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RAGAZZO DELL’EUROPA – di Viola Lapisti

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria
di cui gli amici possono solo leggere il titolo”
 Virginia Woolf

“Perché la follia, in fondo, è solo quel profondo bisogno che abbiamo di riconciliare le nostre notti coi nostri giorni”
Giacomo Francini

In una piccola città prima o dopo ci incontriamo tutti. Io incontrai questo ragazzo anni orsono, ormai. Mi stupiva quell’aria perennemente contesa tra la fuga e l’assalto. Aveva talento, tutt’ora lo ha conservato, scriveva poesie, amava la musica, l’arte e la letteratura e si appassionava con l’innocenza di un bambino a qualsiasi cambiamento o novità che molto spesso lui solo percepiva tra le mura di una città immobile. Poi siamo cresciuti, abbiamo tradito la nostra innocenza per una razionalità troppo spesso carica di cinismo, ma lui, Giacomo Francini, è riuscito a conservare del candore dell’infanzia una sorta di purezza, motore vivo che lo ha spinto ad uscire fuori nel mondo ed a raccogliere insieme una progressione di esperienze e di esperimenti che lo hanno portato, oggi, ad inaugurare una nuova fase della sua vita con l’uscita di Psichedèlia, il suo primo album da solista.

Lo abbiamo visto leader del gruppo beat Hashmir, vestire i panni di Velvet con le sue fotografie, scrittore del romanzo “Sette passi sul ventre andaluso” ed autore di due raccolte di poesie “Oltre il Sorriso di un Clown” ed “Acque nere”.

Da circa un anno, avendo alle spalle diversi trascorsi come cantautore, ha deciso di intraprendere la carriera solista con Mescala, lavorando alla produzione di una sua poetica composta.

Lo scorso 28 giugno è uscito il primo singolo dell’album, “La Verità” un pezzo dal sapore retrò, un po’ biografico ma anche sperimentale, commistione di sounds anni ’60 e ’70 in cui si percepisce l’indagine esperienziale di uno stile indie pop in via di definizione.

Psichedèlia, in uscita a novembre, è dunque l’album che potremo definire d’esordio per Mescala, ma chi lo conosce invece, sa che non è del tutto vero. I suoi testi hanno accompagnato un’intera generazione interrotta tra le mura di Siena, che si passava i suoi brani con le chiavette usb sull’mp3 o su my space, una generazione che ha imparato a memoria molte delle sue canzoni perché voce di quella continua tensione verso l’evasione da una piccola città di provincia e di un mondo in continuo movimento al di là di quelle mura, specchio a volte meschino e crudele della nostalgia del ritorno. Mescala non ha mai smesso di scrivere, ed oggi vediamo portare a compimento la sua opera prima, ma che definirei “di maturità” personale ed artistica. Mescala mette in scena con Psichedèlia un’educazione sentimentale, costruitasi in un tempo immediato ed infinito tra Siena, Londra ed un paesaggio stato d’animo che a volte è la nebbia inglese, a volte un temporale estivo in una campagna senese, altre volte un incontro fugace sul lungo Tevere. Mescala prova a squarciare il velo di Maya rendendoci la fine dell’innocenza, ci dà la chiave per capire ciò che siamo diventati “pupazzi di seta” in bilico tra ciò che tentiamo di mostrare “per difendere una vanità che non ti nutre né ti disseta” e le nostre umili e nude debolezze. Ci fa riflettere su dove stiamo credendo di andare, “invece di correre” verso la libertà. La libertà di Mescala non è una fuga, ma il tempo. Per Mescala essere liberi è interpretare il proprio tempo contingente ed interiore. È terminato quel tempo dell’innocenza, appunto, in cui l’illusione di inventarsi infinite vite diverse, ed al di fuori di quella di partenza, ci faceva credere di dominare noi stessi, i sentimenti e la nostra propria determinazione di individui.  “Il tempo è una bugia per chi è romantico”, canta Giacomo.

Questa redazione, sensibile nelle proprie linee programmatiche alla manifestazione del talento ed orgogliosa di quello che si manifesta in particolare dalle radici controverse della realtà senese, ha così deciso di rivolgere a Giacomo Francini, in arte Mescala, alcune domande. A voi dunque, e di seguito, quello che è venuto fuori da un paio di chiacchierate notturne sull’interrete con l’autore di Psichedèlia.

Cosa significa per Mescala vivere il tempo, capirlo e riuscire a farlo proprio.

