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IO, NATO QUANDO I GUSTI FONDAMENTALI ERANO 4… – di Marco Ciacci

Cosa c’è di più noioso quando la scienza distrugge le tue certezze? Certezze che ti porti dietro da sempre, nel tuo bagaglio culturale. Cose che hai imparato alle elementari e che dai per assodate. Ad esempio: quanti gusti fondamentali esistono? Io ha sempre risposto 4: dolce (che si avverte nella punta della lingua), salato (sulle papille più laterali), aspro/acido (sempre laterale, ma un po’ più centrale rispetto al salato) e amaro (che permane sulla parte posteriore).

Ora non è più così. Secondo alcuni studi ne esistono altri 2: L’“umami”, che in giapponese vuol dire “saporito” (caratteristico del glutammato, un amminoacido presente in cibi altamente proteici, come carne e formaggio) e l’ultimissimo ritrovato “starchy” (amidoso in italiano).

Quest’ultimo è il gusto associato ai carboidrati complessi presenti in cibi tanto amati come patate, pasta, pane e pizza (ma anche riso). A suggerirne l’esistenza è lo studio di alcuni ricercatori della Oregon State University pubblicato sulla rivista Chemical Senses. Finora, nessuno aveva pensato che i carboidrati complessi come l’amido fossero riconosciuti come tali dalle papille gustative. Dato che gli enzimi salivari li trasformano subito in zuccheri semplici, non vi era dubbio che il loro sapore rientrasse nel dolce. Ipotesi smentita dalla ricerca nella quale ventidue volontari hanno assaggiato soluzioni di carboidrati riferendo di aver sentito un sapore “come di amido”. E l’hanno fatto anche dopo che i recettori del dolce erano stati inibiti, fornendo la prova che esistono recettori che riconoscono il sapore dei carboidrati complessi prima che vengano trasformati in zuccheri semplici. Possiamo dunque aggiungere il neologismo al vocabolario? Non ancora, per gli stessi motivi per cui altre proposte come il gusto ferroso del sangue o quello oleoso dei grassi non hanno avuto il beneplacito della comunità scientifica.rstongue

Ci sono tre criteri da soddisfare affinché un gusto sia definito tale: essere riconoscibile, avere propri recettori e innescare una risposta fisiologica riconoscibile che ne giustifichi l’utilità. I ricercatori pensano che l’amidoso potrà soddisfare tutti e tre i requisiti: è probabile, dicono, che l’importanza energetica dei carboidrati abbia favorito l’evoluzione di un gusto esclusivamente dedicato a loro.

La ricerca del gusto, però, sembra non finire qui: adesso gli scienziati provano anche ad ingannare il gusto. I ricercatori della City University of London hanno infatti inventato il “Taste Buddy”, un bastoncino metallico che si mette sulla lingua e, rilasciando segnali elettrici o calore, stimola le papille gustative come il cibo. Il salato, per esempio, è frutto della reazione tra gli enzimi della saliva e l’idrogeno o il sodio. I ricercatori hanno ottenuto la medesima sensazione stimolando le papille con una leggerissima corrente elettrica. Riscaldando la lingua è invece possibile aumentare la dolcezza di un cibo. In futuro, secondo questi ricercatori, il “Taste Buddy” sarà miniaturizzato e inserito nelle posate, “così da far sentire il sapore della cioccolata anche mangiando i broccoli”.
Insomma, c’è sempre meno gusto ad avere certezze!

COME SI “LEGGE” UN VINO (TERZA PUNTATA) – di Marco Ciacci

Cosa sarebbe un alimento senza il gusto? Va bene gli odori e le sensazioni, ma in fondo un vino si degusta con la bocca e la sensazione che ci dà al momento che beviamo è l’imprinting di maggiore riconoscibilità. È il timbro finale del vino: ci fa dire in modo assoluto se ci piace o no. Ma, innanzitutto, cos’è il gusto? Continua a leggere COME SI “LEGGE” UN VINO (TERZA PUNTATA) – di Marco Ciacci

COME SI “LEGGE” UN VINO? (SECONDA PUNTATA) -di Marco Ciacci

Urina di gatto, cane bagnato, disinfettante, cipolla, cuoio peloso, ma anche merd de poule… voi nel vino cosa ci sentite?

