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W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 21

Mozart amava produrre coppie di lavori che in genere risultavano collegati ma presentavano comunque contenuti distinti e in contrasto tra loro. L’ultimazione del Concerto per pianoforte n. 21 (K467) nel 1785 avvenne da un solo mese di distanza dal precedente in re minore (K466) e, nonostante i due brani condividano coerenza sinfonica e creatività strutturale e siano orchestrati per il medesimo organico (corni, trombe e timpani), essi non potrebbero risultare più differenti per impatto drammatico.

Più potente e fresca è la sensualità del K467, anche dopo molti ascolti, che si corre il rischio di non apprezzarne a sufficienza l’originalità di equilibrio formale e sostanziale. La sua enorme popolarità deriva dal carattere del movimento centrale in fa maggiore, un sognante Andante, nel corso del quale la melodia romantica si sviluppa attraverso un lirismo mai raggiunto nelle composizioni precedenti, sebbene qualcosa di simile già si presagisca, per esempio, nell’Andante in re maggiore del K216 (Concerto per violino in sol maggiore).

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W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 20

I 27 concerti per pianoforte di Mozart costituiscono la sua più ricca produzione di musica strumentale. Sorprende che ben 15 di essi siano stati scritti solo tra il 1782 e il 1786, gli anni in cui riscosse i maggiori successi come concertista a Vienna. Per quanto riguarda lo sviluppo tematico, l’organizzazione armonica, l’integrazione tra solista e orchestra, la varietà di strutture e l’atmosfera, ciascun brano compie un’evoluzione rispetto al precedente. I termini musicali e drammatici entro i quali sono stati concepiti evidenziano legami con altre opere dello stesso periodo, soprattutto il Concerto per pianoforte n. 20 in re minore (K466): Mozart avrebbe scritto solo due anni dopo il Don Giovanni, mentre l’Idomeneo è di quattro anni precedente. La potenza e la drammaticità della tonalità di re minore in entrambe le opere si riflettono nella turbolenza preromantica di questo concerto.

In un’apertura inquieta e “sotto voce” la tensione cresce, il pathos si esprime sia con punti delicati – come il morbido ingresso del pianoforte con un enigmatico nuovo tema – sia con tumultuose esplosioni sonore. A contrastare il primo movimento giunge il semplice lirismo della romanza in si bemolle maggiore, a cui si contrappone l’intenso slancio del Rondò conclusivo. Ma il vero colpo di scena si rivela nella Coda: il re minore si trasforma in maggiore, le atmosfere cupe lasciano il passo a una letizia tanto imperscrutabile quanto gioiosamente e indiscutibilmente “meritata”.

W.A. MOZART, IL RATTO DEL SERRAGLIO

Nel  marzo del 1781 Mozart si trasferì a Vienna, dove non gli fu possibile replicare l’Idomeneo che aveva debuttato due mesi prima a Monaco. Il periodo di stallo viennese fu a un certo punto interrotto dalla commissione di un Singspiel sullo stesso tema del “salvataggio dall’harem” utilizzato da Gluck nella sua celebre La rencontre imprévue del 1764: Il ratto del serraglio.  L’incarico gli fu affidato dalla compagnia tedesca scelta tre anni prima dall’imperatore Giuseppe II per promuovere l’opera popolare e contrastare la preferenza per l’italiano e il francese in ambito teatrale.

La celebre opinione che l’imperatore avrebbe espresso sull’opera – “Troppo bella per le nostre orecchie, mio caro Mozart, e mostruosamente troppe note” – è probabilmente falsa, ma viene regolarmente citata poiché incarna la percezione di uno squilibrio tra l’inconsistenza del libretto e il livello e l’esuberanza della musica. Il grande coinvolgimento musicale generato, quasi a ogni battuta, da meravigliose sonorità e linee melodiche, tuttavia, compromette la continuità drammatica. Mettere in scena la spettacolare e virtuosistica aria Martern aller Arten, che viene preceduta da un’interminabile introduzione strumentale in stile “concertante”, è solo uno dei numerosi incubi dei registi. Tuttavia, la sfolgorante orchestrazione “Alla Turca” di Mozart, la combinazione tra gli sbalorditivi virtuosismi vocali e la profondità emotiva della musica, nonché lo splendido ritratto di Osmin, servitore dell’harem, spiegano il fascino e la popolarità del lavoro.

