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DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 3)- di Duccio Tripoli

Villaggio minuscolo, abitato prettamente da tibetani, dove si parla tibetano e ci si affida al buddismo in ogni situazione di vita. Le strade polverose e le abitazioni in stile buddista accompagnano gli abitanti e i pochissimi stranieri in visita in un mondo che non è immobile, come dimostrano i comunque numerosi camion che passano dalla strada principale, ma si muove lentamente. Si parla tibetano ed è difficile rintracciare un abitante Han che effettivamente risieda nella cittadina. Gli Han ci sono, ma sono tutti turisti che raramente rimangono per una notte o più e ad ogni modo scorrazzano beati nella vallata di Tagong sui loro pullman per poi proseguire verso altre mete poco frequentate; una sorta di turismo cinese intelligente. La piazzetta principale è circondata da 3 guesthouses che offrono la sistemazione più economica di Tagong e, se ci si adatta un po’, si vive una vera esperienza abitativa tibetana con tutti i suoi comfort, ma soprattutto senza. Il tempio monastero Lhagang è uno scorcio di vita monastica tibetana di rara bellezza non contraffatta, come non è contraffatta la semplicità e spontaneità di questi monaci che, alla vista della solita gopro da me portata in giro, decidono di farsi una foto “in mano loro” per fissare questo momento di allegria passato con uno straniero disposto a fare due chiacchiere. La maggior parte di loro vive li da molto tempo e non intende andarsene da quel che ho capito. “A Tagong si sta bene”, precisa un monaco sulla cinquantina, “i cambiamenti sono stati minimi”. Sembra sincero anche nel mostrarmi il suo iphone che, come ammette lui stesso, fino a 15 anni fa sarebbe stato una spesa di portata tale da non essere nemmeno immaginabile. I monaci se la passano decentemente, mangiano pregano, chissà se amano, e dormono. Inoltre, non si assiste più a nessun tipo di persecuzione o accanimento nei confronti di questi interessanti personaggi vestiti di sfumature rosse a arancio, quantomeno a Tagong per quel che ho visto. Difatti, dopo i tumultuosi errori della Rivoluzione Culturale, oggigiorno ormai ampiamente condannati, il governo di Pechino ha iniziato un accurato finanziamento di vaste opere di ristrutturazione di molte realtà religiose cinesi, tra moschee, templi taoisti e monasteri buddisti appunto. Chiamali strulli! Mi ritrovo con i miei due compagni e mi portano, a spese loro in quanto io risulto in qualche modo ospite, a fare una breve ma spettacolare cavalcata su una collina vicina dalla quale ammirare l’altopiano tibetano in tutto il suo splendore e vastità.12119014_10207396531538829_3252652574817790180_n Dopo mi getto in un nuovo tempio, sempre molto bello, ma non totalmente autentico da quando ha prontamente ricevuto la ristrutturazione cinese che lo ha reso splendido e lucente all’esterno, ma scarno e un po’ artefatto all’interno. Esco dal tempio e faccio due passi nella piana che vi si trova davanti affollata dalle bancarelle di un mercatino tibetano la cui specializzazione sembra essere il cibo tipico. Ne approfitto per assaggiare della, deliziosa a mio dire, carne di yak essiccata e fare due chiacchiere con il carismatico venditore che ci tiene a spolverare un po’ il suo inglese “imparato cercando di parlare il più possibile con i turisti stranieri”. E continua, “l’inglese l’ho imparato per assicurarmi più clienti e per poter spiegare, come meglio potevo a chi non parla cinese, l’aria che si respira qui, in quello che una volta era il Tibet. Ho bisogno di un visto per visitare la mia capitale, Lhasa, e le inefficaci politiche inclusive cinesi hanno indebolito la nostra cultura.” E continua, con fierezza, “almeno oggi, essere buddista e praticare non pare essere più un problema. Si vive bene, ma spesso la gente sembra scordarsi che parliamo cinese ma la nostra lingua è il tibetano, che viviamo in Cina ma siamo tibetani”. Il suo orgoglio mi mette di buon umore e, avendo assaggiato un paio di tazze di tè di burro di yak preparato da sua madre, lo saluto dopo aver preso il suo contatto di wechat. Purtroppo parlando e scrivendo lui in tibetano non comprendo assolutamente nulla dei suoi post, ma le foto mi riportano nella rurale Tagong, un posto nel quale ho lasciato un pensiero, o forse due. La sera a cena andiamo, insieme ai miei Gemenr in un ristorante tipico tibetano dove assaggiare dei veri momo (ravioli con ripieno di carne e verdure), tsampa (una specie di tortina di orzo) e dei thuk-pa (noodles piccanti). Cena ottima ma dopo c’è poco da fare. Ci spostiamo a bere un paio di birre sulla terrazza della guesthouse nella quale la coperta di cielo stellato sopra le nostre teste fa da contrasto lucente all’ambiente spartano circostante. Prima di andare a letto mi becco anche una bella filippica sul perché ai cinesi oggigiorno non importa più nulla del Giappone e dei Giapponesi, “nonostante tutto quello che hanno causato al popolo cinese, e mio nonno se lo ricorda bene”. Andiamo a dormire non troppo tardi perché la mattina vogliamo essere attivi per le 7, loro torneranno verso Chengdu, mentre io voglio proseguire verso GanziGarze in tibetano – la base ideale per raggiungere la mia meta prediletta, SedaSertar in tibetano. La mattina ci svegliamo e, una volta usciti nella piazzetta principale di Tagong, iniziamo a chiedere ai vari autisti tibetani presenti in loco vogliosi di danaro qualche informazione per raggiungere Ganzi nel migliore, e più economico, dei modi. Trovo un signore sulla cinquantina ben disposto e, una volta trovati altri passeggeri, il suo pulmino sarà pronto a partire. Nel frattempo mi offre, molto gentilmente, la colazione: ravioli di carne piccanti e tè, la partenza giusta dal posto giusto. Facciamo due chiacchiere e, altrettanto gentilmente, mi chiede di aiutarlo a riempire il pulmino in quanto “prima lo riempiamo prima partiamo”, e, non parlando inglese, non si pone mai in maniera convincente coi turisti stranieri. Fortunatamente poco dopo riusciamo a raggiungere la quota partenza e iniziamo a spostarci verso Ganzi, ma “facciamo una sosta di un’ora a Bamei per fare pranzo”. Bene, avrò la possibilità di visitare un’altro villaggio leggermente al di fuori del mio itinerario originale. Nel frattempo conosco anche Dabao, soprannominato da me ‘il grande’ per il primo carattere del suo nome, un cinese modesto e pacato che si rivelerà il compagno ideale per placare le mie, talvolta poco controllabili e improvvise, ire di viaggio. Sul pulmino iniziamo a chiacchierare e scopro che la sua meta ultima è, come per me, Seda.

DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 2)- di Duccio Tripoli

Ho sempre preparato lo zaino all’ultimo momento, un po’ per il primo brivido di avventura tipo “chissà se ci metto tutto”, un po’ per filosofia personale in quanto non so mai cosa effettivamente mi servirà fino ai momenti immediatamente precedenti alla partenza. Fatto. Esco taxi stazione, in Cina è piuttosto facile, i taxi non costano veramente niente e spesso ci si muove con quelli anche quando si viaggia da barboni veri. In quasi un anno di totale permanenza non ho mai speso più della cifra record di 150Yuan (23€ circa) di taxi per volta, e solo per distanze oltre l’ora tipo aeroporto – centro città che capitano di rado. Arrivato in stazione corro, ovviamente c’è il solito traffico assassino di Chongqing e rischio di perdere subito il primo treno..chi ben comincia.. Arrivo a Chengdu e mi sistemo in ostello. Piccola parentesi regalatami dal taxi-moto che, dopo avermi chiesto se volevo un passaggio per 10 yuan, incuriosito dal mio biascicare la sua lingua mi carica sulla moto, zaino compreso, e mi porta all’ostello senza chiedermi un centesimo e regalandomi sorrisi di compiacimento. Bello. Dopo aver salutato tutti e 10 i miei nuovi compagni di stanza, mi avvicina una coppia di giovani – ma più vecchi di me – inglesi che stanno uscendo e chiedono se, parlando io un minimo di cinese, mi fa piacere accompagnarli a mangiare qualcosa di tipico e a fare due passi. Come no, andiamo. Intenso direi. Rientro in camerata alle 2:47 visibilmente indebolito dagli ettolitri di birra xuehua ingurgitata, ma non mi preoccupo della sveglia che suonerà tra 3 ore; a voler essere più precisi, 3 ore e un po’. Mi sveglio presto, impacchetto il poco che ho portato dietro e corro alla stazione dei pullman impaziente di giungere a Kangding (Dartsendo o Dardo in tibetano). È festa nazionale in Cina e alle 6:30 la stazione Xinnanmen è già invasa da orde di cinnazzi bramosi di turismo. Culo! Trovo un posto nel pullman delle 7:30 e parto alla volta di Kangding. Tempo di percorrenza stimato 8 ore, più le 8 di ritardo dovute al traffico della festa nazionale ed arrivo a Kangding dopo cena. Poco male, essere l’unico non cinese in pullman mi fa vivere il mio momento da rockstar e fare un po’ di pratica con la lingua. Inoltre, conosco due ragazzi svegli con i quali, dopo aver cenato, passo la notte in ostello, in quanto anche loro, l’indomani verso l’ora di pranzo, avrebbero mosso verso Tagong. Con il pullman, dalla piatta Chengdu si inizia a salire su quello che è l’altopiano tibetano e, 3 effettivamente, i panorami si fanno sempre più affascinanti e verdi. Anche il cielo cambia e da un grigio smog monocromo si passa ad un celeste puntellato qua e là da paffute nuvole bianche che alleviano la mia ira per un così lento e snervante spostamento in corriera. Kangding è bellissima, anche se la mano cinese ‘balzante in avanti’ ha fatto il suo dovere fin troppo bene, e cioè male. Il centro è stato letteralmente ricostruito e le uniche abitazioni ancora in stile tibetano rimangono sulle pendici delle montagne circostanti. Anche il tempio Jigang, della setta dei monaci buddisti Nyingma Pa (o berretti rossi), è stato letteralmente tirato giù per essere ricostruito più bello e splendente che mai. Che pena.duccio Il tempio Nanwu della setta buddista Geluk Pa (o berretti gialli) è invece intatto ed offre una panoramica splendida di quella che è la vita monastica e di preghiera in una valle coronata da montagne già puntellate di bianco acceso. Dentro incontro dei vecchi muratori che, incuriositi dalla mia gopro, mi fermano e colgo l’occasione, oltre che per uno zipai (selfie), per fare due chiacchiere. Sono in pensione ormai e, dopo aver lavorato tutta la vita, continuano a farlo per devozione verso i Lama in cambio di un adeguato compenso spirituale che li fa dormire più sereni la notte. Sono tutti e tre tibetani ma non si pronunciano né sui cinesi Han né sui repentini, e piuttosto invasivi, cambiamenti apportati alla loro città, della quale però conservano un vivido ricordo di “quando le case erano ancora di legno”. Simpatici. Mi incontro nuovamente coi miei due nuovi amici che, in risposta al loro Shuaige (bello), ho iniziato a chiamare Gemenr (pr. Gemer con la r all’inglese, fratelli). Andiamo a pranzo e troviamo un autista ben disposto a portarci fino a Tagong (Lhagang in tibetano) per 50Yuan su un pinche – pulmino con altri passeggeri per dividere la spesa – e così, finiamo i nostri hundun e partiamo per Tagong. Anche questa strada non è nelle migliori delle condizioni, ma almeno non c’è traffico e nel primo pomeriggio siamo già a respirare l’aria tibetana di Tagong.

DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 1)- di Duccio Tripoli

Il Western Sichuan, o Sichuan occidentale dalle nostre parti, è un’area della provincia cinese del Sichuan che confina per tutta la sua cornice occidua con il Tibet. Per i non appassionati di geografia, stiamo parlando della Cina sud-occidentale, sopra Myanmar e Thailandia. Per i meno appassionati ancora, la Cina è quella grande nazione a forma di gallo che scorgerete scorrendo il dito verso destra su un qualunque mappamondo o planisfero. Non mi soffermerò troppo sulla storia del Tibet o sulle relazioni Sino-Tibetane degli ultimi 3-4 secoli. Pur avendo trattato l’argomento durante un corso all’Università, ne so troppo poco per presentarlo in maniera soddisfacente. Lo dimostra il 27, senza infamia e senza lode, scaturito dall’esame, che nulla toglie ad un corso che ha lasciato tanto alla mia mente e alla mia voglia di scoperta. Ad ogni modo, la storia recente ha visto Cina e Tibet confrontarsi più o meno pacificamente in diverse occasioni. Vi basti sapere che la situazione si è leggerissimamente deteriorata dopo l’occupazione militare del Tibet (l’esercito di liberazione cinese entrò nel Kham, per “liberarlo”, il 7 Ottobre 1950) e l’esilio volontario (fuga secondo alcuni o estradizione secondo altri) del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso il 17 Marzo 1959. Da allora il Tibet è noto ufficialmente col nome di Xizang, come lo chiamano in Cina, e diventò a tutti gli effetti una provincia cinese, rinunciando a qualsivoglia sovranità degna di una nazione libera. Per capirsi, una provincia cinese dove il visto cinese non è sufficiente per entrare e viaggiare; è necessario un visto speciale rilasciato dal governo cinese (questo vale anche per i tibetani che non vivono in Tibet) e una guida privata che rimanga al seguito del gruppo organizzato per tutta la sua permanenza in Xizang. Inoltre, il governo centrale di Pechino ha promosso negli anni una massiccia migrazione (o invasione bianca come piace chiamarla a me) di Cinesi Han (oltre il 98% di tutti i cinesi sono di etnia Han) a Lhasa e in altre città tibetane con incentivi economici e benefici vari, che ha compromesso irrimediabilmente l’equilibrio demografico di tutta l’area. Qualunque siano i fatti condivisi da queste due etnie sarà sufficiente ricordare che, ancora oggi, i tibetani vedono i cinesi Han come degli arroganti invasori, mentre i cinesi Han vedono i tibetani come degli ingrati luan (riottosi). Questo piccolo inciso per spiegare che, oggigiorno purtroppo, o per fortuna nel mio caso specifico, c’è più Tibet nel Sichuan Occidentale, dove le migrazioni Han non sono arrivate, che a Lhasa stessa che pian piano si sta trasformando in una Chengdu, piuttosto che in una Suzhou o Hangzhou. Io, studiando per un semestre a Chongqing e spinto da quella solita voglia che mi solletica i piedi e il cuore, ho deciso di andare a dare un’occhiata a queste zone dove la componente tibetana è prevalente per le strade, nella lingua parlata, nella cultura e, ancora più importante per questi personaggi col cappello da cowboy, nella religione.mappa_cina

