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RAGAZZO DELL’EUROPA – di Viola Lapisti

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria
di cui gli amici possono solo leggere il titolo”
 Virginia Woolf

“Perché la follia, in fondo, è solo quel profondo bisogno che abbiamo di riconciliare le nostre notti coi nostri giorni”
Giacomo Francini

In una piccola città prima o dopo ci incontriamo tutti. Io incontrai questo ragazzo anni orsono, ormai. Mi stupiva quell’aria perennemente contesa tra la fuga e l’assalto. Aveva talento, tutt’ora lo ha conservato, scriveva poesie, amava la musica, l’arte e la letteratura e si appassionava con l’innocenza di un bambino a qualsiasi cambiamento o novità che molto spesso lui solo percepiva tra le mura di una città immobile. Poi siamo cresciuti, abbiamo tradito la nostra innocenza per una razionalità troppo spesso carica di cinismo, ma lui, Giacomo Francini, è riuscito a conservare del candore dell’infanzia una sorta di purezza, motore vivo che lo ha spinto ad uscire fuori nel mondo ed a raccogliere insieme una progressione di esperienze e di esperimenti che lo hanno portato, oggi, ad inaugurare una nuova fase della sua vita con l’uscita di Psichedèlia, il suo primo album da solista.

Lo abbiamo visto leader del gruppo beat Hashmir, vestire i panni di Velvet con le sue fotografie, scrittore del romanzo “Sette passi sul ventre andaluso” ed autore di due raccolte di poesie “Oltre il Sorriso di un Clown” ed “Acque nere”.

Da circa un anno, avendo alle spalle diversi trascorsi come cantautore, ha deciso di intraprendere la carriera solista con Mescala, lavorando alla produzione di una sua poetica composta.

Lo scorso 28 giugno è uscito il primo singolo dell’album, “La Verità” un pezzo dal sapore retrò, un po’ biografico ma anche sperimentale, commistione di sounds anni ’60 e ’70 in cui si percepisce l’indagine esperienziale di uno stile indie pop in via di definizione.

Psichedèlia, in uscita a novembre, è dunque l’album che potremo definire d’esordio per Mescala, ma chi lo conosce invece, sa che non è del tutto vero. I suoi testi hanno accompagnato un’intera generazione interrotta tra le mura di Siena, che si passava i suoi brani con le chiavette usb sull’mp3 o su my space, una generazione che ha imparato a memoria molte delle sue canzoni perché voce di quella continua tensione verso l’evasione da una piccola città di provincia e di un mondo in continuo movimento al di là di quelle mura, specchio a volte meschino e crudele della nostalgia del ritorno. Mescala non ha mai smesso di scrivere, ed oggi vediamo portare a compimento la sua opera prima, ma che definirei “di maturità” personale ed artistica. Mescala mette in scena con Psichedèlia un’educazione sentimentale, costruitasi in un tempo immediato ed infinito tra Siena, Londra ed un paesaggio stato d’animo che a volte è la nebbia inglese, a volte un temporale estivo in una campagna senese, altre volte un incontro fugace sul lungo Tevere. Mescala prova a squarciare il velo di Maya rendendoci la fine dell’innocenza, ci dà la chiave per capire ciò che siamo diventati “pupazzi di seta” in bilico tra ciò che tentiamo di mostrare “per difendere una vanità che non ti nutre né ti disseta” e le nostre umili e nude debolezze. Ci fa riflettere su dove stiamo credendo di andare, “invece di correre” verso la libertà. La libertà di Mescala non è una fuga, ma il tempo. Per Mescala essere liberi è interpretare il proprio tempo contingente ed interiore. È terminato quel tempo dell’innocenza, appunto, in cui l’illusione di inventarsi infinite vite diverse, ed al di fuori di quella di partenza, ci faceva credere di dominare noi stessi, i sentimenti e la nostra propria determinazione di individui.  “Il tempo è una bugia per chi è romantico”, canta Giacomo.

