Archivi categoria: Ospiti

Le Strade Bianche – Galleria a cura di Matteo Cannoni

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Paolo Lorenzi, un senese alla battuta- di Lorenzo Cialdani*

Partire da Siena per calcare i campi da tennis di tutto il mondo, portando con sé grinta, talento e abnegazione. La storia di Paolo Lorenzi, eccellente tennista azzurro, inizia dalla realtà senese, dove continuano a risiedere gli affetti e le sue speranze per il futuro, fino ai grandi risultati ottenuti: 21 trofei Challenger, una finale ATP250 e la posizione di N.49 del mondo, oltre a numerose convocazioni nella Nazionale italiana in Coppa Davis. Continua a leggere Paolo Lorenzi, un senese alla battuta- di Lorenzo Cialdani*

ELEZIONI IN GRECIA: PRIMA FASE DI UN NUOVO LABORATORIO POLITICO – di Augusto Fiaschini

Lo scorso 25 gennaio in Grecia si sono svolte le elezioni politiche, in seguito alla caduta del governo Samaras, il quale era sostenuto da ΝΕΑ ΔΗΜΟΚΡΑΤΙΑ (ΝΔ “Nuova democrazia”- partito di centro destra pro memorandum), ΔΗΜΑΡ (“sinistra democratica”) e ΠΑΣΟΚ (partito socialista ed ex rivale storico di Nuova democrazia che nell’ultima legislatura ha sostenuto la formazione pro memorandum). Continua a leggere ELEZIONI IN GRECIA: PRIMA FASE DI UN NUOVO LABORATORIO POLITICO – di Augusto Fiaschini

L’ULTIMO VIAGGIO NELLA TERRA DI MEZZO: TOLKIEN, JACKSON E IL PROBLEMA DELLA FEDELTÀ – di Maurizio Perriello*

Il 17 dicembre 2014 sarà una data storica. Suonerà banale e scontato, ma è così. Roba da cavarci fuori una di quelle formule apotropaoche da esegesi del tipo: il terzo mercoledì del dodicesimo mese del 14 D. J. (Dopo Jackson) si concluderà la più grande epica fantasy non originale che il cinema abbia mai prodotto. Ah, per inciso: parliamo dell’uscita nelle sale italiane del terzo capitolo della saga Lo Hobbit, La Battaglia delle Cinque Armate. I trailer ufficiali, la premiere mondiale del film a Londra, l’uscita dei dvd estesi. Tutte tappe dell’imperdibile “ultimo viaggio”, come è stato felicemente promosso in giro per la rete.

peter jackson

Dicevamo: Dopo Jackson. Appunto. Un po’ come il Figlio del Padre Tolkien che si è fatto Uomo (di cinema) per rendere carne (e frame) la sua Parola. Ma Peter Jackson ha davvero rispettato il verbo di J. R. R. Tolkien riproponendo – e a modo suo re-inventando – i personaggi dei suoi scritti sul grande schermo?
Se religione deve essere, allora potremmo dividere il mondo degli appassionati della Terra di Mezzo (o presunti tali) tra spiritualisti o “puristi” e atei, che io amo definire “tolkeniani dell’ultima ora”. C’è chi osanna Jackson per le due trilogie, chi storce il naso di fronte ad alcune scelte e chi ancora, invece, vomita sull’operazione tripartitica de Lo Hobbit, inneggiando a Tolkien e al Valhalla. Il che richiede alcune opportune riflessioni.
Innanzitutto bisogna ricordare che se non fosse stato per i film de Il Signore Degli Anelli, nessuno avrebbe letto o almeno conosciuto il monumento fatto di pagine e inchiostro che è l’opera del maestro britannico. Amara verità, ma verità. Il Signore Degli Anelli cinematografico appare tuttavia più “fedele” e rispettoso dello spirito originale agli occhi di addetti ai lavori e non: tripartito come l’epica di partenza, pervaso di riferimenti puntuali e comprovati, scandito dai medesimi punti di svolta, avvolto da una colonna sonora meravigliosa che (e qua entriamo nel campo dell’imponderabile) è la “musica che fa Tolkien quando scrive”. Come è noto, invece Lo Hobbit è stato al centro di diverse polemiche che prendevano a esame proprio quella “fedeltà” mancata, che agli occhi di chi non si accontenta di qualche scena di guerra tra creature fantastiche appare come una questione di primaria importanza. Qualche esempio: l’inclusione nel racconto della famigerata Tauriel, elfo femmina che vive una storia d’amore con un Nano, travalicando il limite di uno degli odi razziali più marcati dell’universo di Arda fin dalla comparsa dei figli di Iluvatar. Ma soprattutto la scelta di ricavare un trittico di film da poco più di 300 pagine di una fiaba per bambini. Roba che, in proporzione, sarabbero occorsi una decina di pellicole per adattare Il Signore Degli Anelli, includendo anche i riferimenti e le appendici sparse per i racconti di Tolkien.
Eppure, tali giudizi si rifanno ad una visione de Lo Hobbit in aperta contrapposizione a ciò che l’autore stesso pensava della propria opera.

