Archivi categoria: Musica

È colpa di Brunori – di Jacopo Rossi

È colpa di Brunori e della sua felicemente scriteriata società che, a differenza sua, gode di responsabilità limitata. È tutto in questa affermazione l’ultimo tour del cantautore cosentino, di scena nei teatri italiani. È colpa e merito suoi se la sua piccola società gira che è una meraviglia e dà vita a uno spettacolo intenso, sospeso tra le molte risate, ché Brunori sa anche far ridere, e qualche afflato malinconico. Continua a leggere È colpa di Brunori – di Jacopo Rossi

Stefano Bollani, The Danish Trio – di Ferruccio Palazzesi

In una fredda serata di Lugano, e complici le circa 20 puntate viste (e riviste) del suo programma su Rai3, decido con la mia ragazza di andare a sentire al “teatro” di Lugano (un grigio palazzo congressi) Stefano Bollani The Danish Trio. Alle ore 20:30 in punto, come promesso dalla locandina annunciante il concerto (la Svizzera impone una certa precisione si sa), si presentano in tre in sala. Stefano Bollani, Jesper Bodilsen e Morten Lund. Continua a leggere Stefano Bollani, The Danish Trio – di Ferruccio Palazzesi

DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

Dopo un’attesa di 4 anni torna a pubblicare un album il principale gruppo rock del panorama italiano: i Verdena escono il 27 gennaio con “Endkadenz vol.1“. Infatti il trio delle valli del bergamasco, uscito dalla consueta lunga gestazione in sala prove ed in sala incisione (un pollaio riadattato a studio di registrazione ribattezzato non senza autoironia “Henhouse”), Continua a leggere DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

panz141#5 Pink Floyd – The Endless River

So di sbilanciarmi, ma sfido un qualunque fan dei PF che ha ascoltato l’ultimo disco a sostenere di non aver versato una sola lacrima. Di nostalgia, d’accordo, come quando si incontra dopo tanto tempo un amico e lo si trova invecchiato. Poi bastano due battute e sembra ancora di essere tra i banchi di scuola a scherzare e divertirsi. Sì, perché le registrazioni su cui si basa l’album, una bella digressione gilmouriana quasi totalmente strumentale, fanno parte del pacchetto di sessioni da cui fu tratto il fortunato (12 milioni di copie) “The Division Bell” del 1994. Album che vide il rientro del povero Richard Wright alle tastiere ed al quale seguí un leggendario tour, l’ultimo vero e proprio. È questo epitaffio per l’amico ritrovato e poi perso, questo omaggio per i Pink che non saranno più, questo senso di risaputo ma effimero che fanno di “The Endless River” uno degli eventi imperdibili del 2014. Non consiglio l’ascolto a chi ascolta musica solo sulle playlist o su Spotify (anche perché quando ti parte la pubblicità dopo 8 minuti di assolo di Gilmour ti sale dentro Pol Pot)… Continua a leggere 5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

Alter…Natale – di Francesco Panzieri

Le canzoni di Natale e i canti natalizi sono tra gli elementi fondamentali dello spirito consumistico, ma anche idealistico, del mese di Dicembre. Ma quando arriva il periodo delle feste, quando non si è più bambini e le preoccupazioni ed i problemi ci assalgono, è facile stancarsi dei soliti vecchi pezzi, magari lanciando anche qualche maledizione verso gli autori. Con questa playlist di brani alternativi cercherò invece di ribaltare la situazione. Sono canzoni di Natale che normalmente non si ascoltano in famiglia con le luci dell’albero accese, o vicino al presepe. Cantano un Natale diverso. Quello di chi è stanco e disperato. E chi sa che dopo averle ascoltate non irrompa in voi la reazione: “Eh no! Il Natale che conosco io è diverso! È quello di Jingle Bells, Una Poltrona per due e Willy Wonka in TV, i gobbi rifatti ed i buoni sentimenti!” Continua a leggere Alter…Natale – di Francesco Panzieri

