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ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores (e degli italiani) – di Michele Iovine

Ogni italiano, di qualunque religione, pelle, stato sociale e in qualunque parte del mondo si trovasse è stato invitato, il 26 Ottobre 2013, a girare con il proprio telefonino un video che raccontasse una parte di quella giornata. Il risultato sono stati 44.000 video per un totale di 2200 ore di girato che il regista Gabriele Salvatores ha selezionato e montato, raccontando così un giorno della vita degli italiani di oggi. L’opera compiuta è stata in seguito presentata alla 71° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione fuori concorso ed è stata diffusa in prima serata sabato 27 Settembre 2014 sulle reti Rai.

Stanley Kubrick asseriva che il cinema è arte, ma l’arte del cinema è il montaggio. SALVATORES-594x350Gabriele Salvatores sembra darci una dimostrazione concreta di questa affermazione riuscendo a costruire una storia e una trama coerente, accostando tra loro un’enorme quantità di materiali video molto eterogenei, dove ci sono interpreti, ambienti e vicissitudini assai diversi tra loro. Si comincia dalla mezzanotte del 26 fino ad arrivare alla conclusione della giornata stessa, un arco di tempo di ventiquattro ore dove viene fuori uno spaccato del nostro paese, potremmo dire che ne emerge la sua stessa essenza. Un esperimento ben fatto, interessante, tecnicamente perfettamente riuscito, le immagini sono forti, arrivano direttamente al cuore e si piange, ci si commuove molto perché è facile per tutti anche per coloro che non hanno partecipato in prima persona, ritrovarsi dentro quei video, dentro quelle storie. Se da un punto di vista cinematografico si può dire che il film ha centrato il suo obiettivo ed è ben riuscito, non possiamo però certo dire che gli italiani, l’oggetto d’interesse della narrazione, co-autori e interpreti allo stesso tempo, stiano vivendo in un paese altrettanto riuscito. Disperazione e fiducia, malattia e guarigione, paura e coraggio si rincorrono all’interno di questa dimensione sincronica del tempo tra ambienti familiari, caldi, semplici, quelli della vita di tutti i giorni. Siamo il riflesso di questi tempi di crisi e le immagini che scorrono sullo schermo ci raccontano questi sentimenti in maniera diretta, senza sfumature o artifici ad hoc messi in atto per provocare un sussulto, un brivido cosicché il risultato che ne scaturisce è estremamente genuino, un prodotto naturale, venduto senza subire particolari passaggi intermedi che ne possano modificare le caratteristiche primarie. E’ un attimo riconoscersi in un linguaggio così semplice e diretto allo stesso tempo, efficace e veritiero, pieno di speranza per il tempo che verrà e allora è molto facile emozionarsi.

SCUSATE IL RITARDO – PICCOLISSIMO RICORDO DI MASSIMO TROISI – di Fausto Jannaccone

