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RAGAZZO DELL’EUROPA – di Viola Lapisti

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria
di cui gli amici possono solo leggere il titolo”
 Virginia Woolf

“Perché la follia, in fondo, è solo quel profondo bisogno che abbiamo di riconciliare le nostre notti coi nostri giorni”
Giacomo Francini

In una piccola città prima o dopo ci incontriamo tutti. Io incontrai questo ragazzo anni orsono, ormai. Mi stupiva quell’aria perennemente contesa tra la fuga e l’assalto. Aveva talento, tutt’ora lo ha conservato, scriveva poesie, amava la musica, l’arte e la letteratura e si appassionava con l’innocenza di un bambino a qualsiasi cambiamento o novità che molto spesso lui solo percepiva tra le mura di una città immobile. Poi siamo cresciuti, abbiamo tradito la nostra innocenza per una razionalità troppo spesso carica di cinismo, ma lui, Giacomo Francini, è riuscito a conservare del candore dell’infanzia una sorta di purezza, motore vivo che lo ha spinto ad uscire fuori nel mondo ed a raccogliere insieme una progressione di esperienze e di esperimenti che lo hanno portato, oggi, ad inaugurare una nuova fase della sua vita con l’uscita di Psichedèlia, il suo primo album da solista.

Lo abbiamo visto leader del gruppo beat Hashmir, vestire i panni di Velvet con le sue fotografie, scrittore del romanzo “Sette passi sul ventre andaluso” ed autore di due raccolte di poesie “Oltre il Sorriso di un Clown” ed “Acque nere”.

Da circa un anno, avendo alle spalle diversi trascorsi come cantautore, ha deciso di intraprendere la carriera solista con Mescala, lavorando alla produzione di una sua poetica composta.

Lo scorso 28 giugno è uscito il primo singolo dell’album, “La Verità” un pezzo dal sapore retrò, un po’ biografico ma anche sperimentale, commistione di sounds anni ’60 e ’70 in cui si percepisce l’indagine esperienziale di uno stile indie pop in via di definizione.

Psichedèlia, in uscita a novembre, è dunque l’album che potremo definire d’esordio per Mescala, ma chi lo conosce invece, sa che non è del tutto vero. I suoi testi hanno accompagnato un’intera generazione interrotta tra le mura di Siena, che si passava i suoi brani con le chiavette usb sull’mp3 o su my space, una generazione che ha imparato a memoria molte delle sue canzoni perché voce di quella continua tensione verso l’evasione da una piccola città di provincia e di un mondo in continuo movimento al di là di quelle mura, specchio a volte meschino e crudele della nostalgia del ritorno. Mescala non ha mai smesso di scrivere, ed oggi vediamo portare a compimento la sua opera prima, ma che definirei “di maturità” personale ed artistica. Mescala mette in scena con Psichedèlia un’educazione sentimentale, costruitasi in un tempo immediato ed infinito tra Siena, Londra ed un paesaggio stato d’animo che a volte è la nebbia inglese, a volte un temporale estivo in una campagna senese, altre volte un incontro fugace sul lungo Tevere. Mescala prova a squarciare il velo di Maya rendendoci la fine dell’innocenza, ci dà la chiave per capire ciò che siamo diventati “pupazzi di seta” in bilico tra ciò che tentiamo di mostrare “per difendere una vanità che non ti nutre né ti disseta” e le nostre umili e nude debolezze. Ci fa riflettere su dove stiamo credendo di andare, “invece di correre” verso la libertà. La libertà di Mescala non è una fuga, ma il tempo. Per Mescala essere liberi è interpretare il proprio tempo contingente ed interiore. È terminato quel tempo dell’innocenza, appunto, in cui l’illusione di inventarsi infinite vite diverse, ed al di fuori di quella di partenza, ci faceva credere di dominare noi stessi, i sentimenti e la nostra propria determinazione di individui.  “Il tempo è una bugia per chi è romantico”, canta Giacomo.

Questa redazione, sensibile nelle proprie linee programmatiche alla manifestazione del talento ed orgogliosa di quello che si manifesta in particolare dalle radici controverse della realtà senese, ha così deciso di rivolgere a Giacomo Francini, in arte Mescala, alcune domande. A voi dunque, e di seguito, quello che è venuto fuori da un paio di chiacchierate notturne sull’interrete con l’autore di Psichedèlia.

Cosa significa per Mescala vivere il tempo, capirlo e riuscire a farlo proprio.

Non mi ricordo chi – diversi anni fa – ma qualcuno mi disse che la vita si divide in fasi di 7 anni l’una, anno più anno meno. Bene, gli ultimi sette per me sono stati piuttosto turbolenti. Non è successo niente di particolare o terribile o irreparabile, ma sono stati anni che mi hanno messo al muro. Pensavo che il futuro fosse lontano, lontanissimo, in realtà mi sono accorto – di colpo – che c’ero di già, nel futuro, e con tutti e due i piedi. Non è stata una sensazione piacevole, visto che non ho un lavoro fisso, ho i soldi che ho e non ho fondamentalmente un posto nell’universo (cit: il Taurus). Ma se è vero che – e prendo in prestito una tua frase: “la libertà di Mescala non è fuga, ma il tempo”, frase che sottoscrivo in pieno – è anche vero che avendone accettato lo scorrere mi sono lasciato alle spalle le ansie che accompagnavano quello scorrere e ho potuto resettare tutto e ripartire da capo. Per chiudere, non so se sono riuscito a farlo totalmente mio – il tempo – ma di sicuro l’ho reso più relativo e meno oggettivo, quindi, sì, leggermente più mio.