Questa redazione, sensibile nelle proprie linee programmatiche alla manifestazione del talento ed orgogliosa di quello che si manifesta in particolare dalle radici controverse della realtà senese, ha così deciso di rivolgere a Giacomo Francini, in arte Mescala, alcune domande. A voi dunque, e di seguito, quello che è venuto fuori da un paio di chiacchierate notturne sull’interrete con l’autore di Psichedèlia.

Cosa significa per Mescala vivere il tempo, capirlo e riuscire a farlo proprio.

Non mi ricordo chi – diversi anni fa – ma qualcuno mi disse che la vita si divide in fasi di 7 anni l’una, anno più anno meno. Bene, gli ultimi sette per me sono stati piuttosto turbolenti. Non è successo niente di particolare o terribile o irreparabile, ma sono stati anni che mi hanno messo al muro. Pensavo che il futuro fosse lontano, lontanissimo, in realtà mi sono accorto – di colpo – che c’ero di già, nel futuro, e con tutti e due i piedi. Non è stata una sensazione piacevole, visto che non ho un lavoro fisso, ho i soldi che ho e non ho fondamentalmente un posto nell’universo (cit: il Taurus). Ma se è vero che – e prendo in prestito una tua frase: “la libertà di Mescala non è fuga, ma il tempo”, frase che sottoscrivo in pieno – è anche vero che avendone accettato lo scorrere mi sono lasciato alle spalle le ansie che accompagnavano quello scorrere e ho potuto resettare tutto e ripartire da capo. Per chiudere, non so se sono riuscito a farlo totalmente mio – il tempo – ma di sicuro l’ho reso più relativo e meno oggettivo, quindi, sì, leggermente più mio.

Quattordici brani per un titolo, “Psichedèlia” che rievoca una precisa tendenza culturale, artistica e musicale degli anni ’60 e ‘70. Dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, dai Grateful Dead ed anche ai Beatles, ma anche dai nostrani le Orme ai The Rokes a I Giganti. E ascoltando Psichedèlia non si fa fatica ad intuire che il nome dell’album sia un tributo alla corrente artistica, dato che la tua cifra stilistica sembra si collochi sì in una scuola dalle reminescenze battistiane, ma anche tra quella del rock psichedelico anni ’60 e ’70.  È corretto?

Il titolo è una vecchia idea. Ci scrissi un romanzetto una decina di anni fa. Poi è venuta una canzone – un pezzo strumentale -, che con gli Hashmir abbiamo provato, ma mai suonato dal vivo. Il titolo mi piaceva (ah, l’accento è sulla seconda “e” non sulla “i” come nella parola comune) quindi volevo riutilizzarlo in qualche maniera. La mia adolescenza si è dipanata negli anni ’90, e la musica che ascoltavo era più che altro Britpop e roba inglese e americana degli anni ’60/’70 – Beatles, Doors, Sonics, Dylan, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Di italiani ascoltavo poco, Battisti e Litfiba, più che altro. Quindi il disco più che un tributo alla corrente psichedelica in sé, è una spremitura di stili che – sono passati 20 anni maremma cane! – sono pian piano diventati miei.

Mescala nasce, dopo varie esperienze in gruppo, come solista e cantautore nel 2014, anno in cui avevi già alle spalle un romanzo pubblicato e due raccolte di poesie, in cosa differisce il tuo essere cantautore rispetto all’essere autore e scrittore per la pagina stampata?