Non mi ricordo chi – diversi anni fa – ma qualcuno mi disse che la vita si divide in fasi di 7 anni l’una, anno più anno meno. Bene, gli ultimi sette per me sono stati piuttosto turbolenti. Non è successo niente di particolare o terribile o irreparabile, ma sono stati anni che mi hanno messo al muro. Pensavo che il futuro fosse lontano, lontanissimo, in realtà mi sono accorto – di colpo – che c’ero di già, nel futuro, e con tutti e due i piedi. Non è stata una sensazione piacevole, visto che non ho un lavoro fisso, ho i soldi che ho e non ho fondamentalmente un posto nell’universo (cit: il Taurus). Ma se è vero che – e prendo in prestito una tua frase: “la libertà di Mescala non è fuga, ma il tempo”, frase che sottoscrivo in pieno – è anche vero che avendone accettato lo scorrere mi sono lasciato alle spalle le ansie che accompagnavano quello scorrere e ho potuto resettare tutto e ripartire da capo. Per chiudere, non so se sono riuscito a farlo totalmente mio – il tempo – ma di sicuro l’ho reso più relativo e meno oggettivo, quindi, sì, leggermente più mio.

Quattordici brani per un titolo, “Psichedèlia” che rievoca una precisa tendenza culturale, artistica e musicale degli anni ’60 e ‘70. Dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, dai Grateful Dead ed anche ai Beatles, ma anche dai nostrani le Orme ai The Rokes a I Giganti. E ascoltando Psichedèlia non si fa fatica ad intuire che il nome dell’album sia un tributo alla corrente artistica, dato che la tua cifra stilistica sembra si collochi sì in una scuola dalle reminescenze battistiane, ma anche tra quella del rock psichedelico anni ’60 e ’70.  È corretto?

Il titolo è una vecchia idea. Ci scrissi un romanzetto una decina di anni fa. Poi è venuta una canzone – un pezzo strumentale -, che con gli Hashmir abbiamo provato, ma mai suonato dal vivo. Il titolo mi piaceva (ah, l’accento è sulla seconda “e” non sulla “i” come nella parola comune) quindi volevo riutilizzarlo in qualche maniera. La mia adolescenza si è dipanata negli anni ’90, e la musica che ascoltavo era più che altro Britpop e roba inglese e americana degli anni ’60/’70 – Beatles, Doors, Sonics, Dylan, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Di italiani ascoltavo poco, Battisti e Litfiba, più che altro. Quindi il disco più che un tributo alla corrente psichedelica in sé, è una spremitura di stili che – sono passati 20 anni maremma cane! – sono pian piano diventati miei.

Mescala nasce, dopo varie esperienze in gruppo, come solista e cantautore nel 2014, anno in cui avevi già alle spalle un romanzo pubblicato e due raccolte di poesie, in cosa differisce il tuo essere cantautore rispetto all’essere autore e scrittore per la pagina stampata?

Come solista in realtà è roba fresca, dall’inizio di quest’anno. Dopo gli Hashmir l’idea/Mescala era comunque quella di un gruppo, magari con membri non troppo fissi, ma non mi sentivo propriamente solo. Poi le cose sono andate a singhiozzi e quindi dopo due anni ho deciso di provare a mettermi in gioco da solo. Comunque, la differenza sostanziale è tutta nel modo in cui cerco di esprimermi. Ovvero: nei libri – soprattutto i romanzi – puoi prendere il tuo tempo, sviluppare l’idea, caratterizzare i personaggi (la poesia la lascio da parte, non riesco neanche più a leggerne mezza), nella musica invece devi riassumere, parafrasare, sintetizzare al massimo. Con gli Hashmir scrivevo in inglese e i testi erano più semplici e meno sensati. Scrivendo in italiano ho dovuto imparare ad ascoltarmi più a fondo per riuscire a creare dei quadretti che rappresentino al meglio i miei stati d’animo. Una cosa è certa: è la miglior specie di autoanalisi che esista!

I personaggi di Psichedèlia ti accompagnano nelle storie che racconti spesso in prima persona. Sono donne soprattutto, donne fatali, principesse, madri, amori rubati ed amori destinati. Ci sono però anche i “cani randagi” e il gruppo degli amici “i bambini cattivi”. Un po’ The Dubliners. Chi sono davvero i tuoi personaggi?

