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PARIGI A VOLO D’UCCELLO – (Victor Hugo, Notre-Dame de Paris)

(LIBRO TERZO – II capitolo)

Abbiamo appena cercato di restaurare per il lettore questa stupenda chiesa di Notre-Dame di Parigi. Abbiamo sommariamente indicato la maggior parte delle bellezze che aveva nel quindicesimo secolo e che oggi non ha più; ma abbiamo tralasciato quella principale, la vista di Parigi quale allora si scopriva dall’alto delle sue torri.3213874998_ed03bfbfd2 Era infatti un bel quadro quello che da ogni parte si apriva sotto i vostri occhi, quando, dopo aver percorso a tastoni la lunga e tenebrosa spirale che fora perpendicolarmente la spessa muraglia dei campanili, si usciva infine all’improvviso su una delle due alte piattaforme inondate di luce e di aria; uno spettacolo sui generis, di cui si possono fare bene un’idea quei lettori che hanno avuto la fortuna di vedere una città interamente gotica, completa, omogenea, come ancora ne rimangono alcune, Norimberga in Baviera, Vittoria in Spagna; o anche esempi più piccoli, purché ben conservati, Vitré in Bretagna, Nordhausen in Prussia. La Parigi di trecentocinquanta anni fa, la Parigi del quindicesimo secolo era già una città gigantesca. In genere noialtri Parigini ci sbagliamo sul terreno che crediamo di aver guadagnato in seguito. Parigi, da Luigi XI in poi, non si è ingrandita di molto più di un terzo. Certamente ha perso molto più in bellezza di quanto abbia guadagnato in grandezza. Parigi, come si sa, è nata in quell’isola della Città Vecchia che ha la forma di una culla. Il greto di quell’isola fu la sua prima cinta, la Senna il suo primo fossato. Parigi rimase per più secoli allo stato di isola, con due ponti, uno a nord, l’altro a sud, e con due teste di ponte, che erano le sue porte e fortezze ad un tempo, il Grand-Châtelet sulla riva destra, il Petit-Châtelet sulla riva sinistra. Poi, con la prima stirpe di re, troppo ristretti nell’isola e non potendovisi più muovere, Parigi oltrepassò le acque. Allora, al di là del Grand e del Petit-Châtelet, una prima cinta di mura e di torri cominciò ad invadere la campagna dai due lati della Senna. Nel secolo scorso rimanevano ancora alcune vestigia di questa antica cinta muraria; oggi ne rimane solo il ricordo, e qua e là una tradizione, la Porte Baudets o Baudoyer, porta Bagauda. A poco a poco, l’ondata delle case, sempre spinta dal cuore della città verso l’esterno, tracima, corrode, logora e cancella questa cerchia. Filippo Augusto le costruisce una nuova diga. Rinchiude Parigi in una catena circolare di grosse torri, alte e solide. Per più di un secolo le case in questo bacino si pressano, si accumulano, alzano il loro livello come l’acqua in un deposito. Esse cominciano ad acquistare profondità, mettono piani su piani, si arrampicano le une sulle altre, guizzano in altezza come una linfa che è stata a lungo compressa, ed è come se ognuna facesse a gara ad oltrepassare con la testa le sue vicine per prendere un po’ d’aria. La strada si incava e si restringe sempre di più; ogni piazza si riempie e scompare. Le case infine scavalcano il muro di Filippo Augusto e si sparpagliano allegramente nella pianura, senza un ordine preciso e tutte di traverso, come se stessero scappando. Là si sistemano comodamente, si ritagliano dei giardini nei campi, si mettono a loro agio. Fin dal 1367, la città si allarga talmente nel sobborgo, che è necessaria una nuova cinta, soprattutto sulla riva destra. Carlo V la costruisce. Ma una città come Parigi è in perpetua crescita. Sono solo città come queste che diventano capitali. Sono degli enormi imbuti in cui vengono a confluire tutti i versanti geografici, politici, morali, intellettuali di un paese, tutte le inclinazioni naturali di un popolo, pozzi di civiltà, per così dire, ed anche fogne nelle quali commercio, industria, intelligenza, popolazione, tutto quello che è linfa, tutto quello che è vita, tutto quello che è anima in una nazione, filtra e si addensa, goccia dopo goccia, secolo dopo secolo. La cinta di Carlo V subisce quindi la stessa sorte di quella di Filippo Augusto. A partire dalla fine del quindicesimo secolo, essa è scavalcata, oltrepassata, ed il sobborgo corre più lontano. Nel sedicesimo secolo, sembra che essa indietreggi a vista d’occhio e sprofondi sempre di più nella vecchia città, tanto una nuova città sta già ingrossando al di fuori. Così, dal quindicesimo secolo, per fermarci qui, Parigi aveva già consumato le tre cerchie concentriche di mura che, dal tempo di Giuliano l’Apostata, erano, per così dire, in germe nel Grand-Châtelet e nel Petit-Châtelet. La possente città aveva fatto schiantare una dopo l’altra le sue quattro cinte murarie, come un bambino che cresce e squarcia dal didentro i vestiti dell’anno prima. Sotto Luigi XI, si vedeva spuntare qua e là sotto questo mare di case qualche gruppo di torri in rovina delle antiche cinte, come le cime delle colline in un’inondazione, come degli arcipelaghi della vecchia Parigi sommersa dalla nuova. Da allora, Parigi si è ancora trasformata, per disgrazia dei nostri occhi; ma non ha oltrepassato che una cinta in più, quella di Luigi XV, quel miserabile muro di fango e di sputo, degno del re che l’ha costruito, degno del poeta che l’ha cantato: Le mur murant Paris rend Paris murmurant. Nel quindicesimo secolo Parigi era ancora divisa in tre città completamente distinte e separate, ciascuna dotata di propria fisionomia, propria specialità, propri costumi, proprie abitudini, propri privilegi, propria storia: la Città Vecchia, l’Università, la Città Nuova. La Città Vecchia, che occupava l’isola, era la più antica, la più piccola, e la madre delle altre due, racchiusa fra di esse come, ci sia consentito il paragone, una vecchietta fra due belle e grandi ragazze. L’Università occupava la riva sinistra della Senna, dalla Tournelle fino alla Tour de Nesle, punti che corrispondono, nella Parigi di oggi, l’uno al Halle dei vini, l’altro alla Monnaie. La sua cinta si insinuava per un tratto molto ampio in quella campagna in cui Giuliano aveva costruito le sue terme. La montagna di Sainte-Geneviève era racchiusa in essa. Il limite estremo di questa curva di mura era la Porte Papale, cioè più o meno il luogo in cui attualmente sorge il Panthéon. La Città Nuova, che era la più grande delle tre parti di Parigi, occupava la riva destra. Il suo lungofiume, benché spezzato o interrotto in più punti, correva lunto la Senna, dalla Tour de Billy alla Tour du Bois, cioè dal punto in cui si trova oggi il Granaio di riserva a quello in cui si trovano oggi le Tuileries. Quei quattro punti in cui la Senna tagliava la cerchia della capitale, la Tournelle e la Tour de Nesle a sinistra, la Tour de Billy e la Tour du Bois a destra, si chiamavano per eccellenza le quattro torri di Parigi. La Città Nuova penetrava nella campagna ancora più profondamente dell’Università. Il limite estremo della cinta della Città Nuova (quella di Carlo V) era alle porte Saint-Denis e Saint-Martin, che si trovano ancora nello stesso luogo. Come abbiamo appena detto, ciascuna di queste tre grandi divisioni di Parigi era una città, ma una città troppo speciale per essere completa, una città che non poteva fare a meno delle altre due. Perciò, tre aspetti perfettamente distinti. Nella Città Vecchia abbondavano le chiese, nella Città Nuova i palazzi, nell’Università i collegi. Per trascurare in questa sede le originalità secondarie della vecchia Parigi ed i capricci del diritto edilizio, diremo, in linea generale e prendendo in considerazione nel caos delle giurisdizioni comunali solo i complessi e gli agglomerati urbani, che l’isola era del vescovo, la riva destra del prevosto dei mercanti, la riva sinistra del rettore. Il prevosto di Parigi, ufficiale regio e non municipale, aveva giurisdizione su tutto. La Città Vecchia aveva Notre-Dame, la Città Nuova il Louvre e il Palazzo Municipale, l’Università la Sorbona. La Città Nuova aveva le Halles, la Città Vecchia l’Hôtel-Dieu, l’Università il Pré-au-Clercs. Un crimine che gli studenti commettevano sulla riva sinistra, nel loro Pré-au-Clercs, lo si giudicava sull’isola, nel Palazzo di Giustizia e veniva punito sulla riva destra, a Montfaucon. A meno che il rettore, sentendo l’Università forte e il re debole, non intervenisse; perché era un privilegio degli studenti essere impiccati a casa loro. (La maggior parte di questi privilegi, sia detto per inciso, e ce n’erano di migliori di questo, erano stati estorti ai re con rivolte e ammutinamenti. È sempre la solita storia. Il re non molla se non quando il popolo strappa. C’è una vecchia carta che confessa ingenuamente la cosa, a proposito di fedeltà: Civibus fidelitas in reges, quae tamen aliquoties seditionibus interrupta, multa peperit privilegia.) Nel quindicesimo secolo, la Senna bagnava cinque isole entro la cerchia di Parigi: l’île Louviers, dove allora c’erano alberi ed ora c’è solo legname; l’île aux Vaches e l’île Notre-Dame, tutte e due deserte, eccetto qualche catapecchia, tutti e due feudi del vescovo (nel diciasettesimo secolo, di queste due isole ne è stata fatta una, sulla quale si è costruito, e che noi chiamiamo île Saint-Louis); infine la Città Vecchia, e alla sua estremità l’isolotto del traghettatore delle vacche che in seguito si è inabissato sotto il terrapieno del Pont-Neuf.Weber-articleLarge La Città Vecchia allora aveva cinque ponti; tre a destra, il Pont Notre-Dame e il Pont-au-Change, di pietra, il Pont-aux-Meuniers, di legno; due a sinistra, il Petit-Pont, di pietra, il Pont Saint-Michel, di legno; tutti zeppi di case. L’Università aveva sei porte costruite da Filippo Augusto: erano, a partire dalla Tournelle, la Porte Saint-Victor, la Porte Bordelle, la Porte Papale, la Porte Saint-Jacques, la Porte Saint-Michel, la Porte Saint-Germain. La Città Nuova aveva sei porte costruite da Carlo V; erano, a partire dalla Tour de Billy, la Porte Saint-Antoine, la Porte du Temple, la Porte Saint-Martin, la Porte Saint-Denis, la Porte Montmartre, la Porte Saint-Honoré. Tutte queste porte erano robuste, ed anche belle, cosa che non guasta la robustezza. Un fossato largo, profondo, dalla corrente impetuosa durante le piene invernali, lavava il piede delle mura tutto intorno a Parigi; la Senna forniva l’acqua. Di notte si chiudevano le porte, si sbarrava il fiume alle due estremità della città con grosse catene di ferro, e Parigi dormiva tranquilla. Visti a volo d’uccello, questi tre borghi, la Città Vecchia, l’Università, la Città Nuova, apparivano ciascuno allo sguardo come un intreccio inestricabile di vie curiosamente ingarbugliate. Tuttavia, a prima vista, si riconosceva che questi tre frammenti di città formavano un solo corpo. Si vedevano subito due lunghe strade parallele senza interruzione, senza mutamento, quasi in linea retta, che attraversavano contemporaneamente le tre città da un capo all’altro, da sud a nord, perpendicolarmente alla Senna, le legavano, le mescolavano, infondevano, versavano, travasavano