W.A. MOZART, QUARTETTI “HAYDN”

L’epiteto “Haydn” si riferisce a sei dei quartetti per archi più innovativi di Mozart che, considerati nel loro insieme, abbracciano un’ampia gamma di modi e stati d’animo. È significativo che siano stati dedicati ad Haydn, che in pratica delineò, attraverso una vasta produzione, la forma del quartetto d’archi, la quale, a sua volta, influì profondamente sulle composizioni mozartiane. Questi nuovi quartetti costarono molta fatica a Mozart – lo si capisce non solo dai suoi commenti, ma anche dai numerosi cambiamenti apportati ai manoscritti originali – e ne va sottolineata la ricchezza di contrasti: ognuno di essi forma un mondo a sé. Ciò che colpisce di queste opere dalle serrate sonorità d’apertura del  Quartetto n. 19 in do minore (K465), soprannominato “delle dissonanze”, all’inebriante emozione del Quartetto n. 17 in si bemolle maggiore (K458), che deve molto all’opera buffa nel suo energico finale, è la loro grande disinvoltura e l’assenza del ruolo predominante del primo violino. Tutti e quattro gli strumenti assumono pari rilievo e per queste opere sono richiesti interpreti con personalità distinte, in opposizione a un approccio perfettamente definito e uniforme.

Quartetto n. 19

Quartetto n. 16

W.A. MOZART, IDOMENEO, RE DI CRETA

Idomeneo, terza delle quattro opere serie scritte da Mozart, è un ottimo esempio dell’alterna fortuna di cui un brano può godere in epoche differenti. Si tratta di uno dei capolavori operistici del XVIII secolo, summa di tutte le capacità del ventiquattrenne Mozart (gli venne commissionata nel 1781 per la stagione del carnevale di Monaco). Sfortunatamente il suo successo non fu duraturo, se si esclude un’esecuzione privata a Vienna nel 1786 per la quale Mozart apportò alcune modifiche. Da quel momento in poi l’Idomeneo cadde nel più completo oblio: fu eseguito solo di rado ed etichettato come totalmente antiquato. La sua riscoperta risale al XX secolo: dopo aver subito una pesante revisione, fu rappresentato a Glyndebourne nel 1951.

Il libretto, una revisione italiana di un testo francese del 1712 ancora esistente di Antoine Danchet, contiene diverse situazioni drammatiche che ispirarono il giovane Mozart: lo sbocciare dell’amore giovanile, l’imminente decesso dei genitori, la difficoltà di trovare un posto in un mondo ostile. Il prodotto fu incandescente: unendo le novità della tragédie-lyrique di Gluck alle proprie innovazioni musicali, maturate lavorando con un’orchestra della “innovativa” Mannheim nei primi mesi dello stesso anno, Mozart creò un’ineguagliabile cornice drammatica, la cui grandezza è resa vivida e umanizzata da splendido lirismo e avvincente passione.

W.A. MOZART, SINFONIA CONCERTANTE in mi b magg.

Sebbene Mozart abbia scritto la maggior parte dei suoi concerti per violino quando aveva vent’anni, la Sinfonia concertante, composta quattro anni più tardi, è da considerarsi l’unico lavoro della sua maturità scritto per strumenti ad arco solisti. In senso stretto, una Sinfonia concertante è un genere diverso dal concerto: prevede vari solisti cui sono affidati temi differenti da quelli dell’orchestra. Mozart battezzò “sinfonie concertanti” solo tre delle sue composizioni: un frammento per violino, viola e violoncello con orchestra, un pezzo per quattro fiati e orchestra, che non è sopravvissuto nella sua forma originaria, e il brano in questione.

Stilisticamente la sinfonia presenta alcune caratteristiche della scuola di Mannheim insieme a elementi delle serenate salisburghesi e dell’espansività operistica.

W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 9

Il Concerto per pianoforte n. 9 (K271) potrebbe a ragione essere proclamato il primo grande capolavoro di Mozart. Come si addice a un’opera che segna l’ingresso nella “maturità” musicale di un artista, fu composto nello stesso mese in cui Mozart compì ventuno anni: il gennaio 1777. Dal Concerto traspare la sicurezza del musicista nello sperimentare forme e stili. La sezione centrale è costituita da un intenso Andantino che ricorda un’aria dell’opera seria, a cui i violini, smorzati dalla sordina, conferiscono un carattere intimo e appassionato. L’incalzante Rondò conclusivo, per contro, esplode nella gioia di vivere caratteristica dell’opera buffa. Ma Mozart possiede un ultimo asso nella manica: l’energica musica si interrompe bruscamente e subentra un minuetto di tutt’altra natura, il cui elegante tema cantabile è ancora più magico poiché totalmente inaspettato. L’intermezzo si conclude altrettanto improvvisamente e riprende l’effervescente tema del Rondò che si protrae fino alla conclusione.

