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RAGAZZO DELL’EUROPA – di Viola Lapisti

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria
di cui gli amici possono solo leggere il titolo”
 Virginia Woolf

“Perché la follia, in fondo, è solo quel profondo bisogno che abbiamo di riconciliare le nostre notti coi nostri giorni”
Giacomo Francini

In una piccola città prima o dopo ci incontriamo tutti. Io incontrai questo ragazzo anni orsono, ormai. Mi stupiva quell’aria perennemente contesa tra la fuga e l’assalto. Aveva talento, tutt’ora lo ha conservato, scriveva poesie, amava la musica, l’arte e la letteratura e si appassionava con l’innocenza di un bambino a qualsiasi cambiamento o novità che molto spesso lui solo percepiva tra le mura di una città immobile. Poi siamo cresciuti, abbiamo tradito la nostra innocenza per una razionalità troppo spesso carica di cinismo, ma lui, Giacomo Francini, è riuscito a conservare del candore dell’infanzia una sorta di purezza, motore vivo che lo ha spinto ad uscire fuori nel mondo ed a raccogliere insieme una progressione di esperienze e di esperimenti che lo hanno portato, oggi, ad inaugurare una nuova fase della sua vita con l’uscita di Psichedèlia, il suo primo album da solista.

Lo abbiamo visto leader del gruppo beat Hashmir, vestire i panni di Velvet con le sue fotografie, scrittore del romanzo “Sette passi sul ventre andaluso” ed autore di due raccolte di poesie “Oltre il Sorriso di un Clown” ed “Acque nere”.

Da circa un anno, avendo alle spalle diversi trascorsi come cantautore, ha deciso di intraprendere la carriera solista con Mescala, lavorando alla produzione di una sua poetica composta.

Lo scorso 28 giugno è uscito il primo singolo dell’album, “La Verità” un pezzo dal sapore retrò, un po’ biografico ma anche sperimentale, commistione di sounds anni ’60 e ’70 in cui si percepisce l’indagine esperienziale di uno stile indie pop in via di definizione.

Psichedèlia, in uscita a novembre, è dunque l’album che potremo definire d’esordio per Mescala, ma chi lo conosce invece, sa che non è del tutto vero. I suoi testi hanno accompagnato un’intera generazione interrotta tra le mura di Siena, che si passava i suoi brani con le chiavette usb sull’mp3 o su my space, una generazione che ha imparato a memoria molte delle sue canzoni perché voce di quella continua tensione verso l’evasione da una piccola città di provincia e di un mondo in continuo movimento al di là di quelle mura, specchio a volte meschino e crudele della nostalgia del ritorno. Mescala non ha mai smesso di scrivere, ed oggi vediamo portare a compimento la sua opera prima, ma che definirei “di maturità” personale ed artistica. Mescala mette in scena con Psichedèlia un’educazione sentimentale, costruitasi in un tempo immediato ed infinito tra Siena, Londra ed un paesaggio stato d’animo che a volte è la nebbia inglese, a volte un temporale estivo in una campagna senese, altre volte un incontro fugace sul lungo Tevere. Mescala prova a squarciare il velo di Maya rendendoci la fine dell’innocenza, ci dà la chiave per capire ciò che siamo diventati “pupazzi di seta” in bilico tra ciò che tentiamo di mostrare “per difendere una vanità che non ti nutre né ti disseta” e le nostre umili e nude debolezze. Ci fa riflettere su dove stiamo credendo di andare, “invece di correre” verso la libertà. La libertà di Mescala non è una fuga, ma il tempo. Per Mescala essere liberi è interpretare il proprio tempo contingente ed interiore. È terminato quel tempo dell’innocenza, appunto, in cui l’illusione di inventarsi infinite vite diverse, ed al di fuori di quella di partenza, ci faceva credere di dominare noi stessi, i sentimenti e la nostra propria determinazione di individui.  “Il tempo è una bugia per chi è romantico”, canta Giacomo.