Le donne mi piacciono, molto. E più che invecchio più che mi piacciono. Perchè magari adesso mi ritrovo in un mondo notturno popolato di cittine di 20 anni che sono lontane anni luce dal mio modo di vivere e pensare e che quindi mi aprono uno spiraglio su ciò che ero. Intendo dire, vivo e penso come quando avevo 20 anni, ma lo faccio in modo totalmente diverso, più distaccato. Non oso dire maturo, perché la maturità è una stronzata totale. Ma senza dubbio ragiono attraverso l’esperienza. È una cosa buffa. I personaggi ovviamente sono sia presi dalla realtà che vivo, sia dalle sfumature della mia personalità. Come tutti, posso essere in molti modi e questi molti modi cerco di trasformarli in mondi di musica e parole. I bambini cattivi e i cani randagi sono i mondi che preferisco. Perché ogni tanto cerco di portarmi su una retta via di coscienza, ma passano 5 giorni e poi dopo una nottata un po’ più entusiasta mi tocca mandare così tanti messaggi di scuse che ormai neanche mi risponde più nessuno. Ognuno è quel che è, no?

Il Brano “Doriangray” è una featuring con un altro artista e musicista senese, Zatarra. Ci racconti un po’ di come è nata questa affinità elettiva?

Zatarra è un grande! Guarda, sono sincero: di rap o hip hop non so gran chè. Ma lui è stato capace di portare in città uno stile di musica e vita che non è propriamente nostro. Ha messo su una scena suburbana e molti ragazzi lo hanno seguito. Ci sarebbe veramente tanto da imparare da una persona che vive Siena con freschezza e voglia di condividere, che si muove e cerca di creare spazi e occasioni anziché limitarsi a brontolare sui social, come fanno molti. E l’entusiasmo che ci mette è ciò che mi ha spinto a chiedergli di collaborare con me per Doriangray. Volevo che il pezzo si troncasse in due, come se una voce profonda, interiore, uscisse allo scoperto per accusare violentemente il protagonista del pezzo, che è una persona di mezza età incapace di affrontare le maschere che ha creato e di cui è divenuto prigioniero. Questo è un po’ quello che fa il rap, no? E per questo ho pensato a Zat. Parlando, più che cantando, spezzi l’armonia e il messaggio che arriva è più crudo, più grezzo. Doriangray è un pezzo grezzo e Zatarra è stato davvero in gamba. È venuto a casa mia, si è preso una birra e mezz’ora di tempo, e poi ha scritto e inciso il suo pezzo. Devastante. E poi siamo cresciuti nello stesso quartiere a Palazzo Diavoli, quindi c’è anche quel piccolo legame in più – l’origine, no? – che non guasta mai quando si tratta di tirare fuori qualcosa da dentro.

Mescala e lo specchio. Lo specchio è un leitmotiv che recuperi in molti dei brani dell’album. Lo stesso Doriangray ha in sé il tema dello specchio. Cosa dice lo specchio a Mescala?

Una delle canzoni che preferivo dei vecchi Hashmir si intitolava per l’appunto The Mirror. Lo specchio è un’idea che mi assilla. Chiunque, anche la persona meno vanesia, egotista, narcisista del mondo si trova comunque almeno una volta nella vita impigliata nell’idea di sé che proietta sugli altri. È inevitabile. Come il caffè a colazione. E quando mi osservo non posso fare a meno di giudicarmi e da questo giudizio imparare cose nuove. Su di me e sul mio modo di percepire il mondo. Quindi lo specchio è tutto ciò a cui ruota attorno il nostro conoscerci, da quando ci poniamo la prima domanda in poi. È fondamentale.

Nella letteratura di Mescala ci sono molti altri brani inediti che non hai inserito all’interno di Psichedèlia. Questo mi fa pensare che questo album, più che una raccolta di brani sia un concept, fatto che giustificherebbe, oltre agli inediti in super anteprima che hai inserito, la scelta di alcuni brani piuttosto che di altri. Come nasce allora Psichedèlia? Cosa rappresenta per Mescala?

Ha un senso. C’erano canzoni migliori, ma le ho lasciate fuori perché non filavano. Non andavano a braccetto con quelle che ritenevo fondamentali per questo disco. Ci deve essere sempre un filo conduttore, altrimenti viene fuori una compilation. E anche se magari nessuno se ne rende conto, io so che un filo c’è e so che ascoltando il disco un paio di volte questo filo esce fuori. Ho diviso l’album in due tronchi. La prima parte è più leggera, armonica, estiva. La seconda parte, che inizia con Cani Randagi, è più suburbana, scura e malinconica. È tutta la stessa roba, bada bene, solo che ho cercato suoni più metallici e digitali, meno “veri”. È un po’ come quando vai a scuola e anche se rimani nella stessa aula, ogni mattina ogni ora o due o tre cambi materia e professore e quindi impostazione mentale. Ecco, l’avevo immaginato un po’ così, il disco: un neurone per la prima parte, uno – meno sobrio – per la seconda.

