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DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

Dopo un’attesa di 4 anni torna a pubblicare un album il principale gruppo rock del panorama italiano: i Verdena escono il 27 gennaio con “Endkadenz vol.1“. Infatti il trio delle valli del bergamasco, uscito dalla consueta lunga gestazione in sala prove ed in sala incisione (un pollaio riadattato a studio di registrazione ribattezzato non senza autoironia “Henhouse”), Continua a leggere DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

panz141#5 Pink Floyd – The Endless River

So di sbilanciarmi, ma sfido un qualunque fan dei PF che ha ascoltato l’ultimo disco a sostenere di non aver versato una sola lacrima. Di nostalgia, d’accordo, come quando si incontra dopo tanto tempo un amico e lo si trova invecchiato. Poi bastano due battute e sembra ancora di essere tra i banchi di scuola a scherzare e divertirsi. Sì, perché le registrazioni su cui si basa l’album, una bella digressione gilmouriana quasi totalmente strumentale, fanno parte del pacchetto di sessioni da cui fu tratto il fortunato (12 milioni di copie) “The Division Bell” del 1994. Album che vide il rientro del povero Richard Wright alle tastiere ed al quale seguí un leggendario tour, l’ultimo vero e proprio. È questo epitaffio per l’amico ritrovato e poi perso, questo omaggio per i Pink che non saranno più, questo senso di risaputo ma effimero che fanno di “The Endless River” uno degli eventi imperdibili del 2014. Non consiglio l’ascolto a chi ascolta musica solo sulle playlist o su Spotify (anche perché quando ti parte la pubblicità dopo 8 minuti di assolo di Gilmour ti sale dentro Pol Pot)… Continua a leggere 5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

Alter…Natale – di Francesco Panzieri

Le canzoni di Natale e i canti natalizi sono tra gli elementi fondamentali dello spirito consumistico, ma anche idealistico, del mese di Dicembre. Ma quando arriva il periodo delle feste, quando non si è più bambini e le preoccupazioni ed i problemi ci assalgono, è facile stancarsi dei soliti vecchi pezzi, magari lanciando anche qualche maledizione verso gli autori. Con questa playlist di brani alternativi cercherò invece di ribaltare la situazione. Sono canzoni di Natale che normalmente non si ascoltano in famiglia con le luci dell’albero accese, o vicino al presepe. Cantano un Natale diverso. Quello di chi è stanco e disperato. E chi sa che dopo averle ascoltate non irrompa in voi la reazione: “Eh no! Il Natale che conosco io è diverso! È quello di Jingle Bells, Una Poltrona per due e Willy Wonka in TV, i gobbi rifatti ed i buoni sentimenti!” Continua a leggere Alter…Natale – di Francesco Panzieri