L’odore è uno dei sensi più sviluppati dell’essere umano. Percepire strane sensazioni, innamorarsi di una determinata persona o riconoscere la bontà o la cattiveria di chi ci sta accanto, sono fasi cognitive del cervello derivate da fasi ancestrali delle nostre esperienze olfattive. Quando poi si annusa un alimento, già sappiamo se può riscontrare i nostri gusti (Pinocchio infila il naso dentro la medicina e dice che è amara). Forse è anche per questo che il giudizio olfattivo di un vino è senz’altro prioritario rispetto a tutti gli altri. Ma il fatto di sentire tanti profumi differenti, non è sempre sintomo di bravura. Continua a leggere COME SI “LEGGE” UN VINO? (SECONDA PUNTATA) -di Marco Ciacci

DENOMINAZIONE DI ORIGINE, SINONIMO DI QUALITA’? – di Marco Ciacci

Avere una conoscenza e una cultura dei vini non è più una pratica snob e che interessa solo una piccola percentuale spocchiosa degli italiani. L’apertura di un pubblico più ampio nei confronti del “mondo vino” e l’interesse sempre maggiore verso questa bevanda ha notevolmente trasformato il mercato. Le richieste sempre più specifiche dei clienti, hanno generato un allungamento delle carte dei vini di bar e ristoranti, per assecondare ogni gusto. Insomma, gli italiani bevono e pretendono, giustamente, di bere meglio. Ma se ci sentiamo perduti nella giungla dei vini, ma si vuole comunque puntare sulla qualità? Uno dei fattori che dovrebbe garantire un buon livello di qualità è rappresentato dalle cosiddette “denominazioni di origine”, cioè da quella serie di norme e discipline che suggeriscono ai produttori le modalità di produzione dei vini che dovrebbero avere un livello di qualità piuttosto elevato. L’appartenenza di un vino ad una determinata categoria di denominazione di origine costituisce una reale e sufficiente garanzia di qualità?

winesite_maps_TuscanySpesso si trovano dei vini, appartenenti alla stessa denominazione di origine, che hanno innegabilmente livelli qualitativi assolutamente diversi, alcuni di questi a malapena arrivano alla mediocrità, eppure, sono considerati a pieno titolo, istituzionalmente riconosciuto, come degni rappresentanti di una produzione di alta qualità. Ad onore del vero, il termine stesso che viene utilizzato per questi vini, denominazione di origine, non fa riferimento a nessun termine che indichi la qualità, di fatto, garantisce unicamente la zona di provenienza di un vino.

Non c’è dubbio sull’importanza di tutelare e garantire la tradizione e la tipicità dei vini e delle uve provenienti dalle zone storiche e tradizionalmente vocate alla vitivinicoltura, tutti sappiamo che la zona di provenienza e di coltivazione delle uve rappresenta un fattore fondamentale per la qualità di un vino. Se si analizzano i testi delle disciplinari di produzione delle denominazioni di origine dei vari paesi che adottano un sistema di qualità di questo tipo, spesso si trovano delle “precise” indicazioni sia sulla coltivazione delle uve, sia sulla produzione del vino, tuttavia è innegabile che i risultati, da produttore a produttore, siano notevolmente diversi.

Purtroppo o per fortuna, la qualità vera o propria del prodotto è sempre legata strettamente alla serietà e alle scelte del produttore, piuttosto che alle indicazioni delle disciplinari di denominazione di origine. Si può coltivare la vite nel luogo più adatto del mondo, ma se questa coltivazione viene fatta in modo approssimativo e speculativo e il vino viene prodotto con pratiche generiche e poco attente, non si può certamente pretendere di ottenere un prodotto di qualità, a dispetto dell’eccellente luogo di produzione.