Mescala è l’alter ego di Giacomo Francini? Rispondi sinceramente.

Indubbiamente. Ma potrebbe anche essere il contrario, te lo dirò fra qualche anno.

Poco fa ho definito Psichedèlia un’educazione sentimentale. E l’educazione, anche quella dei sentimenti, si inizia ad imparare da piccoli, all’interno delle proprie mura domestiche. Mescala, come Giacomo, sono figli di una madre amorevole, ma esclusiva, di una “Dolce dama altera” – un altro bellissimo tuo pezzo dedicato a Siena – “che odi e sbandieri”, “che ami e che respiri”. Credi che il tuo essere un artista figlio di questa realtà rispecchi questo ossimoro? Pensi che ti abbia limitato, ti stia limitando, o che, come una madre severa e possessiva, ti abbia tolto molto ma anche impartito “un’educazione” privilegiata?

Qui apri un mondo. Diciamo solo che nessuno può insegnare a nessun altro come vivere la propria città. Io amo Siena, l’ho sempre amata e come ogni amore che si rispetti detesto l’influenza che ogni tanto – o ogni spesso – ha su di me. A chi è contradaiolo Siena dona un cordone ombelicale di acciaio, non lo puoi spezzare. Anche se magari sai che la tua vita altrove sarebbe forse non migliore ma certamente più “tua”. Si sa quello che viene concesso a chi cerca di fare musica, non c’è bisogno che elenchi i punti di una situazione che ormai conosciamo tutti molto bene. Quindi ti dico solo che sono felice di essere nato in un contesto unico, che sono stato infelice di farne parte in un determinato periodo della mia vita, che sono stato bene a Londra e che ho considerato l’esser tornato un errore per molti anni. Ma adesso ho capito che una scelta inconscia è stata fatta, molto prima che ne capissi il senso e che oggi come oggi sono contento di quel che ho, perché so che con persone come Zatarra, Masotti, Cafarelli – voi di Wunderbar, tutti quei bordelli che lavorano nei locali, nella fotografia, nei loro piccoli negozi e che lo fanno non solo per i soldi ma soprattutto per il piacere di comunicare e portare qualcosa alla comunità – persone piene di idee ed entusiasmo che sanno leggere il mondo amando comunque a fondo la propria terra, questa città supererà il periodo della giacca e cravatta e tornerà ad essere una culla in fermento, come lo era ai tempi che tanto rimpiangiamo.

 

 

Per un ascolto in anteprima di alcuni brani, potete trovare il primo EP mescaliano “Bootleg” disponible su
Spotify https://open.spotify.com/artist/7maHfyKlSfFzVJEiIYfvcJ
Canale Youtube di Mescala https://www.youtube.com/channel/UC-OJWGw1elVWYzt5o7m_ZnA
Instagram https://www.instagram.com/mescala_jf/  
Facebook https://www.facebook.com/MescalaSiena

 

Bibliografia dell’Autore

  • “Sette Passi sul ventre andaluso” di Giacomo Francini Il Filo 2007;
  • “Oltre il Sorriso di un Clown” di Giacomo Francini 2006
  • “Acque Nere” di Giacomo Francini Ed. Aletti Editore.

www.alettieditore.it
www.gruppoalbatros.eu

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È colpa di Brunori – di Jacopo Rossi

È colpa di Brunori e della sua felicemente scriteriata società che, a differenza sua, gode di responsabilità limitata. È tutto in questa affermazione l’ultimo tour del cantautore cosentino, di scena nei teatri italiani. È colpa e merito suoi se la sua piccola società gira che è una meraviglia e dà vita a uno spettacolo intenso, sospeso tra le molte risate, ché Brunori sa anche far ridere, e qualche afflato malinconico. Continua a leggere È colpa di Brunori – di Jacopo Rossi