10 CANZONI DA RICORDARE di Francesco Panzieri

#1 Fabrizio De André – La canzone dell’amore perduto

Marzo 1966. Il giovane Fabrizio De André, figlio geniale e degenere di una delle famiglie della Genova bene, si è già fatto una posizione ed una famiglia. Ha sposato Puny Rignon, da cui ha avuto il piccolo Cristiano, ed ha ottenuto un lavoro fisso, come direttore di una scuola aperta dal padre. Senza troppa fretta, sta cercando di laurearsi in Giurisprudenza. Ma le sue abitudini non sono esattamente quelle del padre e marito modello. Sogna il successo con la grande passione della sua vita: la musica. Poi ama vivere la sua città di notte, con un gruppo eterogeneo di amici tra cui spicca Paolo Villaggio, andando di casa in casa, di bettola in lupanare, spesso rimanendo in strada fino alle ore piccole anche soltanto ad organizzare scherzi tremendi. Sono sei anni che pubblica singoli per la piccola etichetta Karim, e si è già messo in luce per l’anticonformismo, l’antimilitarismo, la voce profonda, la rotonda dizione, l’abilità di paroliere, l’amore per gli chansonnier francesi più iconoclasti. Il matrimonio con Puny sta attraversando una prima crisi, Fabrizio non sta rispettando le promesse, e se ne rende conto. Scrive quindi una canzone che esprime le sue sensazioni senza nascondersi dietro ad un dito: “La canzone dell’amore perduto“. L’amore, ci dice De André nel 1966, nel fiorire delle scioglievolezze sanremesi ed in un paese ancora profondamente bigotto, è relativo. Forse non è altro che un mezzo per difenderci dalla società, di certo tutt’altro che un dogma immutabile. Il narratore, nella canzone, è la donna (Puny), che dice: “Ricordi sbocciavan le viole/ con le nostre parole /Non ci lasceremo mai, mai e poi mai, /vorrei dirti ora le stesse cose /ma come fan presto, amore, ad appassire le rose /così per noi /l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, /non resta che qualche svogliata carezza /e un po’ di tenerezza.” E poi: “E quando ti troverai in mano /quei fiori appassiti al sole /di un aprile ormai lontano, /li rimpiangerai /ma sarà la prima che incontri per strada /che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, /per un amore nuovo.” Il tutto accompagnato dalla struggente melodia dell’adagio del “Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo” di Georg Philip Telemann (contemporaneo di Bach e di Händel), suonata alla tromba ed al pianoforte. In musica, Fabrizio, riesce ad aprirsi, non sa mentire. Con Puny rimangono insieme, nonostante l’amore sia finito e nonostante le avventure di Fabrizio, fino al 1974. La canzone diverrà famosa solo negli anni successivi, quando De André riceverà finalmente il riconoscimento che gli spetta, diventando un simbolo come cantautore e come intellettuale. Sarà inserita in alcuni LP (“Tutto Fabrizio De André”, Karim 1966, “La Canzone di Marinella”, RRC 1968) e riarrangiata da Gianfranco Reverberi per l’album “Canzoni”, del 1974, guarda caso l’anno del divorzio da Puny e dell’ingresso di Dori Ghezzi nella vita di Fabrizio. Un album bellissimo, con traduzioni di Bob Dylan, Georges Brassens e Leonard Cohen ed alcuni suoi vecchi successi che un De André in crisi, ferito dalle critiche ricevute per “Storia di un impiegato” liquidò così con la sua schiva autoironia: “Sai cosa fa un autore quando non sa cosa dire? Qualche riciclaggio e qualche traduzione. Bisogna pur sopravvivere…” “La canzone dell’amore perduto” è stata votata dai fan del cantautore come la sua canzone più amata e l’hanno voluta cantare, anche se solo dopo la morte di “Faber”, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Mango, Andrea Bocelli, Antonella Ruggiero, Cristiano De André con Laura Chiatti. Enrica “Puny” Rignon ebbe a dire, anni fa: “Molte delle canzoni che ha scritto sono reazioni a momenti particolari vissuti in famiglia o fuori. Amori andati a male, amori finiti. Uno qualunque certe cose se le trascina dentro, lui ha questa genialità di riportarle nei suoi pezzi. “La canzone dell’amore perduto” l’ha scritta quando i giochi tra noi erano ormai fatti.” Non sarà stata tra le pagine più impegnate scritte dal cantautore genovese, ma di certo è tra quelle che il pubblico ha fatto subito proprie e che ha amato di più.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#2 Patti Smith – Pissing in a river