senza sosta la popolazione dell’una all’interno delle mura dell’altra, e di tre ne facevano una sola. La prima di queste due strade andava dalla Porte Saint-Jacques alla Porte Saint-Martin; si chiamava rue Saint-Jacques nell’Università, rue de la Juiverie nella Città Vecchia, rue Saint-Martin nella Città Nuova; attraversava il fiume due volte con il nome di Petit-Pont e di Pont Notre-Dame. La seconda, che si chiamava rue de la Harpe sulla riva sinistra, rue de la Barillerie nell’isola, rue Saint-Denis sulla riva destra, pont Saint-Michel su un braccio della Senna, Pont-au-Change sull’altro, andava dalla Porte Saint-Michel nell’Università alla Porte Saint-Denis nella Città Nuova. Comunque, sotto tanti nomi diversi, erano sempre soltanto due strade, ma le due strade madri, le due strade generatrici, le due arterie di Parigi. Tutte le altre vene della triplice città, o attingevano ad esse, o vi si scaricavano. Indipendentemente da queste due strade principali, diametrali, che tagliano Parigi da parte a parte nel senso della larghezza e comuni all’intera capitale, sia la Città Nuova che l’Università avevano la propria grande via particolare, che correva nel senso della loro lunghezza, parallelamente alla Senna, e nel passaggio tagliava ad angolo retto le due vie arteriali. Così nella Città Nuova si scendeva in linea retta dalla Porte Saint-Antoine alla Porte Saint-Honoré; nell’Università, dalla Porte Saint-Victor alla Porte Saint-Germain. Queste due grandi vie, incrociate con le due precedenti, formavano il canovaccio sul quale poggiava, annodata e stretta in tutti i sensi, la rete dedalea delle vie di Parigi. Nel disegno inintelligibile di questa rete si distinguevano, inoltre, ad un esame più attento, come due covoni allargati, l’uno nell’Università, l’altro nella Città Nuova, due mazzi di larghe strade che andavano aprendosi dai ponti alle porte. Qualcosa di questo piano geometrico rimane ancora oggi. Ora, sotto quale aspetto si presentava quest’insieme visto dall’alto delle torri di Notre-Dame, nel 1482? È ciò che tenteremo di spiegare. Per lo spettatore che arrivava affannato lassù in cima, era dapprima un brulicare abbagliante di tetti, di camini, di strade, di ponti, di piazze, di guglie, di campanili. Tutto colpiva gli occhi nello stesso istante, il frontone intagliato, il tetto aguzzo, la torretta sospesa agli angoli dei muri, la piramide di pietra dell’undicesimo secolo, l’obelisco d’ardesia del quindicesimo, la torre nuda e rotonda del torrione, la torre squadrata e intarsiata della chiesa, un tutto in cui le grandi, le piccole, le massicce, le aeree dimensioni si confondevano. Lo sguardo si perdeva a lungo in tutta la profondità di quel labirinto, dove non c’era niente che non avesse la sua originalità, la sua ragione, il suo genio, la sua bellezza, niente che non venisse dall’arte, dalla più piccola casa con la facciata dipinta e scolpita, la travatura esterna, la porta sbassata, i piani a strapiombo, fino al regale Louvre, che aveva allora un colonnato di torri. Ma ecco i principali agglomerati che si potevano distinguere quando l’occhio cominciava ad abituarsi a quella confusione di edifici. Innanzitutto la Città Vecchia. L’isola della Città Vecchia, come dice Sauval, che fra le sue espressioni confuse ne ha talvolta qualcuna felice, l’isola della Città Vecchia è fatta come una grande nave sprofondata nel fango e incagliata a filo d’acqua verso il centro della Senna. Abbiamo appena spiegato che nel quindicesimo secolo questa nave era ormeggiata alle due rive del fiume per mezzo di cinque ponti. Quella forma di nave aveva colpito anche gli scribi araldici; perché è da qui, e non dall’assedio dei Normanni, che, secondo Favyn e Pasquier, deriva la nave che figura sul vecchio stemma di Parigi. Per chi sa decifrarlo, lo stemma è un’algebra, lo stemma è una lingua. L’intera storia della seconda metà del Medio Evo è scritta nel’araldica, come la storia della prima metà è scritta nel simbolismo delle chiese romaniche. Sono i geroglifici della feudalità dopo quelli della teocrazia. Dunque, la Città Vecchia si presentava innanzitutto con la poppa a levante e la prua a ponente. Volgendosi verso la prua, si aveva di fronte uno sterminato gregge di vecchi tetti, sui quali troneggiava rotonda l’abside piombata della Sainte-Chapelle, simile ad una groppa di elefante carica della sua torretta. Solo che qui quella torre era la guglia più ardita, più ornata, più lavorata, più traforata che mai abbia lasciato intravedere il cielo dal suo cono di merletto. Immediatamente davanti a Notre-Dame, tre strade sboccavano sul sagrato, bella piazza con vecchie case. Sul lato sud di questa piazza sporgevano la facciata rugosa e imbronciata dell’Ospedale ed il suo tetto che sembra coperto di pustole e verruche. Poi, a destra, a sinistra, a oriente, a occidente, in questa cinta seppur così angusta della Città Vecchia si ergevano i campanili delle sue ventuno chiese, di ogni epoca, di ogni forma, di ogni grandezza, dal basso e tarlato campaniletto romanico di Saint-Denis-du-Pas, carcer Glaucini, fino alle esili guglie di Saint-Pierre-aux-Boeufs e di Saint-Landry. Dietro Notre-Dame si stendevano, a nord, il chiostro con i suoi porticati gotici; a sud, il palazzo semiromanico del vescovo; a levante, la punta desertica del Terreno. In quest’ammasso di case, l’occhio riusciva ancora a distinguere, da quelle alte mitre di pietra traforate a giorno che sul tetto incoronavano a quel tempo persino le finestre più elevate dei palazzi, l’edificio che sotto Carlo VI fu donato dalla città a Juvénal des Ursins; un po’ più lontano, le baracche incatramate del Marché-Palus; un po’ più lontano ancora l’abside nuova di Saint-Germain-le-Vieux, allungata nel 1458 con un tratto della rue aux Febves; e poi, qua e là, un crocicchio affollato di gente, una berlina eretta ad un angolo della strada, un bel pezzo del selciato di Filippo Augusto, magnifico lastricato, rigato in mezzo alla carreggiata dagli zoccoli dei cavalli, e così mal sostituito nel sedicesimo secolo dal misero acciottolato detto selciato della Lega, un deserto cortiletto con una di quelle diafane torrette a scaletta, come se ne faceva nel quindicesimo secolo, come se ne vede ancora una in rue des Bourdonnais. Infine, a destra della Sainte-Chapelle, verso ponente, il Palazzo di Giustizia affondava sulla riva dell’acqua il suo gruppo di torri. La vegetazione dei giardini reali, che copriva la punta occidentale dell’isola, nascondeva l’isolotto del traghettatore. Quanto all’acqua, non se ne vedeva molta ai due lati della Città Vecchia. La Senna scompariva sotto i ponti, i ponti sotto le case. E quando lo sguardo oltrepassava quei ponti, i cui tetti ammuffiti prima del tempo dai vapori dell’acqua mandavano riflessi verdastri, se esso si dirigeva a sinistra, verso l’Università, il primo edificio che lo colpiva era un grosso e basso fascio di torri, il Petit-Châtelet, il cui portico spalancato divorava l’estremità del Petit-Pont; poi, se la vostra vista percorreva la riva da levante a ponente, dalla Tournelle alla Tour de Nesle, scorgeva un lungo cordone di case a travicelli scolpiti, a vetri colorati, che piano su piano facevano strapiombare sul selciato un interminabile zig-zag di frontoni borghesi, interrotto frequentemente dall’imboccatura di una strada e di quando in quando anche dalla facciata o dall’angolo di un gran palazzo di pietra che si adagiava a suo comodo, con i suoi cortili, i suoi giardini, le sue ali ed i suoi corpi centrali, fra quella plebaglia di case pigiate e ristrette, come un gran signore in mezzo a un mucchio di bifolchi. C’erano cinque o sei di questi palazzi sul lungosenna, da quello di Lorena, che con i Bernardini spartiva il grande recinto vicino alla Tournelle, fino al palazzo di Nesle, la cui torre principale delimitava Parigi ed i cui tetti aguzzi erano capaci per tre mesi all’anno di intagliare con i loro neri triangoli il disco scarlatto del sole al tramonto. Del resto questo lato della Senna era, fra i due, il meno signorile, qui gli studenti erano più rumorosi e numerosi degli artigiani, e per la verità non c’era lungofiume se non dal Pont Saint-Michel alla Tour de Nesle. Il resto della riva della Senna, o era un nudo greto come al di là dei Bernardini, o un ammasso di case che affondavano nell’acqua, come quelle fra i due ponti. C’era un grande schiamazzo di lavandaie che gridavano, parlavano, cantavano dalla mattina alla sera lungo la riva, e vi sbattevano forte i panni, come fanno ancora oggi. Questo non è l’aspetto meno allegro di Parigi. L’Università si presentava come un blocco. Da un capo all’altro era un tutto omogeneo e compatto. Quei mille tetti, fitti, spigolosi, stretti insieme, composti quasi tutti dallo stesso elemento geometrico, apparivano, visti dall’alto, come la cristallizzazione di una stessa sostanza. Il solco capriccioso delle strade non tagliava quell’isolato in fette troppo disuguali. I quarantadue collegi vi erano disseminati in modo abbastanza regolare, e ce n’erano dappertutto; gli apici svariati e divertenti di quei begli edifici erano il risultato della stessa arte che aveva prodotto i semplici tetti che essi superavano, e non erano, in definitiva, altro che una moltiplicazione al quadrato o al cubo della stessa figura geometrica. Essi complicavano dunque l’insieme senza sconvolgerlo, lo completavano senza appesantirlo. La geometria è armonia. Alcuni bei palazzi risaltavano anche qua e là magnificamente sulle pittoresche soffitte della riva sinistra, il palazzo di Nevers, il palazzo di Roma, il palazzo di Reims, tutti scomparsi; il palazzo di Cluny, che ancora rimane per consolazione dell’artista, ed alla cui torre, qualche anno fa, è stata così scioccamente tolta la corona. Vicino a Cluny, quel palazzo romano con le belle arcate a tutto sesto, c’erano le Terme di Giuliano. C’era pure un gran numero di abbazie di una bellezza più devota, di una grandezza più grave dei palazzi, ma non meno belle, non meno grandi. A colpire subito l’occhio, era quella dei Bernardini con i tre campanili, Sainte-Geneviève, la cui torre quadrata ancora esistente fa tanto rimpiangere il resto; la Sorbona, metà collegio, metà monastero di cui sopravvive una meravigliosa navata; il bel chiostro quadrangolare dei Mathurins; il vicino chiostro di Saint-Benoît, fra le cui mura si è avuto il tempo di raffazzonare un teatro, fra la settima e l’ottava edizione di questo libro; l’abbazia dei Cordiglieri, con i suoi tre enormi frontoni sovrapposti; quella degli Agostiniani, la cui deliziosa guglia rappresentava, dopo la Tour de Nesle, la seconda smerlatura di questa parte di Parigi, procedendo da occidente. I collegi, che sono in effetti l’anello intermedio fra il chiostro e il mondo, occupavano il centro nella serie monumentale fra i palazzi e le abbazie, con una severità piena di eleganza, una scultura meno vaporosa di quella dei palazzi, un’architettura meno seria di quella dei conventi. Sfortunatamente, non resta quasi