Prendendo la circumvesuviana verso sud, prima di arrivare a Portici ed Ercolano, attraverserete quella zona dell’interland napoletano che risponde al nome di San Giorgio a Cremano. Tra queste vie 61 anni fa, il 19 Febbraio, in un’affolata casa, Alfredo ed Elena davano alla luce uno dei loro sei figli, il piccolo Massimo. Quello stesso anno, qualche casa più in giù nasceva anche Raffaele Arena, per tutti Lello.
Ventitrè anni più tardi ai due, che già avevano iniziato a collaborare qualche anno prima con piccoli esperimenti teatrali, tra la parrocchia ed il garage in affitto battezzato Centro Teatro Spazio, si unirà Vincenzo Purcaro e si formeranno così I Saraceni, trio che porterà i tre alla prime luci della ribalta: saranno conosciuti come La Smorfia.
Il dialetto napoletano, le specifiche distorzioni linguistiche di ognuno dei tre, e poi la loro stessa fisionomia: tutto contribuiva alla riuscita di un teatro comico ed alrecchinesco che giocava sul qui pro quo, e quindi sul dissacrare e vezzeggiare usi, costumi e luoghi, figurati e non, prima tra tutti la loro Napoli.
ricomincioda3E questo sarà il modus operandi che Massimo e Lello trasporteranno poi anche nel cinema: Troisi sarà sempre il pesce fuor d’acqua, l’emarginato, spesso autoemarginantesi, timido ed impacciato, che deve trovare il modo di farsi accettare nei contesti in cui si ritrova, emigrante, sognatore, innamorato, generoso ed inesperto. A fargli da spalla e contraltare rafforzativo Arena sarà molto più il napoletano steriotipato: arruffone, arrangiato, indolente e mai timoroso di imporre se stesso agli altri, in primis il compagno.
Ma in tutte queste commedie, come “Ricomincio da tre” e “Scusate il ritardo”, il lieto fine è sempre lì a testimoniarci come la timidezza, la dolcezza, l’umiltà alla fine trovino sempre moneta a ripagarle.
Ognuna di queste commedie è poi incastonata di una serie di memorabili gag da consegnare alla storia della commedia; e così è servita su di un piatto d’argento la sicura riuscita dell’esperimento di affiancare l’attore napoletano ad un altro caratterista suo coetaneo: quello che Troisi e Benigni andranno a fare nel film “Non ci resta che piangere” è la posa di una pietra miliare nel firmamento delle commedie italiane di maggior successo in assoluto.
Benigni continua ad incarnare quell’irrequitezza che prima era appannaggio di Arena, da mettere a confronto con la pacata arrendevolezza del napoletano; questa volta però è un coprotagonismo, i campioni sono due e non è più un assolo: adesso è diventato un po’ come una duetto jazz tra pianoforte e tromba, o meglio ancora un ballo veloce sulle cadenze di un incalzante avvicendarsi di scene divertenti ed indimenticabili. Seguirono molti altri lavori, seguiti da vari riconoscimenti. Tra questi vale la pena ricordare Pensavo fosse amore… invece era un calesse.
Poi arrivò la notte di 20 anni fa: il 4 giugno 1994 Massimo era a casa di amici quando lo colse un attacco di cuore, quel cuore che da sempre lo aveva perseguitato, che lo aveva costreto ad un delicato intervento in America quando aveva solo 23 anni, aiutato economicamente dagli amici della parrocchia e da Il Mattino, e per fortuna riuscito. Aveva appena finito le riprese de Il postino. Già durante le riprese non stava bene, tanto che gli era stato più volte consigliato il trapianto, ma lui diceva che “questo film lo voglio fare con il mio cuore“. Ed anche per questo in tano hanno visto in questo ultimo lavoro il suo testamento morale.
Quel Trosi che abbiamo conosciuto fin qui adesso è maturo, e la simpatica tenerezza che suscitava adesso è diventata una piacevole commozione. Il riso amaro che provoca nello spettatore è profondo, sincero, umanissimo. Liberamente tratto dal libro Il postino di neruda, parla dell’amicizia che nasce tra questo postino ed il poeta: così la poesia è il pretesto, il motivo di fondo, il fine ed il mezzo con cui tutto il film si esprime. Guardare le scene finali di quel film, sapendo che sarebbe stato il suo ultimo, lasciano un nodo in gola sincero, semplice, genuino, come era Massimo Troisi.

La recensione di oggi: 12 ANNI SCHIAVO di Steve McQueen – di Michele Iovine

12-anni-schiavo-160031_w1000(1) (1)Steve McQueen è uno dei registi contemporanei più interessanti del panorama cinematografico mondiale. Dopo due film più piccoli dal punto di vista della produzione, come ‘Hunger’ e ‘Shame’ che sono stati acclamati dalla critica e dal pubblico, è giunto per il video artista londinese il momento di confrontarsi con un film ad alto budget. E’ arrivata Hollywood nella sua vita. La storia è molto semplice, siamo in America nel 1841 e un talentuoso violinista di colore, Solomon Northup, viene rapito con l’inganno e portato in Louisiana, dove sarà schiavo nelle piantagioni di cotone per dodici anni, senza che la moglie e i due figli sappiano più niente di lui. Chi pensa di andare al cinema e di assistere al classico film hollywoodiano che come tutti i biopic (la storia è vera, tratta dalle memorie scritte del protagonista) procede in maniera didascalica, pieno zeppo di cliché narrativi, si sbaglia. Di questa struttura narrativa fortemente standardizzata, il film ne ripercorre a grandi linee le forme, ma non ne è mai vittima. Il lavoro di promozione che è stato fatto sulla pellicola (trailer e pubblicità varie) faceva credere effettivamente questo, ma in realtà non siamo di fronte ad un prodotto confezionato ad hoc, con musiche trionfanti verso il finale alla John Williams e farcito di sentimentalismi retorici, una sorta di Schindler’s List sulla schiavitù per intendersi. Il regista riesce a conferire in maniera abbastanza pregnante il suo stile alla pellicola, regalandoci delle immagine evocative di forte impatto e di reale crudezza, iperrealiste e nel fare questo a volte è perfino eccessivamente freddo, molto distaccato, tant’è che proprio quelle emozioni così intense che uno si aspetta di provare di fronte ad una storia come questa (seppur ripeto, con il rischio di sfociare in un vasto patetismo) vengono a mancare nella forma più classica che conosciamo, ma in questo caso non è un difetto, ma piuttosto un pregio. Gran bel film nel complesso, anche se nella parte centrale si evince una leggera piattezza narrativa che fa un po’ arrancare la storia. Da segnalare una scena su tutte (quella della sua tentata impiccagione), di grande fattura, di grande cinema e un finale toccante, seppur asciutto ed essenziale allo stesso tempo. McQueen si conferma un regista di grandissimo livello, soprattutto in questo caso, dove il tranello era in agguato. Nove nominations agli Oscar, parte come favorito per fare incetta di premi, ne merita alcuni, ma non tutti, non miglior film.