Questa redazione, sensibile nelle proprie linee programmatiche alla manifestazione del talento ed orgogliosa di quello che si manifesta in particolare dalle radici controverse della realtà senese, ha così deciso di rivolgere a Giacomo Francini, in arte Mescala, alcune domande. A voi dunque, e di seguito, quello che è venuto fuori da un paio di chiacchierate notturne sull’interrete con l’autore di Psichedèlia.

Cosa significa per Mescala vivere il tempo, capirlo e riuscire a farlo proprio.

Non mi ricordo chi – diversi anni fa – ma qualcuno mi disse che la vita si divide in fasi di 7 anni l’una, anno più anno meno. Bene, gli ultimi sette per me sono stati piuttosto turbolenti. Non è successo niente di particolare o terribile o irreparabile, ma sono stati anni che mi hanno messo al muro. Pensavo che il futuro fosse lontano, lontanissimo, in realtà mi sono accorto – di colpo – che c’ero di già, nel futuro, e con tutti e due i piedi. Non è stata una sensazione piacevole, visto che non ho un lavoro fisso, ho i soldi che ho e non ho fondamentalmente un posto nell’universo (cit: il Taurus). Ma se è vero che – e prendo in prestito una tua frase: “la libertà di Mescala non è fuga, ma il tempo”, frase che sottoscrivo in pieno – è anche vero che avendone accettato lo scorrere mi sono lasciato alle spalle le ansie che accompagnavano quello scorrere e ho potuto resettare tutto e ripartire da capo. Per chiudere, non so se sono riuscito a farlo totalmente mio – il tempo – ma di sicuro l’ho reso più relativo e meno oggettivo, quindi, sì, leggermente più mio.

Quattordici brani per un titolo, “Psichedèlia” che rievoca una precisa tendenza culturale, artistica e musicale degli anni ’60 e ‘70. Dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, dai Grateful Dead ed anche ai Beatles, ma anche dai nostrani le Orme ai The Rokes a I Giganti. E ascoltando Psichedèlia non si fa fatica ad intuire che il nome dell’album sia un tributo alla corrente artistica, dato che la tua cifra stilistica sembra si collochi sì in una scuola dalle reminescenze battistiane, ma anche tra quella del rock psichedelico anni ’60 e ’70.  È corretto?

Il titolo è una vecchia idea. Ci scrissi un romanzetto una decina di anni fa. Poi è venuta una canzone – un pezzo strumentale -, che con gli Hashmir abbiamo provato, ma mai suonato dal vivo. Il titolo mi piaceva (ah, l’accento è sulla seconda “e” non sulla “i” come nella parola comune) quindi volevo riutilizzarlo in qualche maniera. La mia adolescenza si è dipanata negli anni ’90, e la musica che ascoltavo era più che altro Britpop e roba inglese e americana degli anni ’60/’70 – Beatles, Doors, Sonics, Dylan, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Di italiani ascoltavo poco, Battisti e Litfiba, più che altro. Quindi il disco più che un tributo alla corrente psichedelica in sé, è una spremitura di stili che – sono passati 20 anni maremma cane! – sono pian piano diventati miei.

Mescala nasce, dopo varie esperienze in gruppo, come solista e cantautore nel 2014, anno in cui avevi già alle spalle un romanzo pubblicato e due raccolte di poesie, in cosa differisce il tuo essere cantautore rispetto all’essere autore e scrittore per la pagina stampata?

Come solista in realtà è roba fresca, dall’inizio di quest’anno. Dopo gli Hashmir l’idea/Mescala era comunque quella di un gruppo, magari con membri non troppo fissi, ma non mi sentivo propriamente solo. Poi le cose sono andate a singhiozzi e quindi dopo due anni ho deciso di provare a mettermi in gioco da solo. Comunque, la differenza sostanziale è tutta nel modo in cui cerco di esprimermi. Ovvero: nei libri – soprattutto i romanzi – puoi prendere il tuo tempo, sviluppare l’idea, caratterizzare i personaggi (la poesia la lascio da parte, non riesco neanche più a leggerne mezza), nella musica invece devi riassumere, parafrasare, sintetizzare al massimo. Con gli Hashmir scrivevo in inglese e i testi erano più semplici e meno sensati. Scrivendo in italiano ho dovuto imparare ad ascoltarmi più a fondo per riuscire a creare dei quadretti che rappresentino al meglio i miei stati d’animo. Una cosa è certa: è la miglior specie di autoanalisi che esista!