J R R Tolkien

«Una volta sola ho fatto lo sbaglio di provare ad andare incontro ai bambini, con mio grande rammarico, e (sono felice di dirlo) con la disapprovazione dei bambini intelligenti: nella prima parte de Lo Hobbit». Le parole sono di un John Ronald Reuel 69enne, contenute in una lettera del 22 novembre 1961 raccolta in ‘The Letters of J.R.R. Tolkien‘ di Humprey Carpenter. Il maestro dunque “sapeva” di aver dato alle stampe l’incipit di un racconto per bambini “poco intelligenti”. Un “rammarico” – come si legge – che si acutizzerà dalla pubblicazione de Il Signore Degli Anelli in avanti, quasi come il riferimento a un errore di gioventù, uno sbaglio dal quale imparare la lezione. Un “rammarico”, ancora, che sembra aver inconsciamente contagiato gli adepti alla visione dei due (e presto tre) capitoli de Lo Hobbit, colpevole già da principio di aver apposto la parola “trilogia” che andrebbe invece solennemente destinata soltanto all’epopea di Frodo e della Compagnia dell’Anello.
L’avventura dei piccoli e bistrattati mezzuomini che abbandonano la loro amata casa per salvare un mondo che non conoscono ha un appeal straordinario, che tuttavia rischia di sfociare in una svagata idolatria. La fedeltà è una questione fondamentale in Tolkien, ma “in” Tolkien e non “su” Tolkien: non nella trasposizione dei contenuti, ma nei contenuti propri. La Fedeltà fa parte degli scritti Tolkien, ma non si applica (nel senso comune adottato) all’autore in quanto tale. Non si è “fedeli a Tolkien”, ma “fedeli in (nella materia di) Tolkien”, oppure “fedeli con Tolkien” (verso una meta comune). In tal senso Peter Jackson va elogiato per aver riproposto lo “spirito” dell’opera tolkeniana, nata con gli intenti nobili e altissimi di costituire un’epica inglese conmparabile a quella ben più nota e compiuta del Maditerraneo. Ecco che Thorin Scudodiquercia, Bilbo Baggins, Gandalf e Smaug così come Frodo, Aragorn e Sauron rappresentano dei miti, protagonisti di una leggenda antica come il fuoco, anche se data alla luce nel Novecento. Le chiavi di lettura (e ri-scrittura) sono infinite, e ognuna è legittima. Peter Jackson ha avuto l’indiscusso merito di averla sottoposta al grandissimo pubblico, nonostante i tentativi (altrettanto sagace e magistrale) dei film d’animazione di Bass e Rankin per quanto riguarda Lo Hobbit (1977) e di Bakshi (1978).
In un’altra lettera Tolkien scriveva: “Io ho la mentalità dello storico. La Terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo ancora in uso) di midden-erd/middle-erd, l’antico nome di ‘oikoumene‘, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o come mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale”.
Concetto pesante, certo. Ma utile a far comprendere che ci troviamo di fronte a un’epica, prima ancora che a un fenomeno di letteratura fantasy che ha da quasi vent’anni sta vivendo un periodo di assoluto splendore, almeno commerciale. Tutto è collegato, ogni evento o personaggio è annodato con un doppio filo sotterraneo tra i numerosi frammenti, libri e racconti. I racconti scritti, studiati, sofferti lungo l’arco di un’intera vita. Tolkien non finì mai di scrivere della mitologia di Arda. Probabilmente non l’avrebbe mai ultimata. E l’incompiutezza del Silmarillion lo dimostra. E nonostante la vicenda de Lo Hobbit rimanga la “perifieria” di questa metropoli mitologica, la sua importanza è essenziale per l’insieme. Se Bilbo non fosse uscito nel mondo che vedeva dalla sua finestra, nulla di quello che conosciamo sarebbe accaduto. Fiutate una gran bella morale, lo so. E fate bene. Lo Hobbit è stato un “punto di partenza” per Tolkien, e ora è quello d’arrivo per Jackson. E proprio come nel finale del libro scritto dal Professore nel 1937, potremmo scoprire che l’ultimo viaggio in realtà non è che un inizio.