 

La recensione di oggi: A PROPOSITO DI DAVIS di Joel & Ethan Coen – di Michele Iovine

New York, 1961. Siamo nel Greenwich Village, il quartiere di Manhattan dove in quel periodo si riunivano la maggior parte degli artisti che tentavano di affermarsi e di guadagnarsi da vivere con la propria arte, chi con la pittura, chi con la scrittura, chi con la musica. Llewyn Davis è un cantante folk che cerca di sopravvivere, promuovendo la sua musica tra un concerto e l’altro nei piccoli club della Grande Mela. Non è facile però, il suicidio del suo partner musicale lo ha costretto infatti a reinventarsi una carriera da solista che al momento non sta dando i suoi frutti e vive come un vagabondo cercando ospitalità tra i pochi amici che gli sono rimasti. In perfetto stile Coen il personaggio di Davis è un perdente e lo è non solo dal punto di vista artistico, ma lo è su tutti i fronti, su quello sentimentale, la sua ex ragazza sta con il suo migliore amico e abortisce perché non sa di chi è il bambino che aspetta, è un perdente anche sul fronte familiare, la sorella è fredda, scostante nei suoi confronti. Attraverso una pregevole fotografia che sembra più che ricostruire quel periodo, filmare direttamente quel momento storico, lo spettatore assiste così, in chiave profondamente pessimista, alla storia di questo cantautore, liberamente ispirata alla vita del folk-singer Dave Van Ronk, I Coen però, tutto questo pessimismo, lo mostrano a modo loro, in maniera cinica, attraverso personaggi surreali, folli che permettono al film di viaggiare sempre a cavallo del confine tra dramma e commedia, senza mai lasciare spazio a momenti patetici o retorici, ma al contrario, dando vita a sequenze piuttosto esilaranti e grottesche. L’altra grande abilità dei fratelli di Minneapolis, oltre a saper riconfermare quelle che sono le caratteristiche del loro cinema, seppur dai contorni leggermente più sfumati in questo caso, è quella di rendere protagonista un altro elemento, la musica che acquisisce la stessa importanza e valenza sul piano dei contenuti di quella dell’eroe principale, attraverso il quale progredisce il racconto.Inside-Llewyn-Davis-Oscar-Isaac Anzi, è proprio la musica la vera protagonista della pellicola. I Coen ci regalano ampi momenti musicali in cui ascoltiamo intere canzoni per tutta la loro durata reale e ciò avviene, non esclusivamente per un’esigenza puramente formale, ma al contrario, perché le ballate folk racchiudono nei loro testi l’essenza stessa della storia di Davis, attraverso le vicende di vagabondi, di umani erranti senza una meta precisa in cerca della loro terra promessa, il cui orizzonte si allontana sempre di più fino a diventare invisibile agli occhi e alla propria anima. E’ un pessimismo potremmo dire addirittura cosmico quello che ci viene mostrato, non sono infatti solo le scelte sbagliate del protagonista a condannarlo artisticamente, ma è soprattutto il destino che si mette di traverso e di fronte al quale l’uomo non può fare niente, neanche impiegando tutte le sue forze. E’ il destino ineluttabile che condanna Davis ad uscire di scena proprio un attimo prima che il più grande di tutti faccia la sua comparsa al Greenwich e riesca a sdoganare questo tipo di musica attraverso la sua chitarra e la sua armonica, nome e cognome Bob Dylan.