Quattordici brani per un titolo, “Psichedèlia” che rievoca una precisa tendenza culturale, artistica e musicale degli anni ’60 e ‘70. Dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, dai Grateful Dead ed anche ai Beatles, ma anche dai nostrani le Orme ai The Rokes a I Giganti. E ascoltando Psichedèlia non si fa fatica ad intuire che il nome dell’album sia un tributo alla corrente artistica, dato che la tua cifra stilistica sembra si collochi sì in una scuola dalle reminescenze battistiane, ma anche tra quella del rock psichedelico anni ’60 e ’70.  È corretto?

Il titolo è una vecchia idea. Ci scrissi un romanzetto una decina di anni fa. Poi è venuta una canzone – un pezzo strumentale -, che con gli Hashmir abbiamo provato, ma mai suonato dal vivo. Il titolo mi piaceva (ah, l’accento è sulla seconda “e” non sulla “i” come nella parola comune) quindi volevo riutilizzarlo in qualche maniera. La mia adolescenza si è dipanata negli anni ’90, e la musica che ascoltavo era più che altro Britpop e roba inglese e americana degli anni ’60/’70 – Beatles, Doors, Sonics, Dylan, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Di italiani ascoltavo poco, Battisti e Litfiba, più che altro. Quindi il disco più che un tributo alla corrente psichedelica in sé, è una spremitura di stili che – sono passati 20 anni maremma cane! – sono pian piano diventati miei.

Mescala nasce, dopo varie esperienze in gruppo, come solista e cantautore nel 2014, anno in cui avevi già alle spalle un romanzo pubblicato e due raccolte di poesie, in cosa differisce il tuo essere cantautore rispetto all’essere autore e scrittore per la pagina stampata?

Come solista in realtà è roba fresca, dall’inizio di quest’anno. Dopo gli Hashmir l’idea/Mescala era comunque quella di un gruppo, magari con membri non troppo fissi, ma non mi sentivo propriamente solo. Poi le cose sono andate a singhiozzi e quindi dopo due anni ho deciso di provare a mettermi in gioco da solo. Comunque, la differenza sostanziale è tutta nel modo in cui cerco di esprimermi. Ovvero: nei libri – soprattutto i romanzi – puoi prendere il tuo tempo, sviluppare l’idea, caratterizzare i personaggi (la poesia la lascio da parte, non riesco neanche più a leggerne mezza), nella musica invece devi riassumere, parafrasare, sintetizzare al massimo. Con gli Hashmir scrivevo in inglese e i testi erano più semplici e meno sensati. Scrivendo in italiano ho dovuto imparare ad ascoltarmi più a fondo per riuscire a creare dei quadretti che rappresentino al meglio i miei stati d’animo. Una cosa è certa: è la miglior specie di autoanalisi che esista!

I personaggi di Psichedèlia ti accompagnano nelle storie che racconti spesso in prima persona. Sono donne soprattutto, donne fatali, principesse, madri, amori rubati ed amori destinati. Ci sono però anche i “cani randagi” e il gruppo degli amici “i bambini cattivi”. Un po’ The Dubliners. Chi sono davvero i tuoi personaggi?

Le donne mi piacciono, molto. E più che invecchio più che mi piacciono. Perchè magari adesso mi ritrovo in un mondo notturno popolato di cittine di 20 anni che sono lontane anni luce dal mio modo di vivere e pensare e che quindi mi aprono uno spiraglio su ciò che ero. Intendo dire, vivo e penso come quando avevo 20 anni, ma lo faccio in modo totalmente diverso, più distaccato. Non oso dire maturo, perché la maturità è una stronzata totale. Ma senza dubbio ragiono attraverso l’esperienza. È una cosa buffa. I personaggi ovviamente sono sia presi dalla realtà che vivo, sia dalle sfumature della mia personalità. Come tutti, posso essere in molti modi e questi molti modi cerco di trasformarli in mondi di musica e parole. I bambini cattivi e i cani randagi sono i mondi che preferisco. Perché ogni tanto cerco di portarmi su una retta via di coscienza, ma passano 5 giorni e poi dopo una nottata un po’ più entusiasta mi tocca mandare così tanti messaggi di scuse che ormai neanche mi risponde più nessuno. Ognuno è quel che è, no?

Il Brano “Doriangray” è una featuring con un altro artista e musicista senese, Zatarra. Ci racconti un po’ di come è nata questa affinità elettiva?