W.A. MOZART, CONCERTO PER VIOLINO N. 5

Una volta, dopo avere assistito a un’esecuzione violinistica ricca di sgargianti virtuosismi pirotecnici, Mozart confidò al padre: “non sono un amante delle difficoltà”. I concerti per violino di Mozart lo confermano: nessuna dimostrazione di abilità fine a se stessa, anche se l’apparente semplicità della parte solistica è ingannevole. Mozart era violinista (oltre che pianista) ed eseguì i suoi cinque Concerti per violino più di una volta. Il primo fu composto nel 1773 e gli altri quattro in pochi mesi nel 1775, quando l’allora diciannovenne Mozart abitava e lavorava nella natia Salisburgo. Il Concerto n. 5, con il suo terzo movimento a tratti selvaggio, si dimostra il più audace: i corni infiammano l’Allegro in apertura, dove il vigoroso Tutti si contrappone al solista; l’Adagio centrale è semplice, ma lirico ed espressivo. Il rondò finale è un elegante minuetto, che procede pacatamente fino a un’autentica sorpresa: un’interruzione dal carattere orientaleggiante, “alla turca”. Il movimento riprende poi sfacciatamente, come se non fosse accaduto niente di strano, terminando con la stessa calma con cui era iniziato.

W.A. MOZART, SONATE PER PIANOFORTE

Le Sonate per pianoforte di Mozart sono state a lungo sottostimate: per fortuna, nel dopoguerra, solisti di spicco come Horszowski, Kraus, Kempff, Serkin, Brendel, de Larrocha, Perahia, Uchida, Schiff e la Pires le hanno rivalutate. Queste opere hanno risentito del confronto con le sonate di Beethoven, che erano raccolte e organizzate in serie, mentre Mozart fornì solo una catalogazione irregolare. Il fatto che anche uno studente di pianoforte possa affrontare la più semplice piuttosto presto, ha contribuito a non farle apprezzare come meritano. Arthur Schnabel, grande esperto della produzione mozartiana, ebbe a dire delle Sonate che sono troppo facili per i bambini e troppo difficili per gli adulti.

In realtà, l’intera serie di diciotto sonate, che si apre con sei di quelle composte nel 1775, cioè K279-84 e che si chiude con la vivace K576, del 1789, è tutta di alto livello: la nota K545, “per principianti”, è un capolavoro di abilità tecnica senza tempo. È però nel finale della K284 in re maggiore, un bellissimo tema con variazioni, che la parola “genio” si può applicare per la prima volta a Mozart. Le sonate più drammatiche sono la straziante K310 in la minore, scritta alla morte della madre, e la tetra K457 in do minore. Non è meno degna di attenzione la K570 in si bemolle maggiore, con il suo paradisiaco Adagio centrale.

K284 3°mov.

K310

K331

K545

K570 2°mov.

W.A. MOZART, QUINTETTI D’ARCHI

Lungi dal considerare il quintetto d’archi come un quartetto a cui si aggiunge un elemento, Mozart concepì i sei componimenti in maniera davvero originale. L’aggiunta della seconda viola e il conseguente rafforzamento del registro medio gli consentirono di “orchestrare” la composizione in modi differenti. Alcune delle possibilità previste da Mozart sono: un trio acuto (due violini e una viola) contrapposto a uno grave (due viole e un violoncello); coppie di violino o viole che raddoppiano la parte del violoncello sulla linea del basso; o anche duetti tra violino e viola o violoncello su un accompagnamento a tre voci eseguito dagli altri strumenti.

Il primo lavoro di Mozart in questo genere , il K174 in si bemolle maggiore, un brano interessante spesso trascurato, gli fu ispirato dai quintetti per archi dell’amico Michael Haydn, fratello di Joseph. Il K406 in do minore è una trascrizione della Serenata per fiati nella stessa tonalità composta nel 1788, cioè l’anno successivo a quello di due dei suoi migliori quintetti: quello in do maggiore, K515, e quello in sol minore, K516. Come scrisse Alfred Einstein, questi lavori monumentali stanno alla musica mozartiana come le ultime due sinfonie alla sua musica per orchestra. Gli ultimi due quintetti, in re maggiore (K593) e in mi maggiore (K614), sono le sue ultime composizioni cameristiche e dimostrano una nuova eleganza nella forma e nella scrittura.

K516

K593

K614