ADDIO PHILP SEYMOUR HOFFMAN – di Michele Iovine

PSHBigLebowski1C’era tanta folla. Molte generazioni, dai tredici ai settant’anni. Mi ricordo le braccia tese in avanti per cercare di cogliere l’attimo, il frammento di secondo in cui potevi immortalare con uno scatto quel momento e mostrare orgogliosamente ai tuoi amici di averli visti dal vivo, di aver condiviso con loro pochi secondi, ma intensi, della tua vita. Io ero lì nel mezzo alla gente e un po’ mi vergognavo, mi sentivo come un ragazzino adolescente un po’ pazzo e isterico, disposto a fare di tutto per toccare, baciare anche solo incrociare il proprio sguardo con quello di un suo beniamino. L’attesa era spasmodica. Era Settembre, a Venezia si celebrava la cerimonia di apertura della 68° mostra internazionale del Cinema con il film di George Clooney “Le idi di Marzo” che inaugurava la kermesse. Il cast era stellare e non era solo Mr. Clooney ad essere atteso dalla folla, oltre a lui c’erano Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Paul Giamatti, Ryan Gosling che per la delusione delle ragazzine però aveva dato forfait all’ultimo e poi lui, Philip Seymour Hoffman. Arrivarono tutti insieme e salirono sulla passarella, leggermente rialzata rispetto alla superficie della strada cosicché tutti potevano vedere. Clooney da grande show man andò subito dai suoi fans e si fece tutta la passerella firmando autografi, facendosi foto, un mattatore, gli altri si limitarono a salutare, a sorridere, ma non se la sentirono di condividere con Clooney tutta quell’atmosfera e rimasero un po’ in disparte, eseguendo in maniera molto formale il rituale della passerella. Fu quella la prima e ultima volta che lo vidi, poi non ci fu più occasione nelle edizioni a venire. Però me li ricordo bene quei momenti e mi ricordo di questo omone non certo bello a vedersi, grassoccio, con la barba bianca incolta che se ne stava lì a compiere forse la parte meno bella del suo lavoro, ma collaterale alla sua professione e se ci pensiamo bene anche questo è recitare. La prima cosa a cui pensai era che questo attore nelle occasioni pubbliche rispecchiava molto quella che era la visione che la gente che lo amava, aveva di lui. Philip Seymour Hoffman era un signor attore, ai livelli dei più grandi, ma era riuscito, secondo me volontariamente, a rimanere sempre un passo leggermente più indietro degli altri dal punto di vista della visibilità, del glamour, sempre un po’ in ombra, come di solito succede ai caratteristi a cui è riconosciuto un grande talento, ma non sono mai pubblicamente troppo in vista. Eppure chi il cinema lo amava veramente, sapeva che su quella passerella, a pochi metri, c’era una star e che gran parte delle future emozioni che avrebbe vissuto difronte al grande schermo negli anni a venire sarebbero dipese, tra i tanti, proprio dal buon Phil. In questo momento triste, può sembrare strano a dirsi, anche crudele, ma quello che pensi che ti mancherà di più, non sarà tanto l’aspetto umano, quello è un dolore troppo intimo, tutto della famiglia e degli amici stretti, ma ti mancherà il personaggio. Ho sempre pensato agli attori prima che come esseri umani, come maschere, come i ruoli viventi che hanno interpretato nella loro carriera e mentre osservavo dal vivo Philip Seymour Hoffman non pensavo infatti all’uomo, ma piuttosto a Brant, il maggiordomo de ‘Il grande Lebowsky’, all’uomo insicuro e malato di sesso in ‘Happiness’ di Todd Solonz, all’infermiere in quel grande capolavoro che è ‘Magnolia’ di Paul Thomas Anderson, al prete accusato di pedofilia ne ‘Il dubbio’, allo splendido Capote, nell’omonimo film che gli valse il premio Oscar e poi ancora il carismatico capo di una setta spirituale in ‘The Master’, il giornalista musicale Lester Bangs in ‘Almost Famous – Quasi famosi’, il crudele figlio in ‘Onora il padre e la madre’ di Sydney Lumet e tanti altri. Ecco, per me, è come se questi personaggi, nonostante li potrò rivedere ogni qual volta li desidero, avessero continuato a vivere al di fuori della sala e adesso non ci sono più.

La recensione di oggi: THE WOLF OF WALL STREET di Martin Scorsese – di Michele Iovine

Se in vita vostra non avete mai fatto uso di droghe o di altri stupefacenti, dopo la visione di questo film potrete dire, nonostante tutto, cosa si prova sotto l’effetto di tali sostanze. Ebbene si, la nuova pellicola di Martin Scorsese è un trip, un viaggio allucinante e allucinogeno senza un attimo di respiro che ci conduce alla scoperta non tanto di un mondo, quanto a quello di uno stile di vita e lo fa senza mezze misure, senza autocensure. Ampiamente riconoscibile la mano del regista italo-americano a partire dalla voce fuori campo che ci aiuta a districarsi nei meandri di una storia tutta sesso, droga e rock’n roll e anche dal punto di vista della costruzione narrativa. Assistiamo infatti ad una trama del tutto classica e standard, tipica del biopic, dove il personaggio attraversa tutte le fasi che un eroe è solito compiere, quello dell’ambizione iniziale, della delusione, seguito dalla rivincita e dal successo per arrivare poi all’epilogo finale attraverso la sua parabola discendente. Bisogna però dire che la dove si è a volte prigionieri di una struttura piuttosto standardizzata, come in questo caso, il regista sa conferirgli una forma di grande spettacolarità, facendo leva sul versante più irriverente e comico possibile che fa divertire lo spettatore, lo coinvolge, lo invoglia inconsciamente a fare parte di quel mondo nel quale, seppur non si riconosce, proprio come sotto l’effetto di alcool o droghe, ne è improvvisamente attratto e ha voglia di viverlo fino in fondo, per una notte, una serata soltanto. A tratti addirittura potremmo dire demenziale, (vedi a questo proposito la scena tra di Caprio e Jonah Hill del telefono) il film non ha inibizioni di alcun tipo, Scorsese ci regala delle scene da antologia, estreme, con uno stile visivo che rispecchia a pieno l’ideale che la maggior parte dell’opinione pubblica ha di questo spaccato di società e infatti alla fine, nonostante l’enorme quantità di eccessi a cui siamo sottoposti durante la visione, l’unico aggettivo che ci sentiamo certamente di non affibbiare a questa pellicola è quella di scandalosa. Come spesso accade Scorsese però non si sa gestire molto con i tempi (vedi ‘The Aviator’ e ‘Gangs of New York’) e difatti la lunghezza (3 ore piene) non gioca pienamente a suo favore. Nella seconda parte si comincia leggermente ad accusare la stanchezza, la pellicola tende a diventare un po’ troppo prolissa e sembra, a tratti, non trovare mai una sua conclusione, un suo punto d’arrivo. In particolar modo il regista incappa in quell’errore che aveva saggiamente saputo arginare per più di metà film, ovvero quello di lasciare spazio ad alcune scene prevedibili e scontate (come il litigio con la moglie) che fanno perdere un po’ di valore al film che nel suo complesso rimane comunque esaltante. Di Caprio stellare, forse è la volta buona per l’Oscar?THE WOLF OF WALL STREET