10 CANZONI DA RICORDARE di Francesco Panzieri

#1 Fabrizio De André – La canzone dell’amore perduto

Marzo 1966. Il giovane Fabrizio De André, figlio geniale e degenere di una delle famiglie della Genova bene, si è già fatto una posizione ed una famiglia. Ha sposato Puny Rignon, da cui ha avuto il piccolo Cristiano, ed ha ottenuto un lavoro fisso, come direttore di una scuola aperta dal padre. Senza troppa fretta, sta cercando di laurearsi in Giurisprudenza. Ma le sue abitudini non sono esattamente quelle del padre e marito modello. Sogna il successo con la grande passione della sua vita: la musica. Poi ama vivere la sua città di notte, con un gruppo eterogeneo di amici tra cui spicca Paolo Villaggio, andando di casa in casa, di bettola in lupanare, spesso rimanendo in strada fino alle ore piccole anche soltanto ad organizzare scherzi tremendi. Sono sei anni che pubblica singoli per la piccola etichetta Karim, e si è già messo in luce per l’anticonformismo, l’antimilitarismo, la voce profonda, la rotonda dizione, l’abilità di paroliere, l’amore per gli chansonnier francesi più iconoclasti. Il matrimonio con Puny sta attraversando una prima crisi, Fabrizio non sta rispettando le promesse, e se ne rende conto. Scrive quindi una canzone che esprime le sue sensazioni senza nascondersi dietro ad un dito: “La canzone dell’amore perduto“. L’amore, ci dice De André nel 1966, nel fiorire delle scioglievolezze sanremesi ed in un paese ancora profondamente bigotto, è relativo. Forse non è altro che un mezzo per difenderci dalla società, di certo tutt’altro che un dogma immutabile. Il narratore, nella canzone, è la donna (Puny), che dice: “Ricordi sbocciavan le viole/ con le nostre parole /Non ci lasceremo mai, mai e poi mai, /vorrei dirti ora le stesse cose /ma come fan presto, amore, ad appassire le rose /così per noi /l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, /non resta che qualche svogliata carezza /e un po’ di tenerezza.” E poi: “E quando ti troverai in mano /quei fiori appassiti al sole /di un aprile ormai lontano, /li rimpiangerai /ma sarà la prima che incontri per strada /che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, /per un amore nuovo.” Il tutto accompagnato dalla struggente melodia dell’adagio del “Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo” di Georg Philip Telemann (contemporaneo di Bach e di Händel), suonata alla tromba ed al pianoforte. In musica, Fabrizio, riesce ad aprirsi, non sa mentire. Con Puny rimangono insieme, nonostante l’amore sia finito e nonostante le avventure di Fabrizio, fino al 1974. La canzone diverrà famosa solo negli anni successivi, quando De André riceverà finalmente il riconoscimento che gli spetta, diventando un simbolo come cantautore e come intellettuale. Sarà inserita in alcuni LP (“Tutto Fabrizio De André”, Karim 1966, “La Canzone di Marinella”, RRC 1968) e riarrangiata da Gianfranco Reverberi per l’album “Canzoni”, del 1974, guarda caso l’anno del divorzio da Puny e dell’ingresso di Dori Ghezzi nella vita di Fabrizio. Un album bellissimo, con traduzioni di Bob Dylan, Georges Brassens e Leonard Cohen ed alcuni suoi vecchi successi che un De André in crisi, ferito dalle critiche ricevute per “Storia di un impiegato” liquidò così con la sua schiva autoironia: “Sai cosa fa un autore quando non sa cosa dire? Qualche riciclaggio e qualche traduzione. Bisogna pur sopravvivere…” “La canzone dell’amore perduto” è stata votata dai fan del cantautore come la sua canzone più amata e l’hanno voluta cantare, anche se solo dopo la morte di “Faber”, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Mango, Andrea Bocelli, Antonella Ruggiero, Cristiano De André con Laura Chiatti. Enrica “Puny” Rignon ebbe a dire, anni fa: “Molte delle canzoni che ha scritto sono reazioni a momenti particolari vissuti in famiglia o fuori. Amori andati a male, amori finiti. Uno qualunque certe cose se le trascina dentro, lui ha questa genialità di riportarle nei suoi pezzi. “La canzone dell’amore perduto” l’ha scritta quando i giochi tra noi erano ormai fatti.” Non sarà stata tra le pagine più impegnate scritte dal cantautore genovese, ma di certo è tra quelle che il pubblico ha fatto subito proprie e che ha amato di più.