Come solista in realtà è roba fresca, dall’inizio di quest’anno. Dopo gli Hashmir l’idea/Mescala era comunque quella di un gruppo, magari con membri non troppo fissi, ma non mi sentivo propriamente solo. Poi le cose sono andate a singhiozzi e quindi dopo due anni ho deciso di provare a mettermi in gioco da solo. Comunque, la differenza sostanziale è tutta nel modo in cui cerco di esprimermi. Ovvero: nei libri – soprattutto i romanzi – puoi prendere il tuo tempo, sviluppare l’idea, caratterizzare i personaggi (la poesia la lascio da parte, non riesco neanche più a leggerne mezza), nella musica invece devi riassumere, parafrasare, sintetizzare al massimo. Con gli Hashmir scrivevo in inglese e i testi erano più semplici e meno sensati. Scrivendo in italiano ho dovuto imparare ad ascoltarmi più a fondo per riuscire a creare dei quadretti che rappresentino al meglio i miei stati d’animo. Una cosa è certa: è la miglior specie di autoanalisi che esista!

I personaggi di Psichedèlia ti accompagnano nelle storie che racconti spesso in prima persona. Sono donne soprattutto, donne fatali, principesse, madri, amori rubati ed amori destinati. Ci sono però anche i “cani randagi” e il gruppo degli amici “i bambini cattivi”. Un po’ The Dubliners. Chi sono davvero i tuoi personaggi?

Le donne mi piacciono, molto. E più che invecchio più che mi piacciono. Perchè magari adesso mi ritrovo in un mondo notturno popolato di cittine di 20 anni che sono lontane anni luce dal mio modo di vivere e pensare e che quindi mi aprono uno spiraglio su ciò che ero. Intendo dire, vivo e penso come quando avevo 20 anni, ma lo faccio in modo totalmente diverso, più distaccato. Non oso dire maturo, perché la maturità è una stronzata totale. Ma senza dubbio ragiono attraverso l’esperienza. È una cosa buffa. I personaggi ovviamente sono sia presi dalla realtà che vivo, sia dalle sfumature della mia personalità. Come tutti, posso essere in molti modi e questi molti modi cerco di trasformarli in mondi di musica e parole. I bambini cattivi e i cani randagi sono i mondi che preferisco. Perché ogni tanto cerco di portarmi su una retta via di coscienza, ma passano 5 giorni e poi dopo una nottata un po’ più entusiasta mi tocca mandare così tanti messaggi di scuse che ormai neanche mi risponde più nessuno. Ognuno è quel che è, no?

Il Brano “Doriangray” è una featuring con un altro artista e musicista senese, Zatarra. Ci racconti un po’ di come è nata questa affinità elettiva?

Zatarra è un grande! Guarda, sono sincero: di rap o hip hop non so gran chè. Ma lui è stato capace di portare in città uno stile di musica e vita che non è propriamente nostro. Ha messo su una scena suburbana e molti ragazzi lo hanno seguito. Ci sarebbe veramente tanto da imparare da una persona che vive Siena con freschezza e voglia di condividere, che si muove e cerca di creare spazi e occasioni anziché limitarsi a brontolare sui social, come fanno molti. E l’entusiasmo che ci mette è ciò che mi ha spinto a chiedergli di collaborare con me per Doriangray. Volevo che il pezzo si troncasse in due, come se una voce profonda, interiore, uscisse allo scoperto per accusare violentemente il protagonista del pezzo, che è una persona di mezza età incapace di affrontare le maschere che ha creato e di cui è divenuto prigioniero. Questo è un po’ quello che fa il rap, no? E per questo ho pensato a Zat. Parlando, più che cantando, spezzi l’armonia e il messaggio che arriva è più crudo, più grezzo. Doriangray è un pezzo grezzo e Zatarra è stato davvero in gamba. È venuto a casa mia, si è preso una birra e mezz’ora di tempo, e poi ha scritto e inciso il suo pezzo. Devastante. E poi siamo cresciuti nello stesso quartiere a Palazzo Diavoli, quindi c’è anche quel piccolo legame in più – l’origine, no? – che non guasta mai quando si tratta di tirare fuori qualcosa da dentro.

Mescala e lo specchio. Lo specchio è un leitmotiv che recuperi in molti dei brani dell’album. Lo stesso Doriangray ha in sé il tema dello specchio. Cosa dice lo specchio a Mescala?