I personaggi di Psichedèlia ti accompagnano nelle storie che racconti spesso in prima persona. Sono donne soprattutto, donne fatali, principesse, madri, amori rubati ed amori destinati. Ci sono però anche i “cani randagi” e il gruppo degli amici “i bambini cattivi”. Un po’ The Dubliners. Chi sono davvero i tuoi personaggi?

Le donne mi piacciono, molto. E più che invecchio più che mi piacciono. Perchè magari adesso mi ritrovo in un mondo notturno popolato di cittine di 20 anni che sono lontane anni luce dal mio modo di vivere e pensare e che quindi mi aprono uno spiraglio su ciò che ero. Intendo dire, vivo e penso come quando avevo 20 anni, ma lo faccio in modo totalmente diverso, più distaccato. Non oso dire maturo, perché la maturità è una stronzata totale. Ma senza dubbio ragiono attraverso l’esperienza. È una cosa buffa. I personaggi ovviamente sono sia presi dalla realtà che vivo, sia dalle sfumature della mia personalità. Come tutti, posso essere in molti modi e questi molti modi cerco di trasformarli in mondi di musica e parole. I bambini cattivi e i cani randagi sono i mondi che preferisco. Perché ogni tanto cerco di portarmi su una retta via di coscienza, ma passano 5 giorni e poi dopo una nottata un po’ più entusiasta mi tocca mandare così tanti messaggi di scuse che ormai neanche mi risponde più nessuno. Ognuno è quel che è, no?

Il Brano “Doriangray” è una featuring con un altro artista e musicista senese, Zatarra. Ci racconti un po’ di come è nata questa affinità elettiva?

Zatarra è un grande! Guarda, sono sincero: di rap o hip hop non so gran chè. Ma lui è stato capace di portare in città uno stile di musica e vita che non è propriamente nostro. Ha messo su una scena suburbana e molti ragazzi lo hanno seguito. Ci sarebbe veramente tanto da imparare da una persona che vive Siena con freschezza e voglia di condividere, che si muove e cerca di creare spazi e occasioni anziché limitarsi a brontolare sui social, come fanno molti. E l’entusiasmo che ci mette è ciò che mi ha spinto a chiedergli di collaborare con me per Doriangray. Volevo che il pezzo si troncasse in due, come se una voce profonda, interiore, uscisse allo scoperto per accusare violentemente il protagonista del pezzo, che è una persona di mezza età incapace di affrontare le maschere che ha creato e di cui è divenuto prigioniero. Questo è un po’ quello che fa il rap, no? E per questo ho pensato a Zat. Parlando, più che cantando, spezzi l’armonia e il messaggio che arriva è più crudo, più grezzo. Doriangray è un pezzo grezzo e Zatarra è stato davvero in gamba. È venuto a casa mia, si è preso una birra e mezz’ora di tempo, e poi ha scritto e inciso il suo pezzo. Devastante. E poi siamo cresciuti nello stesso quartiere a Palazzo Diavoli, quindi c’è anche quel piccolo legame in più – l’origine, no? – che non guasta mai quando si tratta di tirare fuori qualcosa da dentro.

Mescala e lo specchio. Lo specchio è un leitmotiv che recuperi in molti dei brani dell’album. Lo stesso Doriangray ha in sé il tema dello specchio. Cosa dice lo specchio a Mescala?

Una delle canzoni che preferivo dei vecchi Hashmir si intitolava per l’appunto The Mirror. Lo specchio è un’idea che mi assilla. Chiunque, anche la persona meno vanesia, egotista, narcisista del mondo si trova comunque almeno una volta nella vita impigliata nell’idea di sé che proietta sugli altri. È inevitabile. Come il caffè a colazione. E quando mi osservo non posso fare a meno di giudicarmi e da questo giudizio imparare cose nuove. Su di me e sul mio modo di percepire il mondo. Quindi lo specchio è tutto ciò a cui ruota attorno il nostro conoscerci, da quando ci poniamo la prima domanda in poi. È fondamentale.