La recensione di oggi: IL CAPITALE UMANO di Paolo Virzì – di Michele Iovine

Non c’è migliore pubblicità della polemica preventiva. E infatti, sull’onda delle accuse mosse alla nuova pellicola del regista livornese, fin dal suo primo giorno di uscita, ‘Il Capitale umano’ è partito fortissimo, con ottimi incassi. Se tutto questo clamore è servito a portare al cinema persone che forse non sarebbero neanche andate a vederlo o ne ha stimolato in qualche modo la visone, oserei dire, ben vengano, perché questo potrebbe essere uno dei migliori film italiani dell’anno. Lo so, è presto per dirlo, mancano ‘appena’ undici mesi e mezzo alla fine del 2014, ma questa pellicola è davvero il prodotto finale di un lavoro di alta qualità. Virzì ci porta nel Nord Italia, dentro il mondo dell’alta finanza, quella della speculazione, del rischio, dell’azzardo e lo fa con uno stile molto cupo, grigio, tipico del noir e attraverso una galleria di personaggi tutti ben definiti e perfettamente ritratti nella loro posizione professionale e sociale, sfida già questa di per se ardua, in quanto era molto facile cadere nel temibile tranello della ‘macchietta’, ma l’ottimo cast di attori scelti, sa ampiamente dare una maschera e un’interpretazione credibile, all’altezza dei ruoli che gli sono stati assegnati. Il veicolo della significazione della pellicola, ciò che la fa progredire e gli conferisce un senso, è indubbiamente il montaggio delle scene, divise in capitoli, dove si ritorna sempre indietro e una stessa sequenza ci viene riproposta più volte dal punto di vista del singolo personaggio che se prima avevamo solo visto comparire furtivamente, grazie a questo artificio stilistico, entra in primo piano nella narrazione. Vi sono due storie che s’intrecciano continuamente, una che vede direttamente protagoniste le famiglie Bernaschi (Gifuni & Valeria Bruni Tedeschi) e Ossola (Bentivoglio e Golino) e ci narra di un investimento rischioso e senza averne le possibilità, da parte di quest’ultima e l’altra che invece verte intorno a un incidente stradale dove sono coinvolti i rispettivi figli (ex fidanzati). valbtIl baricentro dell’attenzione viene spostato continuamente da una parte all’altra, tramite i singoli capitoli ed è forse proprio in questo frangente che ogni tanto Virzì non controlla perfettamente la materia che ha in mano e tende a focalizzare l’interesse dello spettatore in maniera non sempre proporzionale sulle due vicende, facendo emergere maggiormente uno dei due filoni narrativi a discapito dell’altro. In particolar modo si tende ad immedesimarci di più con la vicenda finanziaria che vede coinvolti Gifuni e Bentivoglio, forse perché attratti dalle loro interpretazioni così sopraffine o semplicemente perché introdotta subito nella prima parte, mentre la vicenda dell’incidente che pur apre il film, quindi messa in primo piano, tende ad acquistare importanza solo verso il finale, dopo più di metà pellicola. A questo proposito poi, fa la sua entrata in scena, un ulteriore personaggio che si dimostrerà fondamentale ai fini della conclusione dell’intera storia, nel suo complesso, ma verso il quale si fatica a provare una certa empatia in quanto inserito troppo tardivamente e dopo che quasi tutti gli altri personaggi sono stati approfonditi ampiamente e quindi assimilati dallo spettatore. Pur non essendo perfetto Virzì nel maneggiare l’intreccio, lo è però dal punto di vista stilistico e della direzione degli interpreti, confermandosi uno dei registi più importanti e talentuosi che abbiamo in questo momento in Italia.