niente di questi monumenti in cui l’arte gotica alternava con tanta precisione la ricchezza all’economia. Le chiese (ed erano numerose e splendide nell’Università, ed anche qui si ripartivano in tutte le epoche architettoniche, dagli archi a tutto sesto di Saint-Julien, fino alle ogive di Saint-Séverin), dominavano il tutto, e come un’armonia in aggiunta a quest’insieme armonico, fendevano ad ogni istante le molteplici frastagliature dei frontoni con pinnacoli intarsiati, campanili traforati, guglie sottili, la cui linea dunque non era altro che una magnifica esagerazione dell’angolo acuto dei tetti. Il terreno dell’Università era montuoso. La collina di Sainte-Geneviève, a sud-est, vi formava un’enorme ampolla, e valeva la pena di vedere dall’alto di Notre-Dame quel brulicare di strade strette e tortuose (oggi il quartiere latino), quei grappoli di case che, sparse in tutti sensi dalla cima di quell’altura, si precipitavano in disordine e quasi a picco lungo i suoi fianchi fino ai bordi dell’acqua, come se le une volessero cadere, le altre risalire, e tutte quante sorreggersi a vicenda. Un flusso continuo di mille punti neri che si incrociavano sul selciato, faceva agitare tutto davanti agli occhi. Era la folla che dall’alto e da lontano appariva così. Infine, negli spazi fra quei tetti, quelle guglie, quelle innumerevoli irregolarità degli edifici che piegavano, torcevano e smerlavano in modo così strano la linea estrema dell’Università, si intravedeva ogni tanto un grosso lembo di muro muschioso, una massiccia torre rotonda, una porta merlata di città dall’aspetto di una fortezza: era la cerchia di Filippo Augusto. Oltre questa verdeggiavano i prati, oltre questa prendevano la fuga le strade, lungo le quali erano ancora sparse alcune case del sobborgo, sempre più rare quanto più si allontanavano. Alcuni di questi sobborghi avevano una certa importanza. Prima di tutto c’era, a partire dalla Tournelle, il bourg Saint-Victor, con il suo ponte ad una sola arcata sulla Bièvre, la sua abbazia nella quale si leggeva l’epitaffio di Luigi il Grosso, epitaphium Ludovici Grossi, e la sua chiesa a guglia ottagonale, fiancheggiata da quattro piccoli campanili dell’undicesimo secolo (se ne può vedere una simile a Etampes; non è stata ancora abbattuta); poi il bourg Saint-Marceau, che aveva già tre chiese ed un convento. Quindi, lasciando a sinistra il mulino dei Gobelins e le sue quattro mura bianche, c’era il faubourg Saint-Jacques, con la bella croce scolpita del suo crocicchio, la chiesa di Saint-Jacques du Haut-Pas, che a quel tempo era gotica, aguzza e incantevole, Saint-Magloire, bella navata del quattordicesimo secolo, che Napoleone trasformò in granaio da fieno, Notre-Dame-des-Champs, dove c’erano mosaici bizantini. Infine, dopo aver lasciato in piena campagna il monastero dei Certosini, ricco edificio contemporaneo al Palazzo di Giustizia, con i suoi giardinetti a riquadri e le rovine mal frequentate di Vauvert, lo sguardo cadeva ad occidente sui tre pinnacoli romanici di Saint-Germain-des-Prés. Il bourg Saint-Germain, già allora grosso comune, contava quindici o venti strade. Il campanile aguzzo di Saint-Sulpice segnava uno degli angoli del borgo. Subito accanto si distingueva la cinta quadrangolare della fiera di Saint-Germain, dove si trova oggi il mercato; poi la berlina dell’abate, graziosa torretta rotonda ben decorata sulla cima con un cono di piombo. Più in là c’era la fabbrica di tegole, la rue du Four che portava al forno comune, il mulino sulla sua collinetta, il lebbrosario, piccolo edificio isolato e malvisto. Ma ciò che attirava soprattutto lo sguardo e lo teneva fisso a lungo su quel punto, era l’abbazia stessa. Sicuramente quel monastero, che aveva un aspetto imponente sia come chiesa che come feudo, quel palazzo abbaziale in cui i vescovi di Parigi si reputavano fortunati di poterci dormire una notte, quel refettorio a cui l’architetto aveva dato l’aspetto, la bellezza e lo splendido rosone di una cattedrale, quell’elegante cappella della Vergine, quel dormitorio monumentale, quegli ampi giardini, quella saracinesca, quel ponte levatoio, quell’involucro di smerli che l’occhio stagliava contro il verde dei prati circostanti, quelle corti in cui rilucevano uomini d’armi insieme a cappe d’oro, il tutto raggruppato e concentrato intorno alle tre alte guglie ad arco a tutto sesto, ben salde su un’abside gotica, facevano, all’orizzonte, una splendida figura. Quando infine, dopo aver a lungo ammirato l’Università, voi vi volgevate verso la riva destra, verso la Città Nuova, lo spettacolo cambiava bruscamente aspetto. La Città Nuova, infatti, molto più grande dell’Università, aveva un carattere anche meno unitario. A prima vista, appariva divisa in più agglomerati singolarmente distinti. Innanzitutto, a levante, in quella parte della Città Nuova che prende ancora oggi il nome dalla palude in cui Camulogeno fece impantanare Cesare, c’era un ammasso di palazzi. Quell’isolato arrivava sino alla riva dell’acqua. Quattro edifici stretti quasi l’uno accanto all’altro, Jouy, Sens, Barbeau, il palazzo della Regina, rispecchiavano nella Senna i loro tetti d’ardesia interrotti da agili torrette. Queste quattro costruzioni riempivano lo spazio che va dalla rue des Nonaindières all’abbazia dei Celestini, la cui guglia faceva risaltare con grazia la loro linea di frontoni e merlature. Qualche catapecchia verdastra sporgente sull’acqua davanti a quei sontuosi palazzi non impediva di vedere i bei contorni delle loro facciate, le loro grandi finestre quadrate a croce di pietra, i loro portici ogivali sovraccarichi di statue, gli spigoli vivi dei loro muri sempre nettamente squadrati, e tutti quei deliziosi capricci dell’architettura che danno all’arte gotica l’aria di voler riproporre nuove combinazioni ad ogni monumento. Dietro questi palazzi, correva in ogni direzione, ora crepata, rinforzata e merlata come una fortificazione, ora velata da grandi alberi come una certosa, l’immensa e multiforme cinta di quel magnifico palazzo di Saint-Pol, in cui il re di Francia aveva di che alloggiare splendidamente ventidue principi della qualità del Delfino e del duca di Borgogna con i loro domestici ed i loro seguiti, senza contare i grandi signori, e l’imperatore quando era in visita a Parigi, ed i leoni, che avevano il loro alloggio a parte nel palazzo reale. Diciamo che un appartamento da principe non comprendeva allora meno di undici sale, dalla sala di rappresentanza fino all’oratorio, senza parlare delle gallerie, dei bagni, delle stufe e di altri luoghi superflui di cui ogni appartamento era dotato; senza parlare dei giardini privati di ogni ospite del re; senza parlare delle cucine, delle dispense, dei locali di servizio, dei refettori comuni della casa; dei cortili in cui c’erano ventidue laboratori generali, dal forno alla cantina; dei giochi di mille specie, il maglio, la palla, l’anello; delle voliere, delle vasche da pesci, dei maneggi, delle scuderie, delle stalle; delle biblioteche, degli arsenali e delle fonderie. Ecco quel che era all’epoca un palazzo da re, un Louvre, un palazzo Saint-Pol. Una città nella città. Dalla torre dalla quale stiamo osservando, il palazzo Saint-Pol, quasi seminascosto dai quattro grandi edifici di cui abbiamo appena parlato, era ancora molto imponente e assai meraviglioso a vedersi. Vi si poteva distinguere molto bene, per quanto abilmente saldati al corpo principale della costruzione da lunghe gallerie a vetrate e a colonnine, i tre palazzi che Carlo V aveva saldati con il suo, il palazzo del Petit-Muce, dalla balaustra in pizzo che orlava con grazia il tetto; il palazzo dell’abate di Saint-Maur, che aveva il rilievo di una fortezza, una grossa torre, caditoie, feritoie, capponiere di ferro e, sulla grande porta sassone, lo stemma dell’abate fra le due fenditure del ponte levatoio; il palazzo del conte di Etampes, il cui torrione rovinato alla sommità appariva arrotondato, sbrecciato come una cresta di gallo; qua e là, tre o quattro vecchie querce frondose che somigliavano ad enormi cavolfiori, evoluzioni di cigni nelle acque limpide delle vasche, tutte increspate da giochi di ombra e luce; un gran numero di cortili di cui si vedevano scorci pittoreschi; il palazzo dei Leoni con le sue basse ogive su corti pilastri sassoni, le sue saracinesche in ferro ed il suo eterno ruggito; e attraverso questo insieme, la guglia scheggiata dell’Ave Maria; a sinistra, la casa del prevosto di Parigi, fiancheggiata da quattro torrette finemente incavate; in mezzo, sullo sfondo, il palazzo Saint-Pol propriamente detto, con le sue facciate che si moltiplicavano, i suoi successivi arricchimenti dopo Carlo V, le ibride escrescenze di cui l’aveva appesantito la fantasia degli architetti nel corso dei due ultimi secoli, con tutte quelle absidi alle cappelle, i frontoni delle gallerie, le mille banderuole ai quattro venti, e le due alte torri contigue il cui tetto conico, smerlato tutto intorno alla base, sembrava uno di quei cappelli appuntiti con i bordi rialzati. Continuando a salire i piani di quest’anfiteatro di palazzi che si sviluppava in lontananza sul suolo dopo aver superato un profondo burrone scavato fra i tetti della Città Nuova, in corrispondenza della rue Saint-Antoine, lo sguardo, e ci limitiamo sempre ai principali monumenti, raggiungeva il palazzo di Angoulême, vasta costruzione appartenente a svariate epoche, dove c’erano delle parti nuovissime e bianchissime, che non si fondevano nell’insieme meglio di una toppa rossa su una giubba azzurra. Tuttavia il tetto particolarmente aguzzo e alto del palazzo moderno, irto di grondaie cesellate, coperto di lamine di piombo su cui si sviluppavano, in mille arabeschi fantastici, scintillanti incrostazioni di rame dorato, quel tetto così curiosamente damascato svettava con eleganza dal centro delle scure rovine del vecchio edificio, le cui vecchie grosse torri, gonfie per l’età come delle botti che si accasciano su se stesse per vetustà e si squarciano dall’alto in basso, somigliavano a grosse pance sbottonate. Dietro, si ergeva la foresta di guglie del palazzo delle Tournelles. Non si era mai visto al mondo, né a Chambord, né all’Alhambra, uno spettacolo più magico, più aereo, più prestigioso di quella selva di guglie, campaniletti, camini, banderuole, volute, spirali, lanterne traforate a giorno che sembravano incise con la fustella, padiglioni, torrette affusolate, o, come si diceva allora, tournelles, tutte diverse per forma, altezza e posizione. Si sarebbe detta una gigantesca scacchiera di pietra. A destra delle Tournelles, quel mazzo di enormi torri nere come l’inchiostro, le une dentro le altre, e legate, per così dire, da un fossato circolare, quel torrione molto più forato da feritoie che da finestre, quel ponte levatoio sempre alzato, quella saracinesca sempre abbassata, è la Bastiglia. Quelle specie di becchi neri che spuntano fra un merlo e l’altro, e che da lontano scambiate per grondaie, sono cannoni. Sotto il loro