Zatarra è un grande! Guarda, sono sincero: di rap o hip hop non so gran chè. Ma lui è stato capace di portare in città uno stile di musica e vita che non è propriamente nostro. Ha messo su una scena suburbana e molti ragazzi lo hanno seguito. Ci sarebbe veramente tanto da imparare da una persona che vive Siena con freschezza e voglia di condividere, che si muove e cerca di creare spazi e occasioni anziché limitarsi a brontolare sui social, come fanno molti. E l’entusiasmo che ci mette è ciò che mi ha spinto a chiedergli di collaborare con me per Doriangray. Volevo che il pezzo si troncasse in due, come se una voce profonda, interiore, uscisse allo scoperto per accusare violentemente il protagonista del pezzo, che è una persona di mezza età incapace di affrontare le maschere che ha creato e di cui è divenuto prigioniero. Questo è un po’ quello che fa il rap, no? E per questo ho pensato a Zat. Parlando, più che cantando, spezzi l’armonia e il messaggio che arriva è più crudo, più grezzo. Doriangray è un pezzo grezzo e Zatarra è stato davvero in gamba. È venuto a casa mia, si è preso una birra e mezz’ora di tempo, e poi ha scritto e inciso il suo pezzo. Devastante. E poi siamo cresciuti nello stesso quartiere a Palazzo Diavoli, quindi c’è anche quel piccolo legame in più – l’origine, no? – che non guasta mai quando si tratta di tirare fuori qualcosa da dentro.

Mescala e lo specchio. Lo specchio è un leitmotiv che recuperi in molti dei brani dell’album. Lo stesso Doriangray ha in sé il tema dello specchio. Cosa dice lo specchio a Mescala?

Una delle canzoni che preferivo dei vecchi Hashmir si intitolava per l’appunto The Mirror. Lo specchio è un’idea che mi assilla. Chiunque, anche la persona meno vanesia, egotista, narcisista del mondo si trova comunque almeno una volta nella vita impigliata nell’idea di sé che proietta sugli altri. È inevitabile. Come il caffè a colazione. E quando mi osservo non posso fare a meno di giudicarmi e da questo giudizio imparare cose nuove. Su di me e sul mio modo di percepire il mondo. Quindi lo specchio è tutto ciò a cui ruota attorno il nostro conoscerci, da quando ci poniamo la prima domanda in poi. È fondamentale.

Nella letteratura di Mescala ci sono molti altri brani inediti che non hai inserito all’interno di Psichedèlia. Questo mi fa pensare che questo album, più che una raccolta di brani sia un concept, fatto che giustificherebbe, oltre agli inediti in super anteprima che hai inserito, la scelta di alcuni brani piuttosto che di altri. Come nasce allora Psichedèlia? Cosa rappresenta per Mescala?

Ha un senso. C’erano canzoni migliori, ma le ho lasciate fuori perché non filavano. Non andavano a braccetto con quelle che ritenevo fondamentali per questo disco. Ci deve essere sempre un filo conduttore, altrimenti viene fuori una compilation. E anche se magari nessuno se ne rende conto, io so che un filo c’è e so che ascoltando il disco un paio di volte questo filo esce fuori. Ho diviso l’album in due tronchi. La prima parte è più leggera, armonica, estiva. La seconda parte, che inizia con Cani Randagi, è più suburbana, scura e malinconica. È tutta la stessa roba, bada bene, solo che ho cercato suoni più metallici e digitali, meno “veri”. È un po’ come quando vai a scuola e anche se rimani nella stessa aula, ogni mattina ogni ora o due o tre cambi materia e professore e quindi impostazione mentale. Ecco, l’avevo immaginato un po’ così, il disco: un neurone per la prima parte, uno – meno sobrio – per la seconda.

Mescala è l’alter ego di Giacomo Francini? Rispondi sinceramente.

Indubbiamente. Ma potrebbe anche essere il contrario, te lo dirò fra qualche anno.

Poco fa ho definito Psichedèlia un’educazione sentimentale. E l’educazione, anche quella dei sentimenti, si inizia ad imparare da piccoli, all’interno delle proprie mura domestiche. Mescala, come Giacomo, sono figli di una madre amorevole, ma esclusiva, di una “Dolce dama altera” – un altro bellissimo tuo pezzo dedicato a Siena – “che odi e sbandieri”, “che ami e che respiri”. Credi che il tuo essere un artista figlio di questa realtà rispecchi questo ossimoro? Pensi che ti abbia limitato, ti stia limitando, o che, come una madre severa e possessiva, ti abbia tolto molto ma anche impartito “un’educazione” privilegiata?