Si inizia a leggere notizie sulle guide turistiche, a cercare su internet e, la parte che preferisco, a tracciare sulle carte un percorso “ideale”, mentre la voglia di partire sale e l’attesa diventa insopportabile, tipo quando dal dottore di venerdì sera sei il sesto, sono le 7, e alle 8 hai un aperitivo con la Gren (la mia ragazza ndr). Dico percorso “ideale” perché quando si viaggia -e particolarmente in queste zone decisamente rurali- si fanno piani, ma spesso i piani vengono sconvolti da una ruota bucata, una frana, un attacco di laduzi (questa è per gli appassionati di cinese) o un biglietto di un pullman terminato troppo presto, e quindi risulta necessario cambiare l’itinerario in itinere. Si chiedono notizie in giro e consigli ad amici che magari sono andati prima di te o che ne sanno di più ma, parere prettamente personale, un viaggio è come uno spazzolino da denti, non si usa mai quello di un altro, è strettamente intimo e deve essere il più adatto possibile. Questo è anche il motivo principale per cui, in determinate occasioni, preferisco viaggiare in solitaria, con i miei ritmi, le mie necessità e le mie voglie; che poi, quando si viaggia da soli, da solo non lo sei mai e sul percorso si intrecciano i piani, le aspettative e le storie di altri viaggianti (i viaggiatori sono altri) e di autoctoni qualunque. Viaggiare è vivere. Se destinati a stare fermi, al posto dei piedi avremmo avuto radici, direbbero alcuni. Poi parliamoci chiaro, il mondo nel 2015 è diventato abbastanza piccolo e con un po’ di soldini messi da parte, tanta voglia, un po’ di pazienza, adattabilità e apertura mentale si va praticamente ovunque. Non tutti siamo fatti uguali, e per fortuna aggiungerei, ma sono convinto che dentro al cuore di ognuno di noi c’è quella foto, quel film o racconto di quel posto lontano che prima o poi dovremmo andare a vedere di persona. Anche solo per realizzare (inteso anche realise, all’inglese british) le sensazioni che effettivamente proviamo una volta arrivati a destinazione.