Una delle canzoni che preferivo dei vecchi Hashmir si intitolava per l’appunto The Mirror. Lo specchio è un’idea che mi assilla. Chiunque, anche la persona meno vanesia, egotista, narcisista del mondo si trova comunque almeno una volta nella vita impigliata nell’idea di sé che proietta sugli altri. È inevitabile. Come il caffè a colazione. E quando mi osservo non posso fare a meno di giudicarmi e da questo giudizio imparare cose nuove. Su di me e sul mio modo di percepire il mondo. Quindi lo specchio è tutto ciò a cui ruota attorno il nostro conoscerci, da quando ci poniamo la prima domanda in poi. È fondamentale.

Nella letteratura di Mescala ci sono molti altri brani inediti che non hai inserito all’interno di Psichedèlia. Questo mi fa pensare che questo album, più che una raccolta di brani sia un concept, fatto che giustificherebbe, oltre agli inediti in super anteprima che hai inserito, la scelta di alcuni brani piuttosto che di altri. Come nasce allora Psichedèlia? Cosa rappresenta per Mescala?

Ha un senso. C’erano canzoni migliori, ma le ho lasciate fuori perché non filavano. Non andavano a braccetto con quelle che ritenevo fondamentali per questo disco. Ci deve essere sempre un filo conduttore, altrimenti viene fuori una compilation. E anche se magari nessuno se ne rende conto, io so che un filo c’è e so che ascoltando il disco un paio di volte questo filo esce fuori. Ho diviso l’album in due tronchi. La prima parte è più leggera, armonica, estiva. La seconda parte, che inizia con Cani Randagi, è più suburbana, scura e malinconica. È tutta la stessa roba, bada bene, solo che ho cercato suoni più metallici e digitali, meno “veri”. È un po’ come quando vai a scuola e anche se rimani nella stessa aula, ogni mattina ogni ora o due o tre cambi materia e professore e quindi impostazione mentale. Ecco, l’avevo immaginato un po’ così, il disco: un neurone per la prima parte, uno – meno sobrio – per la seconda.

Mescala è l’alter ego di Giacomo Francini? Rispondi sinceramente.

Indubbiamente. Ma potrebbe anche essere il contrario, te lo dirò fra qualche anno.

Poco fa ho definito Psichedèlia un’educazione sentimentale. E l’educazione, anche quella dei sentimenti, si inizia ad imparare da piccoli, all’interno delle proprie mura domestiche. Mescala, come Giacomo, sono figli di una madre amorevole, ma esclusiva, di una “Dolce dama altera” – un altro bellissimo tuo pezzo dedicato a Siena – “che odi e sbandieri”, “che ami e che respiri”. Credi che il tuo essere un artista figlio di questa realtà rispecchi questo ossimoro? Pensi che ti abbia limitato, ti stia limitando, o che, come una madre severa e possessiva, ti abbia tolto molto ma anche impartito “un’educazione” privilegiata?

Qui apri un mondo. Diciamo solo che nessuno può insegnare a nessun altro come vivere la propria città. Io amo Siena, l’ho sempre amata e come ogni amore che si rispetti detesto l’influenza che ogni tanto – o ogni spesso – ha su di me. A chi è contradaiolo Siena dona un cordone ombelicale di acciaio, non lo puoi spezzare. Anche se magari sai che la tua vita altrove sarebbe forse non migliore ma certamente più “tua”. Si sa quello che viene concesso a chi cerca di fare musica, non c’è bisogno che elenchi i punti di una situazione che ormai conosciamo tutti molto bene. Quindi ti dico solo che sono felice di essere nato in un contesto unico, che sono stato infelice di farne parte in un determinato periodo della mia vita, che sono stato bene a Londra e che ho considerato l’esser tornato un errore per molti anni. Ma adesso ho capito che una scelta inconscia è stata fatta, molto prima che ne capissi il senso e che oggi come oggi sono contento di quel che ho, perché so che con persone come Zatarra, Masotti, Cafarelli – voi di Wunderbar, tutti quei bordelli che lavorano nei locali, nella fotografia, nei loro piccoli negozi e che lo fanno non solo per i soldi ma soprattutto per il piacere di comunicare e portare qualcosa alla comunità – persone piene di idee ed entusiasmo che sanno leggere il mondo amando comunque a fondo la propria terra, questa città supererà il periodo della giacca e cravatta e tornerà ad essere una culla in fermento, come lo era ai tempi che tanto rimpiangiamo.