Nella letteratura di Mescala ci sono molti altri brani inediti che non hai inserito all’interno di Psichedèlia. Questo mi fa pensare che questo album, più che una raccolta di brani sia un concept, fatto che giustificherebbe, oltre agli inediti in super anteprima che hai inserito, la scelta di alcuni brani piuttosto che di altri. Come nasce allora Psichedèlia? Cosa rappresenta per Mescala?

Ha un senso. C’erano canzoni migliori, ma le ho lasciate fuori perché non filavano. Non andavano a braccetto con quelle che ritenevo fondamentali per questo disco. Ci deve essere sempre un filo conduttore, altrimenti viene fuori una compilation. E anche se magari nessuno se ne rende conto, io so che un filo c’è e so che ascoltando il disco un paio di volte questo filo esce fuori. Ho diviso l’album in due tronchi. La prima parte è più leggera, armonica, estiva. La seconda parte, che inizia con Cani Randagi, è più suburbana, scura e malinconica. È tutta la stessa roba, bada bene, solo che ho cercato suoni più metallici e digitali, meno “veri”. È un po’ come quando vai a scuola e anche se rimani nella stessa aula, ogni mattina ogni ora o due o tre cambi materia e professore e quindi impostazione mentale. Ecco, l’avevo immaginato un po’ così, il disco: un neurone per la prima parte, uno – meno sobrio – per la seconda.

Mescala è l’alter ego di Giacomo Francini? Rispondi sinceramente.

Indubbiamente. Ma potrebbe anche essere il contrario, te lo dirò fra qualche anno.

Poco fa ho definito Psichedèlia un’educazione sentimentale. E l’educazione, anche quella dei sentimenti, si inizia ad imparare da piccoli, all’interno delle proprie mura domestiche. Mescala, come Giacomo, sono figli di una madre amorevole, ma esclusiva, di una “Dolce dama altera” – un altro bellissimo tuo pezzo dedicato a Siena – “che odi e sbandieri”, “che ami e che respiri”. Credi che il tuo essere un artista figlio di questa realtà rispecchi questo ossimoro? Pensi che ti abbia limitato, ti stia limitando, o che, come una madre severa e possessiva, ti abbia tolto molto ma anche impartito “un’educazione” privilegiata?

Qui apri un mondo. Diciamo solo che nessuno può insegnare a nessun altro come vivere la propria città. Io amo Siena, l’ho sempre amata e come ogni amore che si rispetti detesto l’influenza che ogni tanto – o ogni spesso – ha su di me. A chi è contradaiolo Siena dona un cordone ombelicale di acciaio, non lo puoi spezzare. Anche se magari sai che la tua vita altrove sarebbe forse non migliore ma certamente più “tua”. Si sa quello che viene concesso a chi cerca di fare musica, non c’è bisogno che elenchi i punti di una situazione che ormai conosciamo tutti molto bene. Quindi ti dico solo che sono felice di essere nato in un contesto unico, che sono stato infelice di farne parte in un determinato periodo della mia vita, che sono stato bene a Londra e che ho considerato l’esser tornato un errore per molti anni. Ma adesso ho capito che una scelta inconscia è stata fatta, molto prima che ne capissi il senso e che oggi come oggi sono contento di quel che ho, perché so che con persone come Zatarra, Masotti, Cafarelli – voi di Wunderbar, tutti quei bordelli che lavorano nei locali, nella fotografia, nei loro piccoli negozi e che lo fanno non solo per i soldi ma soprattutto per il piacere di comunicare e portare qualcosa alla comunità – persone piene di idee ed entusiasmo che sanno leggere il mondo amando comunque a fondo la propria terra, questa città supererà il periodo della giacca e cravatta e tornerà ad essere una culla in fermento, come lo era ai tempi che tanto rimpiangiamo.