ASSAGO, 24/11/2104 – FABI, SILVESTRI, GAZZE’: I PADRONI DELLA FESTA – di Jacopo Rossi

Per conoscersi, questi ex (ma non troppo) ragazzi, si conoscono da tempo, alla metà degli anni Novanta, da quando dividevano il palchetto del romano Locale. La scaletta del concerto cresce, wagnerianamente, nel ritmo e nel calore, costruita con consapevolezza e, ci piace pensare, in modo spontaneo. Si inizia piano, con un filmato con rumori di tutti i giorni: uccelli, pioggia, cellulari, ruote sull’asfalto. Poi lo schermo si rivela essere la facciata di un cubo che si schiude e rivela i tre amici che, strumenti alla mano, intonano il nuovo Alzo le mani, inno ai rumori della natura ma non solo. Da lì è un alternarsi senza sosta di passato e presente: Niccolò, Daniele e Max sul palco si completano e si divertono, si sfottono e si rubano scena e pezzi, scherzano tra loro, con i loro turnisti e con il pubblico. Cara Valentina, Lasciarsi un giorno a Roma, A bocca chiusa, La favola di Adamo ed Eva, Testardo: un viaggio negli ultimi vent’anni di vita e carriera di tutti e tre, con filmati, è il caso di dirlo, d’epoca, ma anche gag e scenette. Gazzè è decisamente il più sornione, Fabi il più serio e impegnato, Silvestri colui che “fa fieno” e tira il carro per tutto il trio: sovente lascia la chitarra per un pianoforte rosso, arricchito dall’albero protagonista anche della copertina del cd. Tre ore che scorrono e vengono irrimediabilmente rimpiante, appena le luci si alzano e il pubblico defluisce fuori dall’Assago Forum.

il padrone della festa

C’è spazio anche per il Cuamm, la Ong che da più di mezzo secolo spedisce medici volontari in Africa, della quale Fabi da anni è testimonial. Lecito pensare che sia stato lui a coinvolgere in questo progetto gli altri due e che, dopo il viaggio che i tre hanno compiuto in Sudan con la ong, sempre da lui sia nata l’idea della collaborazione. Una parola, in fondo, come si fa ai concerti, va spesa per chi accompagna i tre cantautori: nomi sconosciuti ai profani, ma non tutti. Fra i turnisti, impeccabili, spiccano infatti Ramòn Caraballo, imponente percussionista cubano della Bandabardò, e un irriconoscibile Roberto Angelini, che, smessi i panni da Gattomatto, sotto il suo cilindro nero si è rivelato (ma si sapeva da tempo) un eccellente chitarrista. Molti ingredienti insomma, per palati musicali golosi che non si lasciano sfuggire queste prelibatezze sonore. Chi è a digiuno si affretti: non sono molte le date che poi mancano alla fine del tour. Perugia, Napoli, Bari, Firenze, Torino e poco più, e, in ognuna di esse, c’è lecitamente da aspettarsi il tutto esaurito.

Cosa dire? L’amore, dicono FabiSilvestriGazzé, non esiste. Loro fortunatamente sì.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#2 Patti Smith – Pissing in a river

Nel 1967, in pieno sviluppo della scena underground più affascinante di quegli anni, piomba a New York una ragazzina di 21 anni, magra come un’acciuga, inquieta ed imbevuta di letture. Si fa chiamare Patti Smith e conduce un’ esistenza randagia, tirando avanti con 5 dollari al giorno, vivendo nelle soffitte e talvolta dormendo nei parchi. Si lega con personaggi della scena culturale e fa lavori saltuari in pub e librerie, ma soprattutto scrive, scrive, scrive. Ha in testa le capacità di una poetessa e nello stomaco l’inquietudine della rockstar. Comincia con dei readings letterari accompagnati da strumenti e poi, sfruttando il mare di conoscenze maturate nella Grande mela, in cui si muove come un pesce, mette su una band con cui, in breve tempo, si afferma –siamo nel 1974- come la “new thing” della musica underground. Si accorgono di lei personaggi del calibro di Bobby Dylan, Lou Reed, Andy Wahrol e John Cale, che la portano per mano all’affermazione nell’altro mare, quello aperto della musica, incurante di squali e pesci velenosi. I riferimenti prediletti di Patti sono Allen Ginsberg, Jack Kerouac, le liriche di Williams Burroughs e soprattutto i poeti maudit Jim Morrison ed Arthur Rimbaud. A lui è dedicato il secondo album, Radio Ethiopia, sua patria d’elezione. Da dischi come questo, anno 1976, emergono le due anime di Patti Smith: quella “punk”, feroce e straziata, e quella più cupa, solenne, che trova espressione in ballate dal misticismo proprio di una celebrazione. Il climax mistico del disco è ben rappresentato dalla splendida “Pissing In A River”: un’elegia, il lamento d’amore disperato ed orgoglioso di una donna lasciata, immersa in una natura che le ricorda che tutto scorre, un’immagine poetica che si apre e si chiude con l’atto prosaico e libero di “pisciare nel fiume”. La ballad ha una bella apertura melodica, voce solenne e piano, prima che entrino minacciose le urla, i cori e gli assoli di Lenny Kaye (uno dei migliori della sua epoca) a rendere un senso di disperazione, inquietudine ed orgoglioso risentimento. Patti Smith, dopo una breve e fulminante carriera, nel 1979 annuncia il ritiro dalle scene: farà solo sporadiche apparizioni –peraltro con successo. A metà anni Novanta torna in pista in seguito al dolore lancinante provocatole dalla morte del marito, Fred “Sonic” Smith, dell’amico fotografo Robert Mapplethorpe, del fratello e di alcuni dei suoi vecchi amici musicisti. Dimostra presto di avere ancora molto da dire: anche nel nuovo millennio si conferma un personaggio idolatrato verso cui nutrono massimo rispetto persino le generazioni più giovani, un simbolo della generazione punk, ma anche di attuali battaglie civili: la “sacerdotessa del rock”.