Nel 1967, in pieno sviluppo della scena underground più affascinante di quegli anni, piomba a New York una ragazzina di 21 anni, magra come un’acciuga, inquieta ed imbevuta di letture. Si fa chiamare Patti Smith e conduce un’ esistenza randagia, tirando avanti con 5 dollari al giorno, vivendo nelle soffitte e talvolta dormendo nei parchi. Si lega con personaggi della scena culturale e fa lavori saltuari in pub e librerie, ma soprattutto scrive, scrive, scrive. Ha in testa le capacità di una poetessa e nello stomaco l’inquietudine della rockstar. Comincia con dei readings letterari accompagnati da strumenti e poi, sfruttando il mare di conoscenze maturate nella Grande mela, in cui si muove come un pesce, mette su una band con cui, in breve tempo, si afferma –siamo nel 1974- come la “new thing” della musica underground. Si accorgono di lei personaggi del calibro di Bobby Dylan, Lou Reed, Andy Wahrol e John Cale, che la portano per mano all’affermazione nell’altro mare, quello aperto della musica, incurante di squali e pesci velenosi. I riferimenti prediletti di Patti sono Allen Ginsberg, Jack Kerouac, le liriche di Williams Burroughs e soprattutto i poeti maudit Jim Morrison ed Arthur Rimbaud. A lui è dedicato il secondo album, Radio Ethiopia, sua patria d’elezione. Da dischi come questo, anno 1976, emergono le due anime di Patti Smith: quella “punk”, feroce e straziata, e quella più cupa, solenne, che trova espressione in ballate dal misticismo proprio di una celebrazione. Il climax mistico del disco è ben rappresentato dalla splendida “Pissing In A River”: un’elegia, il lamento d’amore disperato ed orgoglioso di una donna lasciata, immersa in una natura che le ricorda che tutto scorre, un’immagine poetica che si apre e si chiude con l’atto prosaico e libero di “pisciare nel fiume”. La ballad ha una bella apertura melodica, voce solenne e piano, prima che entrino minacciose le urla, i cori e gli assoli di Lenny Kaye (uno dei migliori della sua epoca) a rendere un senso di disperazione, inquietudine ed orgoglioso risentimento. Patti Smith, dopo una breve e fulminante carriera, nel 1979 annuncia il ritiro dalle scene: farà solo sporadiche apparizioni –peraltro con successo. A metà anni Novanta torna in pista in seguito al dolore lancinante provocatole dalla morte del marito, Fred “Sonic” Smith, dell’amico fotografo Robert Mapplethorpe, del fratello e di alcuni dei suoi vecchi amici musicisti. Dimostra presto di avere ancora molto da dire: anche nel nuovo millennio si conferma un personaggio idolatrato verso cui nutrono massimo rispetto persino le generazioni più giovani, un simbolo della generazione punk, ma anche di attuali battaglie civili: la “sacerdotessa del rock”.

Pisciando in un fiume, guardandolo salire

Dita tatuate, state lontano da me

Voci, voci, incantano

Voci, voci, fanno cenno al mare di venire

Vieni vieni vieni torna torna

Torna torna torna

Raggio di una ruota, punta di un cucchiaio

Bocca di una caverna, sono schiava, sono libera

Quando vieni? Spero che tu venga presto

Dita, dita circondano te

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni

Vieni vieni vieni vieni vieni vieni per me

Le mie budella si svuotano defecando la tua anima

Cosa posso darti di più baby, io non so

Cosa posso darti di più per far crescere questa cosa?

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Non voltarmi la schiena adesso che ti sto parlando

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il piangimi fiume

Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per te

Oh, io do la mia vita per te

Ogni movimento che ho fatto, l’ho fatto per te

E adesso sono giunta, come un magnete per te

Cosa ne dici, visto che mi stai lasciando?

Cosa ne dici, visto che non hai bisogno di me?

Cosa ne dici visto che non posso vivere senza di te?

Cosa ne dici visto che non ho mai dubitato di te?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Cosa ne dici, cosa ne dici?

Dovrei seguire un sentiero così tortuoso?

Dovrei strisciare sconfitta e umiliata?

Dovrei percorrere la lunghezza di un fiume?

Il regale, il trono, il “piangimi fiume”

Cosa ne dici, cosa ne dici, cosa ne dici?

Oh, sto pisciando in un fiume.

