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LA RECENSIONE DI OGGI: HATEFUL EIGHT DI QUENTIN TARANTINO – di Michele Iovine (*no spoiler)

Il fattore più sorprendente del cinema di Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio è un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l’autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall’aspetto accattivante. Lo aveva fatto in passato e lo ha fatto ancora adesso in questo splendido western che va di diritto a collocarsi tra le più belle pellicole che abbia mai girato. Nel giocare a mescolare tra loro i vari ingredienti, Tarantino riesce a generare una creatura del tutto particolare, a fondare addirittura un nuovo genere, in questo caso un giallo western che menziona e usa molti aspetti di svariati film precedenti, dalle pellicole tratte dai libri di Agatha Christie a Hitchcock (a me in certi tratti ha fatto pensare a “I prigionieri dell’Oceano” , qualcuno penserà forse a “Nodo alla gola”), fino alle pellicole più propriamente affini al genere western, a questo proposito è doveroso citare anche Sergio Leone. In tutto questo poi c’è il suo tocco visivo che è specificamente e volutamente ‘pulp’, crudo, sanguinoso e quello letterario, con dialoghi lunghi, a tratti estranianti, forse addirittura surreali, ma graffianti e divertenti. Non manca infine una certa dose di autocompiacimento verso il finale che ci appare più prolisso del necessario e dove il regista insiste su un lessico decisamente e marcatamente cruento e folle, come a voler rimarcare la cifra stilistica che meglio lo caratterizza.the-hateful-eight-poster-1200x1778 Ciò che più si evince da “The hateful eight” è che Tarantino si diverte come un matto a fare cinema, attinge ispirazione dalle idee altrui e le mescola con le sue, con il proprio stile, con la propria fantasia e quello che ne viene fuori è un qualcosa di così personale che può appartenere solo a lui e in seguito al pubblico che lo vedrà. D’altra parte come diceva il genio di Picasso (frase che un altro genio, Steve Jobs, appese nel suo studio) “I bravi artisti copiano, i grandi rubano”.

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I MIGLIORI FILM DEL 2015 – di Michele Iovine

 

La top 10 dei migliori film del 2015 tiene conto delle pellicole uscite in Italia dal 1° Gennaio fino alla terz’ultima settimana di Dicembre del corrente anno solare. Non sono quindi presi in considerazione quei film che in USA (punto di riferimento del mercato cinematografico) sono già usciti, ma che noi vedremo ahimè soltanto nel 2016. Specularmente è probabile trovare in lista dei film che qui da noi sono stati proiettati nel 2015, ma in altri paesi, sempre USA in primis, sono stati distribuiti nel 2014. Cominciamo!

1. MAD MAX – FURY ROAD di George Miller. Può succedere a volte che riprendere una saga dopo molti anni si riveli una scelta infelice anche se è sempre lo stesso regista a dirigere. Beh…non è questo il caso, perché George Miller non solo da nuova linfa alla serie, ma ci regala addirittura il capolavoro dell’anno! Film pazzesco, spettacolare, 120 minuti senza fiato, due ore di puro godimento e di bellezza.! Uno dei migliori film d’azione mai realizzati

2. BIRDMAN di Gonzalez Inarritu. Il film che ha trionfato agli Oscar a Febbraio, miglior film e miglior regia. Anche qui si può parlare di capolavoro, un gran film metacinematografico che affronta variegati aspetti del mondo della recitazione e dello star-business, usando la macchina da presa in maniera liquida e strisciante, regalandoci grandi immagini.

3. HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo. Come troppo spesso accade un film presentato alla Mostra del cinema di Venezia (2014) e passato come una meteora sul grande schermo. Ma non vederlo è stato un errore enorme, perché il regista di “Private” e “La solitudine dei numeri primi” torna con una grandissima piccola opera che attraversa quasi tutti i generi cinematografici, dalla commedia, al thriller fino all’horror dagli echi polanskiani, realizzando una delle pellicole nostrane migliori dell’anno. Spiazzante.

image24. NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari. Film uscito postumo che l’Italia ha scelto di portare a Hollywood per inseguire la candidatura a miglior film straniero che proprio da pochi giorni sappiamo essere sfumata. Ostia anni 90, storie di droga, di criminalità, di sentimenti, dove ogni cosa viene spinta allo stremo, oltre ogni limite. Storie di vita, film crudele, realistico come il grande Caligari sapeva fare. Intenso.

5. THE MARTIAN di Ridley Scott. Chi l’avrebbe mai detto che il buon vecchio Ridley Scott dopo tredici anni (2002 Black Hawk Down suo ultimo gran film a mio parere) di brutti e talvolta anche bruttissimi film sarebbe tornato a realizzare una pellicola degna del suo nome? Ebbene funziona tutto in questa avventura fantascientifica sul pianeta rosso. Tutto credibile, tutto ben calibrato senza debordare mai nell’americanata più scontata, il cui pericolo era dietro l’angolo. Divertente.

trailer-youth-sorrentino6. YOUTH – LA GIOVINEZZA di Paolo Sorrentino. I film di Sorrentino hanno sempre una doppia vita. Prima venivano premiati a Cannes, ma Hollywood ancora non si accorgeva di lui. Ora che Cannes non lo premia più, i grandi premi internazionali finiscono sempre nelle sue mani, come la vittoria straordinaria e non prevista agli EFA (European Film Awards) Che dire? Il cinema di Sorrentino sa regalare veramente momenti unici, di grande emozione e intensità, ma non sempre è facile da interpretare e capire. Con questa pellicola siamo difronte a un’ennesima estremizzazione del suo cinema. Prendere o lasciare.

7. MUSTANG di Deniz Erguven. Quello che si può tranquillamente definire un film da festival, ma nella migliore accezione del termine. Un ritratto corale di ragazze non ancora donne, in una zona remota della Turchia dove si vive secondo tradizioni antiche che fanno sembrare la vicenda ambientata in un tempo lontano, ma in realtà siamo ai giorni nostri. Un’intensissima storia d’amore di una bambina verso se stessa, verso la sua dignità di donna e essere umano. Toccante.

8. TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY di Peter Bogdanovich. Questa è sicuramente la migliore commedia dell’anno, ma Bogdanovich non è uno qualunque, quindi non c’è molto da stupirsi se non il fatto che il settantacinquenne regista statunitense era da oltre quattordici anni che non girava un film. Pellicola strepitosa, di una comicità graffiante e genuina, dialoghi brillanti, si ride di gusto. Un tocco di Woody Allen e di Lubitsch e poi appunto, il maestro Bogdanovich che ci mette tanto del suo.

9. THE WALK di Robert Zemeckis. Il 7 Agosto 1974 a New York si realizzò una delle imprese più famose e assurde della storia dell’umanità. Il funambolo francese Philippe Petit attraversò su un cavo d’acciaio, sospeso nel vuoto, senza protezione alcuna, la distanza che separava le Twin Towers di Manhattan. Mozzafiato!

10. FURY di David Ayer. Era da tanto tempo che non si assisteva a un bel film di guerra. Ci ha pensato David Ayer a porci rimedio, con la supervisione di Brad Pitt nelle vesti sia di produttore che di attore che si conferma una delle poche star emerse negli anni 90 ad avere ancora grandi capacità e a saper scegliere con molta cura e attenzione su quali progetti puntare…e non sbaglia quasi mai.

MENZIONI SPECIALI

MIA MADRE di Nanni Moretti. Una storia intima e personale, molto autobiografica, dove Nanni Moretti fa piangere e ridere allo stesso tempo.

IL PONTE DELLE SPIE di Steven Spielberg. Bel film, niente da eccepire. Forse un po’ troppo classico, una spy story dove un pizzico di tensione in più non sarebbe stata male.