Giusto per dare qualche numero: solo in Italia ci sono 330 vini Doc e 73 Docg … Denominazione di origine uguale a qualità, dunque? Forse, ma da sola non basta a fare un grande vino.

UN BUON TAPPO NON PERDE MAI! – di Marco Ciacci

 

Un grande vino ha bisogno di un ottimo tappo e imparare a riconoscerlo aiuta a capire cosa stiamo bevendo. Il tappo ha la funzione principale (e quasi ovvia) di tappare quasi ermeticamente la bottiglia ed è tanto più importante quanto più a lungo il vino deve invecchiare. Per un Brunello è dunque fondamentale che il tappo sia buono, mentre per un novello no. Punto primo e necessario per riconoscere un tappo di qualità è che deve essere “monopezzo”. Questo tipo di tappo si trova infatti in tutte le bottiglie più “pregiate”. Ma anche un tappo ha una vita, un suo logoramento e può rovinarsi. Quando si va a stappare una “bottiglia antiquaria” (25-30 anni), deve sempre controllare se i tappi cominciano a colare. Se il tappo geme (ovvero avere perdite) significa che è completamente impregnato e non ha più tenuta. A quel punto o bevete il vino oppure fate “restaurare” la bottiglia nella sua cantina di origine. Vi verrà restituita con un certificato che attesta l’avvenuta sostituzione del tappo, nel caso di bottiglie molto costose tale operazione viene fatta in presenza del notaio.  Il tappo di sughero proviene dalla scorza della quercia (Quercus suber) adulta che viene decorticata ogni 9/12 anni, a mano, da maggio ad agosto. Il 60% di questa produzione è in Portogallo ma ci sono ottimi tappi fatti in Sardegna e in Spagna, mentre più recente e meno reputata è la produzione di Marocco, Algeria e Tunisia. Ogni azienda offre tappi di dimensione, qualità e prezzo diverso: da 0,20 centesimi a 1 Euro e mezzo – (ça va sans dire: tappo più costoso=maggiore qualità).

tappiIl sughero è formato da cellule morte di tessuto legnoso. Le lenticelle, cioè le venature e i pori visibili nei tappi sono i canali che, nella pianta, permettono gli scambi gassosi fra l’interno e l’esterno del tronco. Per la conservazione del vino le lenticelle sono però un difetto perché producono un eccesso di traspirazione. Dunque la prima cosa da valutare è la compattezza del tappo e l’assenza quasi totale di lenticelle. I tappi scelti a mano, dove le imperfezioni sono pressoché assenti, sono i più cari.

È inoltre importante la lunghezza. I tappi di 5 cm sono quelli più diffusi nei vini a lungo invecchiamento come Barolo e Brunello ma è frequente anche l’utilizzo di quelli di 6 cm. Tappi più corti danno meno garanzie di durata nel tempo del vino, tuttavia ci sono produttori, anche molto reputati, che preferiscono tappi corti ma di grande diametro. Molti tappi vengono trattati con perossido di idrogeno (acqua ossigenata) per sbiancarli e disinfettarli, spesso sono anche incerati per facilitare l’immissione e l’estrazione dalla bottiglia. In realtà un crescente numero di produttori di vino predilige i sugheri al naturale. Dunque la bellezza del tappo non è un indice attendibile della qualità del tappo.

Vediamo ora il problema più grosso: l’odore di tappo. È il maggior inconveniente delle chiusure in sughero e le ditte produttrici così come le cantine fanno di tutto per impedirlo, effettuando controlli di laboratorio e prove ripetute. Tuttavia può succedere e allora bisogna imparare a riconoscerlo per non arrivare in tavola con una bottiglia difettosa. L’odore di tappo assomiglia a quello di segatura e impedisce di sentire ogni altro aroma. Se il tappo presenta un sentore simile bisogna degustare il vino e se è difettoso buttarlo via, aspettare che svanisca è del tutto inutile. Oltre all’odore di tappo ci sono altre “devianze” dell’aroma che derivano da inquinamenti del bosco di querce, oppure dai processi produttivi o dai luoghi in cui è stato conservato il sughero. Anche queste imperfezioni possono rovinare il piacere di un grande vino benché siano meno devastanti della puzza di tappo e, per fortuna, spesso diminuiscano con l’ossigenazione.