*Maurizio Perriello lavora e vive a Milano. Giornalista praticante, collabora con Fermata Spettacolo, Vertigo24, Cinefilos.it e Primo Piano.

GRAND NATIONAL ASSEMBLY of TURKEY ANNUNCED THE PROCLAMATION OF THE REPUBLIC ON OCTOBER 29, 1923 – di Cansu Kapar

Grand National Assembly of Turkey  had taken a historic decision on 1 November 1922 and declared abolition of the sultanate. Since this decision was  a clear indication of this, new political regime got across in virtue of 1921 Constitution. However, the Republic had not been officially announced.

Grand National Assembly of Turkey between April 1, 1923, had decided to hold new elections and the newly established parliament approved the agreement that was  obtained in Lausanne. After acceptance of the Lausanne Peace Treaty, Turkey realized the integrity of the homeland  thus a cycle was closed  and a new era was opened. The developments of the political regime from April 23 1920 to find the appropriate state form has become a necessity.

on 25 October 1923 a cabinet crisis occured in the Grand National Assembly. Hence  a new cabinet could not be established till 28 October  1923, Gazi Mustafa Kemal Pasha and his friends discussed during a meal at the Chankaya Palace; he concluded the conversation by saying: “Tomorrow we’ll declare Republic”.  on October 29  in Republican People’s Parliamentary Group, establishment  of the Council of Ministers was discussed. Since the problem could not be solved,  they asked to Gazi Mustafa Kemal Pasha to express their opinions. Mustafa Kemal Pasha claimed that the way out of the crisis is changing the Constitution. parliament was also informed about the proposal of declaration of the republic .

In conclusion of negotiations that took place in the group, the proclamation of the Republic was accepted. After Party Group, Assembly had decided to accept the draft law. Gazi Mustafa Kemal Pasha was unanimously elected the first President of the new Turkish State as a result of the presidential election.cansu