Nick Hornby, nel suo “31 canzoni”, sostiene che “Pissing in a river” sia una canzone che ti fa “venire voglia di leggere o scrivere o dipingere o andare a visitare una galleria d’arte o correre forte”, ma se ne potrebbero aggiungere molte altre (vecchio paraculo di un inglese). A ognuno la sua scelta.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#3 Waterboys – Fisherman’s blues

Certi artisti, nonostante un successo e mezzi non all’altezza delle leggende del rock, riescono ad esprimere, col loro nomadismo artistico ed esistenziale, dei capitoli importanti della storia della musica. È il caso degli Waterboys di Mike Scott ed Anthony Thistlethwaite, crogiolo di nazionalità britanniche, punto di incontro di musicisti scozzesi, inglesi ed irlandesi, in cui per un breve periodo figurerà come corista un certa Śinead O’Connor. Lui, Mike, scozzese, giunge a Londra sul finire dei Settanta con tante idee, imbevuto di Bob Dylan e David Bowie, raduna validi musicisti e fonda il gruppo. Dopo i primi timidi successi, nel freddo thatcheriano di inizio Ottanta, sviluppa un suono denso e pieno fatto di vari strati di chitarre acustiche, tastiere, basso, batteria e violino, umanizzato da un’importante sezione di fiati (tromba e sax). I testi sono intrisi di spiritualismo, la voce di Scott è appassionata e stentorea. Sarà ribattezzata “Big Music”, la grande musica che si consacra con l’album “This is the Sea” del 1985. Gli Waterboys girano l’Europa in un lunghissimo tour con i Simple Minds, ed il cantante si rende conto che, purtroppo, dal vivo non si può riprodurre appieno il “muro del suono” della “Big Music”. Meglio, dunque, abbandonare quella strada e tornare alle radici folk della musica. Mike perde un tastierista, si trasferisce in Irlanda vicino al suo violinista Steve Wickham e studia le sonorità e le tradizioni celtiche, ma anche Pete Seeger e Hank Williams, padri del folk e del country americano. Ne esce il capolavoro “Fisherman’s Blues”, del 1988, la cui omonima title track diviene ben presto un classico del folk rock. La tavolozza del suono è composta dallo spettro cromatico di batteria, basso, chitarra acustica, violino, organo e mandolino. Sono i colori scuri e accesi dell’Isola di Smeraldo: viene definito “Raggle-taggle sound”. Il testo è struggente e romantico, parla di un amore difficile ma più forte delle circostanze: “Vorrei essere un pescatore/ scorrazzando per i mari/ lontano dalla terraferma […] Vorrei essere il frenatore/ su un treno che sfreccia agitato/ che si scontra diritto nel centro del cuore/ come un cannone nella pioggia/ con i sentimenti di chi dorme […] E so che sarò liberato/ dai vincoli che mi tengono stretto/ e dalle catene tutte intorno a me/ che se ne andranno alla fine/ e in quel giorno magnifico e decisivo/ ti prenderò con la mia mano/ Salirò su un treno/ Sarò il pescatore/ con la luce nella mia testa/ con te fra le mie braccia…” Il buon successo di pubblico e di critica della canzone e dell’album non superano i confini del Regno Unito. Per il Mondo, in quegli anni, la musica britannica ė rappresentata dagli U2, i Simple Minds, Wham!, Duran e Spandau, Talk Talk, The Smiths, Stone Roses, i Pogues e gli intramontabili Queen. Ma la sperimentazione senza compromessi di Mike Scott merita di essere ricordata, una musica grande come il mare, antica come il Mondo, che unì musicalmente due lembi del Regno Unito allora ancora sul piede di guerra.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#4 Depeche Mode – Never let me down again

“Never want to come down/ never want to put my feet back down on the ground” (Martin Gore, Depeche Mode)