ALL’OMBRA DEL TRICOLORE: LA MASSONERIA CEMENTO DELL’IDENTITA’ NAZIONALE? – di Riccardo Salvini

Le più recenti trattazioni sulla genesi della Massoneria, e del suo presunto ruolo centrale nell’unificazione dello stato italiano, trovano inserimento all’interno della storia politica, sociale e religiosa fin dagli esordi del 1700. Agli inizi del Novecento si profila una tesi ampiamente dibattuta nella pubblicistica massonica successiva, che vede uno sviluppo delle matrici liberali e democratiche portatrici di ideali di libertà, cosmopolitismo ed universalismo. Sarà soltanto attraverso il regime fascista in cui si avvierà un’opera di delegittimazione dell’operato dei “fratelli”, un periodo di “silenzio” che culminerà definitivamente con la messa al bando delle società massoniche. L’idea, sostanzialmente laica, che era alla base della morale massonica primordiale, sosteneva in primis di dover dare vita ad un nuovo e coeso corpo sociale, dalle regioni più avanzate fino a quelle più arretrate, per mezzo di un costante operato delle più importanti agenzie quali licei, università e pubbliche amministrazioni. Non esistono tuttavia documenti o fonti che provino con somma certezza che le vicende risorgimentali siano state effettiva opera di una reale loggia massonica. Si potrebbe quantomeno dissertare sul grande apporto che esse dettero in merito ai processi socio-politici che hanno permesso l’indipendenza. Di fatto la tesi del Risorgimento come opera della massoneria è costantemente affermata da gran parte della pubblicistica reazionaria, con l’evidente scopo di delegittimare l’unità d’Italia stessa, quasi a definirlo frutto di un complotto. E’ opportuno dunque analizzare le fonti prese in esame con il dovuto spirito critico. Le origini della cosiddetta Ars Muratoria sono da ricercarsi dunque nelle società segrete di inizio Ottocento e nei moti della Carboneria. Dal francese Franc Maçon la Massoneria trae la sua genesi all’interno delle piccole botteghe di associazioni di artigiani, dei maestri costruttori, comacini, financo agli artisti e gli scrittori che custodivano gelosamente i segreti del loro mestiere, tramandati solo agli apprendisti. Si dovrà attendere la fusione delle quattro principali logge inglesi, dalle quali nascerà la Grande Loggia di Londra del 1725, che abbandonerà definitivamente ogni retaggio di manovalanza caratterizzante le sue origini. E’ da questo momento in poi che la Liberal Muratoria assume caratteri speculativi, divenendo segreta e chiusa, specializzandosi inoltre in attività di carattere civile, sociale e religioso. Bollata prima da Clemente XII nel 1738 e successivamente scomunicata con l’enciclica Humanus Genus, da Papa Leone XIII nel 1884, la massoneria non trova certo terreno fertile presso i clericali, che vedevano in queste associazioni una forza illegittima, in contrasto con la morale cattolica. Al contrario il mondo massonico ha sempre guardato con simpatia ed interesse alla causa dell’indipendenza italiana e vedeva con favore la nascita di uno stato costituzionale asservito alla Chiesa Cattolica e di provata fede cristiana. Tuttavia la questione sulla natura legittima e soprattutto legale delle associazioni massoniche si pone al centro del dibattito politico e culturale per iniziativa del guardasigilli Alfredo Rocco. Di fatti è con il suo disegno di legge del 1925 sulla disciplina delle attività massoniche che viene inferto un decisivo colpo di scure. L’enorme discredito portato dalla Legge 26 novembre 1925, n. 2029 non fece altro che acuire i già non pochi sospetti ed accuse verso le istituzioni della Liberal Muratoria, le quali hanno sempre cercato, in primis attraverso la propria stampa, di rivendicare le benemerenze patriottiche votate alla partecipazione all’unità e all’impegno per l’indipendenza italiana. Comincia dunque una stagione di dure condanne e violente persecuzioni perpetrate dal Partito Fascista ai danni delle principali sedi massoniche e dei più illustri Maestri Venerabili. Solo a partire dal 1946 le logge principali vengono regolarmente ricostituite e censite con bolle di fondazione e numerate secondo criteri storico cronologici: è il caso della virtuale Loggia Propaganda di Roma, alla quale verrà assegnato il numero 2, per via del quale sarà elencata sotto la dicitura Loggia P2. La natura di questo importante ramo solitario del Grande Oriente cambierà radicalmente con la guida del archivio-3Gran Maestro Lino Salvini che, dopo la sua elezione del 1970, nominò la figura di Licio Gelli, uno spregiudicato faccendiere, al delicato incarico di segretario organizzativo. Le ragioni della nomina di Gelli alla carica di segretario sono dunque da ricercarsi nel suo passato forgiato dall’esperienza nella guerra fascista in Spagna, ed in seguito nelle sue grande doti organizzative di dirigente industriale. Qualità queste che avrebbero altresì giovato alla crescita del Grande Oriente. La trasformazione radicale della Loggia Propaganda da centro di servizi segreti militari a crocevia di imponenti volume di affari, procedette con grande rapidità. L’intricato groviglio di rapporti che legava alte cariche dell’esercito, esponenti della politica, organi di stampa, manager e personalità dello spettacolo coinvolse antichi membri e ne attrasse di nuovi. Di fatto era evidente e manifesto il contrasto con i principi ed i valori cosmopoliti ai quali il Grande Oriente aveva originariamente aderito, e di cui Licio Gelli ne aveva abusivamente attratto il titolo. Attraverso una gestione parallela dei rapporti ed avulsa da ogni forma di vincolo costituzionale e legale, cominciò a profilarsi la natura pericolosa di questa loggia deviata. Vi figuravano ex golpisti, politici di professione corrotti ed assetati di potere, si pensi al banchiere Vaticano Roberto Calvi, trovato misteriosamente impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Ogni forma di adesione risultava falsata, dal tesseramento, financo alle pratiche dei rituali di iniziazione, alle quali il Gran Maestro Salvini risultava dapprima connivente, poi in seguito emarginato ed esautorato dalla sua carica per via delle sue posizioni fin troppo anglofile ed in contrasto con la loggia italiana. Il graduale declino di questa pericolosa associazione comincia per volere della Magistratura nel 1980 con la perquisizione della residenza di Licio Gelli, la sontuosa Villa Wanda, situata nella frazione di Castiglion Fibocchi, nell’Aretino. Le forze dell’ordine entrarono in possesso di una lista di 953 nominativi che costò le dimissioni dell’allora Primo Ministro Arnaldo Forlani, dando l’incarico al repubblicano Giovanni Spadolini di formare il nuovo governo: fu il primo uomo politico non democristiano a sedere sul più alto scranno della Presidenza del Consiglio dal 1945. La pubblicazione delle cosiddette liste della Massoneria suscitò un grande scalpore: molti degli iscritti che vi figuravano è probabile che non ne fossero neanche mai venuti a conoscenza. L’accusa di Gelli della gestione della P2 lo condusse non solo all’espulsione dal Grande Oriente ma all’istituzione di una Commissione Parlamentare ad hoc, per volere dello stesso Spadolini, che determinò lo scioglimento della P2 attraverso la Legge n.17 del 25 Gennaio 1982, la tanto temuta Legge P2. Finiva un’epoca culminata con l’apertura di un vaso di Pandora che non fece altro che gettare ulteriore discredito nei confronti delle associazioni Liberal Muratorie, bollate ormai come sétte spregiudicate determinate solo ad accrescere il caos interno al Paese. La storiografia tuttavia rende nota di una serie di conclusioni fuorvianti che si potrebbero trarre. In primo luogo la loggia creata da Gelli esulava da ogni forma di spirito identitario posto alla base delle originarie forme di associazioni massoniche e del ruolo nei processi unificatori. Non esistono pertanto fonti che attestano con somma certezza la natura pacifica della Loggia Propaganda 2. piazza-della-loggia1Si pensi agli innumerevoli eventi che hanno per così dire segnato in negativo la storia d’Italia durante la reggenza di Gelli: l’attentato del treno Italicum, il rapimento di Aldo Moro, il fallimento del Banco Ambrosiano il mancato golpe borghese di Andreotti, la strage di Bologna, le connivenze con lo scandalo Tangentopoli. Tutti eventi di natura criminosa e terroristica, sui quali ancora oggi non è stata fatta sufficiente chiarezza, che celavano un piano circostanziato: solo attraverso il caos si sarebbe giunti alla rinascita democratica. Attraverso una svolta autoritaria mediante la partecipazione delle principali forze politiche, industriali e dei Mass Media unite da un patto di interessi, questa loggia avrebbe facilmente ottenuto i consensi necessari di Governo e Magistratura per ottemperare ai propri obiettivi di dominio nazionale. Questa imponente ragnatela di rapporti costituisce una pagina caratterizzante della storia d’Italia, ma al contempo transitoria della storia della Massoneria. Essa ha pertanto saputo risorgere e rivendicare a sé quello scopo associativo di persone che si rispettano, si confrontano pacificamente, dialogano e credono nel cosiddetto Essere Superiore. Una morale antropocentrica che suona quasi rivoluzionaria, se contrapposta ai principi materialisti e privi di etica ai quali la società contemporanea obbliga costantemente ad aderire.