LA PITTURA DI MICHAEL FRANKE E IL VIAGGIO NELL’ANIMA – di Luca Mansueto  

Voltumna VIII, olio su tela, 60x120cm
Voltumna VIII, olio su tela, 60x120cm

Àntron è il titolo della mostra del pittore nativo di Bonn Michael Franke, allestita presso i Magazzini del Sale fino al 28 settembre 2014, un viaggio attraverso la discesa profonda delle spelonche naturali del paesaggio toscano intorno Siena che rinviano a un’identità culturale millenaria, la nostra storia, luoghi divini e nascosti della civiltà etrusca. Le settantasette opere pittoriche esposte, oscillanti tra astrazione e figurazione, riflettono lo sguardo dell’artista verso il mondo etrusco avvolto dal mistero archeologico, archetipo di un patto tra uomo e natura. Un viaggio iniziatico tra la visione sotterranea dell’oltretomba e quella della visione della luce che sin dal titolo richiama.Gli occhi di Franke non sono quelli dell’indagatore scientifico, ma egli osserva il paesaggio attraverso gli occhi dell’anima, incontra i luoghi, percorre i sentieri, compenetra la natura come un viaggio introspettivo e di conoscenza. Nelle sue mani il pennello non rappresenta la realtà oggettiva, ma tramuta l’atmosfera e le sensazioni dell’animo provate nell’abitare il luogo. Franke ha intrapreso il viaggio in questi luoghi come un viaggiatore alla scoperta dell’Io, con il suo blocchetto da disegno, egli raccoglie tutte le sensazioni pittoriche che quei luoghi gli infondono lasciandosi guidare dal significato del luogo e dalle parole stesse della natura. La caverna rappresentata da Franke è l’esplorazione dell’Io interiore, in particolare dell’Io primitivo rimosso nelle profondità dell’inconscio. Comunemente le caverne sono considerate la scena del mondo simbolico, come luogo di contatto con le forze e i poteri delle profondità. Senza dubbio il viaggio interiore che si apprende dalle tele di Franke rimanda al mito platonico contenuto nel dialogo Repubblica, metafora della condizione umana rispetto alla conoscenza della realtà.

Via degli Inferi III, olio su tela, 150x100cm
Via degli Inferi III, olio su tela, 150x100cm

Platone (per bocca di Socrate) immagina gli uomini chiusi in una caverna, gambe e collo incatenati, impossibilitati a volgere lo sguardo indietro, dove arde un fuoco. Tra la luce del fuoco e gli uomini incatenati vi è una strada rialzata e un muricciolo, sopra alcuni uomini parlano, si affaccendano nella vita di tutti i giorni. Gli uomini imprigionati non possono conoscere la vera esistenza degli altri sulla strada, ne percepiscono solo l’ombra proiettata dal fuoco sulla parete di fronte e l’eco delle voci, che scambiano per la realtà. Se un uomo incatenato potesse finalmente liberarsi dalle catene potrebbe volgere lo sguardo e vedere finalmente il fuoco, venendo così a conoscenza dell’esistenza degli uomini sopra il muricciolo di cui prima intendeva solo le ombre.Nel mito della caverna la luce rappresenta la conoscenza, gli uomini sul muretto le cose come realmente sono (la verità), mentre la loro ombra rappresenta l’interpretazione sensibile delle cose stesse (l’opinione). Gli uomini incatenati rappresentano la condizione naturale di ogni individuo, condannato a percepire l’ombra sensibile (l’opinione) dei concetti universali (la verità), ma Platone insegna come l’amore per la conoscenza possa portare l’uomo a liberarsi delle gabbie incerte dell’esperienza comune e raggiungere una comprensione reale e autentica del mondo.Franke entra nelle cavità naturali, ne percorre le viscere, discende nel mondo magmatico della terra, per poi ripercorrere la risalita segnata dai bagliori accecanti del mondo esterno. In questo percorso di conoscenza gli opposti si incontrano: luce, tenebre, certezze, incognite, vita, morte. Un viaggio di riscoperta del nostro passato, del rapporto tra uomo e cosmo. Egli si è pertanto confrontato in prima persona con i luoghi e con i soggetti, con il quaderno degli schizzi, suggestionato dalla natura, ha immortalato con gli acquarelli sui fogli da viaggio le acque dei torrenti e gli intricati meandri della terra toscana. Ne nasce una contemplazione dei luoghi e una immediatezza del vissuto.