A metà anni Ottanta quattro ragazzi inglesi di enorme talento stanno scalando, un passo alla volta, l’Olimpo del rock planetario. Sono Dave Gahan, il fascinoso cantante, voce calda e movenze alla Mick Jagger, Martin Gore, che scrive i testi, Alan Wilder ed Andy Fletcher. Quando, nel 1987, esce come LP “Music for the Masses” (un titolo al tempo stesso ironico e scaramantico), hanno già sfornato diversi successi nel Regno Unito ed in Europa, ma ancora non sono riusciti a conquistare gli USA. Il loro synth rock fatto di ritmi sincopati e drum machine ha assunto con l’album precedente “Black Celebration” toni più scuri ed introspettivi, che ritroviamo nei testi e nei suoni. “Never Let Me Down Again” è senza dubbio la traccia più riuscita dell’album, e una delle canzoni dei Depeche più belle in assoluto. La canzone si apre con un riff di chitarra campionato con degli effetti per renderlo più duro. La linea di batteria è semplice ed efficace, formata da campionamenti dei Led Zeppelin sorretti da due linee di sequencers. Martin Gore, nel testo, ci parla di un “amico”, unica ancora a cui sorreggersi, l’unico che può farti sentire più forte delle difficoltà: “Sto facendo un giro/ Con il mio migliore amico/ Spero che non mi abbandoni mai più/ Lui sa dove mi sta portando/ Mi sta portando dove voglio andare […] Stiamo volando in alto/ Guardiamo il mondo passarci di fianco/ Non voglio mai [più] tornare giù/ Non voglio più rimettere i piedi per terra […] Non mi abbandonare mai/ Vedi le stelle, brillano luminose/ È tutto a posto stasera…” Il tutto viene colorato da una rete di synth, dall’arrangiamento orchestrale e dai cori, in un crescendo finale che sembra portarci sempre più in alto. Chi sia veramente questo amico è una domanda che Martin Gore ha volutamente lasciato senza risposta. Si è ipotizzato che la canzone sia un inno all’amicizia vera, si è detto che si parla di droga, di un’esperienza sessuale, persino di Dio, o comunque della fede. Quel che è certo è che con “Music for the Masses” i Depeche Mode conquistano anche gli Stati Uniti e si imbarcano nel loro tour mondiale più lungo: 101 date che culminano al Rose Bowl di Pasadena, nei pressi di Los Angeles, il 18 giugno 1988, di fronte ad 80.000 spettatori. I concerti sono chiusi proprio con “Never let me down again”, con Dave Gahan che invita il pubblico ad imitarlo nel gesto di un saluto e poi si ferma estasiato ad osservare il mare di braccia che si agitano. Uno spettacolo che il sottoscritto può dire di aver visto e vissuto, dato che nei concerti il pezzo è sempre tra i più richiesti. Nel 1987-1988 il gruppo è probabilmente all’apice di un successo che dura fino ai giorni nostri, ma che mette i suoi membri a durissima prova: Martin Gore scivola nell’alcolismo, Alan Wilder esce dal gruppo, Andy Fletcher cade in depressione. Quanto a Dave Gahan, in breve viene travolto dallo stress e dai vizi del rock business: diventa dipendente da droghe pesanti, speedball ed eroina, distrugge due matrimoni, sopravvive ad un tentativo di suicidio, un infarto, un’overdose (1996) che lo lascia per tre minuti clinicamente morto. Riesce a disintossicarsi, così come Martin dall’alcool; i Depeche superano le avversità, i litigi interni, persino la concorrenza di band più giovani ma che non hanno altrettanto appeal. Oggi sono tra le 4-5 rock band di maggior successo del pianeta e continuano a riempire stadi e palazzetti. Non hanno ancora rimesso i piedi in terra, vedono ancora il Mondo passargli di fianco. Che sia un Dio, un demone o un amico che li guarda dall’alto, di certo lassù qualcuno li ama…

 

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#5 Sam Cooke – A change is gonna come