Star-Wars-The-Force-Awakens2STAR WARS di J.J.Abrams. Si ritrova l’antico spirito del “Guerre stellari” di Lucas in questo nuovo capitolo della saga. Questo è sia il punto di forza che il limite della pellicola, aggiungere qualcosa di nuovo non sarebbe stato male.

AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood. 85 anni per il vecchio Clint, ma c’è chi invecchiando migliora sempre di più. Ecco, lui è uno di questi.

Venezia 72 – di Michele Iovine

Si è concluso sabato 11 Settembre il 72° Festival di Venezia con un verdetto che farà probabilmente discutere a lungo. Sì, perché il film vincitore Desde allà, del regista venezuelano Lorenzo Vigas, al suo primo lungometraggio, non era certo tra i papabili per la vittoria finale. Ma il bello dei festival è anche questo, l’imprevedibilità delle giurie. Un film, quello sudamericano che racconta una storia forte, di sesso e di amore estremo tra un ragazzo di strada e un uomo di mezz’età, che vive in completa solitudine e prova piacere di fronte ai giovani che si spogliano davanti a lui. Continua a leggere Venezia 72 – di Michele Iovine

LA RECENSIONE DI OGGI: THE YOUTH – LA GIOVINEZZA di Paolo Sorrentino – di Michele Iovine

Indipendentemente da quello che possono dire le recensioni su questo film c’è un principio da tenere a mente: a chi non piace Sorrentino, non lo apprezzerà neanche questa volta. La matrice tecnica e soprattutto stilistica del suo cinema si rigenera anche in questa pellicola e ci mostra tutta la sua potenza, tutti i suoi pregi e anche i difetti. L’universo sorrentiniano è affascinante, si costruisce di una visionarietà stupefacente che da vita ad immagini dotate di una grande forza espressiva, immagini che costruiscono un mondo ibrido tra quello reale e quello del tutto surreale. In questo spazio tra la fantasia e il concreto, si genera il suo cinema e riesce a regalare dei momenti di grande intensità emotiva. In ‘The Youth’ ci sono tutti questi aspetti, c’è quindi tutto Sorrentinoyouth-poster. La prima parte è impeccabile, perfetta, a tratti il suo miglior cinema di sempre, personaggi eccellenti nell’interpretazione, ma soprattutto nella loro caratterizzazione, in particolar modo lo sono quelli collaterali che fanno da contorno ai due mostri sacri Caine e Keitel, vedi un magnifico Paul Dano, per non parlare d’ell’invenzionie meravigliosa di Maradona. Rispetto ai suoi lavori precedenti, ‘La grande bellezza’ in primis, c’è forse qui più linearità e razionalità, non manca la visionarietà naturalmente, ma si tratta di una visionarietà ben calibrata e attinente a quello che ci viene mostrato, il regista ci porta e ci guida con mano all’interno di un mondo semifantastico. Come quando s’impara ad andare in bicicletta però poi, a un certo punto, ci accorgiamo che non c’è più nessuno che ci guida e che ci si sostiene, ma pedaliamo da soli e Sorrentino dopo averci insegnato a capire il mondo in cui si svolge la narrazione, ci lascia completamente perderci all’interno di esso, in un vortice di meraviglia, ma anche confusionario, dove non tutto si lega perfettamente, dove non c’è possibilità di decifrazione neanche con il libretto delle istruzioni. Si esce frastornati e confusi, sconvolti da tanta bellezza e pieni di dubbi, di domande, ma come difronte a un’opera d’arte quello che ti rimane dentro trascende molti interrogativi, conta l’emozione al primo impatto.