 

 

Per un ascolto in anteprima di alcuni brani, potete trovare il primo EP mescaliano “Bootleg” disponible su
Spotify https://open.spotify.com/artist/7maHfyKlSfFzVJEiIYfvcJ
Canale Youtube di Mescala https://www.youtube.com/channel/UC-OJWGw1elVWYzt5o7m_ZnA
Instagram https://www.instagram.com/mescala_jf/  
Facebook https://www.facebook.com/MescalaSiena

 

Bibliografia dell’Autore

  • “Sette Passi sul ventre andaluso” di Giacomo Francini Il Filo 2007;
  • “Oltre il Sorriso di un Clown” di Giacomo Francini 2006
  • “Acque Nere” di Giacomo Francini Ed. Aletti Editore.

www.alettieditore.it
www.gruppoalbatros.eu

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TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

Ormai qualche mese è passato da quei fatidici giorni di metà Ottobre, quando svanì il sogno e si concluse il percorso della candidatura senese a Capitale Europea della Cultura. Il ferro è oramai freddo, ed il vento si è almeno in parte placato. Per questo siamo andati a bussare, con qualche domanda, alla porta del Professor Pierluigi Sacco, direttore del progetto e vero Deus ex machina del fermento culturale che ha animato la città negli ultimi anni. Continua a leggere TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

AL CINEMA SERVE UNA DOSE DI SUPERSESSO (’70) – di Jacopo Rossi

Un’atmosfera trash, che si rifà fieramente a pellicole ormai vecchie di quarant’anni. Una colonna sonora funky, vivace, allegra. C’è di tutto: arti marziali, horror, sesso (?) e fantascienza. Soprattutto fantascienza. La trama è dominata infatti da un attacco alieno, anzi, di un alieno, a metà tra il Ranxerox di Tamburini e Liberatore e un Terminator di infima categoria. Continua a leggere AL CINEMA SERVE UNA DOSE DI SUPERSESSO (’70) – di Jacopo Rossi

Paolo Lorenzi, un senese alla battuta- di Lorenzo Cialdani*

Partire da Siena per calcare i campi da tennis di tutto il mondo, portando con sé grinta, talento e abnegazione. La storia di Paolo Lorenzi, eccellente tennista azzurro, inizia dalla realtà senese, dove continuano a risiedere gli affetti e le sue speranze per il futuro, fino ai grandi risultati ottenuti: 21 trofei Challenger, una finale ATP250 e la posizione di N.49 del mondo, oltre a numerose convocazioni nella Nazionale italiana in Coppa Davis. Continua a leggere Paolo Lorenzi, un senese alla battuta- di Lorenzo Cialdani*

La nuda Scienza – di Ferruccio Palazzesi

Blog originale. Divertente, ironico e, cosa ancora più importante, una bella boccata di ossigeno per la Scienza e la sua divulgazione. In questi periodi bui, in certi casi quasi medioevali, trovare idee che cercano di far pensare e ragionare scientificamente le persone fa sempre piacere e tali progetti meritano la pubblicità necessaria. Ecco che con i potenti mezzi telematici messi a disposizione dalla Scienza (internet), decidiamo di metterci in contatto con i gestori della pagina “Tette per la Scienza” (TxS) per capire chi sono, cosa fanno e quale é il loro progetto. Ci risponde Lara, giovane laureata in Archeologia, i primi tre anni, e Scienze Preistoriche, i secondi due, attualmente occupata nel ramo del web marketing. Continua a leggere La nuda Scienza – di Ferruccio Palazzesi