Samuel Cook, in arte Sam Cooke, è uno dei campioni della musica black americana, una specie di Elvis nero per sex appeal e capacità di proporre successi pop romantici (“Cupid”, “Wonderful world”) e spensierate sarabande ballabili (“Twisting the night away”, “Shake”), un Sinatra di colore dalla voce vellutata, affinata in una vita di canto gospel, e dai modi raffinati. Piace al pubblico dei ghetti, dominando le classifiche R&B, ma anche ai bianchi “liberal”, più propensi alle romanticherie musicali che alle lamentazioni ed agli spigoli del blues: 29 suoi singoli dal 1958 al 1964 entrano nella top 40 Billboard degli USA. La sua musica viene “dall’anima”, come il gospel, ma è di facile fruizione per tutti: nasce con lui la “Soul Music”. Ma per lui il successo non basta: sente di dovere qualcosa ai suoi fratelli neri, e comincia ad impegnarsi per aiutare il movimento per i diritti civili. Grazie alla sua crescente fama conosce Martin Luther King, nel febbraio 1964 Muhammad Alì lo elogia pubblicamente nella conferenza stampa dopo aver battuto Sonny Liston e la TV due mesi dopo fa incontrare i due nuovi idoli dei giovani di colore. Ascolta la nuova musica che sta trasformando il panorama ingessato dei primi anni Sessanta in un calderone di protesta e di sperimentazione, in particolare viene colpito da Bob Dylan e dalla sua “Blowing in the Wind”. La risposta alle domande di Bob è in una canzone che Sam scrive di getto dopo essere stato cacciato, con tutto il proprio entourage, da un motel in Louisiana, che accetta solo una clientela di bianchi: “A change is gonna come”. “In certi momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta a lungo” canta Cooke “ma adesso penso di poter resistere/ Ed è passato tanto, ma tanto di quel tempo/ ma so che ci sarà un cambiamento, certo che ci sarà.” La ballata, impreziosita da uno struggente arrangiamento orchestrale, viene registrata a dicembre 1963, ma esce come lato B del singolo “Shake” soltanto un anno dopo. Sarà un successo soltanto negli anni successivi, sull’onda della battaglia dei diritti civili, come inno generazionale della gioventù di colore degli anni Sessanta. Sam non farà in tempo neppure ad assistere all’uscita della canzone: rimarrà ucciso l’11 dicembre 1964 allo Hacienda Motel di Los Angeles, crivellato di proiettili dalla proprietaria, da lui aggredita per aver tentato di nascondere una prostituta che lo aveva derubato di portafogli e vestiti mentre era in bagno. Una morte squallida per l'”usignolo di Clarksdale” (immortalato dalla stampa accasciato con addosso soltanto una giacca) che ha alimentato varie tesi del complotto (ai suoi funerali a Chicago si verificarono disordini), ma che forse ha ridimensionato la statura di un eroe della comunità nera che avrebbe potuto trovare un posto nel Pantheon tra Martin Luther King e Malcolm X.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#6 Bob Dylan- Mr. Tambourine Man

“Io non mi chiamo poeta, perché quella parola non mi piace. Io sono un trapezista.” (Bob Dylan)

“Hey, mr. Tambourine Man, play a song for me, I’m not sleepy and there’s no place I’m going to/ Hey mr. Tambourine Man, play a song for me, in the jingle jangle morning I’ll come following you” (Bob Dylan)