Stefano Bollani, The Danish Trio – di Ferruccio Palazzesi

In una fredda serata di Lugano, e complici le circa 20 puntate viste (e riviste) del suo programma su Rai3, decido con la mia ragazza di andare a sentire al “teatro” di Lugano (un grigio palazzo congressi) Stefano Bollani The Danish Trio. Alle ore 20:30 in punto, come promesso dalla locandina annunciante il concerto (la Svizzera impone una certa precisione si sa), si presentano in tre in sala. Stefano Bollani, Jesper Bodilsen e Morten Lund. Continua a leggere Stefano Bollani, The Danish Trio – di Ferruccio Palazzesi

DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

Dopo un’attesa di 4 anni torna a pubblicare un album il principale gruppo rock del panorama italiano: i Verdena escono il 27 gennaio con “Endkadenz vol.1“. Infatti il trio delle valli del bergamasco, uscito dalla consueta lunga gestazione in sala prove ed in sala incisione (un pollaio riadattato a studio di registrazione ribattezzato non senza autoironia “Henhouse”), Continua a leggere DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

panz141#5 Pink Floyd – The Endless River

So di sbilanciarmi, ma sfido un qualunque fan dei PF che ha ascoltato l’ultimo disco a sostenere di non aver versato una sola lacrima. Di nostalgia, d’accordo, come quando si incontra dopo tanto tempo un amico e lo si trova invecchiato. Poi bastano due battute e sembra ancora di essere tra i banchi di scuola a scherzare e divertirsi. Sì, perché le registrazioni su cui si basa l’album, una bella digressione gilmouriana quasi totalmente strumentale, fanno parte del pacchetto di sessioni da cui fu tratto il fortunato (12 milioni di copie) “The Division Bell” del 1994. Album che vide il rientro del povero Richard Wright alle tastiere ed al quale seguí un leggendario tour, l’ultimo vero e proprio. È questo epitaffio per l’amico ritrovato e poi perso, questo omaggio per i Pink che non saranno più, questo senso di risaputo ma effimero che fanno di “The Endless River” uno degli eventi imperdibili del 2014. Non consiglio l’ascolto a chi ascolta musica solo sulle playlist o su Spotify (anche perché quando ti parte la pubblicità dopo 8 minuti di assolo di Gilmour ti sale dentro Pol Pot)… Continua a leggere 5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

Alter…Natale – di Francesco Panzieri

Le canzoni di Natale e i canti natalizi sono tra gli elementi fondamentali dello spirito consumistico, ma anche idealistico, del mese di Dicembre. Ma quando arriva il periodo delle feste, quando non si è più bambini e le preoccupazioni ed i problemi ci assalgono, è facile stancarsi dei soliti vecchi pezzi, magari lanciando anche qualche maledizione verso gli autori. Con questa playlist di brani alternativi cercherò invece di ribaltare la situazione. Sono canzoni di Natale che normalmente non si ascoltano in famiglia con le luci dell’albero accese, o vicino al presepe. Cantano un Natale diverso. Quello di chi è stanco e disperato. E chi sa che dopo averle ascoltate non irrompa in voi la reazione: “Eh no! Il Natale che conosco io è diverso! È quello di Jingle Bells, Una Poltrona per due e Willy Wonka in TV, i gobbi rifatti ed i buoni sentimenti!” Continua a leggere Alter…Natale – di Francesco Panzieri