 

SARAGO AL CARTOCCIO – di Fausto Jannaccone

wbdommn1aNon passa giorno senza che sui giornali, riviste, siti, link, applicazioni e quant’altro non si legga di quanto faccia bene il pesce e male la carne, di come i giapponesi, popolo di pescatori e patria del sushi, siano una popolazione dalla fenomenale longevità, e come la dieta mediterranea sia indicata tra le migliori. Oltre a questo, è ben risaputo quanto il pesce sia buono. Ora non mi permetto certo di levare la carne dalle nostre tavole, rischierei senz’altro il rogo in Piazza del Campo; però sicuramente il pesce nella mia dieta settimanale ha una netta predominanza sulle carni, soprattutto rosse. Per la ricetta di oggi ho optato per fare un secondo di pesce in forno, al cartoccio; e quando si parla di secondi di pesce al forno, la scelta migliore è sempre quella di prediligere le grandi dimensioni, quindi diffidate da chi, per quattro persone, per esempio, propone 4 pesci di piccola stazza: un pesce più grande è sempre molto più buono dei pesci piccoli.

Ingredienti per 4 persone:

– un pesce di circa un kg (oggi ho trovato un Sarago di circa 900gr)

-una patata abbastanza grossa

-una decina di pomodorini

-un porro

-qualche cappero sotto sale

-prezzemolo

-olio e.v.o

-sale e pepe qb

-per la guarnizione: aceto bianco, anice e cumino

Per prima cosa prendete una scodella abbastanza capiente, nella quale ci metterete la patata fatta a cubetti abbastanza piccoli, pomodorini tagliati in quattro, il porro fatto a mezze rondelle, prezzemolo tritato, i capperi, olio e.v.o. generoso, quindi sale e se ne disponete un po’ di insaporitore per pesci di quelli già pronti. Quando sarete a tagliare il porro la parte che userete sarà solamente quella bianca, però almeno parte del restante porro salvatela, ci servirà dopo per la guarnizione. Mischiate tutto con molta cura ed in modo che sia tutto ben amalgamato. Nella teglia del forno, che sarà già stato acceso per portarlo a temperatura, stendete l’alluminio che avrete tagliato di una lunghezza doppia rispetto alla teglia di modo che quando vi depositerete il pesce potrete poi tornare indietro e ricoprirlo con metà della stessa. Quindi sul fondo versate un gocciolino di olio, poi adagiateci il pesce dopo averlo passato sotto l’acqua, dopo di che coprite il pesce con il composto precedentemente fatto. 10268238_10152018941017111_1762701831_nChiudete il pesce con l’altra metà dell’alluminio e sigillate per bene tutti i bordi in modo che sia chiuso in maniera ermetica. Infornate a 200°C con forno ventilato per circa mezz’ora. Per la guarnizione in un pentolino o piccola padella mettete circa un bicchiere e mezzo di acqua e portatelo ad ebollizione. Raggiuntala aggiungete circa 1/2 cucchiaino di aceto bianco, l’anice e il cumino. Lasciate andare per qualche minuto, dopo di che buttateci dentro il porro che avevate salvato dopo averlo fatto a listarelle, quindi tagliato lungo il senso del porro e non perpendicolarmente.
Fate andare il tutto per circa 5 minuti, poi spegnete il fuoco e lasciatelo raffreddare dentro al pentolino. Una volta pronto il cartoccio, apritelo e servite i filetti del pesce con le verdure a lato, un filo di olio a crudo e grattata di pepe. Per la guarnizione, come quando andate al giapponese e vi servono il ginger stufato accanto ai pezzettini di sushi, così fate con il porro. Per l’abbinamento del vino, rimando la parola a Marco:

il vino di oggi ce lo presenta Marco Pallini di gambero Rosso

PASTA ALLE CIME DI RAPA – di Fausto Jannaccone

wbdommn1aFine Marzo. Giulio Cesare è stato accoltellato, l’inverno, o qualunque altra cosa sia stato quello di quest’anno, è ormai alle spalle; ma, ancora non per molto, il cammino del cuoco timorato attraverso “la valle degli orti” costeggerà il magico Regno dei Cavoli: broccoli, cavolfiori, cavoli pagoda, verze e quant’altro. Qua e là fanno capolino qualche zucca, qualche cipolla e qualche patata. Recandovi da buoni consumatori attenti ai prodotti a fare la vostra spesa alla Coldiretti, potrete imbattervi nel simpatico signore che vi racconterà come le cicerchie siano un toccasana per il meteorismo del padre; ma solo pochi metri più in là potrete finalmente trovare gli ingrediente necessari alla vostra ricetta: nel diffuso cavolistico verde la mia scelta è caduta su un bel mazzetto di cime di rapa. Il puntuale venditore si è prodigato nel cercami un mazzetto ben fiorito, così che le mie rape fossero ben cima-munite.

Ingredienti necessari per la ricetta:

-pasta (questa ricetta di origine pugliese dà il meglio di sè con l’orecchiette, ma l’importante è che sia un tipo corto, poroso e “bello zeppo” come ad esempio le trofie o le casarecce)

-le nostre cime di rapa

-aglio

-peperoncino

-filetti di acciuga

-olio e.v.o.

Per prima cosa prendete ogni singolo gambo e spogliatelo fino quasi in cima delle foglie, e mettetele da parte; dopo di che tagliate la cima con il fiore e buttate il resto del gambo. Nella pentola dell’acqua, quando ha raggiunto il bollore, salate e buttate per prima cosa le foglie, che avete precedentemente staccato dal gambo, dopo averle tagliate abbastanza fini, ma non troppo. Quando l’acqua avrà raggiunto nuovamente il bollore buttate anche la pasta. Nel mentre in una padella versate l’olio, quindi l’aglio tritato (dal quale avrete eliminato l’animella interna per far sì che sia molto più digeribile), il peperoncino e qualche filetto di acciuga (consiglio mio non lesinate). Quando alla pasta mancheranno 4-5 minuti aggiungete nella padella le cime tritate grossolanamente. Scolate le foglie e la pasta quando a questa mancheranno ancora 2-3 abbondanti minuti rispetto al tempo indicato sulla confezione, di modo che sia al limite del dente. Versate il tutto nella padella dove farete completare la cottura alla pasta, mantecandola, aggiungendo all’occorrenza un po’ d’acqua qualora fosse troppo secca.

cime di rapa

 

Buon appetito, ed ora l’abbinamento migliore per questo piatto tradizionale italiano a cura del nostro esperto Marco Ciacci

il vino di oggi ce lo presenta Piermichele Capulli di Winenews:

IL WUNDERBAR DELLA DOMENICA – di Fausto Jannaccone

wbdommn1a<<Eccoci in pieno Duecento, tra il fervore di vita delle città comunali italiane. I mercanti si arricchiscono, il denaro circola e i giovanidel bel mondo, come scrive Folgore da S. Gimignano, amano più d’ogni altra cosa riunirsi in belle brigate di ragazzi e fanciulle a cantare, a ballare e a narrarsi favole d’amore, tristi o liete, distesi in un fresco prato fiorito, d’estate, e, d’inverno, riuniti in ampie sale scaldate da un grande camino. E, naturalmente, si mangia e i beve. Così fa la brigata spendereccia senese, così fanno le altre brigate italiane meno famose, ma non per questo meno spenderecce.