tiro, ai piedi dell’enorme edificio, ecco la Porte Saint-Antoine, infossata fra le sue due torri. Al di là delle Tournelles, fino alla muraglia di Carlo V, si stendeva con ricchi tramezzi di piante e fiori un tappeto vellutato di terreni coltivati e parchi reali, in mezzo ai quali si riconosceva, dal suo labirinto di alberi e viali, il famoso giardino Dedalo, che Luigi XI aveva donato a Coictier. L’osservatorio del dottore si elevava al di sopra del dedalo come una grossa colonna isolata culminante con una casetta al posto del capitello. In questo laboratorio sono state fatte terribili previsioni astrologiche. In quel luogo si trova oggi la place Royale. Come abbiamo appena detto, il quartiere di palazzi di cui si è cercato di dare qualche idea al lettore, indicando tuttavia solo le parti più elevate, riempiva l’angolo che la cerchia di Carlo V formava ad oriente con la Senna. Il centro della Città Nuova era occupato da un mucchio di case per il popolo. Era in quel punto, infatti, che sboccavano sulla riva destra i tre ponti della Città Vecchia, ed i ponti generano le case prima dei palazzi. Quest’ammasso di abitazioni borghesi, pigiate come gli alveoli nell’alveare, aveva la sua bellezza. I tetti di una capitale possono essere come le onde di un mare, un qualcosa di grandioso. Innanzitutto le strade, incrociandosi e confondendosi, formavano in quel blocco cento figure bizzarre. Attorno alle Halles, era come se partissero mille raggi da una stella. Le rues Saint-Denis e Saint-Martin, con le loro innumerevoli ramificazioni, salivano l’una dopo l’altra come due grossi alberi che intrecciano i loro rami. E poi, delle linee tortuose, le rues de la Plâtrerie, de la Verrerie, de la Tixeranderie, ecc., serpeggiavano sul tutto. C’erano pure splendidi edifici che spezzavano l’ondulazione pietrificata di quel mare di tetti; in testa al Pont-au-Change, dietro il quale si vedeva la Senna spumeggiare sotto le ruote del Pont-aux-Meuniers, c’era lo Châtelet, non più torre romana come al tempo di Giuliano l’Apostata, ma torre feudale del tredicesimo secolo, e di una pietra così dura che il piccone in tre ore non ne avrebbe tolto lo spessore di un pugno. C’era il ricco campanile di Saint-Jacques-de-la-Boucherie, con i suoi spigoli tutti smussati di sculture, opera già stupenda, per quanto nel quindicesimo secolo non ancora compiuta. Vi mancavano in particolare quei quattro mostri che ancora oggi, appollaiati agli angoli del tetto, sembrano quattro sfingi che propongano alla nuova Parigi l’enigma di quella antica; Rault, lo scultore, le pose solo nel 1526, e ricevette venti franchi per la sua fatica. C’era poi la Casa dei Pilastri, che si affacciava su quella place de Grève di cui abbiamo già dato qualche idea al lettore. C’era ancora Saint-Gervais, che un portale di buon gusto ha in seguito rovinato; Saint-Méry, le cui vecchie ogive erano ancora quasi a tutto sesto; Saint-Jean, la cui magnifica guglia era proverbiale; c’erano ancora altri venti monumenti che non sdegnavano di nascondere le loro meraviglie in quel caos di strade oscure, strette e profonde. Aggiungete le croci di pietra scolpite, ancora più numerose nei crocicchi delle forche; il cimitero degli Innocenti, di cui si scorgeva in lontananza, al di sopra dei tetti, la cinta architettonica; la berlina delle Halles, di cui si vedeva la cima fra due camini della rue de la Cossonnerie; la scala della Croix du Trahoir nel suo crocicchio sempre scuro di gente; le catapecchie circolari del Halle-au-blé; i tronconi dell’antica cinta di Filippo Augusto che si distinguevano qua e là affogati fra le case, torri corrose dall’edera, porte in rovina, lembi di muri cadenti e deformi; il lungofiume fra le sue mille botteghe ed i suoi scorticatoi sanguinanti; la Senna zeppa di barche dal Port-au-Foin al For-l’Evêque; e avrete una vaga idea di ciò che era nel 1482 il trapezio centrale della Città Nuova. Con questi due quartieri, l’uno di palazzi, l’altro di case, il terzo elemento con cui la Città Nuova si presentava, era una lunga fascia di abbazie che le contornava per quasi tutto il suo perimetro, da levante a ponente, e dietro alla cinta di fortificazioni che chiudeva Parigi vi faceva una seconda cerchia interna di conventi e cappelle. Così, immediatamente accanto al parco delle Tournelles, fra la rue Saint-Antoine e la vecchia rue du Temple, c’era Sainte-Catherine con i suoi immensi terreni coltivati, limitata solo dalle mura di Parigi. Tra la vecchia e la nuova rue du Temple, c’era il Temple, sinistro fascio di torri, alto, ritto e isolato al centro di una vasta recinzione merlata. Tra la nuova rue du Temple e la rue Saint-Martin, c’era l’abbazia di Saint-Martin, circondata dai suoi giardini, superba chiesa fortificata, la cui cinta di torri, la cui tiara di campanili, la rendevano inferiore per forza e splendore solo a Saint-Germain-des-Prés. Fra le due rue Saint-Martin e Saint-Denis, si sviluppava il recinto della Trinité. Infine, fra rue Saint-Denis e rue Montorgueil, sorgeva il convento delle Figlie di Dio. A lato, si distinguevano i tetti putridi e la cinta disselciata della Corte dei Miracoli. Era il solo anello profano che si aggiungeva a quella devota catena di conventi. Infine, il quarto settore che si disegnava da sé nell’agglomerato dei tetti della riva destra, e che occupava l’angolo occidentale fra la cerchia muraria e la riva dell’acqua a valle, era un altro groviglio di palazzi ed edifici pigiati ai piedi del Louvre. Il vecchio Louvre di Filippo Augusto, quell’enorme edificio il cui torrione radunava intorno a sé ventitré torri maggiori, senza contare le torricelle, sembrava da lontano incastonato fra le cime gotiche del palazzo di AlanÁon e del Petit-Bourbon. Quell’idra di torri, gigantesca guardiana di Parigi, con le sue ventiquattro teste sempre erette, con le sue groppe mostruose, piombate o ricoperte di scaglie d’ardesia, e tutte sfavillanti di riflessi metallici, completava in modo sorprendente la configurazione della Città Nuova verso ponente. Quindi, un immenso agglomerato di case borghesi, quello che i Romani chiamavano insula, fiancheggiato a destra e a sinistra da due blocchi di palazzi, l’uno coronato dal Louvre, l’altro dalle Tournelles, limitato a nord da una lunga cerchia di abbazie e recinti coltivati, il tutto amalgamato e fuso nel gioco di prospettiva; su quei mille edifici, i cui tetti di tegole e ardesia ritagliavano gli uni sugli altri tante strane catene, i campanili tatuati, decorati e cesellati delle quarantaquattro chiese della riva  destra; miriadi di strade da una parte all’altra; per confini, da un lato una recinzione di alte mura e torri quadrate (quella dell’Università era a torri rotonde), dall’altro la Senna tagliata da ponti e percorsa da innumerevoli battelli: questa è la Città Nuova nel quindicesimo secolo. Al di là delle mura, alcuni sobborghi si accalcavano alle porte, ma meno numerosi e più sparsi di quelli dell’Università. Dietro la Bastiglia c’erano venti catapecchie rannicchiate intorno alle curiose sculture della Croix-Faubin e degli archi d’appoggio dell’abbazia di Saint-Antoine-des-Champs; poi, Popincourt, sperduto in mezzo al grano; poi, la Courtille, allegro villaggio di taverne; il bourg Saint-Laurent con la sua chiesa il cui campanile sembrava in lontananza mescolarsi alle aguzze torri della Porte Saint-Martin; il faubourg Saint-Denis con la vasta cinta di Saint-Ladre; oltre la Porte Montmartre, la Grange-Batelière circondata da bianche mura; dietro di essa, con i suoi pendii di gesso, Montmartre che a quel tempo aveva quasi tante chiese quanti mulini, e che ha conservato solo i mulini, perché ora la società chiede solo il pane del corpo. Infine, al di là del Louvre, si vedeva allungarsi fra i prati il faubourg Saint-Honoré, già allora assai consistente, e verdeggiare la Petite-Bretagne, e spiegarsi il Marché-aux-Pourceaux, al centro del quale sorgeva la rotonda costruzione del forno adibito alla bollitura dei falsari. Fra la Courtille e Saint-Laurent, il vostro occhio aveva già notato in cima ad un’altura accovacciata su pianure deserte, una specie di edificio che somigliava da lontano ad un colonnato in rovina, ritto su un basamento scalzato. Non era né un Partenone, né un tempio di Giove Olimpio. Era Montfaucon. Ora, se l’enumerazione di tanti edifici, per quanto sommaria si sia voluta fare, non ha polverizzato, man mano che siamo andati costruendola nella mente del lettore, l’immagine generale della vecchia Parigi, cercheremo di riassumerla in poche parole. Al centro, l’isola della Città Vecchia, somigliante nella forma ad un’enorme tartaruga che, da sotto il grigio carapace di tetti, mette fuori come zampe i suoi ponti scagliosi di tegole. A sinistra il trapezio monolitico, rigido, compatto, pressato, irto dell’Università. A destra l’ampio semicerchio della Città Nuova, molto più intramezzato di giardini e monumenti. I tre blocchi, Città Vecchia, Università, Città Nuova, venati da innumerevoli strade.paris_history_palais_de_la_cite Di traverso a tutto, la Senna, la «nutrice Senna», come dice padre Du Breul, intasata da isole, ponti e battelli. All’intorno, un’immensa pianura, tappezzata da mille culture diverse, disseminata di bei villaggi; a sinistra, Issy, Vanvres, Vaugirard, Montrouge, Gentilly con la sua torre rotonda e la sua torre quadrata, ecc.; a destra venti altri villaggi, da Conflans fino a Ville-l’Evêque. All’orizzonte, un’orlatura di colline disposte in cerchio come il bordo di un catino. Infine, in lontananza, verso oriente, Vincennes e le sue sette torri quadrangolari; a sud, Bicêtre e le sue aguzze torrette; a nord, Saint-Denis e la sua guglia; a occidente, Saint-Cloud e il suo torrione. Questa la Parigi che dall’alto delle torri di Notre-Dame vedevano i corvi che vivevano nel 1482. Eppure è di questa città che Voltaire ha detto che prima di Luigi XIV possedeva solo quattro bei monumenti: la cupola della Sorbona, il Val-de-Grâce, il Louvre moderno, e non so più quale fosse il quarto, forse il Lussemburgo. Per fortuna Voltaire ha comunque scritto Candide e nondimeno, fra tutti gli uomini che si sono succeduti nella lunga serie dell’umanità, è colui che ha avuto il riso più diabolico. Questo prova d’altronde che si può essere un uomo di gran genio senza capire nulla di un’arte diversa dalla propria. E Molière non credeva forse di tributare un grande onore a Raffaello e Michelangelo chiamandoli: questi Mignard del loro tempo? Ritorniamo a Parigi e al quindicesimo secolo. A quell’epoca non era solo una bella città; era una città omogenea, un prodotto architettonico e storico del Medio Evo, una pagina di cronaca scritta sulla pietra. Era una città formata soltanto da due strati: lo strato romanico e lo strato gotico, perché lo strato romano era scomparso da tempo, eccetto alle Terme di Giuliano dove riaffiorava ancora da sotto la spessa crosta medievale. Quanto allo strato celtico, non se ne trovava più un solo esemplare, nemmeno scavando dei pozzi. Cinquanta anni più tardi, quando