Qui apri un mondo. Diciamo solo che nessuno può insegnare a nessun altro come vivere la propria città. Io amo Siena, l’ho sempre amata e come ogni amore che si rispetti detesto l’influenza che ogni tanto – o ogni spesso – ha su di me. A chi è contradaiolo Siena dona un cordone ombelicale di acciaio, non lo puoi spezzare. Anche se magari sai che la tua vita altrove sarebbe forse non migliore ma certamente più “tua”. Si sa quello che viene concesso a chi cerca di fare musica, non c’è bisogno che elenchi i punti di una situazione che ormai conosciamo tutti molto bene. Quindi ti dico solo che sono felice di essere nato in un contesto unico, che sono stato infelice di farne parte in un determinato periodo della mia vita, che sono stato bene a Londra e che ho considerato l’esser tornato un errore per molti anni. Ma adesso ho capito che una scelta inconscia è stata fatta, molto prima che ne capissi il senso e che oggi come oggi sono contento di quel che ho, perché so che con persone come Zatarra, Masotti, Cafarelli – voi di Wunderbar, tutti quei bordelli che lavorano nei locali, nella fotografia, nei loro piccoli negozi e che lo fanno non solo per i soldi ma soprattutto per il piacere di comunicare e portare qualcosa alla comunità – persone piene di idee ed entusiasmo che sanno leggere il mondo amando comunque a fondo la propria terra, questa città supererà il periodo della giacca e cravatta e tornerà ad essere una culla in fermento, come lo era ai tempi che tanto rimpiangiamo.

 

 

Per un ascolto in anteprima di alcuni brani, potete trovare il primo EP mescaliano “Bootleg” disponible su
Spotify https://open.spotify.com/artist/7maHfyKlSfFzVJEiIYfvcJ
Canale Youtube di Mescala https://www.youtube.com/channel/UC-OJWGw1elVWYzt5o7m_ZnA
Instagram https://www.instagram.com/mescala_jf/  
Facebook https://www.facebook.com/MescalaSiena

 

Bibliografia dell’Autore

  • “Sette Passi sul ventre andaluso” di Giacomo Francini Il Filo 2007;
  • “Oltre il Sorriso di un Clown” di Giacomo Francini 2006
  • “Acque Nere” di Giacomo Francini Ed. Aletti Editore.

www.alettieditore.it
www.gruppoalbatros.eu

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ASSAGO, 24/11/2104 – FABI, SILVESTRI, GAZZE’: I PADRONI DELLA FESTA – di Jacopo Rossi

Per conoscersi, questi ex (ma non troppo) ragazzi, si conoscono da tempo, alla metà degli anni Novanta, da quando dividevano il palchetto del romano Locale. La scaletta del concerto cresce, wagnerianamente, nel ritmo e nel calore, costruita con consapevolezza e, ci piace pensare, in modo spontaneo. Si inizia piano, con un filmato con rumori di tutti i giorni: uccelli, pioggia, cellulari, ruote sull’asfalto. Poi lo schermo si rivela essere la facciata di un cubo che si schiude e rivela i tre amici che, strumenti alla mano, intonano il nuovo Alzo le mani, inno ai rumori della natura ma non solo. Da lì è un alternarsi senza sosta di passato e presente: Niccolò, Daniele e Max sul palco si completano e si divertono, si sfottono e si rubano scena e pezzi, scherzano tra loro, con i loro turnisti e con il pubblico. Cara Valentina, Lasciarsi un giorno a Roma, A bocca chiusa, La favola di Adamo ed Eva, Testardo: un viaggio negli ultimi vent’anni di vita e carriera di tutti e tre, con filmati, è il caso di dirlo, d’epoca, ma anche gag e scenette. Gazzè è decisamente il più sornione, Fabi il più serio e impegnato, Silvestri colui che “fa fieno” e tira il carro per tutto il trio: sovente lascia la chitarra per un pianoforte rosso, arricchito dall’albero protagonista anche della copertina del cd. Tre ore che scorrono e vengono irrimediabilmente rimpiante, appena le luci si alzano e il pubblico defluisce fuori dall’Assago Forum.

il padrone della festa

C’è spazio anche per il Cuamm, la Ong che da più di mezzo secolo spedisce medici volontari in Africa, della quale Fabi da anni è testimonial. Lecito pensare che sia stato lui a coinvolgere in questo progetto gli altri due e che, dopo il viaggio che i tre hanno compiuto in Sudan con la ong, sempre da lui sia nata l’idea della collaborazione. Una parola, in fondo, come si fa ai concerti, va spesa per chi accompagna i tre cantautori: nomi sconosciuti ai profani, ma non tutti. Fra i turnisti, impeccabili, spiccano infatti Ramòn Caraballo, imponente percussionista cubano della Bandabardò, e un irriconoscibile Roberto Angelini, che, smessi i panni da Gattomatto, sotto il suo cilindro nero si è rivelato (ma si sapeva da tempo) un eccellente chitarrista. Molti ingredienti insomma, per palati musicali golosi che non si lasciano sfuggire queste prelibatezze sonore. Chi è a digiuno si affretti: non sono molte le date che poi mancano alla fine del tour. Perugia, Napoli, Bari, Firenze, Torino e poco più, e, in ognuna di esse, c’è lecitamente da aspettarsi il tutto esaurito.

Cosa dire? L’amore, dicono FabiSilvestriGazzé, non esiste. Loro fortunatamente sì.