In occasione di feste e banchetti, i cuochi, presi a giornata, si fanno pagare esageratamente. E come sempre avviene da che mondo è mondo, i governi si sentono in dovere di intervenire. A Siena, per esempio, i governanti della città limitano, con un apposito capitolo dello Statuto (V. 139), le richieste dei cuochi. E ciò a proposito della corte bandita (un banchetto solenne e pubblico in voga nel medioevo) che, a mezzo agosto, in nuovi cavalieri, eletti dal Comun di Siena, tenevano per otto giorni sulla piazza del Campo, insieme con i loro seguaci. In questa occasione, ordina il suddetto capitolo, i cuochi addetti al servizio non possono pretendere più di 40 soldi al giorno, che a quel tempo erano già molti, se si considera che “messere lo Podestà riceveva 25 lire mensili di stipendio”.

Dovunque l’autorità tenta di frenare il lusso eccessivo: e sono bandi e statuti e gride, che vietano ai cittadini di avere più di tante portate in tavola, che stabiliscono le quantità e le qualità de cibi da servirsi in occasione di nozze, di battesimi. Le leggi suntuarie son sempre ascoltate la mal  volentieri! E i gran signori si fanno un punto d’orgoglio nel superarsi gli uni gli altri in mirabolanti festini.>>

Nelle cucine, dispense o librerie di molte case italiane è molto probabile che figuri un’edizione del celeberrimo “Artusi”, il grande libro che esplora il vasto panorama della tradizione gastronomica del nostro paese. Prima di addentrarsi nel magico, variegato mondo fatti di aneddoti e segreti culinari, la mia edizione presenta un’introduzione storica, “La cucina italiana nei secoli”; ed il secondo capitolo, “La cucina italiana nel Duecento” ci porta proprio a Siena, tra l’attuale via Garibaldi e Piazza del Campo.

Ma non è della Brigata Spendereccia che vi voglio parlare, nè alludere ad essa quale esempio, dato che i nostri dissiparono all’epoca un patrimonio quantificabile oggi in 13 e rotti milioni di euro per le loro gozzoviglie… … non mi sembra il momento più idoneo…

Sono però partito da questo excursus per significare come parlare di “mangià e bere” da queste parti sia tuttaltro che insolito o azzardato… Siena è una Repubblica fondata sullo stare a tavola. Attorno al tavolo da pranzo di decidono i partiti delle contrade per il Palio, si organizzano matrimoni, si pianificano le manifestazioni di protesta e si festeggia e brinda per le più risibili scuse! A queste latitudini non è difficile imbattersi in tavolate che rimangono a sedere dal pranzo alla cena. Ci garba proprio parecchio.

Quindi la rubrica che voglio presentare oggi tratterà tutto questo: mangiare bene e bere possibilmente anche meglio.

Per gli abbinamenti andrò ad avvalermi della preziona e capace collaborazione di Marco Ciacci, ormai membro stabile dell’associazione e autore di articoli di successo su questo blog.

Le ricette non saranno certo delle Craccate e nemmeno Borghesi; roba semplice, per quanto possibile veloci e facili (anche perchè se le faccio io, che certo non sono Ramsey II), cercando di rispettare la stagionalità, cosa rara in questi tempi da “365giornidifragole”. Cercherò di essere abbastanza tradizionale, e locale, per quanto qualche concessione, o svolazzo esotico ogni tanto ci sta sempre bene.

Saranno piatti più slow che fast, magari un po’ finger ma non junk,  sicuramente molto wunder.

E come ogni testata che si rispetti si concede inusuali approfondimenti nell’edizione domenicale, così anche questo sarà “Il Wunderbar della domenica”, il giorno da sempre dedicato alle grandi, solenni, interminabili mangiate… quindi che altro? Accendete i fornelli e si comincia!

Wunder Guten Appetit!!!

(ps. ovviamente non aspettatevi una seria e responsabile puntualità da noi, eh!)