Pisciando in un fiume, guardandolo salire

Dita tatuate, state lontano da me

Voci, voci, incantano

Voci, voci, fanno cenno al mare di venire

Vieni vieni vieni torna torna

Torna torna torna

Raggio di una ruota, punta di un cucchiaio

Bocca di una caverna, sono schiava, sono libera

Quando vieni? Spero che tu venga presto

Dita, dita circondano te

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni per me

Le mie budella si svuotano defecando la tua anima

Cosa posso darti di più baby, io non so

Cosa posso darti di più per far crescere questa cosa?

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Nick Hornby, nel suo “31 canzoni”, sostiene che “Pissing in a river” sia una canzone che ti fa “venire voglia di leggere o scrivere o dipingere o andare a visitare una galleria d’arte o correre forte”, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre (vecchio paraculo di un inglese). A ognuno la sua scelta.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#3 Waterboys – Fisherman’s blues

Certi artisti, nonostante un successo e mezzi non all’altezza delle leggende del rock, riescono ad esprimere, col loro nomadismo artistico ed esistenziale, dei capitoli importanti della storia della musica. È il caso degli Waterboys di Mike Scott ed Anthony Thistlethwaite, crogiolo di nazionalità britanniche, punto di incontro di musicisti scozzesi, inglesi ed irlandesi, in cui per un breve periodo figurerà come corista un certa Śinead O’Connor. Lui, Mike, scozzese, giunge a Londra sul finire dei Settanta con tante idee, imbevuto di Bob Dylan e David Bowie, raduna validi musicisti e fonda il gruppo. Dopo i primi timidi successi, nel freddo thatcheriano di inizio Ottanta, sviluppa un suono denso e pieno fatto di vari strati di chitarre acustiche, tastiere, basso, batteria e violino, umanizzato da un’importante sezione di fiati (tromba e sax). I testi sono intrisi di spiritualismo, la voce di Scott è appassionata e stentorea. Sarà ribattezzata “Big Music”, la grande musica che si consacra con l’album “This is the Sea” del 1985. Gli Waterboys girano l’Europa in un lunghissimo tour con i Simple Minds, ed il cantante si rende conto che, purtroppo, dal vivo non si può riprodurre appieno il “muro del suono” della “Big Music”. Meglio, dunque, abbandonare quella strada e tornare alle radici folk della musica. Mike perde un tastierista, si trasferisce in Irlanda vicino al suo violinista Steve Wickham e studia le sonorità e le tradizioni celtiche, ma anche Pete Seeger e Hank Williams, padri del folk e del country americano. Ne esce il capolavoro “Fisherman’s Blues”, del 1988, la cui omonima title track diviene ben presto un classico del folk rock. La tavolozza del suono è composta dallo spettro cromatico di batteria, basso, chitarra acustica, violino, organo e mandolino. Sono i colori scuri e accesi dell’Isola di Smeraldo: viene definito “Raggle-taggle sound”. Il testo è struggente e romantico, parla di un amore difficile ma più forte delle circostanze: “Vorrei essere un pescatore/ scorrazzando per i mari/ lontano dalla terraferma […] Vorrei essere il frenatore/ su un treno che sfreccia agitato/ che si scontra diritto nel centro del cuore/ come un cannone nella pioggia/ con i sentimenti di chi dorme […] E so che sarò liberato/ dai vincoli che mi tengono stretto/ e dalle catene tutte intorno a me/ che se ne andranno alla fine/ e in quel giorno magnifico e decisivo/ ti prenderò con la mia mano/ Salirò su un treno/ Sarò il pescatore/ con la luce nella mia testa/ con te fra le mie braccia…” Il buon successo di pubblico e di critica della canzone e dell’album non superano i confini del Regno Unito. Per il Mondo, in quegli anni, la musica britannica ė rappresentata dagli U2, i Simple Minds, Wham!, Duran e Spandau, Talk Talk, The Smiths, Stone Roses, i Pogues e gli intramontabili Queen. Ma la sperimentazione senza compromessi di Mike Scott merita di essere ricordata, una musica grande come il mare, antica come il Mondo, che unì musicalmente due lembi del Regno Unito allora ancora sul piede di guerra.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#4 Depeche Mode – Never let me down again