il Rinascimento venne ad infondere in questo insieme così severo e pur così vario il lusso smagliante delle sue fantasie e dei suoi sistemi, le sue orge di archi romani a tutto sesto, di colonne greche e di basamenti gotici, la sua scultura così tenera e così ideale, il suo amore particolare per gli arabeschi e gli acanti, il suo paganesimo architettonico contemporaneo di Lutero, Parigi fu forse ancora più bella, benché meno armoniosa per l’occhio e per la mente. Ma quello splendido momento durò poco. Il Rinascimento non fu imparziale; non si accontentò di edificare, volle abbattere. È vero che aveva bisogno di spazio. Così la Parigi gotica fu perfetta solo per un minuto. Si era appena terminato Saint-Jacques-de-la-Boucherie che già si metteva mano alla demolizione del vecchio Louvre. Da allora, la grande città è andata deformandosi giorno dopo giorno. La Parigi gotica, sotto la quale scompariva la Parigi romanica, è scomparsa a sua volta. Ma si può dire quale Parigi l’ha sostituita? C’è la Parigi di Caterina dei Medici, alle Tuileries, la Parigi di Enrico II al Palazzo Municipale, due edifici ancora di gran gusto; la Parigi di Enrico IV, in Place Royale: facciate di mattoni con spigoli di pietra e tetti d’ardesia, case tricolori; la Parigi di Luigi XIII, al Val-de-Grâce: un’architettura schiacciata e tozza, volte a manico di paniere, un non so che di panciuto nella colonna e di gobbo nella cupola; la Parigi di Luigi XIV, agli Invalides: grande, ricca, dorata e fredda; la Parigi di Luigi XV, a Saint-Sulpice: volute, nodi di nastri, nuvole, vermicelli e cicorie, il tutto in pietra; la Parigi di Luigi XVI, al Patheon: una brutta copia di San Pietro di Roma (l’edificio si è rincalcato goffamente, cosa che non ha aggiustato le sue linee); la Parigi della Repubblica, alla Scuola di Medicina: un misero gusto greco e romano che assomiglia al Colosseo o al Partenone come la costituzione dell’anno III alle leggi di Minosse, si chiama in architettura gusto messidoro; la Parigi di Napoleone, in place Vendôme: sublime, una colonna di bronzo fatta con dei cannoni; la Parigi della Restaurazione, alla Borsa: un colonnato tutto bianco con sopra un fregio tutto liscio, l’insieme è quadrato ed è costato venti milioni. A ciascuno di questi monumenti si ricollega per affinità di gusto, maniera e atteggiamento, una certa quantità di case sparse nei diversi quartieri e che l’occhio dell’esperto distingue e data con facilità. Quando si sa vedere, si ritrova lo spirito di un secolo e la fisionomia di un re persino nel battente di un portone. La Parigi di oggi non ha dunque nessuna fisionomia particolare. È una serie di campioni di secoli diversi, ed i più belli sono scomparsi. La capitale si accresce solo di case, e che case! Al ritmo con cui procede, Parigi si rinnoverà ogni cinquant’anni. Così il significato storico della sua architettura si cancella giorno dopo giorno. I monumenti vi diventano sempre più rari e sembra di vederli sprofondare poco a poco, annegati fra le case. I nostri padri avevano una Parigi di pietra; i nostri figli avranno una Parigi di stucco. Quanto ai monumenti moderni della nuova Parigi, faremo volentieri a meno di parlarne. Non è che non li ammiriamo come meritano. La Sainte-Geneviève del signor Soufflot è certamente la più bella torta savoiarda che sia mai stata realizzata in pietra. Il palazzo della Legion d’onore è anch’esso un pasticcino assai squisito. La cupola del Mercato del grano è un berretto da fantino inglese in grande scala. Le torri di Saint-Sulpice sono due grossi clarinetti, ed è una forma come un’altra; il telegrafo, storto e come atteggiato ad una smorfia, crea un effetto gradevole sui loro tetti. Saint-Roch ha un portale che non è paragonabile per magnificenza che a quello di San Tommaso d’Aquino. Esso ha pure un calvario in tuttotondo collocato in uno scantinato e un sole di legno dorato. Queste sono cose addirittura meravigliose. La lanterna del labirinto del Giardino Botanico è poi ingegnosissima. Quanto al palazzo della Borsa, che è greco per il suo colonnato, romano per l’arco a tutto sesto delle porte e delle finestre, rinascimentale per la grande volta ribassata, è senza dubbio un monumento coerente e assai puro. Prova ne è che esso è sormontato da un attico come non se ne vedevano neppure in Atene, bella linea diritta, interrotta elegantemente qua e là da tubi di stufa. Aggiungiamo che, se è di norma che l’architettura di un edificio sia adattata alla sua destinazione, in modo tale che questa destinazione si faccia essa stessa comprendere dal semplice aspetto esterno dell’edificio, non potremmo meravigliarci troppo di un monumento che può esser indifferentemente palazzo reale, camera dei comuni, municipio, collegio, maneggio, accademia, deposito, tribunale, museo, caserma, sepolcro, tempio, teatro. Intanto, è una Borsa. Un monumento deve essere inoltre conforme al clima. Evidentemente questo è costruito proprio per il nostro cielo freddo e piovoso. Ha un tetto quasi piatto come in Oriente, e ciò fa sì che d’inverno, quando nevica, si spala il tetto, ed è certo che un tetto è fatto per essere spalato. Quanto a quella destinazione di cui parlavamo poc’anzi, esso la assolve a meraviglia; è Borsa in Francia, come sarebbe stato tempio in Grecia. È vero che l’architetto ha penato molto a nascondere il quadrante dell’orologio che avrebbe compromesso la purezza delle belle linee della facciata; ma in compenso si ha questo colonnato che gira intorno al monumento, e sotto il quale, nei giorni di grande solennità religiosa, può maestosamente snodarsi il corteo degli agenti di cambio e dei mediatori di commercio.montmartre-sacre-coeur-paris Questi sono senz’altro monumenti splendidi. Mettiamoci pure un gran numero di belle strade, divertenti e varie come rue de Rivoli, e non dispero che Parigi, vista a volo di pallone, presenti un giorno agli occhi quella ricchezza di linee, quella opulenza di dettagli, quella diversità di aspetti, quel non so che di grandioso nel semplice e di inatteso nel bello che è proprio di una scacchiera. Tuttavia, per quanto mirabile vi sembri la Parigi di oggi, ripercorrete la Parigi del quindicesimo secolo, ricostruitela nel vostro pensiero, guardate la luce attraverso quella meravigliosa siepe di guglie, torri e campanili, spaziate con lo sguardo sull’immensa città, tagliate alla punta delle isole, piegate agli archi dei ponti la Senna con le grandi pozzanghere verdi e gialle, più cangiante della pelle di serpente, fate spiccare nettamente su un azzurro orizzonte il profilo gotico di questa vecchia Parigi, fatene aleggiare il contorno in una bruma invernale che si impigli ai suoi innumerevoli camini, sprofondatela in una notte cupa, e guardate il gioco bizzarro delle tenebre e delle luci in quest’oscuro labirinto di edifici; infondetevi un raggio di luna che la disegni vagamente e faccia spuntare dalla nebbia le grandi cime delle torri; o riprendete questo nero profilo, ravvivate d’ombra i mille angoli aguzzi delle guglie e dei tetti, e fatela risaltare, più dentellata della mascella di uno squalo, sullo sfondo ramato del cielo al tramonto. E poi, fate il paragone. E se volete ricevere dalla vecchia città un’impressione che quella moderna non saprebbe più darvi, salite, in un mattino di grande festa, in un’alba di Pasqua o Pentecoste, salite su qualche cima elevata da cui possiate dominare l’intera capitale, e assistete al risveglio delle campane. Vedrete quelle mille chiese sussultare tutte insieme ad un segnale venuto dal cielo, perché è il sole che lo dà. All’inizio si tratta di tintinnii sparsi, che si rispondono da una chiesa all’altra, come quando dei musicisti si accordano per l’inizio; poi, ad un tratto, vedrete, perché in certi momenti sembra che anche l’orecchio possa vedere, vedrete innalzarsi nello stesso istante da ogni campanile come una colonna di suono, come una fumata di armonia. La vibrazione di ogni campana sale dapprima diritta, pura e, per così dire, isolata dalle altre, nello splendido cielo del mattino. Poi, a poco a poco, crescendo esse si fondono, si mescolano, si annullano l’una nell’altra, si amalgamano in un magnifico concerto. Ne risulta ormai un’unica massa di vibrazioni sonore che scaturisce incessantemente dagli innumerevoli campanili, che aleggia, ondeggia, balza, turbina sulla città, e propaga ben oltre l’orizzonte l’assordante cerchio delle sue oscillazioni. Eppure questo mare di armonia non è un caos. Per quanto grande e profondo sia, esso non ha per nulla perso la sua trasparenza. Vi vedrete serpeggiare isolatamente ogni gruppo di note che sfugge dalle campane; vi seguirete il dialogo, ora grave, ora stridente, della raganella e del campanone; vi vedrete le ottave saltare da un campanile all’altro; starete a guardarle mentre si slanciano alate, leggere e sibilanti dalla campana d’argento, o mentre cadono spezzate e zoppicanti dalla campana di legno; ammirerete fra di esse la ricca gamma che scende e risale in continuazione le sette campane di Saint-Eustache; le vedrete attraversate da note chiare e rapide che fanno tre o quattro zig-zag luminosi e svaniscono come lampi. Laggiù, è l’abbazia di Saint-Martin, dalla voce stridente e incrinata; qui, la sinistra e burbera voce della Bastiglia; all’altro capo, la grossa torre del Louvre, col suo timbro di basso. Il regale carillon del Palazzo spande all’intorno senza posa trilli brillanti sui quali ricadono, a intervalli regolari, i pesanti rintocchi della torre campanaria di Notre-Dame, che li fanno scintillare come l’incudine sotto i colpi del martello. Di tanto in tanto vedrete passare suoni di ogni forma provenienti dalla triplice scampanata di Saint-Germain-des-Prés. Poi ancora a tratti quella massa di rumori sublimi si apre e lascia uscire la stretta dell’Ave Maria, che esplode e scintilla come un pennacchio di stelle. Al di sotto, nel più profondo del concerto, distinguerete confusamente il canto interno delle chiese che traspira dai pori vibranti delle loro volte. È certamente un’opera che vale la pena di essere ascoltata. Di solito, il clamore che da Parigi si sprigiona di giorno, è la voce della città; la notte, è il respiro della città; ora, è il canto della città. Prestate dunque l’orecchio a questa piena orchestra dei campanili, spargete sull’insieme il mormorio di un mezzo milione di uomini, l’eterno lamento del fiume, gli infiniti soffi del vento, il quartetto grave e lontano delle quattro foreste disposte sulle colline all’orizzonte come enormi mantici d’organo, smorzatevi come in una mezza tinta tutto quello che lo scampanio centrale avrebbe di troppo rauco e di troppo acuto, e dite se avete mai conosciuto al mondo qualcosa di più ricco, di più gioioso, di più dorato, di più abbagliante di questo tumulto di campane e di suoni; di questa fornace di musica; di queste diecimila voci di bronzo che cantano all’unisono in flauti di pietra alti trecento piedi; di questa città che ormai è tutta un’orchestra, di questa sinfonia dal fragore di una tempesta.