 

NUOVO BRUNELLO? WUNDER, WUNDER E 3/4… di Marco Ciacci

1926857_563426223755691_283483696_nUn assaggio a “quattro stelle” quello 2014 di “Benvenuto Brunello”, visto che sia l’annata 2009 e la 2008, in versione Riserva, hanno ottenuto questo “rating” al momento della loro presentazione. Un giudizio, per certi aspetti un po’ sovradimensionato, alla luce dei risultati nel bicchiere che, tuttavia, confermano un buon livello diffuso della produzione di Montalcino e la capacità del territorio di declinare Brunello in cui le qualità fondamentali dei vini, ottenuti notoriamente da Sangiovese in purezza, vitigno oltre modo sensibile alle condizioni climatiche generali, riescono a venire fuori in modo deciso e personale. In questo senso, la 2009, non ha certo perso all’assaggio la sua connotazione di millesimo “mediterraneo” e, in generale, poco propenso a lunghi periodi di invecchiamento. Gli aromi fruttati sono molto aperti e, in certi casi, il profilo olfattivo è decisamente caldo, con qualche caso di alcol in esubero. In bocca i vini, hanno mantenuto buona/ottima dolcezza insieme ad acidità tendenzialmente vitali, ma i tannini, spesso, sembrano ancora leggermente immaturi. Un’annata che appare decisamente eterogenea e che ha evidenziato una produzione mediamente buona, ma con punte di eccellenza assoluta più rare che in altri casi.
Ma quali sono gli assaggi che hanno ben impressionato i nostri “wunder bevitori”? Qui sotto, in ordine di preferenza con la media dei voti dati da 1 a 5, le aziende più…WUNDER!

Pietroso: Un Brunello che non figura tra i top di gamma, ma la passione e la voglia di far bene di chi conduce l’azienda si traduce in un vino genuino e beverino. In bocca è scabro e piacevolmente scorbutico, ma composto. Magari non sarà uno dei picchi ma ha stuzzicato il Wundergusto. Piacevole sorpresa.

Salvioni: Schietto e sincero come la padrona di casa (che ci ha anche fatto assaggiare una bottiglia difettata) Salvioni dà il meglio di sé quando è bevuto in compagnia ed in allegria. Niente tatticismi particolari, niente gioco confusionario: la sua forza è la linearità con la classica nota tannica in evidenza. Energico, a tratti impetuoso

Fuligni: Pensate al contadino sul trattore, la campagna anni 70/80, il sole e i grappoli d’uva pieni e pronti per essere raccolti. Così mi immagino la vigna di Fuligni che si rispecchia in un vino dal sapore antico, ma capace ancora ti attrarre, per completezza e raffinatezza, gli amanti del Brunello verace. Un vino dalle belle sensazioni olfattive di arancia e dalla progressione gustativa elegante e continua. Da consigliare!

Fornacina: Brunello maturo, complesso e filosofico. Riempie subito la bocca e inonda il palato con decisione, lasciando, a chi lo beve, la possibilità di avere una riflessione profonda e ponderata. Da bere esclusivamente con Mauro (l’uomo immagine a Benvenuto Brunello) con l’occhio che punta a Ferrero. Goloso

1912413_563458297085817_1646541056_nGianni Brunelli – Le Chiuse di sotto: Un vino “misurato” e fine con un bell’impatto aromatico che colpisce soprattutto il naso. Ricercato nell’essenza, ma anche maturo e invitante. Una nota floreale che esalta e non appesantisce un vecchio Sangiovese come il Brunello. Da opzionare nella carta dei vini.

Val di Suga: classico e completo, al naso non è molto intenso ma ha in bocca esprime stile e sostanza. Da apprezzare il primo vino uscito dalla vigna di “Poggio al Granchio” anche se il “Vigna Spuntali” rimane sempre di grande impatto gustativo. Fa bene il compitino, insomma, ma non delude.