10 CANZONI DA RICORDARE di Francesco Panzieri

#1 Fabrizio De André – La canzone dell’amore perduto

Marzo 1966. Il giovane Fabrizio De André, figlio geniale e degenere di una delle famiglie della Genova bene, si è già fatto una posizione ed una famiglia. Ha sposato Puny Rignon, da cui ha avuto il piccolo Cristiano, ed ha ottenuto un lavoro fisso, come direttore di una scuola aperta dal padre. Senza troppa fretta, sta cercando di laurearsi in Giurisprudenza. Ma le sue abitudini non sono esattamente quelle del padre e marito modello. Sogna il successo con la grande passione della sua vita: la musica. Poi ama vivere la sua città di notte, con un gruppo eterogeneo di amici tra cui spicca Paolo Villaggio, andando di casa in casa, di bettola in lupanare, spesso rimanendo in strada fino alle ore piccole anche soltanto ad organizzare scherzi tremendi. Sono sei anni che pubblica singoli per la piccola etichetta Karim, e si è già messo in luce per l’anticonformismo, l’antimilitarismo, la voce profonda, la rotonda dizione, l’abilità di paroliere, l’amore per gli chansonnier francesi più iconoclasti. Il matrimonio con Puny sta attraversando una prima crisi, Fabrizio non sta rispettando le promesse, e se ne rende conto. Scrive quindi una canzone che esprime le sue sensazioni senza nascondersi dietro ad un dito: “La canzone dell’amore perduto“. L’amore, ci dice De André nel 1966, nel fiorire delle scioglievolezze sanremesi ed in un paese ancora profondamente bigotto, è relativo. Forse non è altro che un mezzo per difenderci dalla società, di certo tutt’altro che un dogma immutabile. Il narratore, nella canzone, è la donna (Puny), che dice: “Ricordi sbocciavan le viole/ con le nostre parole /Non ci lasceremo mai, mai e poi mai, /vorrei dirti ora le stesse cose /ma come fan presto, amore, ad appassire le rose /così per noi /l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, /non resta che qualche svogliata carezza /e un po’ di tenerezza.” E poi: “E quando ti troverai in mano /quei fiori appassiti al sole /di un aprile ormai lontano, /li rimpiangerai /ma sarà la prima che incontri per strada /che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, /per un amore nuovo.” Il tutto accompagnato dalla struggente melodia dell’adagio del “Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo” di Georg Philip Telemann (contemporaneo di Bach e di Händel), suonata alla tromba ed al pianoforte. In musica, Fabrizio, riesce ad aprirsi, non sa mentire. Con Puny rimangono insieme, nonostante l’amore sia finito e nonostante le avventure di Fabrizio, fino al 1974. La canzone diverrà famosa solo negli anni successivi, quando De André riceverà finalmente il riconoscimento che gli spetta, diventando un simbolo come cantautore e come intellettuale. Sarà inserita in alcuni LP (“Tutto Fabrizio De André”, Karim 1966, “La Canzone di Marinella”, RRC 1968) e riarrangiata da Gianfranco Reverberi per l’album “Canzoni”, del 1974, guarda caso l’anno del divorzio da Puny e dell’ingresso di Dori Ghezzi nella vita di Fabrizio. Un album bellissimo, con traduzioni di Bob Dylan, Georges Brassens e Leonard Cohen ed alcuni suoi vecchi successi che un De André in crisi, ferito dalle critiche ricevute per “Storia di un impiegato” liquidò così con la sua schiva autoironia: “Sai cosa fa un autore quando non sa cosa dire? Qualche riciclaggio e qualche traduzione. Bisogna pur sopravvivere…” “La canzone dell’amore perduto” è stata votata dai fan del cantautore come la sua canzone più amata e l’hanno voluta cantare, anche se solo dopo la morte di “Faber”, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Mango, Andrea Bocelli, Antonella Ruggiero, Cristiano De André con Laura Chiatti. Enrica “Puny” Rignon ebbe a dire, anni fa: “Molte delle canzoni che ha scritto sono reazioni a momenti particolari vissuti in famiglia o fuori. Amori andati a male, amori finiti. Uno qualunque certe cose se le trascina dentro, lui ha questa genialità di riportarle nei suoi pezzi. “La canzone dell’amore perduto” l’ha scritta quando i giochi tra noi erano ormai fatti.” Non sarà stata tra le pagine più impegnate scritte dal cantautore genovese, ma di certo è tra quelle che il pubblico ha fatto subito proprie e che ha amato di più.

ASSAGO, 24/11/2104 – FABI, SILVESTRI, GAZZE’: I PADRONI DELLA FESTA – di Jacopo Rossi

Per conoscersi, questi ex (ma non troppo) ragazzi, si conoscono da tempo, alla metà degli anni Novanta, da quando dividevano il palchetto del romano Locale. La scaletta del concerto cresce, wagnerianamente, nel ritmo e nel calore, costruita con consapevolezza e, ci piace pensare, in modo spontaneo. Si inizia piano, con un filmato con rumori di tutti i giorni: uccelli, pioggia, cellulari, ruote sull’asfalto. Poi lo schermo si rivela essere la facciata di un cubo che si schiude e rivela i tre amici che, strumenti alla mano, intonano il nuovo Alzo le mani, inno ai rumori della natura ma non solo. Da lì è un alternarsi senza sosta di passato e presente: Niccolò, Daniele e Max sul palco si completano e si divertono, si sfottono e si rubano scena e pezzi, scherzano tra loro, con i loro turnisti e con il pubblico. Cara Valentina, Lasciarsi un giorno a Roma, A bocca chiusa, La favola di Adamo ed Eva, Testardo: un viaggio negli ultimi vent’anni di vita e carriera di tutti e tre, con filmati, è il caso di dirlo, d’epoca, ma anche gag e scenette. Gazzè è decisamente il più sornione, Fabi il più serio e impegnato, Silvestri colui che “fa fieno” e tira il carro per tutto il trio: sovente lascia la chitarra per un pianoforte rosso, arricchito dall’albero protagonista anche della copertina del cd. Tre ore che scorrono e vengono irrimediabilmente rimpiante, appena le luci si alzano e il pubblico defluisce fuori dall’Assago Forum.