HENKE AI RINNOVATI – di Emilio Mariotti

henkeLinea. Battito. Linea. Battito. Inizia così l’esperienza lisergica preparata dal professor Robert Henke ai tanti giovani avventori del Teatro dei Rinnovati. Sembra un miracolo o una notizia falsa, ma è tutto vero. Punto primo: il berlinese Henke professore lo è davvero, in quanto docente di Sound Design all’University of the Arts della sua città natale. Punto secondo: quegli esseri strani, un po’ puzzolenti, dalle capigliature azzardate e dalle voglie più improbabili chiamati giovani esistono ed hanno occupato il nobile teatro del Palazzo Pubblico. A dir la verità gli eventi in programmazione sono stati due due. Ad aprire la serata c’è stato il sempre teutonico Pantha du Prince, che, sinceramente, non ha entusiasmato, frenato dal basso volume e dall’impossibilità tecnica di ballare. Problemi che non si sono presentati per il “Lumiere” show di Henke. Il volume è stato alzato (probabilmente dopo un consiglio comunale ad hoc) e di ballare il pubblico non aveva più voglia. Sì, perché da quella linea-battito, linea-battito è stato rapito. Tutti i presenti sono stati trascinati in un’orgia di pulsazioni quadratiche, centriche e concentriche, rigorosamente a passo di digital music. Sembrava di assistere a una “Fantasia” del terzo millennio. Digitale, minimale e senza quell’antipatico di Topolino. Per me che non ho mai avuto il coraggio, i soldi e il fisico per affrontare un “viaggio pissichedelico” da fungo, LSD e cotillons, è stata un’esperienza trascendentale, simile al racconto beatlesiano di “Tomorrow never knows”. Probabilmente anche la debilitazione da influenza deve avere inciso sull’effetto, è vero, però la situazione straniante e mistica ha toccato tutti, a giudicare dalle facce. Una bella serata insomma, conclusasi con mr. Henke a spiegare a parte del pubblico come aveva impostato tecnicamente la performance, frutto tutto di improvvisazione, sia di suoni che di visioni. Visto che l’evento rientra nei preparativi alla “battaglia finale” per la candidatura di Siena Capitale della Cultura europea 2019, non posso che lanciare un guanto di sfida al professor Sacco: se Henke da dj si è fatto professore, perché lui (Sacco eh…) che professore nacque non tenta anche la carriera da manipolatore di dischi?

Due p.s.: 1 – Unica pecca del “Lumiere” è stata la presenza eccessiva da effetti fumo. Propongo per la prossima volta di usare l’Eucaliptolo, almeno così possono passare tutti i disturbi influenzali.

2 – Fra i presenti ho intravisto tante persone che a Siena e dintorni provano a fare musica, in particolare elettronica. Che ci sia un piccolo movimento nella nostra Provincia? La nuova Ibiza o la seconda Detroit? Quello che sarà si vedrà in futuro, di sicuro fa piacere vedere gente che non si arrende. Affogate pure nel Maelstrom della noia voi del “A Siena non c’è mai niente da fare”.

Sonar, 22/2/2014 – I CANI LIVE: SYNTH PUNK ED HIPSTERIA – di Francesco Panzieri

icaniChi diavolo sono I Cani? Questo si domandavano tre anni fa appassionati di musica ed addetti ai lavori che si trovarono di fronte ad un fenomeno relativamente nuovo nella musica italiana: un artista pop rock che si rivolge e parla di ragazzi di vent’anni, e lo fa con ironia, cinismo e disincanto. I primi due album di Niccolò Contessa, alias “I Cani” (“Il sorprendente album di esordio de I Cani” e “Glamour”) lo hanno inserito di forza tra le realtà indipendenti più apprezzate dell’intero panorama italiano, una presenza fissa nelle playlist dei più giovani e non solo. Questo mi aspetto di trovare al Sonar di Gracciano venerdì 22 Febbraio, forte dell’esperienza del concerto di dicembre al Viper di Firenze. “Fidati, è qualcosa in più”, sembra dirmi il cantante quando esordisce con “Vera Nabokov”, dall’ultimo lp. I numerosi giovani del Sonar sembrano capirlo al volo, scatenandosi davanti al palco e cantando a memoria tutte le canzoni, da “Hipsteria”, a “Corso Trieste”, alle più recenti e ciniche “Storia di un artista” e “Storia di un impiegato”. Tutti saltano con “I pariolini di diciott’anni” e col ritornello-mantra di “Perdona e dimentica”. “Lexotan”, “Introduzione” e “Pranzo di Santo Stefano” quasi decomprimono i timpani per le escalation di “FBYC (sfortuna)”, “Asperger” e le meravigliose “Post punk” e “Velleità”. Certo -rifletto- che ascoltare I Cani dal vivo “è qualcosa in più”: l’elettronica pop viene stravolta da volumi altissimi, sporcata e caricata dalla chitarra, incalzata dalla linea ritmica. Le canzoni, assemblate “nella cameretta” o in studio con i programmi di musica elettronica, dal vivo hanno un tiro pazzesco, una sorta di synth punk, ed un suono stratificato di tastiere, chitarra e sintetizzatore che si potrebbe definire noise. Niccolò Contessa, ormai lontano anni luce dai concerti con i sacchetti del pane in testa (giuro), si muove sul palco perfettamente a suo agio, canta con grinta ed asprezze punk, proteso verso il pubblico o contorto sulla tastiera. La band che lo accompagna sa il fatto suo e sullo schermo visual dietro al palco scorrono immagini che richiamano copertine di album dei Joy Division, le costellazioni (per “San Lorenzo”), Pierpaolo Pasolini e Jay-Z, eccetera, in un gioco di citazioni dei testi delle canzoni, a loro volta pieni di citazioni. Insomma, veramente un bel lavoro, anche “di immagine”, a 360 gradi. Il piccolo locale trema per i volumi alti, i ragazzi se ne fregano ed affollano il centro della pista, pogando ed afferrando il cantante nel suo finale stage diving. Commentando, alla fine del concerto, a voce alta, sudati e soddisfatti. Molti di loro non sono frequentatori abituali del Sonar. Stasera, mi viene da pensare, portandosi a casa la “nostra niente affatto fotogenica felicità. Sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata felicità”, qualcuno di loro deciderà di passare qui i sabato sera, invece che in discoteca. Oppure no.