LA STAGIONE CINEMATOGRAFICA 2013 – di Michele Iovine

grandeCome sempre, quando si arriva a fine anno, è tempo di bilanci e di classifiche. Per quanto riguarda il settore della cinematografia, la questione è un po’ complicata e si differenzia da paese a paese a seconda delle date di uscita dei film. Per correttezza e anche per seguire un criterio logico, ho deciso di prendere in considerazione solamente le pellicole che sono uscite in Italia, nell’arco di tempo che va da Gennaio 2013, fino all’ultima settimana di Dicembre di quest’anno. Alcuni film che saranno nominati in questo articolo, sono usciti lo scorso anno (2012) nel loro paese di origine, mi riferisco in particolar modo ai film americani, ma sono stati distribuiti da noi soltanto nell’anno corrente e quindi sono legittimati ad essere presenti nella classifica. Altresì, delle pellicole che magari sono uscite quest’anno in alcuni paesi, non hanno invece avuto ancora una distribuzione da noi nel 2013 e quindi non possono rientrare all’interno di questa classifica, ma potranno essere prese in considerazione solo per il 2014. Infine, l’altra difficoltà con la quale ci si scontra, è quella puramente soggettiva del gusto, ma difatti questa classifica, serve in realtà, non solo a stilare un elenco di valore delle singole pellicole, quanto piuttosto per stimolare un dibattito. Dopo queste obbligate premesse, partiamo con la classifica in ordine di preferenza: • GRAVITY di Alfonso Cuaron. Era una delle pellicole maggiormente attese. Il film ha dovuto lottare contro alcuni pregiudizi che lo qualificavano a prescindere, come il classico blockbuster a stelle e strisce (la solita americanata per intendersi), ma è riuscito alla fine a sovvertire le previsioni. Il miglior film dell’anno, perché nessuno fino ad adesso era riuscito a filmare come Alfonso Cuaron l’ignoto spazio profondo e a far vivere un’avventura in tempo reale intorno all’emisfero terrestre. Estasi visiva pura. • PHILOMENA di Stephen Frears. Una grande sceneggiatura che tiene costantemente la pellicola in bilico tra la commedia e il dramma. Una splendida collaborazione tra i due attori Steve Coogan e l’oramai sempreverde Judi Dench che regalano nel complesso una delle migliori interpretazioni dell’anno. • LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino. Il cinema nella sua forma più grande e complessa. Un viaggio attraverso la Roma moderna, paradigma del degrado della società nella sua interezza,fatta di falsi miti, di solo apparire, di vacuità. Nostalgico, affascinante. Sorrentino gira da maestro. Speriamo nell’Oscar • CAPITAN PHILIPS di Paul Greengrass. La storia vera del capitano di una nave da carico assaltata dai pirati somali nell’Oceano Indiano. Azione, suspence e avventura regalano un mix adrenalinico incredibile fino alla fine che tiene con il fiato sospeso lo spettatore, senza mai diventare banale o eccessivo nella sua spettacolarità. Uno dei migliori Greengrass di sempre, come ai tempi di United 93. • LA VITA DI ADELE di Abdel Kechiche. L’omosessualità è il tema sociale dell’anno o forse di questi ultimi anni e il regista tunisino riesce a raccontarlo come finora in pochi ci erano riusciti. La sessualità di due ragazze adolescenti, vissuta intensamente, carnalmente, ma senza morbosità o psicodrammi. • IL LATO POSITIVO di David O. Russel. La miglior commedia dell’anno. Brillante e divertente, sempre in bilico anche qui, tra due generi, la commedia appunto e il dramma, ma sono indubbiamente maggiori i momenti in cui si ride. Strepitosa l’interpretazione dei due attori Bradley Cooper e del premio Oscar Jennifer Lawrence • LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE di Pif. Questa è la sorpresa dell’anno. Da Pif ci aspettavamo un prodotto di qualità sull’onda della sua bellissima trasmissione ‘Il testimone’, ma non di così alto livello. Un film di grande impegno civile su uno dei fenomeni peggiori del nostro paese, forse il ‘problema’ per eccellenza dell’Italia, con tutte le conseguenze e le sottoforme di criminalità che ne derivano. Si parte ridendo, si finisce piangendo. Bravissimo Pif • ZERO DARK THIRTY di Kahtrin Bigelow. L’unico difetto che ha questo film è quello di essere uscito dopo ‘The hurt Locker’ della stessa regista e di tema affine, premiato con l’Oscar, altrimenti forse avrebbe stravinto tutto. La cattura di Bin Laden raccontata con una forza ed un’intensità di emozioni bellissime che si susseguono senza mai, mai lasciare spazio a qualsiasi aspetto retorico o sentimentalista di sorta, pro America. Che regista la Bigelow!! • MISS VIOLENCE di A. Avranas. E’ uscito in Italia, ma in poche copie, in realtà è stato uno dei film rivelazione dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia che ha sconvolto tutti. La violenza domestica raccontata con uno stile freddo e lucido, rigoroso e controllato che descrive la depravante e quantomai straziante condotta di vita di una famiglia greca, senza mai mostrare troppo, ma lasciando intuire molto. • DJANGO UNCHAINED di Quentin Tarantino. Non poteva mancare lui, uno dei registi più importanti di questi ultimi vent’anni. Tarantino non sbaglia niente in questo spaghetti western in salsa pulp dove troviamo tutto il suo cinema. Una prima parte praticamente perfetta. Indubbiamente Tarantino ha il merito di aver inventato un nuovo stile e si conferma alla grande.Django-Unchained-Jamie-Foxx-Christoph-Waltz-2