Uni, olio su tela, 130x100cm
Uni, olio su tela, 130x100cm

Come scrive Claudio Strinati nel suo saggio presente nel catalogo di mostra “Franke sta approfondendo una esperienza storica immane che lo porta apparentemente fuori dalla dimensione del mito, ma per ricollocarvelo immediatamente. L’esperienza è quella degli Etruschi, del loro mondo, del loro territorio. […] percorrendo quei luoghi ci si immerge ai margini della vita contemporanea, come se una volontà superare e metafisica avesse preservato l’incanto di quei siti per tramandarlo senza interruzione fino ad oggi e verso un ipotetico futuro”.Franke ci pone nella situazione di attesa di risposte attraverso la visione delle tele, risposte che avvengono solo nella percezione della propria coscienza di uomo, una riflessione sulla luce della conoscenza e sull’intimo rapporto tra uomo e natura. L’essere dell’uomo è sì un essere nella luce, ma questa luce proviene da una fonte impenetrabile che si trova paradossalmente al di sopra e presso l’uomo. Questa luce in cui ogni uomo vive, permette di formulare giudizi e di intuire con l’intellectus o mens le regole eterne e immutabili che consentono alla ratio di assolvere alla sua funzione giudicante. È una luce naturale quella che possiede l’uomo a cui deve rivolgere interiormente il suo sguardo per riconoscerlo come ragione fondativa. La luce diventa così veicolo di verità, una verità che ancora è presso l’uomo e al tempo stesso a lui trascendente.Siamo totalmente immersi nella natura primordiale vista da Franke, in continua oscillazione tra astrazione e sguardo concreto della realtà oggettiva, una realtà che però trova dimora per effetto della luce interiore. Per riuscire a orientare lo sguardo verso la fonte luminosa, gli occhi del corpo devono farsi da parte per lasciare spazio all’occhio dell’intellectus. L’esteriorità non consente di avvicinarsi alla luce. Per osservare il sole sensibile dobbiamo alzare lo sguardo e uscire da un luogo chiuso, ma per percepire il sole intelligibile dobbiamo entrare in noi stessi e volgere lo sguardo in interiore homine. La fuga che non è tanto, come sembra in alcuni passi del mito della caverna, un uscire fuori di sé, ma un ritornare in sé, questo è il messaggio che ci dona la materia pittorica di Franke.

 

Àntron.

Divinità etrusche tra inferi ed estasi. Genesi pittorica dell’Europa

Siena, Palazzo Pubblico – Magazzini del Sale

10 Maggio – 28 Settembre 2014

 

 

H-EARTHQUAKE – di Gabriele Zisa

Un ricordo lontano nel tempo mi riporta a te,

fu amore a prima vista, tutto di te mi affascinava,

e mai fui più sicuro di aver scelto quella giusta.

Mi prendesti fra la tue braccia, stretto a te, al sicuro da tutto e da tutti.

 

Rammento i tuoi tramonti che tanto mi facevan commuovere,

rammento il tuo splendore alla luce del giorno

ed il tuo essere misteriosa al calar della notte.

 

Ma ahimè solo tristi immagini rimangon ormai impresse,

una notte bastò per distruggere la tua bellezza.

Arrivò in silenzio , avanzando nell oscurità, con tutta la sua forza.

Nulla di ciò che lasciai con l ultimo sole era lo stesso al mattin seguente.

 

Le tue ferite rattristirono il mio cuore quando mossi i miei primi passi in quei posti ormai a me cari che più non riconoscevo.

Quante lacrime versate, quanto pesanti furono i miei ultimi istanti mentre da te fuggivo via, senza voltarmi, soffrendo. Quante notti ho sognato di riaverti.

Lasciarti non fu facile, ma mai ho smesso di pensare a te mia dolce L’ Aquila dalle ali spezzate dal tempo, sei sempre lì nelle mie memorie, nel mio animo, sulla mia pelle.

 

Un giorno i miei occhi si poseranno nuovamente su di te,

ma non mai sarai più la stessa, ciò che è stato ti ha cambiata…

…per sempre.

