’attrice compagna di Ball, era la vera mattatrice del Cabaret, dal cui palcoscenico è passata alla storia la celebre foto che ritrae Ball con indosso un avveniristico surreale costume mentre declama il suo primo poema dadaista Karawane.Hugo_ball_karawane
Come già detto Tristan Tzara passerà dal ribollente calderone del Voltaire, e con lui per primi anche Marcel Janco, Richard Huelsenbeck e Max Oppenheimer. E tra gli artisti Hans Jean Harp, che disegnerà la copertina per il manifesto Dadaista del successivo luglio, ma si avvicinarono al movimento anche Paul Klee, de Chirico, Ernst e lo stesso Kandinsky.
Tra le linee programmatiche guida del movimento c’era però il totale rifiuto di qualsiasi -isme e così non fece eccezione il dadaismo stesso, e la vorticosa energia del cabaret si spense dopo poco più di un anno, lasciando però in eredità una scintilla che ormai aveva acceso in europa l’idea dadaista, che sopravvisse al nido natio.

 

(tra le fonti “Repubblica” del 31/01/16)

CAPITOLO2: INVERNO – NAZARENO DE SANTIS (IN 2000 BATTUTE) – di Fausto Jannaccone

Dal 20 dicembre 2015 al prossimo 20 marzo nei locali del Bar Il Palio è possibile visitare “capitolo2:INVERNO”, secondo step del progetto espositivo “das Lied der Zeit” (in italiano “il canto del tempo”), organizzato dal gruppo Wunderbar-Siena per la stagione in corso, la terza ufficiale per questa Associazione Culturale.

Secondo di tre capitoli legati all’avvicendamento delle stagioni è stato preceduto dall’interpretazione dell’autunno affidata al fotografo senese Stefano Vigni; la stagione in essere è invece affidata alla sensibilità artistica dell’emergente artista Nazareno De Santis, originario di Latina.

La collaborazione tra Wunderbar e De Santis viene da lontano. Già nella primavera dello scorso anno un’opera dell’artista laziale fu esposta nella saletta-galleria che si affaccia sulla Piazza del Campo: De Santis insieme agli altri artisti del giovane collettivo “MADRE” di cui fa parte, furono protagonisti della mostra “Il viaggio dell’artista”, organizzata dall’Associazione Wunderbar nei mesi di aprile e maggio 2015. Il collettivo ha fatto il suo esordio sul panorama artistico contemporaneo nazionale a “Paratissima 2014”, rassegna artistica torinese, dove De Santis raccolse numerosi consensi e riconoscimenti, presentando un lavoro estrapolato dal suo progetto in divenire “Memoria-Allontanamento”: di questo stesso progetto fanno parte le cinque installazioni esposte in questi mesi al Bar Il Palio.

12494084_10208442568451520_643952541_oAttraverso la sovrapposizione di lastre radiografiche di crani con fotografie antiche provenienti dall’archivio personale dell’artista, e mediante una retroilluminazione dell’opera, ne scaturisce quella che potremmo definire un’ “istantanea di un ricordo”; il ricordo personale dell’artista diventa anche “ricordo di un ricordo” nell’inconscio dello spettatore, creando una silenziosa empatia e condivisione della ricerca di una memoria collettiva.

Così Nazareno De Santis ci trasporta in una stagione invernale che diventa quel momento in cui un quasi letargico raccoglimento, un’intima riflessione, ci offrono l’occasione per riscoprire l’essenza stessa di noi stessi, fatti di una storia, di molte storie, di lontane radici e di un percorso senza il quale non avremmo potuto esser adesso quello che siamo diventati.

L’ARTE PRIMA E DOPO LA GRANDE GUERRA: UN COMPENDIO PER IMMAGINI – di Valeria Mileti Nardo

FINO AGLI ANNI DIECI: NON SOLO AVANGUARDIE

Giorgio Kienerk, L’Enigma Umano: il dolore, il silenzio, il piacere, post 1900, olio su tela. Pavia, Musei Civici
Giorgio Kienerk, L’Enigma Umano: il dolore, il silenzio, il piacere, post 1900, olio su tela. Pavia, Musei Civici
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Henri Van de Velde, Ufficio esposto alla Mostra della Secessione di Monaco, 1899
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Copertina della rivista Novissima, Albo d’Arti e Lettere, 1910
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Alphonse Mucha, Manifesto delle sigarette Job, 1896, litografia. Mucha Foundation, Praga
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Leonardo Bistolfi, Manifesto dell’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative di Torino, 1902, litografia
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Leonardo Bistolfi, Le lacrime, targa funeraria per Camillo Gramorio, 1902-1905, marmo. GAM, Torino

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A TEATRO CON KENTRIDGE: UBU AND THE TRUTH COMMISSION – di Fausto Jannaccone