I casi particolari:

LA SORPRESA: VIA CASTELLANA BANDIERA di Emma Dante. Ha sorpreso tutti al Festival di Venezia. Dei tre italiani in concorso era il meno quotato, invece la regista teatrale siciliana, al suo primo lungometraggio, ha lasciato tutti a bocca aperta. Un bellissimo racconto sull’essere umano e sul mito dell’individualismo a cui Emma Dante riesce a dare un ampio respiro, travalicando il confine geografico in cui si svolge la storia. Una strada, due macchine, due donne che non vogliono cedere il passo. Era un’impresa difficilissima da raccontare, ma ci è riuscita pienamente.

LA DELUSIONE: RUSH di Ron Howard. Era uno dei film più attesi dell’anno. Una storia perfetta quella della rivalità tra Hunt e Lauda da portare sul grande schermo, ma Ron Howard ha sbagliato tutto. La Rai o Mediaset, attraverso una fiction, avrebbero fatto di meglio.

SOTTOVALUTATO: THE BLING RING di Sofia Coppola. In perfetto stile Coppola, la figlia di Francis, ci regala una storia delle sue. Calma, pacata, con un ritmo costante e uno stile sempre molto controllato, ma che dice tanto, tantissimo su quel mondo così estremo ed esagerato come quello dello star system. Solo lei ci sarebbe potuta riuscire a descriverlo in maniera così impeccabile e distaccato allo stesso tempo. Non molto apprezzato a Cannes, dove è stato presentato fuori concorso, vale invece e molto. Più che sottovalutato, la nozione corretta sarebbe: ‘riguardatelo perché non c’avete capito niente’

SOPRAVVALUTATO: LA MIGLIORE OFFERTA di Giuseppe Tornatore. Quando un film italiano va bene bisogna sempre essere contenti, soprattutto quando la sua fama sconfina dal territorio nazionale, però questa pellicola non è affatto impeccabile. In particolar modo viene da fare il confronto con un film simile dello stesso Tornatore, ‘La sconosciuta’ che ne richiama le atmosfere torbide, scure da noir. Interpretazioni discutibili (bruttissimo il doppiaggio) e soprattutto una sceneggiatura scontata e prevedibile.

La recensione di oggi: PHILOMENA di Stephen Frears – di Michele Iovine

Judi Dench in PhilomenaIrlanda 1952. La giovane Philomena Lee rimane incinta e viene disonorata dalla famiglia che la spedisce in un convento di suore. Qui partorisce, ma il bambino che potrà vedere soltanto per un’ora al giorno, qualche anno dopo viene dato in adozione. 2002. Sono trascorsi cinquant’anni, Philomena non ha ancora smesso di cercare il suo bambino e un giornalista, appena licenziato, venuto a sapere della vicenda, si unisce all’anziana madre nelle ricerche del figlio, con il pretesto di cercare una storia da raccontare che possa rilanciare così la sua carriera. Il nuovo film di Stephen Frears si candida per essere uno dei più bei film dell’anno, se non il migliore in assoluto. Questo giudizio se lo era già aggiudicato tra gli spettatori che a Settembre lo avevano visionato in anteprima mondiale alla 70 Mostra Internazionale dell’arte cinematografica di Venezia, dove, seppur non ottenendo il massimo riconoscimento, aveva convinto tutti, risultando di gran lunga il miglior lungometraggio selezionato. Non aveva vinto il Leone d’Oro, (film troppo superiore alla concorrenza), ma aveva ottenuto un altro importante riconoscimento durante la serata di premiazione, l’osella per la miglior sceneggiatura. E non a caso direi. Il punto di forza del film risiede indubbiamente nella sua scrittura. A metà strada tra la commedia e il dramma, la sceneggiatura appare particolarmente brillante ed esilarante nei momenti più leggeri, in cui si ride e altrettanto intensa ed emotivamente coinvolgente quando invece si dispiegano i vari passaggi drammatici della storia. Ci si diverte quindi da un lato, ma si piange anche dall’altro e il merito di questa perfetta commistione tra i due generi oltre che della sceneggiatura come detto, è anche di chi si fa carico di valorizzarla, ovvero degli interpreti Judi Dench e Steve Coogan. Una coppia perfetta, in cui entrambi gli attori incarnano al meglio rispettivamente il ruolo della vecchia un po’ svampita, fuori dal mondo, ma anche piena di quell’amore che solo una madre è in grado di provare e del giornalista rampante in cerca di riscatto e di rilancio. Un’alchimia intensa e divertente che cresce sempre di più man mano che la storia procede e che sembra un po’ ricostruire quel rapporto tra madre e figlio che la protagonista non è mai riuscita a vivere. Frears irrompe senza mezze misure in quel mondo cattolico bigotto ed estremista che ha trasformato il concetto di fede da un credo ad un’ideologia, vissuta ai limiti del fanatismo, non come una speranza, ma piuttosto come un dogma. La critica del regista inglese è forte, fortissima, ma anche altrettanto intelligente. Se infatti, ci pone davanti ad una vicenda quanto mai drammatica, Frears sa dosare perfettamente la tragedia che mette in scena attraverso meravigliosi momenti di humor tipicamente inglese che controbilanciano perfettamente la storia, riuscendo a regalare allo spettatore lacrime e risate, gioie e dolori.