I BLUR RISORGONO NELL’INFERNO MILANESE (28/7/2013) – di Francesco Panzieri

blur
I Blur tornano a suonare in Italia dopo 14 anni. La data e’ storica per la band dell’Essex, tornata sui palchi dopo la lunghissima pausa seguita al divorzio tra Damon Albarn e l’occhialuto chitarrista Graham Coxon. A parte i trionfi live di Glastonbury e Hyde Park del 2009 e la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi dello scorso anno, i quattro ex ragazzi hanno collezionato nell’ultimo decennio solo una manciata di concerti, concentrati nel tour partito nel marzo scorso.
Scenario caldissimo dell’evento, ultimo concerto del City Sound festival, e’ il vecchio ippodromo del galoppo di Milano, certo non la location più affascinante, ma che comunque evoca una tradizione prettamente british ed atmosfere bucoliche da concerti anni ’90. Attirati come le numerose zanzare dallo stagno di umani odori accorrono i circa 10000 spettatori: fan della prima ora, molti trentenni, mod impenitenti e militanti del rock estivo, che gremiscono ma non riempiono lo spazio. Su questo si dovrebbe aprire un capitolo su come sono organizzati i festival in Italia, meglio sorvolare.
Albarn, Coxon, James e Rowntree si presentano con puntualità inglese in compagnia di una sezione di fiati e tre coriste, accendendo l’interruttore dell’ippodromo con “Girls & Boys”, inno estivo di metà anni ’90, “Popscene” e “There’s no other way”, a mettere subito in chiaro che quando imperversava la Cool Britannia era soprattutto di loro che si parlava.. Nonostante il caldo infernale il pubblico salta e si emoziona con brani meno britpop, come “Bettlebum” e la struggente malinconia di “Out of time”, cantata come fosse la prima volta. Con “Trimm Trabb” e “Caramel” i nostri sembrano soffrire il caldo:
Damon Albarn cerca ossigeno, Graham Coxon traballa in cerca dell’ennesima birra, il concerto sembra un po’ scendere di tono…
Quando accade l’imponderabile: un fan, vestito dal Mister Milky del video, viene catapultato sul palco sulle note di “Coffee and TV” ballettando e duettando col biondo cantante. Damon, visibilmente gasato per l’accaduto, decide di trasformare il concerto in una festa, sia quel che sia, voce o non voce, ruggine o meno: la successiva “Tender” è un gospel che si alza altissimo dell’ippodromo e probabilmente viene sentito fino a Rho, le dolci note di “To the End” sono un omaggio non previsto “ad un pubblico caldissimo”, mentre “Country House” ultimo inno della maturità britpop, viene cantato in mezzo alle prime file col piglio sbarazzìno del ventenne. “Parklife” fa tremare la tribuna e gli steccati, come tarantolato Albarn corre per tutta la lunghezza del palco, solo il jack della chitarra di Coxon riesce a fermarlo e a farlo stramazzare a terra con una mezza capriola, sorridente, mentre continua imperterrito a cantare. Con “End of the century” e “This is a Low” si capisce che siamo ai titoli di coda, e che già così il concerto è stato un evento. Ma viene concesso il bis, con la bella e nuovissima “Under the Westway” che vede Damon al piano, “For tomorrow” ed una “The Universal” molto sentita dal pubblico, anche per la sincerità espressa dal cantante nello scusarsi perché il caldo e l’intensita’ gli avevano “finito la voce”. La conclusione e’ per quella “Song 2” che segnò definitivamente il loro decollo verso gli Stati Uniti e gli anni in cui insieme a Radiohead e Massive Attack decisero di far fuori il britpop. È un’esplosione “u-huuuuuuuu” che fa alzare un polverone che accompagnerà nello sciamare fuori dallo scalcinato ippodromo un pubblico adrenalinico e contento, nonostante la brevità del concerto. Questa sera non si poteva chiedere di più, ma si intravede nella band la voglia di rimettersi in gioco. E di tornare i veri Blur, quelli che si giocavano a dadi ogni album.
Ed ora una comunicazione per mio fratello, dal quale mi divideva negli anni Novanta la rivalità Oasis-Blur: avevi ragione te…