il padrone della festa

C’è spazio anche per il Cuamm, la Ong che da più di mezzo secolo spedisce medici volontari in Africa, della quale Fabi da anni è testimonial. Lecito pensare che sia stato lui a coinvolgere in questo progetto gli altri due e che, dopo il viaggio che i tre hanno compiuto in Sudan con la ong, sempre da lui sia nata l’idea della collaborazione. Una parola, in fondo, come si fa ai concerti, va spesa per chi accompagna i tre cantautori: nomi sconosciuti ai profani, ma non tutti. Fra i turnisti, impeccabili, spiccano infatti Ramòn Caraballo, imponente percussionista cubano della Bandabardò, e un irriconoscibile Roberto Angelini, che, smessi i panni da Gattomatto, sotto il suo cilindro nero si è rivelato (ma si sapeva da tempo) un eccellente chitarrista. Molti ingredienti insomma, per palati musicali golosi che non si lasciano sfuggire queste prelibatezze sonore. Chi è a digiuno si affretti: non sono molte le date che poi mancano alla fine del tour. Perugia, Napoli, Bari, Firenze, Torino e poco più, e, in ognuna di esse, c’è lecitamente da aspettarsi il tutto esaurito.

Cosa dire? L’amore, dicono FabiSilvestriGazzé, non esiste. Loro fortunatamente sì.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#2 Patti Smith – Pissing in a river

Nel 1967, in pieno sviluppo della scena underground più affascinante di quegli anni, piomba a New York una ragazzina di 21 anni, magra come un’acciuga, inquieta ed imbevuta di letture. Si fa chiamare Patti Smith e conduce un’ esistenza randagia, tirando avanti con 5 dollari al giorno, vivendo nelle soffitte e talvolta dormendo nei parchi. Si lega con personaggi della scena culturale e fa lavori saltuari in pub e librerie, ma soprattutto scrive, scrive, scrive. Ha in testa le capacità di una poetessa e nello stomaco l’inquietudine della rockstar. Comincia con dei readings letterari accompagnati da strumenti e poi, sfruttando il mare di conoscenze maturate nella Grande mela, in cui si muove come un pesce, mette su una band con cui, in breve tempo, si afferma –siamo nel 1974- come la “new thing” della musica underground. Si accorgono di lei personaggi del calibro di Bobby Dylan, Lou Reed, Andy Wahrol e John Cale, che la portano per mano all’affermazione nell’altro mare, quello aperto della musica, incurante di squali e pesci velenosi. I riferimenti prediletti di Patti sono Allen Ginsberg, Jack Kerouac, le liriche di Williams Burroughs e soprattutto i poeti maudit Jim Morrison ed Arthur Rimbaud. A lui è dedicato il secondo album, Radio Ethiopia, sua patria d’elezione. Da dischi come questo, anno 1976, emergono le due anime di Patti Smith: quella “punk”, feroce e straziata, e quella più cupa, solenne, che trova espressione in ballate dal misticismo proprio di una celebrazione. Il climax mistico del disco è ben rappresentato dalla splendida “Pissing In A River”: un’elegia, il lamento d’amore disperato ed orgoglioso di una donna lasciata, immersa in una natura che le ricorda che tutto scorre, un’immagine poetica che si apre e si chiude con l’atto prosaico e libero di “pisciare nel fiume”. La ballad ha una bella apertura melodica, voce solenne e piano, prima che entrino minacciose le urla, i cori e gli assoli di Lenny Kaye (uno dei migliori della sua epoca) a rendere un senso di disperazione, inquietudine ed orgoglioso risentimento. Patti Smith, dopo una breve e fulminante carriera, nel 1979 annuncia il ritiro dalle scene: farà solo sporadiche apparizioni –peraltro con successo. A metà anni Novanta torna in pista in seguito al dolore lancinante provocatole dalla morte del marito, Fred “Sonic” Smith, dell’amico fotografo Robert Mapplethorpe, del fratello e di alcuni dei suoi vecchi amici musicisti. Dimostra presto di avere ancora molto da dire: anche nel nuovo millennio si conferma un personaggio idolatrato verso cui nutrono massimo rispetto persino le generazioni più giovani, un simbolo della generazione punk, ma anche di attuali battaglie civili: la “sacerdotessa del rock”.