La recensione di oggi: THE BLING RING di Sofia Coppola – di Michele Iovine

film-bling-ringAncora una volta Los Angeles, ancora una volta Hollywood e il suo mondo. Con Sofia Coppola c’eravamo lasciati con il bellissimo “Somewhere”, vincitore del Leone d’oro alla 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che ci raccontava la vita piuttosto triste, solitaria e depressa di una star del cinema d’azione, all’interno del famoso Motel Chateau Marmont. “The bling ring” non si discosta poi molto da quest’ultimo film, sia da un punto di vista geografico (la storia è tutta ambientata a Los Angeles) sia per la realtà sociale che descrive. Un gruppo di ragazzini adolescenti, annoiati e in cerca di eccessi, si diverte ad effettuare una serie di incursioni nelle Ville delle star di Hollywood tra Beverly Hills e Bel-Air approfittando dell’assenza dei loro padroni, impegnati sui set o in sfarzosi party in giro per il mondo, per rubare tutto quello che di più prezioso ci può essere: soldi, gioielli, ma anche e soprattutto vestiti, scarpe, borse. Sono dei ladri, ma non tanto di denaro, quanto piuttosto ladri di fama, di visibilità, alla ricerca di quell’esibizionismo che li faccia diventare glamour come le star a cui stanno rubando. Come sempre la Coppola usa il suo stile pulito, asciutto, mono tono, semi-documentaristico, dove non mostra molto, ma dice tanto. In questa sostanziale piattezza narrativa dove tutto procede lungo una linea retta, si nasconde in realtà una descrizione acuminata e dettagliata di un mondo e di uno stile vita che crea una sorta di circolo vizioso. ‘The bling ring’ infatti ci mette di fronte non ad una semplice riflessione sul disagio adolescenziale che sarebbe stata quantomai banale e noiosa, ma piuttosto ci fa scoprire come si generano certe figure che volenti o nolenti, monopolizzano l’attenzione dei media, diventando spesso una notizia e un modello di riferimento per i più giovani. La storia a cui assistiamo non è semplicemente quindi quella di un gruppo di cattivi ragazzi della Los Angeles ‘bene’, ma è in realtà, ad un livello molto più profondo di analisi, la storia di Paris Hilton, di Lindsay Lohan , di come nascono certe icone scandalistiche che proprio grazie alle loro malefatte riescono nel contempo ad avere grande visibilità e a loro modo anche successo. Queste personalità, che sembrano essere descritte all’inizio come le vittime della vicenda, in realtà ne sono le colpevoli, indirettamente sono le responsabili morali di questi episodi, sulle quali ricadono e si ripercuotono, come una sorta di legge del contrappasso, le stesse azioni maldestre ed eccessive di cui sono protagoniste nella loro vita quotidiana. L’importante non è essere dei professionisti nel proprio lavoro, ma fare di tutto per apparire, sfruttando i nuovi metodi di comunicazione come i social network, facebook in particolare, che permette di mostrarsi subito, in tempo reale e peggiori cose si fanno e si commettono, maggiore è l’attenzione e l’importanza che si ottiene. Molto bella a questo proposito la scena finale del film che chiude il cerchio della storia, con una delle ragazzine arrestate per i furti, che durante un’intervista invita ad andare sul suo blog per sapere tutto di lei. Una nuova star è nata!