Silver Moonlight / The Mercer Art Gallery, Harrogate Borough Cou

THE WEDDING PLANKER and the WEDDING STORMING – di Viola Lapisti

texprova1“Esercito, Matrimonio, Chiesa e Banca: i quattro cavalieri dell’Apocalisse” – Carlos Ruiz Zafón

Accade a Siena e in Toscana, nelle peggiori e nelle migliori famiglie. Le statistiche ci dicono che ci si sposa meno e sempre più tardi? La contro tendenza senese sconfessa le teorie ISTAT. A Siena sposarsi è giovane, è moda, è fashion, è cool! Ma procediamo per gradi… La dichiarazione La dichiarazione d’amore con tanto di proposta di matrimonio viene declamata in tempo reale, ovviamente, su Instagram. La fortunata riceve in dono il diamante sullo sfondo di un’amena cornice del Chianti. Modalità “Earlybird” ed eccola: la coppa riempita di champagne con all’interno una fragola e l’atteso monile (che nemmeno la plurinanellata Brooke di Beautiful!). Didascalia: #noi #amoremio #you&me #forever #amoreabollore. “Condivisione” dei preparativi I più avanguardisti sposi geek si vantano di un blog di nozze o addirittura di un sito web, creati appositamente qualche mese prima del matrimonio per presentare l’evento, per rivelare particolari in divenire di ordinaria amministrazione, pubblicare immancabili foto e divulgare interessanti informazioni, senza le quali, nessun invitato potrebbe mai andare al letto tranquillo la sera… Esistono anche portali tutti senesi che ci guidano tra i retroscena dell’evento, come il visitatissimo “NozzeGanze.it – Ovvia sposiamoci in Toscana!” che ci narra come affrontare al meglio matrimoni autoctoni pubblicando resoconti, indispensabili guide e reportage di adorabili coppie: “Le regole per essere dei perfetti invitati al matrimonio”, “Fiori per matrimonio: scegliete quelli ganzi e inusuali”, “Andrea e Chiara la coppia più ganza di San Valentino”, “Per il suo matrimonio Valentina sceglie un abito di H&M in orGanza a soli 79,95 euro”… Le Nozze Dopo aver pubblicizzato abbondantemente l’evento, curandosi di averlo reso noto soprattutto agli sfortunati che non sono stati invitati al matrimonio del secolo, gli sposi convolano a nozze. Poco importa se il rito si è svolto secondo il rito civile o cattolico, l’importante è esserci! Dunque via libera al selfie e alle foto fai da te all’abito della sposa, all’angolo degli aperitivi, alle tavolate dei soliti amici necessariamente “taggati” in tempo reale e in pose plastiche che richiamano mostri di epica memoria. Più sei in condizioni inenarrabili, più fai schifo, più sei un luminare! Una volta esistevano gli album di matrimonio, come quelli dei tuoi genitori che sfogli da piccolo, custoditi in librerie strategiche e rispolverati all’evenienza. Oggi, da queste parti, e per la gioia degli “amici”, impazzano gli album di matrimonio condivisi sui ben noti social network, fino a tramutarsi addirittura in circostanza di forte ritorno mediatico di cui parlare per le settimane avvenire. Rito simbolico Si dice “Rito simbolico” quello amministrato e/o ufficiato da un personaggio picaresco vivente, della propria realtà quotidiana. Questo rito non ha valenza legale, ma per l’appunto simbolica per chi lo sceglie. Non ci sono discriminazioni di genere, di religione, di età, di contrazione di pregressi matrimoni. Viene eseguito con o senza la presenza di testimoni o invitati e si svolge in un luogo accuratamente scelto dalla coppia per la propria valenza “simbolica”… Approfitto della piattaforma multimediale interattiva via web per invitare tutti i wunderlettori al matrimonio del mio miglior amico, ufficiato dal Sig. Paolo Bencini (meglio noto come “Paolone del Ponte” – di Romana) nell’Entrone del Palazzo Comunale oggi, giovedì 3 Aprile 2014 alle ore 18.00. Chi viene, porti da bere.

16-06-88/16-06-13 : PAZ

pazpaz

…Era un uomo così dotato da mirare, con inaudita precisione, al cuore del nulla.