Pisciando in un fiume, guardandolo salire

Dita tatuate, state lontano da me

Voci, voci, incantano

Voci, voci, fanno cenno al mare di venire

Vieni vieni vieni torna torna

Torna torna torna

Raggio di una ruota, punta di un cucchiaio

Bocca di una caverna, sono schiava, sono libera

Quando vieni? Spero che tu venga presto

Dita, dita circondano te

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni per me

Le mie budella si svuotano defecando la tua anima

Cosa posso darti di più baby, io non so

Cosa posso darti di più per far crescere questa cosa?

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Nick Hornby, nel suo “31 canzoni”, sostiene che “Pissing in a river” sia una canzone che ti fa “venire voglia di leggere o scrivere o dipingere o andare a visitare una galleria d’arte o correre forte”, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre (vecchio paraculo di un inglese). A ognuno la sua scelta.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#3 Waterboys – Fisherman’s blues

Certi artisti, nonostante un successo e mezzi non all’altezza delle leggende del rock, riescono ad esprimere, col loro nomadismo artistico ed esistenziale, dei capitoli importanti della storia della musica. È il caso degli Waterboys di Mike Scott ed Anthony Thistlethwaite, crogiolo di nazionalità britanniche, punto di incontro di musicisti scozzesi, inglesi ed irlandesi, in cui per un breve periodo figurerà come corista un certa Śinead O’Connor. Lui, Mike, scozzese, giunge a Londra sul finire dei Settanta con tante idee, imbevuto di Bob Dylan e David Bowie, raduna validi musicisti e fonda il gruppo. Dopo i primi timidi successi, nel freddo thatcheriano di inizio Ottanta, sviluppa un suono denso e pieno fatto di vari strati di chitarre acustiche, tastiere, basso, batteria e violino, umanizzato da un’importante sezione di fiati (tromba e sax). I testi sono intrisi di spiritualismo, la voce di Scott è appassionata e stentorea. Sarà ribattezzata “Big Music”, la grande musica che si consacra con l’album “This is the Sea” del 1985. Gli Waterboys girano l’Europa in un lunghissimo tour con i Simple Minds, ed il cantante si rende conto che, purtroppo, dal vivo non si può riprodurre appieno il “muro del suono” della “Big Music”. Meglio, dunque, abbandonare quella strada e tornare alle radici folk della musica. Mike perde un tastierista, si trasferisce in Irlanda vicino al suo violinista Steve Wickham e studia le sonorità e le tradizioni celtiche, ma anche Pete Seeger e Hank Williams, padri del folk e del country americano. Ne esce il capolavoro “Fisherman’s Blues”, del 1988, la cui omonima title track diviene ben presto un classico del folk rock. La tavolozza del suono è composta dallo spettro cromatico di batteria, basso, chitarra acustica, violino, organo e mandolino. Sono i colori scuri e accesi dell’Isola di Smeraldo: viene definito “Raggle-taggle sound”. Il testo è struggente e romantico, parla di un amore difficile ma più forte delle circostanze: “Vorrei essere un pescatore/ scorrazzando per i mari/ lontano dalla terraferma […] Vorrei essere il frenatore/ su un treno che sfreccia agitato/ che si scontra diritto nel centro del cuore/ come un cannone nella pioggia/ con i sentimenti di chi dorme […] E so che sarò liberato/ dai vincoli che mi tengono stretto/ e dalle catene tutte intorno a me/ che se ne andranno alla fine/ e in quel giorno magnifico e decisivo/ ti prenderò con la mia mano/ Salirò su un treno/ Sarò il pescatore/ con la luce nella mia testa/ con te fra le mie braccia…” Il buon successo di pubblico e di critica della canzone e dell’album non superano i confini del Regno Unito. Per il Mondo, in quegli anni, la musica britannica ė rappresentata dagli U2, i Simple Minds, Wham!, Duran e Spandau, Talk Talk, The Smiths, Stone Roses, i Pogues e gli intramontabili Queen. Ma la sperimentazione senza compromessi di Mike Scott merita di essere ricordata, una musica grande come il mare, antica come il Mondo, che unì musicalmente due lembi del Regno Unito allora ancora sul piede di guerra.