Da giovedì 20 novembre a sabato 22, per la prima volta in Italia, al Teatro della Pergola a Firenze, è stato possibile ammirare lo spettacolo teatrale Ubu and the Truth Commission, scritto da Jane Taylor e diretto dall’artista William Kentridge. Spettacolo teatrale, dicevo, ed in effetti ha una capacità di coinvolgere ed avvolgere gli spettatori attraverso l’apporto di più “teatri”: quello delle marionette, impressionanti, realistiche, commuoventi, guidate con un’abilità surreale dai marionettisti-attori della Handspring Puppet Company di Johannesburg; quello della recitazione più pura, con le magistrali performance di Dawid Minnaar e Busi Zokufa; quello delle ombre cinesi, cifra stilista caratteristica della produzione dell’artista sudafricano. Sul palcoscenico pochi oggetti fissi: un avvoltoio di cartapesta, che ogni tanto prende vita lanciando strazianti grida, e sul fondo lo schermo dove i disegni di Kentridge contestualizzano, sottolineano, rafforzano, integrano e sostituiscono la scena. Pochi altri oggetti intervengono durante l’intero spettacolo: un tavolo, una doccia-confessionale, una poltrona. A tratti, come sottofondo, quelle musiche “atmosferiche” tradizionali del background africano di cui l’artista ha sempre fatto largo uso nella realizzazione dei suoi video, sonorità dalle tinte popolari, semplici, “Quando musica e miseria diventan cosa sola” per dirla con Battisti, ma non per questo tristi, anzi piene di vita. Ubu and the Truth Commission è uno spettacolo nato in realtà nel 1997, figlio di un momento storico importante la nazione, ovvero al termine dell’indagine, appunto, della Commissione per la Verità sull’Apartheid in Sud Africa; ne scaturisce una messinscena che attraverso l’uso del grottesco e del buffonesco stimola una profonda riflessione sulla drammaticità di un passato soffocante. Abusi, soprusi, ingiustizie sono da sempre il tema centrale della ricerca di William Kentridge, ed il mezzo con cui invita il pubblico a condividere il suo percorso, è quello di trascinarlo e sospenderlo in una realtà fuori dalla realtà, una dimensione fiabesca e senza tempo. kentridgeA ciò concorrono le musiche che seleziona, ad esempio, o la scelta di far scorrere le immagini in una tecnica che sembra un’evoluzione delle ombre cinesi, ma se possibile ancora più indefinite ed inafferrabili, così che ogni appiglio sicuro alla solida realtà venga meno, e non si possa così evitare di essere trascinati dal corso delle sue opere. Per questo la tridimensionalità offerta dal palcoscenico del teatro è un espediente valido al fine di avvolgere lo spettatore dentro l’opera: così la “cisterna” della Tate Modern nell’inverno 2012, quando ospitava “I am not me, the horse is not mine“(1), era diventata un vortice di immagini, con sette enormi schermi appesi sulle pareti dell’immensa sala circolare che proiettavano immagini a getto continuo, a tratti sincronizzati, a tratti indipendenti, il tutto tenuto insieme come sempre dalla musica: per cercare di seguire il tutto dal centro della sala si era costretti ad immergersi totalmente nell’opera, rimanendo in balia delle onde; allo stesso modo, sempre nell’inverno 12/13, nella Galleria 5 del MAXXI di Roma, l’istallazione “The Refusal of Time“(2) si componeva di schermi tutti intorno alla sala, questa volta però sfondando la bidimensionalità attraverso l’introduzione al centro della sala di un macchinario di leonardesca memoria che, azionandosi, ancor di più costringeva a partecipare all’opera. Tornando allo spettacolo della Pergola, il contenitore del teatro per l’opera kentrigiana è tutt’altro che una forzatura e va ben oltre la creazione delle scenografie, come ad esempio in occasione del Flauto Magico alla Scala del 2011: egli stesso in gioventù ebbe a cimentarsi con la recitazione, sebbene con non eccessive fortune. Nonostante ciò rimane in lui una fortissima contaminazione: “L’arte e il teatro acquistano di significato soltanto attraverso l’uso del corpo: Ogni essere umano guarda al fatto artistico inscrivendolo nella propria intima collezione di sogni e di paure. E l’arte deve aprirsi per accogliere tutte queste differenze“(3).

In chiusura una piccola riflessione a livello locale: ebbi modo di fare la conoscenza di Kentridge ormai quasi dieci anni fa, all’interno di “Guardami – Percezione del Video” di SMS Contemporanea, nell’ex Palazzo Delle Papesse; Siena quindi riusciva a farsi tappa di percorsi culturali ed artistici di livello internazionale: possibile debbano rimanere soltanto nostalgia e rimpianto, senza poter invece sperare in qualche spiraglio di riapertura, in qualche nuova boccata d’ossigeno?

(1) http://www.tate.org.uk/whats-on/tate-modern-tanks/exhibition/william-kentridge-i-am-not-me-horse-not-mine

(2) http://www.fondazionemaxxi.it/2012/08/07/william-kentridge-vertical-thinking-en-william-kentridge-vertical-thinking/

(3) Tratto dall’intervista rilasciata da W. Kentridge a “Quaderni della Pergola 5”