LA RECENSIONE DI OGGI: FURY di David Ayer – Di Michele Iovine

Fury sarebbe dovuto uscire in Italia a fine Gennaio, ma a causa del fallimento della Moviemax, la casa di distribuzione che doveva collocarlo nei cinema di tutta Italia, la sua uscita è stata posticipata al 3 Giugno 2015, distribuito dalla Lucky Red. Mettendo da parte l’aspetto marketing, parliamo del prodotto in quanto tale. A fine visione mi è venuta subito una considerazione da fare: penso che possiamo affermare con certezza che Brad Pitt sia il migliore attore di un’intera generazione che ha caratterizzato e dominato il mercato cinematografico negli anni a cavallo tra i ’90 e il 2000. Continua a leggere LA RECENSIONE DI OGGI: FURY di David Ayer – Di Michele Iovine

AL CINEMA SERVE UNA DOSE DI SUPERSESSO (’70) – di Jacopo Rossi

Un’atmosfera trash, che si rifà fieramente a pellicole ormai vecchie di quarant’anni. Una colonna sonora funky, vivace, allegra. C’è di tutto: arti marziali, horror, sesso (?) e fantascienza. Soprattutto fantascienza. La trama è dominata infatti da un attacco alieno, anzi, di un alieno, a metà tra il Ranxerox di Tamburini e Liberatore e un Terminator di infima categoria. Continua a leggere AL CINEMA SERVE UNA DOSE DI SUPERSESSO (’70) – di Jacopo Rossi

La recensione di oggi: American Sniper di Clint Eastwood – di Michele iovine

Il giudizio intorno al nuovo film di Clint Eastwood rischia di essere fortemente influenzato dalla posizione nettamente interventista, in merito ai fatti di guerra in Medio Oriente, che il regista americano sostiene ampiamente nel raccontarci la storia di Chris Kyle, il cecchino più letale che l’America abbia mai avuto. Non c’è dubbio che American Sniper sia debordante di patriottismo, però è altresì vero che non possiamo schierarci contro solo perché il nostro punto di vista etico, morale e politico magari non coincide con quello dell’autore. Il film è forte, violento per le immagini che propone, ma anche per il rigore e la determinazione con cui ci viene mostrata la guerra e il principio di distruzione assolutistico del nemico, insito nell’animo e nella mente del protagonista, impersonato da Bradley Cooper. Continua a leggere La recensione di oggi: American Sniper di Clint Eastwood – di Michele iovine

La recensione di oggi: MAGIC IN THE MOONLIGHT di Woody Allen – di Michele Iovine

Woody Allen si riconosce subito. Prima ancora che dalle immagini in movimento della pellicola da quelle statiche dei titoli di testo che hanno sempre la stessa forma e lo stesso carattere, nomi bianchi su sfondo nero. Poi entra la musica jazz o swing, qualche volta ci accompagna quella classica. Infine la prima scena completa il nostro effimero esercizio di ricomposizione delle marche enunciative che attestano che si, si tratta proprio del regista di “Manhattan”. E anche in quest’ultimo film Allen non si smentisce e ci mostra i suoi soliti temi: la magia, la religione, il significato della vita, il suo pessimismo riguardo al significato dell’esistenza stessa, l’irrazionalità che la governa. Noioso? No affatto. magic-in-the-moonlight5Leggero, frizzante, divertente anche se non raggiunge mai l’apice della comicità, verboso come da copione con battute ficcanti e geniali. Da quando Allen ha deciso di non recitare più nei suoi film le cose non sono cambiate poi molto, se non dal lato prettamente interpretativo. Che non è poco in realtà, per chi lo apprezza. Come detto, i marchi di fabbrica ci sono tutti, le tematiche sono sempre le stesse, lo stile visivo immutato, niente è sostanzialmente cambiato dal punto di vista della costruzione dell’immagine e di tutti quegli elementi che contribuiscono a dispiegare i significati oramai noti. La differenza la fa allora soprattutto l’interprete, colui o colei che fanno le veci di Woody Allen e al quale lui decide di trasferire il suo personaggio con tutte le nevrosi, le ansie e i gesti che gli appartengono. Colin Firth rappresenta in questo senso il miglior esperimento finora effettuato. L’attore inglese riesce infatti a conferire al suo personaggio un proprio stile che lo rende credibile e non soltanto una copia dell’Allen attore (come ad esempio era successo con Owen Wilson nel pur notevole “Midnight in Paris”). Chi Allen non lo ha mai apprezzato stia pure a casa, chi lo ama lo segua anche in questo viaggio