LONTANO DA CASA: L’ORRORE A DISTANZA – di Eva Lehner

Figlia di una madre italiana ed un padre francese, sono nata e cresciuta in Francia, in periferia di Parigi. A Bologna per uno scambio, sono lontana da tutto quello che è successo.
Eravamo, io ed i miei amici, seduti intorno al tavolo quando la mia coinquilina, allarmata, ci informa del messaggio che ha appena ricevuto : viene informata che un ragazzo, una sua conoscenza, è nascosto nella cantina di un ristorante, a seguito dei colpi di arma da fuoco sentiti a pochi passi da dove si trovavano. Immediatamente, ci chiediamo cosa succede e facciamo ipotesi, cercando in tutti i modi informazioni su internet. Niente ancora era stato pubblicato, era troppo presto. Dopo pochi ma lunghi minuti, finalmente, cominciano a diffondersi le informazioni. Le prime reazioni sono state soprattutto confusione, troppe cose stavano succedendo nello stesso momento e le informazioni non erano ancora chiare ; ci chiediamo di un tratto, con il batticuore, se le nostre famiglie ed i nostri vicini stanno bene, sperando siano dovunque ma non li. Arrivano messaggi da tutte le parti, una nostra amica ci scrive dicendo essere nascosta in un cinema dove l’avevano portata insieme ad un gruppo di persone, dopo avere assistito alla terribile sparatoria nel ristorante. Non osiamo immaginare lo stato in cui deve sentirsi lei, e tutte le persone li sul posto.
Dopo qualche ora ad assicurarci che i nostri stanno bene ed a seguire cosa succede, con difficoltà, in diretta sul computer, decidiamo di uscire a cambiarci le idee.
(…)

Il mattino dopo, mi sveglio sperando che tutto fosse un incubo. Ci vuole tempo e coscienza per acquisire la consapevolezza, per concepire cosa fosse successo. A Bologna, è stato organizzato un raduno in omaggio alle vittime, un sostegno per la Francia. Fin dall’inizio, il piccolo gruppo che si era formato intorno alle candele accese a terra mi ha colpita. Il sindaco ha fatto un discorso, destinato a dimostrare il suo pensiero, sia sugli atti avvenuti che per la popolazione parigina. Alla fine degli applausi rivolti a lui, i miei amici francesi ed io abbiamo cantato la Marsigliese. Tutti erano girati verso di noi e ci guardavano cantare, accompagnandoci per alcuni. Quel’istante è stato molto forte e commovente. Immediatamente dopo, il sindaco è venuto a salutarci e diversi giornalisti ci hanno interrogati e si sono interessati a noi.
È stato molto coinvolgente, di vedere che anche da qui tutte queste persone erano presenti e solidali, si leggevano espressioni sincere sui visi, non era più questione di idee politiche o di dibattiti, ma soltanto di umanità e il desiderio di stare uniti.
Questo momento è stato molto toccante per me e sono stata in un certo senso sollevata di vedere, non solo che c’era gente che ci circondava, ma che queste persone erano qui per mostrare la loro tristezza e stare in comunione. Questo stesso desiderio che anche noi eravamo venuti a testimoniare, in quanto francesi. Infatti, eravamo presenti per una unica e stessa cosa : la pace e l’unione.
Se devo descrivere la morale di ciò che è successo, realizzo che a fianco di tutte le atrocità che sono accadute, che accadano, in Francia e in tutto il mondo, si evidenzia almeno qualcosa di bello e di positivo, questo sentimento comune, appunto, questa solidarietà.

SEMPLICEMENTE OXI – di Augusto Fiaschini

Il 5 luglio scorso in Grecia si è svolta una votazione storica per l’Unione europea: il primo ministro greco Alexis Tsipras ha chiamato alle urne i suoi cittadini per permettergli di decidere il loro futuro in merito alle trattative tra lo stato ellenico e la Troika (rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale).
Facendo un passo indietro al 25 gennaio 2015, dal momento della vittoria alle elezioni nazionali greche di Syriza (il partito di Alexis Tsipras), notiamo che l’opinione pubblica nord-europea non ha mai apprezzato le idee “rivoluzionarie” di Tsipras. Le maggiori testate giornalistiche internazionali avevano accolto con un po’ di paura l’insediamento del nuovo governo greco, sapendo che ci sarebbe stato da combattere contro un esecutivo apertamente anti-austerità. Continua a leggere SEMPLICEMENTE OXI – di Augusto Fiaschini