Ci sono canzoni che nascono per gioco, per riempire vuoti compositivi, e che, se scritte da veri e propri geni della musica popolare, esplodono e risuonano in tutto il Mondo come inni generazionali. Negli splendidi Sixties, questo meccanismo funzionò per molte delle canzoni di Bob Dylan, il menestrello di Duluth, Minnesota. Probabilmente questo avvenne per una miracolosa concatenazione di genio e sregolatezza, letture di Ginsberg, Rimbaud e W.C. Fields, trance agonistico da pioniere instancabile della cultura giovanile ed uso di droghe. Mr Tambourine Man esce nel marzo 1965 come prima canzone del lato B dell’LP “Bringing it all back home”, e brilla come una stella nel cielo di primavera di un album meraviglioso. Una dolce ballata acustica dal testo visionario e surreale, che parla di esperienze e stati indotti quasi certamente da sostanze stupefacenti (“take me on a trip up on your magic swirlin’ ship/ my senses have been stripped, my hands can’t feel to grip”), aprendo una finestra su una realtà ancora sconosciuta alle masse giovanili, ma che pochi anni dopo si sarebbe diffusa a macchia d’olio. Nel gergo del Greenwich Village, il “tambourine man” è lo spacciatore d’erba che rifornisce i locali, manifestando il proprio carico tamburellando sul bancone con le nocche. I consumatori si avvicinano e gli dicono, come nella canzone, “play a song for me”. Nella sua maturità di rockstar, l’ormai sobrio Bob cerca di rammendare la questione, svelando ai giornali che “Mr. Tambourine Man” non è altri che Bruce Langhorne, il chitarrista che amava accompagnare i musicisti folk della scena del Greenwich Village con un grosso tamburello turco molto rumoroso e che suona la chitarra in “Bringing it all back home”. Bruce è il primo a suonare una chitarra elettrica con Bob Dylan, che in negli anni ’64-’65 taglia il cordone ombelicale con la scena folk, anche attraverso strappi clamorosi come l’esibizione al Newport Festival del 25 luglio 1965. Dylan, di fronte ad un pubblico di puristi del folk e del canto tradizionale di protesta, il “suo” pubblico, si presenta in giubbotto di pelle ed occhiali scuri insieme ad un gruppo rock con chitarre elettriche e batteria (Butterfield Blues Band), ed esegue a volume altissimo un breve set di 3 canzoni. Viene sommerso dai fischi, mentre gli organizzatori cercano di tagliare i cavi dell’amplificazione. È costretto a rientrare in scena a capo chino e a suonare in acustico proprio “Mr. Tambourine Man”, ricevendo stavolta solo applausi. Ma è l’addio: come Adamo lascia il Giardino dell’Eden per seguire la sua strada pericolosa, per seguire le sue geniali intuizioni e costruzioni. In quei giorni la stessa canzone, riarrangiata ed incisa dai Byrds, raggiunge la vetta delle classifiche U.S.A., trampolino di lancio per un nuovo genere, il folk rock, e per uno dei gruppi più influenti della storia della musica pop. Un’altra canzone rivoluzionaria del menestrello di Duluth. Un altro colpo del trapezista. E chi ci dice che Bob, battendo tutto stonato sulla macchina da scrivere, tra mozziconi di sigaretta, non si fosse già immaginato tutto?

PILLOLE DI MUSICA : I DOLCETTI DI FREDDIE – di Davide Cortonesi

freddie-mercury-rock-faces-corbisPrima ancora che i Queen si formassero, la carica e il carisma di Freddie Mercury erano già palpabili. Si racconta che durante le prove del gruppo, che si svolgevano in un garage, la polizia doveva intervenire più volte a richiamare la band per abbassare la musica, ma difficilmente riuscivano a mantenere lo standard troppo a lungo. A l’ennesima volta che sentirono bussare, Freddie pensò che avessero oltrepassato il limite e che a questo giro non avrebbero di certo evitato la multa. Il cantante corse così in cucina, riempì un vassoio di dolci e li offrì ai poliziotti. Questi accettarono volentieri a patto che la cosa non si ripetesse. Una volta rientrato i ragazzi del gruppo gli chiesero come avesse fatto a mandarli via, lui rispose “Gli ho dato un po’ di dolcetti che avete portato voi.” E dopo un lungo silenzio: “Freddie, vuoi dire gli space cake alla marijuana?”.