La recensione di oggi : INTERSTELLAR di Christopher Nolan – di Michele Iovine

1414055010_1412239739_interstellar.thm_Il film più atteso dell’anno. La fantascienza ha sempre creato grandi aspettative, ha sfornato uno dei film più belli della storia del cinema come ‘2001 Odissea nello spazio’, ha creato saghe che hanno segnato generazioni e generazioni e che ancora oggi vivono di vita propria e qualora ciò non bastasse sono costantemente aggiornate con prequel, sequel, remake di ogni sorta vedi ‘Stars Wars’ e ‘Star Trek’. Nolan si trovava quindi, volente o nolente, davanti ad una grande sfida, riuscire a piazzare all’interno di questo genere una grande opera che potesse competere per qualità e intensità con i film che hanno già scritto in passato la storia della fantascienza. Beh…non ci è riuscito. ‘Interstellar’ è un film ambizioso, il che non è per forza di cose un difetto, ma solamente un rischio a priori. Dopo 170 minuti di pellicola possiamo però sentenziare che Nolan non è stato all’altezza di suddette aspettative. E’ chiaro e anche giustificabile che un film così lungo che affronta temi tanto affascinanti e dibattuti quanto complessi e delicati allo stesso tempo, possa avere dei difetti al suo interno, delle increspature che rendono l’opera nel suo complesso di non facile fruizione, ma qui c’è forse un problema più grande. Il film manca completamente di poesia. Ne è privo soprattutto in quelle parti dove ci si attende uno slancio emotivo della storia, ne è privo a livello visivo là dove le immagini per quanto ben fatte del viaggio interstellare non hanno lo stesso fascino che si poteva riscontrare nel già citato ‘2001’, ma anche senza andare così lontano, nel recente ‘Gravity’ di Cuaron e ne è scarno soprattutto a livello di caratterizzazione dei personaggi. I molti colpi di scena finiscono per rendere debole una sceneggiatura che all’inizio ci aveva preparto ad una visione molto ben diversa e più altisonante di quella che poi ci propina nella seconda parte, addirittura si scade in una banale rissa con le tute spaziali su un pianeta sconosciuto, come se fossimo davanti ad un fanta-thriller qualunque, la storia si fa eccessivamente lunga, anche un po’ ripetitiva e non si può affidare alla forza solo e soltanto della parola la spinta empatica di una vicenda che a tratti diventa quasi un trattato di fisica. Il rapporto tra padre e figlia e l’amore come strumento di comunicazione tra le due parti in causa non può essere sufficiente per emozionarci e seppur qualche trovata geniale c’è, come quella della libreria, ad essa il regista ci conduce male e troppo tardi, oramai già svuotati e stanchi. Interstellar non possiede molto fascino, ha spunti tematici interessanti si, ma che Nolan riesce a sviluppare solo a livello dialogico, mancando di costruire una parte visiva altrettanto forte e intensa che è poi l’essenza stessa del cinema

IL 9° FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA – di Michele Iovine

 

lodovini_scollatura_roma_film_fest_645La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma ha presentato un calendario ricco e variegato. Molte le star internazionali che hanno sfilato sul red carpet dell’auditorium progettato da Renzo Piano, tra cui Richard Gere, Kevin Kostner, Benecio Del Toro e anche quelle nostrane, in particolare personaggi ormai noti della commedia italiana che hanno aperto e chiuso la kermesse tra cui la sempre più affermata Valentina Lodovini, Diego Abbatantuono, Ficarra e Picone, Cristiana Capotondi e tante altre. L’ideatore Walter Veltroni, a suo tempo, aveva pensato ad una festa più che ad un festival vero e proprio e questa linea sembra essere stata ampiamente seguita da Marco Muller che ha costruito un’edizione meno rigorosa e più aperta a prodotti commerciali e ad un pubblico più giovane che ha affollato la passerella alla ricerca dei propri beniamini. Nella mia breve fuga a Roma ho avuto la possibilità di vedere pochi film, ma anche la fortuna di assistere alla proiezione del film premiato dalla giuria popolare, “Trash” di Stephen Daldry e dell’ultima pellicola di David Fincher  ‘Gone girl’ tra le più attese della stagione.