NEIL YOUNG, LIKE A GIANT ON THE LAND OF ROCK (Lucca, 25/7/2013) – di Francesco Panzieri

Capita, talvolta, di andare a vedere un concerto con le migliori intenzioni del Mondo, e di tornare invece a casa con la sensazione di non aver visto nulla di nuovo, di speciale. Altre volte invece l’emozione che ti trasmette non ti abbandona per diversi giorni, inducendo chi ti è vicino a domandarsi se tu abbia cominciato ad assumere sostanze illegali.
A chi abbia assistito al concerto di Neil Young a Lucca difficilmente sfuggirà il ricordo di una sensazione di epifania: un’epifania del rock’n’roll vero, ruvido e malinconico, che dai laghi e le praterie dell’Ontario scende verso il Midwest e la California. Che riconduce all’epoca d’oro della musica, gli anni Sessanta, ed alla coda dolce ed amara dei Settanta, al ricordo dei sogni cullati e poi distrutti.
L’arzillo settantenne si presenta sul palco con la vecchia band dei Crazy Horse (Frank Sampedro alla chitarra, Ralph Molina alla batteria, Billy Talbot al basso) coi quali non suonava da una dozzina di anni. L’intesa tra grandi amici e musicisti viene fuori subito, basta un sorriso ed uno sguardo che si incrociano, e così i nostri riempiono di energia piazza Napoleone con la cavalcata elettrica di “Love and only love”, col classico “Powderfinger” (da “Rust never sleeps”) e con “Psychedelic pill”, che da’ il titolo all’ultimo album. Lunghi assoli, distorsioni e feedback, e sono già passati 25 minuti. “Walk live a giant”, forse il pezzo più forte degli ultimi anni, si protrae per oltre un quarto d’ora, senza mai stancare la platea, e dopo una serie di assoli e di intrecci di Neil e Frank Sampedro ed un bombardamento di distorsioni che evocano quasi sul palco i giganti della canzone, si conclude in un trionfo, col cantante canadese attaccato alle maniglie degli amplificatori come un Pete Townshend ventenne.NEIL
Il folk elettrico di “Red Sun” prepara all’uscita dei Crazy Horse per lasciare spazio allo Young menestrello, chitarra acustica ed armonica, che regala una versione molto emozionante di “Heart of gold” e fa cantare a squarciagola la piazza con l’inno generazionale dei Sixties, “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan. La parentesi acustica e’ chiusa dalla splendida ballata “Singer without a song”, che vede Neil affidarsi ad un vecchio piano da saloon.
Nella seconda parte del concerto non subisce flessioni il livello dell’energia e delle emozioni trasmesse al pubblico, con una scelta sapiente delle canzoni, pescate dall’ultimo album, come “Ramada Inn”, uscita già con le caratteristiche di classicone, oppure riprese dagli inizi di carriera, come “Mr. Soul”, energia e psichedelia dei Buffalo Springfield con un riff alla “Satisfaction”, al rock sporco di “Fuckin’ up”, che ha incoronato il canadese come il “padrino del grunge”. La voce di Neil e’ tirata a lucido ed anche gli assoli più difficili non scadono mai in un virtuosismo fine a se’ stesso. La conclusione e’ affidata ad “Everybody knows this is nowhere” che, insieme alla bellissima “Cinnamon girl” ci riportano alle atmosfere di un country rock estremo e tirato che hanno caratterizzato il sodalizio con i Crazy Horse, grandi musicisti, anche loro un pezzo di storia.

Che dire? Con la semplicità di quattro vecchi ragazzacci che si ritrovano e ricominciano uno scherzo iniziato più di quarant’anni fa, Neil Young ed i Crazy Horse hanno dato l’ennesima dimostrazione del mistero dell’immortalita’ di certi dei del rock, lasciando a molti presenti la sensazione che non rivedranno piu’ un concerto di questo tipo..