Mujatweets, i video di IS che non ti aspetti – di Matteo Colombo*

Decapitazioni, minacce e violenza. Sono queste le immagini che appaiono sulle nostre televisioni quando si parla di IS e che rappresentano l’estetica del terrore, come viene percepita in Occidente. Ma esistono video che non vengono trasmessi in Occidente, pur rappresentando ugualmente una parte importante della strategia di comunicazione del sedicente Stato Islamico: sono messaggi che non puntano a spaventare i nemici ma, al contrario, a reclutare nuovo volontari per il jihad. Continua a leggere Mujatweets, i video di IS che non ti aspetti – di Matteo Colombo*

H-EARTHQUAKE – di Gabriele Zisa

Un ricordo lontano nel tempo mi riporta a te,

fu amore a prima vista, tutto di te mi affascinava,

e mai fui più sicuro di aver scelto quella giusta.

Mi prendesti fra la tue braccia, stretto a te, al sicuro da tutto e da tutti.

 

Rammento i tuoi tramonti che tanto mi facevan commuovere,

rammento il tuo splendore alla luce del giorno

ed il tuo essere misteriosa al calar della notte.

 

Ma ahimè solo tristi immagini rimangon ormai impresse,

una notte bastò per distruggere la tua bellezza.

Arrivò in silenzio , avanzando nell oscurità, con tutta la sua forza.

Nulla di ciò che lasciai con l ultimo sole era lo stesso al mattin seguente.

 

Le tue ferite rattristirono il mio cuore quando mossi i miei primi passi in quei posti ormai a me cari che più non riconoscevo.

Quante lacrime versate, quanto pesanti furono i miei ultimi istanti mentre da te fuggivo via, senza voltarmi, soffrendo. Quante notti ho sognato di riaverti.

Lasciarti non fu facile, ma mai ho smesso di pensare a te mia dolce L’ Aquila dalle ali spezzate dal tempo, sei sempre lì nelle mie memorie, nel mio animo, sulla mia pelle.

 

Un giorno i miei occhi si poseranno nuovamente su di te,

ma non mai sarai più la stessa, ciò che è stato ti ha cambiata…

…per sempre.

Silver Moonlight / The Mercer Art Gallery, Harrogate Borough Cou

THE WEDDING PLANKER and the WEDDING STORMING – di Viola Lapisti

texprova1“Esercito, Matrimonio, Chiesa e Banca: i quattro cavalieri dell’Apocalisse” – Carlos Ruiz Zafón

Accade a Siena e in Toscana, nelle peggiori e nelle migliori famiglie. Le statistiche ci dicono che ci si sposa meno e sempre più tardi? La contro tendenza senese sconfessa le teorie ISTAT. A Siena sposarsi è giovane, è moda, è fashion, è cool! Ma procediamo per gradi… La dichiarazione La dichiarazione d’amore con tanto di proposta di matrimonio viene declamata in tempo reale, ovviamente, su Instagram. La fortunata riceve in dono il diamante sullo sfondo di un’amena cornice del Chianti. Modalità “Earlybird” ed eccola: la coppa riempita di champagne con all’interno una fragola e l’atteso monile (che nemmeno la plurinanellata Brooke di Beautiful!). Didascalia: #noi #amoremio #you&me #forever #amoreabollore. “Condivisione” dei preparativi I più avanguardisti sposi geek si vantano di un blog di nozze o addirittura di un sito web, creati appositamente qualche mese prima del matrimonio per presentare l’evento, per rivelare particolari in divenire di ordinaria amministrazione, pubblicare immancabili foto e divulgare interessanti informazioni, senza le quali, nessun invitato potrebbe mai andare al letto tranquillo la sera… Esistono anche portali tutti senesi che ci guidano tra i retroscena dell’evento, come il visitatissimo “NozzeGanze.it – Ovvia sposiamoci in Toscana!” che ci narra come affrontare al meglio matrimoni autoctoni pubblicando resoconti, indispensabili guide e reportage di adorabili coppie: “Le regole per essere dei perfetti invitati al matrimonio”, “Fiori per matrimonio: scegliete quelli ganzi e inusuali”, “Andrea e Chiara la coppia più ganza di San Valentino”, “Per il suo matrimonio Valentina sceglie un abito di H&M in orGanza a soli 79,95 euro”… Le Nozze Dopo aver pubblicizzato abbondantemente l’evento, curandosi di averlo reso noto soprattutto agli sfortunati che non sono stati invitati al matrimonio del secolo, gli sposi convolano a nozze. Poco importa se il rito si è svolto secondo il rito civile o cattolico, l’importante è esserci! Dunque via libera al selfie e alle foto fai da te all’abito della sposa, all’angolo degli aperitivi, alle tavolate dei soliti amici necessariamente “taggati” in tempo reale e in pose plastiche che richiamano mostri di epica memoria. Più sei in condizioni inenarrabili, più fai schifo, più sei un luminare! Una volta esistevano gli album di matrimonio, come quelli dei tuoi genitori che sfogli da piccolo, custoditi in librerie strategiche e rispolverati all’evenienza. Oggi, da queste parti, e per la gioia degli “amici”, impazzano gli album di matrimonio condivisi sui ben noti social network, fino a tramutarsi addirittura in circostanza di forte ritorno mediatico di cui parlare per le settimane avvenire. Rito simbolico Si dice “Rito simbolico” quello amministrato e/o ufficiato da un personaggio picaresco vivente, della propria realtà quotidiana. Questo rito non ha valenza legale, ma per l’appunto simbolica per chi lo sceglie. Non ci sono discriminazioni di genere, di religione, di età, di contrazione di pregressi matrimoni. Viene eseguito con o senza la presenza di testimoni o invitati e si svolge in un luogo accuratamente scelto dalla coppia per la propria valenza “simbolica”… Approfitto della piattaforma multimediale interattiva via web per invitare tutti i wunderlettori al matrimonio del mio miglior amico, ufficiato dal Sig. Paolo Bencini (meglio noto come “Paolone del Ponte” – di Romana) nell’Entrone del Palazzo Comunale oggi, giovedì 3 Aprile 2014 alle ore 18.00. Chi viene, porti da bere.