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L’ULTIMO VIAGGIO NELLA TERRA DI MEZZO: TOLKIEN, JACKSON E IL PROBLEMA DELLA FEDELTÀ – di Maurizio Perriello*

Il 17 dicembre 2014 sarà una data storica. Suonerà banale e scontato, ma è così. Roba da cavarci fuori una di quelle formule apotropaoche da esegesi del tipo: il terzo mercoledì del dodicesimo mese del 14 D. J. (Dopo Jackson) si concluderà la più grande epica fantasy non originale che il cinema abbia mai prodotto. Ah, per inciso: parliamo dell’uscita nelle sale italiane del terzo capitolo della saga Lo Hobbit, La Battaglia delle Cinque Armate. I trailer ufficiali, la premiere mondiale del film a Londra, l’uscita dei dvd estesi. Tutte tappe dell’imperdibile “ultimo viaggio”, come è stato felicemente promosso in giro per la rete.

peter jackson

Dicevamo: Dopo Jackson. Appunto. Un po’ come il Figlio del Padre Tolkien che si è fatto Uomo (di cinema) per rendere carne (e frame) la sua Parola. Ma Peter Jackson ha davvero rispettato il verbo di J. R. R. Tolkien riproponendo – e a modo suo re-inventando – i personaggi dei suoi scritti sul grande schermo?
Se religione deve essere, allora potremmo dividere il mondo degli appassionati della Terra di Mezzo (o presunti tali) tra spiritualisti o “puristi” e atei, che io amo definire “tolkeniani dell’ultima ora”. C’è chi osanna Jackson per le due trilogie, chi storce il naso di fronte ad alcune scelte e chi ancora, invece, vomita sull’operazione tripartitica de Lo Hobbit, inneggiando a Tolkien e al Valhalla. Il che richiede alcune opportune riflessioni.
Innanzitutto bisogna ricordare che se non fosse stato per i film de Il Signore Degli Anelli, nessuno avrebbe letto o almeno conosciuto il monumento fatto di pagine e inchiostro che è l’opera del maestro britannico. Amara verità, ma verità. Il Signore Degli Anelli cinematografico appare tuttavia più “fedele” e rispettoso dello spirito originale agli occhi di addetti ai lavori e non: tripartito come l’epica di partenza, pervaso di riferimenti puntuali e comprovati, scandito dai medesimi punti di svolta, avvolto da una colonna sonora meravigliosa che (e qua entriamo nel campo dell’imponderabile) è la “musica che fa Tolkien quando scrive”. Come è noto, invece Lo Hobbit è stato al centro di diverse polemiche che prendevano a esame proprio quella “fedeltà” mancata, che agli occhi di chi non si accontenta di qualche scena di guerra tra creature fantastiche appare come una questione di primaria importanza. Qualche esempio: l’inclusione nel racconto della famigerata Tauriel, elfo femmina che vive una storia d’amore con un Nano, travalicando il limite di uno degli odi razziali più marcati dell’universo di Arda fin dalla comparsa dei figli di Iluvatar. Ma soprattutto la scelta di ricavare un trittico di film da poco più di 300 pagine di una fiaba per bambini. Roba che, in proporzione, sarabbero occorsi una decina di pellicole per adattare Il Signore Degli Anelli, includendo anche i riferimenti e le appendici sparse per i racconti di Tolkien.
Eppure, tali giudizi si rifanno ad una visione de Lo Hobbit in aperta contrapposizione a ciò che l’autore stesso pensava della propria opera.

J R R Tolkien

«Una volta sola ho fatto lo sbaglio di provare ad andare incontro ai bambini, con mio grande rammarico, e (sono felice di dirlo) con la disapprovazione dei bambini intelligenti: nella prima parte de Lo Hobbit». Le parole sono di un John Ronald Reuel 69enne, contenute in una lettera del 22 novembre 1961 raccolta in ‘The Letters of J.R.R. Tolkien‘ di Humprey Carpenter. Il maestro dunque “sapeva” di aver dato alle stampe l’incipit di un racconto per bambini “poco intelligenti”. Un “rammarico” – come si legge – che si acutizzerà dalla pubblicazione de Il Signore Degli Anelli in avanti, quasi come il riferimento a un errore di gioventù, uno sbaglio dal quale imparare la lezione. Un “rammarico”, ancora, che sembra aver inconsciamente contagiato gli adepti alla visione dei due (e presto tre) capitoli de Lo Hobbit, colpevole già da principio di aver apposto la parola “trilogia” che andrebbe invece solennemente destinata soltanto all’epopea di Frodo e della Compagnia dell’Anello.
L’avventura dei piccoli e bistrattati mezzuomini che abbandonano la loro amata casa per salvare un mondo che non conoscono ha un appeal straordinario, che tuttavia rischia di sfociare in una svagata idolatria. La fedeltà è una questione fondamentale in Tolkien, ma “in” Tolkien e non “su” Tolkien: non nella trasposizione dei contenuti, ma nei contenuti propri. La Fedeltà fa parte degli scritti Tolkien, ma non si applica (nel senso comune adottato) all’autore in quanto tale. Non si è “fedeli a Tolkien”, ma “fedeli in (nella materia di) Tolkien”, oppure “fedeli con Tolkien” (verso una meta comune). In tal senso Peter Jackson va elogiato per aver riproposto lo “spirito” dell’opera tolkeniana, nata con gli intenti nobili e altissimi di costituire un’epica inglese conmparabile a quella ben più nota e compiuta del Maditerraneo. Ecco che Thorin Scudodiquercia, Bilbo Baggins, Gandalf e Smaug così come Frodo, Aragorn e Sauron rappresentano dei miti, protagonisti di una leggenda antica come il fuoco, anche se data alla luce nel Novecento. Le chiavi di lettura (e ri-scrittura) sono infinite, e ognuna è legittima. Peter Jackson ha avuto l’indiscusso merito di averla sottoposta al grandissimo pubblico, nonostante i tentativi (altrettanto sagace e magistrale) dei film d’animazione di Bass e Rankin per quanto riguarda Lo Hobbit (1977) e di Bakshi (1978).
In un’altra lettera Tolkien scriveva: “Io ho la mentalità dello storico. La Terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo ancora in uso) di midden-erd/middle-erd, l’antico nome di ‘oikoumene‘, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o come mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale”.
Concetto pesante, certo. Ma utile a far comprendere che ci troviamo di fronte a un’epica, prima ancora che a un fenomeno di letteratura fantasy che ha da quasi vent’anni sta vivendo un periodo di assoluto splendore, almeno commerciale. Tutto è collegato, ogni evento o personaggio è annodato con un doppio filo sotterraneo tra i numerosi frammenti, libri e racconti. I racconti scritti, studiati, sofferti lungo l’arco di un’intera vita. Tolkien non finì mai di scrivere della mitologia di Arda. Probabilmente non l’avrebbe mai ultimata. E l’incompiutezza del Silmarillion lo dimostra. E nonostante la vicenda de Lo Hobbit rimanga la “perifieria” di questa metropoli mitologica, la sua importanza è essenziale per l’insieme. Se Bilbo non fosse uscito nel mondo che vedeva dalla sua finestra, nulla di quello che conosciamo sarebbe accaduto. Fiutate una gran bella morale, lo so. E fate bene. Lo Hobbit è stato un “punto di partenza” per Tolkien, e ora è quello d’arrivo per Jackson. E proprio come nel finale del libro scritto dal Professore nel 1937, potremmo scoprire che l’ultimo viaggio in realtà non è che un inizio.

*Maurizio Perriello lavora e vive a Milano. Giornalista praticante, collabora con Fermata Spettacolo, Vertigo24, Cinefilos.it e Primo Piano.

La tregua – di Jacopo Rossi

«Bruce, maledetto indiano, vieni a vedere».

«Quante volte te lo devo dire, Dick, non sono indiano, sono inglese. L’India è britannica da un bel pezzo, come te, come il pudding, come la Regina, come…»

«Vieni lo stesso!»

Bruce Bairnsfather, ventisette anni, un futuro da fumettista ed un presente da mitragliere nel Royal Warwickshire Regiment, levò il culo dal fondo della trincea. Con cautela, ché comunque i prussiani, con quei ridicoli elmetti con lo spuntone in cima, erano a pochi metri da loro.

Erano più di cinque mesi che se ne stavano in quel buco vicino a Ypres, in quello che gli sembrava il Belgio, forse. Non aveva studiato molto, anche se suo padre, tenente fuciliere, avrebbe voluto. Ma tant’è. Fisica e filosofia non servivano a molto, quando sei a centinaia di chilometri da casa, in una merdosissima buca in terra, davanti ai mastini di Guglielmo II, Dio non gli dia mai bene.

Si alzò e raggiunse il commilitone, che intanto aveva svegliato altri fantaccini come lui, se di svegliare e dunque dormire si poteva parlare, nella trincea di cui sopra.

«Li vedi?»

Lo sgraziato Dick lo riportò alla realtà. Ciò che vide lo portò nello sgomento più totale.

Candele. Quei fottutissimi crucchi mettevano candele e decorazioni ai bordi della trincea. Un piccoletto biondo, che Bruce avrebbe visto meglio in una birreria a pulir boccali che in guerra, stava ricavando un festone da una bandoliera vuota.

Un altro, che Bruce riconobbe distintamente essere quel maledetto Landsturmfusilier che per poco non gli faceva pelo e contropelo qualche giorno prima, stava decorando un albero rinsecchito come le sue manacce bavaresi. Un paio di suoi compatrioti si passavano una misteriosa gamella, cantando la prima strofa di Stille Nacht.

Sgomento, un sottoposto di Bruce, un certo Fawkes iniziò a caricare lento il suo moschetto per impallinarne un paio. Uno scapaccione lo riportò a più miti consigli, tanto che, per primo ed a pieni polmoni, intonò, in risposta ai tedeschi, Silent Night.

Fu un attimo, o forse una mezzora: il Lieutenantkorpf, seguito da un tremante fuciliere munito di bandiera bianca, osò quel che nessuno sentiva di fare: attraversò la terra di nessuno, quel lembo di fango tra le due trincee, costellato di cadaveri. In mano teneva un pacco.