TRASH di Stephen Daldry  **1/2 su 4

All’interno di una discarica in una favelas brasiliana tre bambini alle soglie dell’adolescenza trovano un portafoglio che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave.  Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono fiducia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio che nasconde dietro quegli indizi nomi importanti a livello politico e una verità scottante. I ragazzini cercheranno di scoprire da soli cosa si cela dietro quell’oggetto. Lo stile di Daldry è dinamico, veloce, segue le peripezie dei tre protagonisti passo dopo passo, anzi sarebbe meglio dire corsa dopo corsa,  attraverso un Brasile povero, sporco, violento e corrotto. Un’avventura senza un attimo di respiro, una fuga dai mali e dai pericoli di una nazione che ci sembra ancora molto lontano da quell’ “ordem e progresso” che appare come motto sulla bandiera brasiliana. L’adrenalinica messa in scena ci ricorda prodotti quali ‘City of God’ e ‘The Millionaire’.  Anche Daldry ci mostra infatti, come questi due film appena menzionati, la condizione essenziale della povertà e lo fa anche lui adottando il punto di vista dei più piccoli, che portano con loro una carica vitale incredibile nonostante non abbiano nulla. Questa energia contribuisce a mandare avanti il film in maniera davvero brillante e coinvolgente senza mai cedere un solo centimetro di pellicola al dramma o al pietismo.

Se da un punto di vista stilistico la pellicola si può quindi considerare ampiamente riuscita e godibile, lo è meno da quello narrativo. La storia comincia piano piano a presentare delle debolezze man mano che va avanti e assume maggiormente i connotati della favola con i tre bambini che diventano verso il finale protagonisti assoluti di una sorta di caccia al tesoro e da soli affrontano sfide al limite del reale arrivando ad una conclusione un po’ inverosimile ed eccessivamente romanzata.

GONE GIRL – L’AMORE BUGIARDO di David Fincher **1/2 su 4

David-Fincher-s-Gone-Girl-4K-shootersQuesto era il film più atteso, il film di cui già si parlava a fine estate e che in molti, tra cui il sottoscritto, speravano fosse selezionato al Festival di Venezia, ma esigenze e problematiche di marketing avevano poi disatteso le più ottimistiche previsioni. La storia è molto semplice. Una relazione matrimoniale che entra in crisi tra moglie e marito e poi il mistero della scomparsa improvvisa della donna. Non è facile parlare di questa pellicola perché c’è il rischio di rivelare troppo sull’andamento della trama che se in un primo momento può apparire come il classico thriller, invece stupisce tutti grazie all’abilità di uno dei migliori registi del panorama contemporaneo, di sorprendere lo spettatore attraverso una serie di colpi di scena ben calibrati che trasformano completamente il genere stesso di partenza della storia fino a toccare le delicate corde della commedia grottesca. La commistione di generi è sicuramente la forza di questo film che si basa su una sorta, se vogliamo, di mcguffin dall’eco hitchcockiano, in questo caso però più stilistico che narrativo e lo conduce verso eventi e situazioni a cui non si avrebbe mai pensato di assistere. Fincher è impeccabile nel dare alla storia questo cambio di direzione improvvisa, lo è forse meno nel condurlo fino in fondo in maniera credibile e nel gestire la caratterizzazione di alcuni personaggi nella delicata fase del cambiamento.