Le orme della sua storia costeggiano, si intersecano e si sovrappongono alle nostre….

Andrea Pazienza ci lasciò il 16 giugno 1988, giusto 25 anni fa e, come si usa, qualcuno si ricorda di ricordarci di ricordarlo.

Andrea se ne andò in circostanze, come si suol dire, mai chiarite completamente. A me piace pensare che non morì, nel senso che non ci furono cause di morte nel senso comune della locuzione.

 

Andiamo per ordine.

 

Conobbi Andrea sulle pagine di Alterlinus, come tanti altri. Il mio ’77 lo ricordo come l’anno del mio servizio militare. Lo scampolo di tempo che mi rimase di quell’anno così particolare lo dividevo tra le manifestazioni di piazza e il mio primo vero amore. Come dire rabbia, speranza, e poi fierezza e spensieratezza, e quel modo di vivere un po’ stralunato dei personaggi di Pentothal, sogni d’Africa e di Amazzonia, strade lastricate, qualche canna e parole parole, tante parole.

 

Io mi riconoscevo nei suoi personaggi, e ci riconoscevo i miei amici, i miei conoscenti e i miei nemici. Del resto sappiamo che nessuno come Paz ha saputo ritrarre la propria, la nostra generazione. E il suo inarrestabile declino.

 

…Aveva un paio di marce in più, semplicemente. E le nostre lacune diventavano abissi se ci si aggiungeva la sua umiltà.

 

Andrea frequentò Siena. Ho avuto il privilegio di incontrarlo, a casa di amici comuni. Mi era stato detto che aveva conosciuto, a Bologna, una ragazza di Siena colà trasferitasi e che era diventata il suo grande e storico amore. Così, attraverso lei, conobbe la nostra città.

Cosa mi aspettassi da un incontro con lui non lo so, ma ammetto che non volli farmene sfuggire l’occasione.

 

Gli facevamo cerchio intorno, così come delle colline possono circondare il vento…

 

Non era un divo. Era sfuggente, gentilissimo, educato, disponibile. Ma soprattutto, l’impressione che ebbi di lui fu quella di una inesorabile estraneità. Qual’era il vero Andrea? Quello che si scusava se rimaneva col piede schiacciato sotto il tuo? Quello che non sapeva dire di no a chi gli chiedeva un disegnino, un ritratto, una vignetta?

Era quello che si drogava? Che forse cercava in questo modo di mimetizzare la sua grandezza, la sua assoluta unicità? O voleva solo lenire quella solitudine che lo avvolgeva, come un velo bagnato e greve?

 

…Fu allora che, scorgendo nei suoi occhi quell’ostinata indifferenza, che ebbi paura.

 

Eppure dentro di lui sapevo che da qualche parte abitavano Colasanti e Petrilli, e Campofame, e Ricardo, e Sgherzi e Pompeo e Tanino il rapinatore e soprattutto il più famoso, Zanardi, e tutta quella corte di personaggi violenti, irascibili, traditori o insensibili che erano l’opposto di lui. Veniva in mente la famosa storia del ventriloquo mite, remissivo e complessato, il cui pupazzo era uno spietato assassino. Signor Pazienza e Mister Hyde.

 

La sua morte, da cui avevamo iniziato, la faccio raccontare a lui. Ho usato le sue parole nelle righe scritte in corsivo, vengono tutte da una sua storia, una delle più belle secondo me, una delle più sofferte di sicuro, pubblicata su “Corto Maltese” del dicembre 1983. Il protagonista della storia si chiamava Michele.

 

E infine, accadde. Una mattina lo ritrovai morto nel suo letto ma, fatto straordinario, non si era ucciso. Il medico dichiarò che semplicemente il suo cuore si era fermato. Se ne andò così, per un insulto cardiaco, all’età di ventotto anni. Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se davvero il cuore fosse un muscolo involontario e se quella morte non fosse IL SEGNO DI UNA RESA INVINCIBILE.

Eugenio Blinskij (Marco Neri)

Siena, 16 giugno 2013