DIEGO, 25 ANNI, DI PROFESSIONE CICLISTA – di Fausto Jannaccone

Ulissi Diego, 15 Luglio 1989, Cecina. Con queste poche parole abbiamo già detto tanto: giovane ciclista toscano verace, con alle spalle una brillante carriera giovanile. Dal 2010 entra a far parte dei professionisti sotto la guida di Saronni e nel 2011 arriva il primo traguardo al Giro d’Italia; quindi vari Gran Premi, Coppe, la Milano-Torino del 2013. Poi arriva l’anno più lungo della sua carriera: il ragazzo è cresciuto, la promessa si realizza. Il Giro d’Italia lo incorona campionicino: prima la tappa di Viggiano, quindi il numero di Montecopiolo. Il difficile non è vincere, ma rivincere, e Diego lo fa dove nessuno più se lo aspetta. I giornali lo celebrano, i tifosi si esaltano: è l’anno di Nibali, ma Ulissi si è ritagliato un bel posto nel cuore e nelle speranze future azzurre. Un interminabile 2014, che ancora deve dire l’ultima parola, ma torniamo all’inizio di questo anno: per chi già fosse “fan” di Diego è stato possibile vedere l’evento organizzato in suo onore prima della partenza per il Giro dal suo Fans Club, ovvero una bella merenda a Donoratico. Ecco qui tutto Ulissi: casa, famiglia, amici; cosa vogliono dire per Diego queste parole?

Queste parole per me vogliono dire tantissimo, famiglia in particolare: nei momenti felici ma soprattutto in quelli difficili una famiglia unita intorno a te può farti superare tutto e affrontare la vita con forza e ottimismo… Ho la fortuna di avere tantissimi amici che mi vogliono bene e sono pronti ad aiutarmi in qualsiasi situazione ed io contraccambio sempre il loro affetto

Dicevamo Cecina, Donoratico, quindi Toscana, terra fertile per l’uva ma anche per le due ruote: penso a Gino Bartali, come a Mario Cipollini, passando per il tuo conterraneo Paolo Bettini o l’indimenticato Franco Ballerini, solo per citarne qualcuno. Quando da piccolo “giocavi a fare il ciclista” sentivi di essere nel posto giusto o non è stato un fattore che abbia inciso nel percorso che ti ha portato fin qui?

No, non è un fattore che abbia inciso particolarmente; mi sono appassionato al ciclismo grazie a mio padre Mauro che correva in mtb, ho iniziato a correre a 6 anni

Se pensiamo a Ballerini, Bettini e Cipollini ci viene subito in mente come abbiano impreziosito le loro carriere con i trionfi azzurri di 2002, 2006 e 2007; il sogno nel casseto di Diego qual’è? Diventare un campione della grandi classiche, vincere una delle grandi corse a tappe o proprio vestire la maglia iridata?

Mi trovo bene nelle gare di un giorno con una certa durezza mi piacerebbe in futuro fare bene su questo tipo di percorsi che esaltano le mie caratteristiche

Quindi la gara di casa nostra, la Strade Bianche, potrebbe rientrare negli obbiettivi?

Si è una gara che veramente mi piace sarebbe bello un giorno essere con i primi per poter provare a vincerla

La prendo come una promessa! Per chiudere la classica domanda di rito: cosa ha chiesto Diego a Babbo Natale ?

Quello che gli chiedo tutti gli anni, in primis salute e poi tanta felicità per me e tutta la mia famiglia!!

APRE IL TEMA…ENRICO MARIA PAPES – di Jacopo Rossi

Inizia, con questa intervista, un nuovo capitolo per noi (e voi) del Wunderbar. EsclusiWe è una rubrica irregolare e ad ampio spettro, che si propone di portarvi la testimonianza di chi la cultura, in Italia e nel mondo, l’ha fatta, la sta facendo e, perché no, la farà. Non aspettatevi molto da questa rubrica, perché vi darà molto di più.
Buona lettura.


«È dal 1974 che non vivo più in una casa con il riscaldamento. Preferisco la campagna, il contatto con la vita vera: quando fa freddo voglio aver freddo. E torno in città il meno possibile». A parlare è Enrico Maria Papes, batterista storico de I Giganti. La sua non è stata una scelta casuale, dettata dalla voglia di distinguersi e vestirsi d’una patina da eremita chic che non gli appartiene. È la normale evoluzione, normale ma non scontata, di uno dei protagonisti della musica degli anni Sessanta, molecola di un gruppo, insieme ai fratelli Di Martino e a Checco Marsella, già “diverso” per spirito e vocazione.