16-06-88/16-06-13 : PAZ

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…Era un uomo così dotato da mirare, con inaudita precisione, al cuore del nulla.

Le orme della sua storia costeggiano, si intersecano e si sovrappongono alle nostre….

Andrea Pazienza ci lasciò il 16 giugno 1988, giusto 25 anni fa e, come si usa, qualcuno si ricorda di ricordarci di ricordarlo.

Andrea se ne andò in circostanze, come si suol dire, mai chiarite completamente. A me piace pensare che non morì, nel senso che non ci furono cause di morte nel senso comune della locuzione.

 

Andiamo per ordine.

 

Conobbi Andrea sulle pagine di Alterlinus, come tanti altri. Il mio ’77 lo ricordo come l’anno del mio servizio militare. Lo scampolo di tempo che mi rimase di quell’anno così particolare lo dividevo tra le manifestazioni di piazza e il mio primo vero amore. Come dire rabbia, speranza, e poi fierezza e spensieratezza, e quel modo di vivere un po’ stralunato dei personaggi di Pentothal, sogni d’Africa e di Amazzonia, strade lastricate, qualche canna e parole parole, tante parole.

 

Io mi riconoscevo nei suoi personaggi, e ci riconoscevo i miei amici, i miei conoscenti e i miei nemici. Del resto sappiamo che nessuno come Paz ha saputo ritrarre la propria, la nostra generazione. E il suo inarrestabile declino.

 

…Aveva un paio di marce in più, semplicemente. E le nostre lacune diventavano abissi se ci si aggiungeva la sua umiltà.

 

Andrea frequentò Siena. Ho avuto il privilegio di incontrarlo, a casa di amici comuni. Mi era stato detto che aveva conosciuto, a Bologna, una ragazza di Siena colà trasferitasi e che era diventata il suo grande e storico amore. Così, attraverso lei, conobbe la nostra città.

Cosa mi aspettassi da un incontro con lui non lo so, ma ammetto che non volli farmene sfuggire l’occasione.

 

Gli facevamo cerchio intorno, così come delle colline possono circondare il vento…

 

Non era un divo. Era sfuggente, gentilissimo, educato, disponibile. Ma soprattutto, l’impressione che ebbi di lui fu quella di una inesorabile estraneità. Qual’era il vero Andrea? Quello che si scusava se rimaneva col piede schiacciato sotto il tuo? Quello che non sapeva dire di no a chi gli chiedeva un disegnino, un ritratto, una vignetta?

Era quello che si drogava? Che forse cercava in questo modo di mimetizzare la sua grandezza, la sua assoluta unicità? O voleva solo lenire quella solitudine che lo avvolgeva, come un velo bagnato e greve?

 

…Fu allora che, scorgendo nei suoi occhi quell’ostinata indifferenza, che ebbi paura.

 

Eppure dentro di lui sapevo che da qualche parte abitavano Colasanti e Petrilli, e Campofame, e Ricardo, e Sgherzi e Pompeo e Tanino il rapinatore e soprattutto il più famoso, Zanardi, e tutta quella corte di personaggi violenti, irascibili, traditori o insensibili che erano l’opposto di lui. Veniva in mente la famosa storia del ventriloquo mite, remissivo e complessato, il cui pupazzo era uno spietato assassino. Signor Pazienza e Mister Hyde.

 

La sua morte, da cui avevamo iniziato, la faccio raccontare a lui. Ho usato le sue parole nelle righe scritte in corsivo, vengono tutte da una sua storia, una delle più belle secondo me, una delle più sofferte di sicuro, pubblicata su “Corto Maltese” del dicembre 1983. Il protagonista della storia si chiamava Michele.

 

E infine, accadde. Una mattina lo ritrovai morto nel suo letto ma, fatto straordinario, non si era ucciso. Il medico dichiarò che semplicemente il suo cuore si era fermato. Se ne andò così, per un insulto cardiaco, all’età di ventotto anni. Osservando la sua foto sulla tomba, mi chiesi se davvero il cuore fosse un muscolo involontario e se quella morte non fosse IL SEGNO DI UNA RESA INVINCIBILE.

Eugenio Blinskij (Marco Neri)

Siena, 16 giugno 2013