AFTERHOURS@Sonar live, 11/5/2013 – di Francesco Panzieri

PANZ

Con il “tutto esaurito”del Sonar di Colle Val d’Elsa gli Afterhours di Manuel Agnelli concludono un trionfale club tour che ha percorso tutti i locali più rappresentativi del cuore rockettaro dello Stivale.
La band emblema del panorama rock indipendente degli ultimi 20 anni è sicuramente il regalo più bello che la compagnia B-Side potesse fare ai suoi appassionati per concludere una stagione musicale di alto livello.
Si presentano in completo bianco, Manuel Agnelli cantante e chitarrista, Xabier Iriondo a tormentare chitarra elettrica, tromba e congegni elettrici, Giorgio Ciccarelli chitarrista polistrumentista, Roberto Dellera basso e seconda voce, Rodrigo D’Erasmo a pizzicare o disegnare melodie distorte col violino e Giorgio Prette alla batteria.
L’inizio e’ affidato a cavalli di battaglia dei loro album piu’ celebrati: “Hai paura del buio?” e “Ballate per piccole iene”. “Veleno”, “Elymania”, “Male di miele”, “Il sangue di giuda” e “La sottile linea bianca” infiammano subito l’ambiente perche’ rispondono alle caratteristiche che hanno fatto del gruppo un esempio da imitare: testi crudi, melodie malate, suoni violenti, ritornelli da cantare di pancia come in “Bungee jumping”, stavolta da “Non è per sempre”. Piacciono molto anche le canzoni dell’ultimo album, “Padania”, premiato dalla critica italiana ed europea, molto sperimentale e concettuale (“Spreca una vita”, “Ci sarà una bella luce”, “Io so chi sono”, “nostro anche se ci fa male”, l’inno “Padania”), anche se il muro di suono, corposo e poderoso, di quest’ultimo, si adatta maggiormente ai grandi spazi delle arene e dei palazzetti, piuttosto che all’acustica del piccolo e basso locale di Gracciano.
Agnelli, Iriondo e compagni non si risparmiano, spaziando da “1.9.9.6.”, dedicato a “Papa Ciccio”, a “Tutto domani”, “Varanasi baby”, “Il mio ruolo”, “La sinfonia dei topi”, “Musicista contabile”, “Tutti gli uomini del Presidente”, fino alla splendida “La vedova bianca”, cantata all’unisono da tutto il locale. La performance del chitarrista di origini basche e’ come al solito uno show nello show, di abilità (come quando suona insieme la tromba e la chitarra) e capacità teatrali, mentre il frontman dimostra un’ottima forma vocale, ma deve combattere per tutta la seconda parte del concerto con problemi tecnici al pedale della chitarra elettrica. Questo prolunga un po’ la durata del concerto e li costringe a cambiare la scaletta e ad inserire due brani inediti in inglese.
Il set finale prevede la bellissima “La terra promessa si scioglie di colpo”, ballata finale di “Padania”, “Bye Bye Bombay”, ed infine “Voglio una pelle splendida”, capolavoro insuperato.

Nel complesso un gran bel concerto, un evento storico per la musica dal vivo in provincia di Siena e per il Sonar: nella stagione “al chiuso” è difficile vedere da queste parti gruppi del livello degli Afterhours, che ora, terminato il club tour, partiranno alla volta dell’Europa per alcune date e per rappresentare il rock italiano allo Sziget Festival di Budapest, dove saranno in compagnia di Blur, Editors, Skunk Anansie, Ska-P e molti altri.

Tronisti della democrazia – 23/3/2013 – di Francesco Panzieri

Lo Stato Sociale a Castelnuovo Berardenga. Un piccolo teatro (ma molto attivo) di un piccolo paese. Poche decine di persone affollate fuori, di fronte ad una trattoria. “Dai ragas’, si incomincia!” Dice un damerino incravattato chiamando gli ultimi che si attardano per la cena. Non sta per cominciare una lezione di catechismo o un corso di recupero, ma un concerto-esibizione de Lo Stato Sociale, gruppo rock elettro-cabaret di Bologna impegnato nel tour teatrale “Tronisti della Democrazia”. Effettivamente lo spettacolo e’ straniante ed esilarante: e’ pensato come una mattinata scolastica, divisa tra ore di religione, astronomia, educazione sessuale, geopolitica e storie edificanti. Le canzoni dell’album “Turisti della Democrazia” si alternano a monologhi-fiume e racconti che mescolano elementi demenziali alla Elio ELST ad un’ alta sensibilita’ politico sociale e mettono in ridicolo il modo in cui le persone si condannano ad un’esistenza di falsi rapporti ed, attraverso un’ educazione sbagliata, si autoinfliggono costrizioni religiose e limitazioni di libertà. Su tutto spicca la personalità di Lodo Guenzi (voce, piano e chitarra) ed Alberto Cazzola (voce, basso) e l’originalita’ del suono della band (forse un po’ penalizzato dal’ acustica), che fa largo uso di tastiera e sinth ed utilizza per la ritmica basso e drum machine. Il pubblico e’ divertito e coinvolto, qualcuno ha già imparato le canzoni dell’album e canta a squarciagola. Alcune di esse (Seggiovia sull’oceano, Amore ai tempi dell’Ikea, Pop) sono ri-arrangiate per il tour teatrale, altre, come le conclusive “Cromosomi” e “Abbiamo vinto la guerra”, conservano l’energia del cd e sono salutate dalle ovazioni del piccolo teatro, in piedi, radunatosi ai piedi del palco. Uno spettacolo affascinante ed inconsueto che certamente meritava una maggiore cornice di pubblico e che si conclude come era iniziato: finisce la “lezione” ed i musicisti si intrattengono a chiacchiera con la gente fuori dal teatro, commentando lo spettacolo ed il tour, senza quel divismo che spesso contraddistingue la scena indie rock italiana.

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