Nel pacco, che Bruce si prese l’onere di scartare in quanto più alto di grado, c’erano grappa tabacco, salamini tedeschi e foto di suffragette ammiccanti e svestite quanto basta, o forse un po’ di più. Altri seguirono il suo temerario esempio.

Era il 24 dicembre del 1914 e quel giorno anche gli obici si fecero gli auguri.

PS: appuntamento stasera, ore 17, presso i locali della Società Il Cavallino per il secondo incontro de La Guerra più Grande. Si parlerà della Guerra a Siena e,  seguire, verrà proiettato il film Joyeux Noel, che tratta proprio della tregua più famosa di quegli anni.

ODE A UN CORRIDORE ITALIANO – di Michele Masotti

Vorrei rifiorissero i prati del ricordo

per lavare le ombre dolci

e la gola gonfia del magone in cui mi perdo.

Quando gli anni come vascelli fuggono nell’argento

voglio essere com’ero, ancora attento

per aspettare la schiera polverosa

dentro i canti del monte,

e arrampicarsi su… e la gente.

Arrampicarsi su,

al palpito delle stelle spente.

 

Esserci quel giorno.

Era estate, ero ragazzo. E pioveva.

Neppure… neppure la cima,

avvolta di nebbia, inviolata, dal diluvio battuta

aveva nome. E un effluvio

di fiori bagnati sulla salita di luglio,

come l’acqua stessa che consuma

e mi copre il ciglio.

Quale leggenda risorta?

Quale passo sul telaio fu?

Che ode ti rese grande?

Due volte sugli altari… anche tu.

 

Poi crebbi.

Gli spiriti avvolgono ora la montagna muta,

estranea dopo anni,

che lontano scruta

le percosse del tempo, la notte

e i suoi danni.

Mentre una camera d’albergo rese

cenere all’urna vuota.

Passano quindi i mesi, l’orrenda ruota

che gira e fugge come bimbi dietro al pallone.

mentre ripenso a giochi lontani, a rinverdire,

e s’alza lo sterro in un’emozione:

corridori scavati, curvi sui ferri di cui

s’è lasciata dormir la memoria.

D’improvviso quei tuoi pedali

a scrollar la cavezza del tempo,

spolverare la storia, e lontano era

rivedere polvere e manubrio,

avvinti i tubolari al petto

come un sogno antico,

ormai in disuso.

 

L’Italia scossa dal moderno, l’Italia tornasti a innamorare.

L’Italia sui monti, di fatiche barbare, l’Italia e il dolore.

E oggi vengono a chiedere, non sanno dunque?

Non sanno chi è il morto?

Tutti accorrono, vaghi come nubi al capezzale sordo.

La bici accatastata chissà dove,

Le assi del letto fredde,

ronzano le mosche nella sera. E ancora piove.

Ecco, qualcuno è morto.

 

Io anelo a tornare lì,

ero un ragazzo, i corridori sfiniti nell’acqua

E oggi come quel dì

sfiniti gli anni come barberi rincorsi sulla rena.

Adesso è il tempo del sonno

che torna, e tornano fuori i fiori, su Siena,

col dondolio della mia terra.

Ma sul Galibier, nei tornanti aspri tornerei,

quelli di Coppi e Bobét,

Ocana, Gaul e Learco Guerra.

Altri fiori di Francia e tutto era affogato,

con le stille sulle ruote di pianto.

Degli ultimi martiri moderni, il pianto,

mentre tu già eri via, primo. Nel vento.

 

Così tanto tempo passò?

“Le Rose” mutilate odorano la tua stanza ove giaci riverso,

glauche le tempie e la bocca tremante, gli occhi esplosi

su qualche verso.

E’ morto qualcuno.

 

Vorrei rifiorissero i prati del ricordo

per lavare le ombre dolci

e la gola gonfia del magone in cui mi perdo.

Quando gli anni fuggono ancora via dalle mie mani

come corridori sulla salita, come fa la vita.

Come faceva Pantani.

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TOZZI E LA SUA SIENA: UN CONFLITTO ANCORA IRRISOLTO – di Michele Masotti

PicsArt_1389200241207Parlare di Tozzi senza parlare di Siena è impossibile. Non è vero però il contrario, laddove la figura del nostro grande romanziere appare sfumata, o quantomeno sfuocata nella memoria e nella dimensione cittadina. Se infatti la critica riscoprì Tozzi dagli anni sessanta come autore tra i massimi del primo Novecento, lo stesso forse non hanno ancora fatto i lettori. Vi è una sorta di interesse sotterraneo che perdura, quello è indubbio, interesse che però non diviene quasi mai esplicito. Di Tozzi a Siena se ne parla ancora poco. E male.

La riluttanza nell’assimilare la sua grandezza potrebbe a prima vista essere dovuta alla difficoltà della sua indagine letteraria. Chi legge si trova difatti di fronte a uno scandaglio interiore dei personaggi spesso doloroso e problematico, di difficile accettazione. Il che dialetticamente appare senza dubbio anche come un punto di forza, poiché vi è la possibilità di scoprire più e più volte la sua opera, trovando sempre qualcosa di nuovo sul fondo dei nostri “scavi”. Ma la cosa che più inquieta è che Tozzi, a differenza dei grandi autori “psicoanalitici” del suo tempo ai quali viene accostato (Svevo e Pirandello in primis), non prende mai le distanze dalle sue creature. Egli in realtà ci fa specchiare nelle miserie di Adele, Ghisola, Pietro, dei fratelli Gambi mostrandoci un qualcosa del loro animo che il lettore forse preferisce non conoscere fino in fondo, ricercando invece una dimensione consolatoria che in queste come nelle altre superbe sue creazioni è assente.

Non è un caso che già i suoi contemporanei lo schivarono, considerandolo un personaggio fuori dai ranghi. Non un popolano, né un aristocratico, tantomeno un borghese. Indefinibile socialmente e imprevedibile nel comportamento. Dunque un rapporto conflittuale fin da subito. Egli amava Siena, ma la Siena bibliotecaria e medievale su cui si era formato. La Siena degli scorci descritti infinite volte in modo superbo e malinconico. Oggi la realtà non è la stessa di allora, e le istantanee del fotografo Velvet esposte alla mostra del Wunderbar mostrano proprio questo: la mutazione dei luoghi tozziani cento anni dopo. Allo stesso tempo, benché le condizioni cittadine siano decisamente mutate, e benché la mentalità non sia così ristretta come a inizio ‘900, forse l’incapacità senese di accogliere fino in fondo uno dei suoi più grandi figli consiste nel non accettare l’identificazione con chi tratteggia la città attraverso le sue ristrettezze e meschinità.

È invece con un’ampia finalità di riscoperta che si muove il progetto dell’Associazione Wunderbar in questo inizio anno. Una chiacchierata conviviale e una piccola mostra che compari i luoghi di Federigo alla Siena contemporanea. E un’altra corposa iniziativa di fine gennaio, con una camminata cittadina che ci faccia addentrare negli stessi luoghi descritti dal nostro grande romanziere.

I ragazzi del Wunderbar credono infine che non vada soltanto restituito al Nostro il ruolo letterario che gli conviene all’interno della nostra comunità, ma che una sua rivalutazione sia propedeutica per una migliore comprensione della comunità stessa, ancora prigioniera e contesa, come la sua opera, tra ristrette pulsioni, spinte regionaliste e viceversa sofferte aspirazioni internazionali.

TANTO PER DIRE: PIANTARE IN ASSO – di Fausto Jannaccone

“A malapena lui stesso potè ritrovare l’uscita,

tanto l’intrico ingannava. Poich’ebbe rinchiuso là entro

il Minotauro dal gemino aspetto di giovane e toro;

come la terza mandata sortita per ogni nove anni

fiaccò quel mostro satollo due vòlte di sangue ateniese,

Tèseo, volgendo in gomitolo il filo che diedegli Arianna,

potè con l’opra di lei rinvenir la difficile uscita

mai ritrovata da alcuno; e, rapita la vergine figlia

del re Minosse, fe’ vela d’un tratto per l’isola Dia;

poi su quei lidi il crudele lasciò la compagna per sempre.

Mentr’ella, sola, piangeva dolendosi dell’abbandono,

l’abbracciò Bacco e le porse soccorso; e, perché luminosa

poi risplendesse di luce perenne, togliendole il serto

che su la fronte portava, la scaraventò tra le stelle”(1)

(Ovido, Metamorfosi, VIII – vv. 167-179)

 
baccoariannatizianoDia, altresì chiamata Nasso (Νάξος) è l’isola dove approda la nave di Teseo, fuggito da Creta grazie al celeberrimo filo d’Arianna. Era ella figlia del re Minosse che, avendo vinto la guerra contro Atene, aveva imposto alla città greca l’invio ogni nove anni a Creta di nove ragazzi e nove ragazze, così che potessero appagare la mostruosa voracità del mitologico Minotauro, l’essere mitologico metà uomo e metà toro, che era stato rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo.

Quando venne il tempo per la terza spedizione sacrificale Teseo, figlio del re di Atene si offrì volontario per poter così uccidere il Minotauro.

Giunto a Creta l’eroe riuscì con l’amore, e la promessa di portarla poi via con lui, a convincere Arianna ad aiutarlo ad uscire dal labirinto.

Così ucciso il mostro e riuscito ad evadere dal labirinto Teseo come promesso recò seco la fanciulla; ma non appena approdarono a Nasso con l’inganno la fece addormentare e si dileguò abbandonando Arianna sull’isola, indi “in Naxos”.

Il Mito vuole che in soccorso della distrutta Arianna arrivò su di un carro trainato da pantere il Dio Bacco, che per consolarla gettò inoltre tra le stelle la sua corona, divenuta così la costellazione chiamata Corona Boreale.

La punizione per il vile gesto del fedifrago Teseo era comunque in serbo per lui sulla strada del ritorno: non issando sulla sua nave la vela bianca, segno di riuscita della missione, e lasciandovi invece quelle nere, colore nefasto e segno di sconfitta, giunti in vista del Pireo, Egeo, re di Atene e padre di Teseo, avvistando la nave all’orizzonte, e credendo quindi il figlio morto, si uccise gettandosi dalla scogliera.

Morale della storia, Teseo abbandonò la spasimante in Nasso, e la lingua italiana ha fatto altrettanto abbandonando nel tempo quella N: così Arianna, la sfortunata principessa, fu “piantata in asso”

(1) Traduzione di Ferruccio Bernini

TANTO PER DIRE: LAPALISSIANO – di Fausto Jannaccone

Monsieur-de-la-PaliceLapalissiano, ovvero di inequivocabile, scontata, evidenza.

E tutto per colpa di Monsieur Jacques II de Chabannes de La Palice, che poi in effetti colpe proprie non ne aveva.

Al seguito di Francesco I, dopo una lunga e fortunata carriera militare, durante l’assedio di Pavia venne colpito a morte.

Per il grande valore del  Maresciallo di Francia e per  l’attaccamento ormai consolidato nei suoi confronti, i suoi uomini proposero questi versi per l’epitaffio da porre sulla sua tomba:

Ci-gît Monsieur de La Palice.

Si il n’était pas mort,

il ferait encore envie”,

che altro non vuol dire che “Qui giace il signor de La Palice. Se non fosse morto, farebbe ancora invidia”.