Cosa vi distingueva dai vostri colleghi?
«Eravamo l’unico gruppo vocale. Eravamo lontani, come stile e vocazione dalla moda beat del momento. E, cosa ancora più importante, rifiutavamo le cover famose, e se proprio dovevamo scegliere pezzi stranieri, sceglievamo quelli che si adattavano al nostro stile (NdR, A taste of honey che diventa In paese è festa, Bad boy di Lillian Armstrong trasformata in Solo per voi)». Quando tutti ci davano dentro col cha tun tun, noi siamo usciti con una sorta di swing, Tema.

Come nacque  Tema?
«Avevamo un amico, Pino de Vita, che studiava pianoforte al conservatorio. Un giorno ci fece sentire il motivetto che avrebbe poi dato origine a Tema. Scegliemmo l’amore come argomento e ognuno si scrisse la sua strofa. Tra l’altro la mia parte è stata estesa malissimo, non mi è mai piaciuta».

giganti 2

 Fu il vostro primo vero successo, preceduto da Una ragazza in due (cover di Down came the rain, di Michael Murray), che non ebbe però vita facile…
Nonostante il testo fosse chiaro, giudicarono il titolo troppo ammiccante, ambiguo. La Rai boicottò il brano, che riscosse comunque un successo clamoroso e ci “lanciò”. L’argomento era quel che era, ma eravamo giovani, ci piaceva scherzare e quel pezzo era divertente.

Qualche anno dopo vi confrontaste nuovamente con la censura.
Nel 1967: fu il turno di Io e il Presidente. Lo presentammo al Cantagiro, ma come per Una ragazza in due, il senso fu totalmente travisato. Per noi esprimeva un concetto di assoluta democrazia, parlava di un semplice cittadino che può aspirare alla carica di Presidente della Repubblica (ai tempi Giuseppe Saragat) pur non essendo nessuno. Ci imposero di modificarla, noi rifiutammo e il pezzo non passò.

Nello stesso anno andaste anche a Sanremo con Proposta, incontrando, questa volta, le critiche di un vostro collega, Luigi Tenco.
Ce le riferì Giorgio Gaber, nostro grande amico. Durante il festival (lo stesso nel quale poi il cantautore genovese si sarebbe suicidato, NdR) Tenco disse che avevamo “pistole ma ci sparavamo cioccolatini”. Non accettava che trattassimo certi argomenti alla nostra maniera, ma te l’ho già detto: eravamo giovani e per noi era già molto poter parlare di certe cose a modo nostro.

Eravate davvero dei rivoluzionari, vi consideravate tali?
È un parolone. Eravamo diversi, questo sì. Non avevamo un ideale politico comune e la politica stessa era distante dalla nostra musica. Avevamo i nostri interessi, verso l’amore, la natura, la pace.

Ideali simili a quelli dell’allora neonato movimento hippie.
Quando arrivò in Italia noi avevamo già le nostre radici. E, purtroppo, nel nostro Paese divenne solo una moda, priva dei concetti che la animavano negli Usa. Il perché non lo so, forse perché a quei tempi eravamo in pieno boom economico e la gente aveva voglia di star bene, non complicarsi la vita. Come oggi, del resto.

Cosa è rimasto di quegli anni?
Dei Giganti?

Anche.
Dei Giganti è rimasta la parte “leggera”: Tema, Una ragazza in due…del nostro impegno non è rimasto niente. Il nostro disco migliore, Terra in bocca, è rimasto sconosciuto per 40 anni. Delle nostre intenzioni, anche, non c’è più niente.

E in generale?
Anche qui, niente, basta vedere come vanno le cose. Abbiamo tolto ai giovani la possibilità di sognare e programmarsi la vita. Dopo un ventennio “televisivo” e questa crisi economica credo che non ci sia da aspettarsi niente di meglio.

Cosa possiamo fare, allora?
Continuare a sognare: anche se non tutti i sogni si saranno realizzati, potremmo dire di non aver avuto incubi e di aver fatto dei gran bei sogni, anche se il momento è difficile.

PS: si ringrazia il giornalista Luca Pollini per la gentile collaborazione