“Never want to come down/ never want to put my feet back down on the ground” (Martin Gore, Depeche Mode)

A metà anni Ottanta quattro ragazzi inglesi di enorme talento stanno scalando, un passo alla volta, l’Olimpo del rock planetario. Sono Dave Gahan, il fascinoso cantante, voce calda e movenze alla Mick Jagger, Martin Gore, che scrive i testi, Alan Wilder ed Andy Fletcher. Quando, nel 1987, esce come LP “Music for the Masses” (un titolo al tempo stesso ironico e scaramantico), hanno già sfornato diversi successi nel Regno Unito ed in Europa, ma ancora non sono riusciti a conquistare gli USA. Il loro synth rock fatto di ritmi sincopati e drum machine ha assunto con l’album precedente “Black Celebration” toni più scuri ed introspettivi, che ritroviamo nei testi e nei suoni. “Never Let Me Down Again” è senza dubbio la traccia più riuscita dell’album, e una delle canzoni dei Depeche più belle in assoluto. La canzone si apre con un riff di chitarra campionato con degli effetti per renderlo più duro. La linea di batteria è semplice ed efficace, formata da campionamenti dei Led Zeppelin sorretti da due linee di sequencers. Martin Gore, nel testo, ci parla di un “amico”, unica ancora a cui sorreggersi, l’unico che può farti sentire più forte delle difficoltà: “Sto facendo un giro/ Con il mio migliore amico/ Spero che non mi abbandoni mai più/ Lui sa dove mi sta portando/ Mi sta portando dove voglio andare […] Stiamo volando in alto/ Guardiamo il mondo passarci di fianco/ Non voglio mai [più] tornare giù/ Non voglio più rimettere i piedi per terra […] Non mi abbandonare mai/ Vedi le stelle, brillano luminose/ È tutto a posto stasera…” Il tutto viene colorato da una rete di synth, dall’arrangiamento orchestrale e dai cori, in un crescendo finale che sembra portarci sempre più in alto. Chi sia veramente questo amico è una domanda che Martin Gore ha volutamente lasciato senza risposta. Si è ipotizzato che la canzone sia un inno all’amicizia vera, si è detto che si parla di droga, di un’esperienza sessuale, persino di Dio, o comunque della fede. Quel che è certo è che con “Music for the Masses” i Depeche Mode conquistano anche gli Stati Uniti e si imbarcano nel loro tour mondiale più lungo: 101 date che culminano al Rose Bowl di Pasadena, nei pressi di Los Angeles, il 18 giugno 1988, di fronte ad 80.000 spettatori. I concerti sono chiusi proprio con “Never let me down again”, con Dave Gahan che invita il pubblico ad imitarlo nel gesto di un saluto e poi si ferma estasiato ad osservare il mare di braccia che si agitano. Uno spettacolo che il sottoscritto può dire di aver visto e vissuto, dato che nei concerti il pezzo è sempre tra i più richiesti. Nel 1987-1988 il gruppo è probabilmente all’apice di un successo che dura fino ai giorni nostri, ma che mette i suoi membri a durissima prova: Martin Gore scivola nell’alcolismo, Alan Wilder esce dal gruppo, Andy Fletcher cade in depressione. Quanto a Dave Gahan, in breve viene travolto dallo stress e dai vizi del rock business: diventa dipendente da droghe pesanti, speedball ed eroina, distrugge due matrimoni, sopravvive ad un tentativo di suicidio, un infarto, un’overdose (1996) che lo lascia per tre minuti clinicamente morto. Riesce a disintossicarsi, così come Martin dall’alcool; i Depeche superano le avversità, i litigi interni, persino la concorrenza di band più giovani ma che non hanno altrettanto appeal. Oggi sono tra le 4-5 rock band di maggior successo del pianeta e continuano a riempire stadi e palazzetti. Non hanno ancora rimesso i piedi in terra, vedono ancora il Mondo passargli di fianco. Che sia un Dio, un demone o un amico che li guarda dall’alto, di certo lassù qualcuno li ama…