Se non che col passare degli anni la “f” di “ferait” si tramutò in “s” ed “envie” si divise in due parti divenendo “en vie”: ne venne fuori il nuovo verso “…il serait encore en vie”  che letteralmente significa “sarebbe ancora in vita” dando origine così  a quella scontata banalità da cui scaturirà quindi l’aggettivo “lapalissiano”…

Del resto se non è lapalissiano questo : “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita”!

TANTO PER DIRE: LA SPADA DI DAMOCLE – di Fausto Jannaccone

L’episodio di Damocle da cui trae spunto la proverbiale metafora appartiene alla tarda cultura ellenistica.

Si narra risalire originariamente a Timeo di Tauromenio, e verrà poi ripresa anche da Orazio, Persio, Boezio ed altri, ma molti di voi potrebbero esservicisi imbattuti negli anni delle superiori, nella più celebre delle sue versioni, quella che racconta Cicerone nelle Tuscolanae Disputationes…

 

 “Cum unus ex eius adsentatoribus, Damocles, commemoraret in sermone Dionysii, Syracusanorum tyranni, copias, opes, maiestatem dominatus, rerum abundantiam, magnificentiam aedium regiarum negaretque umquam beatiorem virum fuisse…”

 

Damocles-WestallPC20080120-8842ALa vicenda tratta di questo Damocle, che era un cortigiano adulatore del tiranno di Siracusa Dionigi (alcuni dicono Il Vecchio, altri Il Giovane). Nel lodare il sovrano, lo definisce persona assai potente, ricca e fortunata; così Dionigi propone all’uomo uno scambio di ruoli, affinchè egli possa sperimentare in prima persona i piaceri del privilegiato ruolo di Tiranno.

Seduto così al suo posto all’uomo viene offerto il più lauto dei banchetti, ricco di ogni sorta di piacere. Solamente alla fine del banchetto si accorge però che per l’intera durata dello stesso sulla sua testa era rimasta appesa una spada affilata, appesa per un solo misero crine di cavallo: scopertala Damocle implora il sovrano di poter fare nuovamente cambio di posto.

Dionigi aveva fatto appendere quell’arma affinchè l’adulatore sperimentasse insieme ad i piaceri della sua posizione, anche la precarietà e la continua minaccia a cui un ruolo come il suo era costantemente sottoposto.

Così quella spada è venuta a rappresentare nel linguaggio comune contemporaneo l’insicurezza costante, la minaccia sempre in agguato, il pericolo incombente se non inevitabile.

 

“Itaque Dionysius declaravit non esse eum beatum, cui semper terror impendet.”

TANTO PER DIRE: IL VOLO PINDARICO – di Fausto Jannaccone

Pindaro è stato un grande poeta dell’antica Grecia.Pindar_statue

Nacque nel 518 a C in Beozia, a Cinoscefale, vicino Tebe, e morì nel 438 ad Argo. Discendente di un’antica nobile famiglia, riceve un’importante educazione musicale e letteraria, che lo vuole tra gli altri allievi ad Atene di Apollodoro ed Agatocle. Le vicende belliche che animarono la Grecia lo spinsero verso la Sicilia, ad Agrigento prima, e Siracusa poi, ed in quel periodo entrò in contatto con le dottrine pitagoriche, che arricchirono il suo credo religioso di sfumature misteriche.
Dei lirici greci è l’unico di cui si siano tramandati interi libri di carmi, del genere epinicio, nel quale si riconobbe l’espressione più alta e caratteristica del suo genio poetico.
Per Orazio la sua poesia è da considerarsi inimitabile, e nonostante alcuni critici abbiano tentato di ridimensionarla, tacciandolo di eccessiva adulazione nei confronti di coloro per i quali i versi erano composti, è altresì innegabile l’oggettiva grandezza di una lirica che quasi in ogni sua parte tende al sublime e le cui immagini potentissime l’hanno resa celebre.
L’immagine pindarica si esprime con improvvisi scarti ed illuminazioni, cariche di significati pittorici e plastici, apparentemente incuranti di una necessaria coesione logica, che arricchiscono il testo di una particolare carica di tensione; tuttavia l’armonia dell’insieme è raggiunta attraverso la costanza dei motivi interiori fondamentali.
A questi voli poetici, o appunto voli pindarici risale il celebre modo di dire, volto ora a significare la capacità di saltare da un argomento ad un altro, di fare repentine svolte logiche, passaggi arditi ed improvvisi.

“Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi,
come l’oro ha più valore di ogni altro bene,
come il sole splende più brillante di ogni altra stella,
così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi”

Un aneddoto ci testimonia la grandezza di Pindaro: si narra che quando Alessandro Magno rase al suole Tebe nel 335 a C, ordinò che sola fosse risparmiata la casa dove si diceva fosse vissuto il poeta, in onore al significato che i suoi versi avevano per il popolo greco.

LE DUE TORRI – pt 1 – Fausto Jannaccone

…un vigoroso sorso e finì quello che restava del suo Lagavulin, in realtà quasi mezzo bicchiere, e posò sul tavolino il recipiente che adesso non conteneva altro che un vago riflesso della torre, illuminata dai generosi e numerosi faretti sparsi sui tetti che circondano la piazza. Gli altri seduti con lui erano indecisi se interpretare il gesto come segno del fatto che ritenesse per quel giorno esaurito il tempo da concedere alla discussione; o, altrimenti, come già altre volte aveva fatto, avrebbe ordinato una seconda razione per alzare il livello del dibattito. “Me ne fa un altro, sempre acqua e ghiaccio a parte, gentilmente?”, dopo di che estrasse dalla tasca destra della giacca la bustina dove teneva la pipa. Il livello si sarebbe alzato. Decisamente.

“Dunque, valutiamo tutti i fattori del contesto attuale” disse “niente istituzioni, niente soldi, nessuna garanzia… e idee?” Gianni si morse leggermente il labbro inferiore come faceva sempre quando stava per sbilanciarsi in qualcosa di ardimentoso da dire: “Dave, l’idea è questa: facciamo finta, diciamo a noi stessi, che da adesso non siamo più nello stesso posto dove siamo cresciuti, dove ci siamo seduti 20 minuti fa, prendiamo il coraggio a quattro mani, e partiamo con il progetto. Altrimenti ognuno per la sua strada, e vaffanculo tutto.”

“Ottimo, adoro l’ottimismo!” commentò Landini “comunque io ci sto, il mio passatempo preferito è buttare me stesso nel cesso!” ed alzò la birra ad un immaginario brindisi.

Landini prendeva sempre la birra piccola, magari anche 5 o 6 di seguito, ma piccole, perchè la birra la voleva sempre freddissima, anche a gennaio, e la pinta avrebbe concesso troppo tempo alla temperatura per compromettersi. Gianni sperimentava, forse per la sua indole artisteggiante e la sua brama cosmopolita, sperimentava tutto: quando poteva scappava ad assaggiare pozioni in giro per il continente; se il bar era invece quello abituale costringeva il barman a ricerche incredibili e spericolate nel mondo degli alcolici e della loro addizione. Dave invece era classico e metodico: scotch whiskey, affumicato quanto più possibile, con piccole concessioni nei mesi più caldi al prosecco.

Cresciuti insieme (per la verità un po’ tutti crescevano insieme in quella piccola città, capoluogo ma dai numeri paesani), si erano poi nel tempo, prendendo coscienza di loro stessi e un po’ del mondo, scelti per affinità di interessi, passioni e modus vivendi.

La musica, le ragazze, il vino, l’arte. Intendiamoci, non erano certo esperti, più appassionati diciamo.

E poi naturalmente c’erano le differenze, come ad esempio lo sport, Max era da buon italiano soprattutto per il calcio, Gianni amante del ciclismo, Dave della poltrona. O gli studi: il primo s’era buttato sulla storia, il secondo sull’arte e Dave invece aveva scelto la letteratura.

Ora che erano giunti alla soglia dei trent’anni dovevano fare qualcosa: c’era in ballo la loro strada, e contemporaneamente quella del mondo, il loro.

Era finito il tempo della discesa, più o meno precipitosa e precipitata della vita, quella in cui l’attrazione gravitazionale, per così dire, ti spinge e tu non devi fare altro che provare ad opporre meno resistenza possibile… Scivoli giù che è una bellezza quando sei piccolo, con le scuole vai ancora bene, l’università si fa falso piano ma vivi di resa della velocità accumulata negli a anni precedenti. Poi finisci gli studi, finisci le paghette, finisci gli anni col 2 davanti e sei fermo. Ora gambe in spalla, comincia la salita; passo dopo passo, un due, e cominci a scalare, e non è graduale, è da subito una pendenza da tappa alpina del Tour o del Giro… forza, cuore, testa e gambe… poi meglio per te se ti sono rimasti dei gregari.

E questo è quello che speravano di essere loro: in tre a partire con la scalata.

Il progetto era questo: prendere in prima persona la responsabilità, frugare nel bagaglio culturale e nelle idee reperibili nelle loro testoline, e provare a “fare”. Nessun altro aiuto che loro stessi.

Ma voglia e amicizia sono un bel punto di partenza.

“Prendiamo uno spazio, di quelli periferici, abbandonati, insensati” riprese Gianni, estraendo nel mentre una foto dal portafoglio “eccolo qua!”

La mise sul tavolo dando Max e Dave la possibilità di vedere che era un ritaglio di giornale con raffigurata la cosiddetta “Torre dei pomodori”, un vecchio monumentale edificio, la classica cattedrale nel deserto, eretta in un qualche periodo dell’oro della produzione, certamente ormai trapassato; ora riposava abbandonato con forse l’unica ipotetica romantica funzione di faro che guidasse i naviganti in quelle zone di non campagna nè più città, stella polare per camionisti.

La sua immensa mole, il suo stesso aspetto, prigioniero in una scura rete metallica che lo avvolgeva per tutti i suoi 50 metri di altezza, lo rendeva completamente estraneo al contesto. Doveva aver avuto funzioni di raccolta e lavorazione dei prodotti della terra e forse avrebbe potuto davvero diventare una scatola per la raccolta e produzione culturale. La città era necessariamente vincolata a se stessa, troppo stretta e piccola probabilmente per poter contenere ancora altre cose oltre alle sue chiese, affreschi, dipinti, strade e rituali.

Quindi se avessero voluto andare oltre quel livello congelato, dove erano cresciuti e che aveva permesso loro di divenire ciò che erano, ma che forse ora era il momento di superare, avrebbero dovuto inventarsi necessariamente qualcosa di diverso e “fuori”.

“Ok”, sospirò Dave “potrebbe andare… Non so davvero come legheremo ‘noi’ a ‘torre dei pomodori’, come potremo avere un accesso… in effetti non saprei nemmeno da dove partire, chi sentire… cosa chiedere! Però abbiamo fissato un primo obbiettivo… Max, che ne dici?”

“Bello, affascinante… grande… troppo per noi? No dai, se no inutile anche esser qui a parlarne… Proviamoci!”

“Inizia la prima fase che chiameremo ‘Le due Torri’ ” esultò Gianni alzando il suo Bloody Mary.  Anche Dave e Max alzarono le rispettive bevande, al benaugurante brindisi. Sicuramente Max non aveva colto la citazione e pensava a qualcosa di inerente agli scacchi. Ma questo era un irrilevante dettaglio.

(continua…)

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