 

 

Per un ascolto in anteprima di alcuni brani, potete trovare il primo EP mescaliano “Bootleg” disponible su
Spotify https://open.spotify.com/artist/7maHfyKlSfFzVJEiIYfvcJ
Canale Youtube di Mescala https://www.youtube.com/channel/UC-OJWGw1elVWYzt5o7m_ZnA
Instagram https://www.instagram.com/mescala_jf/  
Facebook https://www.facebook.com/MescalaSiena

 

Bibliografia dell’Autore

  • “Sette Passi sul ventre andaluso” di Giacomo Francini Il Filo 2007;
  • “Oltre il Sorriso di un Clown” di Giacomo Francini 2006
  • “Acque Nere” di Giacomo Francini Ed. Aletti Editore.

www.alettieditore.it
www.gruppoalbatros.eu

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#TORNAACASALASSIE – di Marco Brizzi

Ebbene si, sono di nuovo sulle lastre.
Qualcuno dirà che dopo tante rotture di scatole, discorsi, sfoghi, potevo anche starmene fuori un po’ di più. Qualcuno mi ha detto che secondo lui sono tornato da sconfitto… da cosa ancora non l’ho capito.
Sono partito volutamente senza un soldo, senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Volevo sperimentarmi, cercare di capire alcune cose: non del mondo, di me, che già mi pare abbastanza.
Questa ricerca mi ha portato lontano dalla spiaggia e sono andato a fare quel giro di boa di cui ho già parlato. Una volta arrivato alla boa mi sono ritrovato inevitabilmente solo. Non ci sono stato molto è vero, ma avendo deciso in partenza di sperimentarmi, ho vissuto tutto al limite e con molta intensità.
In due mesi ho cambiato due lavori, ho mangiato caramelle a pranzo e cena per dieci giorni aspettando il primo stipendio, ho rischiato di dormire in strada. Dopo un breve periodo di panico, inaspettatamente, mi sono ritrovato ad essere parte di quello che stavo vivendo, ho improvvisamente capito che ero presente.
Senza farmi troppe domande e troppi problemi mi sono accorto che stavo parlando una lingua della quale sapevo si e no tre frasi. Ho fatto un colloquio, domandandomi alla fine cosa avessi realmente detto a quello che mi ascoltava; ma è andata bene, evidentemente non ho detto troppe cazzate. Senza forzare troppo il canape, ho trovato una casa, dei nuovi amici, dei piccoli locali che mi hanno fatto compagnia nelle sere in cui scrivevo.
Stavo allegramente nuotando intorno a questa benedetta boa quando all’improvviso mi sono ricordato che la sera, tornato a casa, non avrei potuto accarezzare i miei gatti, andare a casa del mio migliore amico a bere una birra, chiedere in prestito la macchina a mio fratello. La nostalgia è arrivata come un inatteso pugno nello stomaco, che mi ha tolto il fiato. Allora ho dovuto per forza rivolgere lo sguardo a quella spiaggia che tanto odiavo prima di partire. Ho notato cose che sapevo, ma che non mi ero mai detto per paura di rovinare quel poco di tranquillità che avevo. Dopo un’attenta osservazione, senza fare troppi paragoni che sarebbero stati inutili, sono arrivato alla conclusione che ci meritiamo tutto quello che abbiamo seminato negli anni. Qui è tornata in gioco la scoperta di se stessi e mi sono fatto molte domande.
Tutti quei turbamenti erano davvero colpa del luogo in cui ero o erano dovuti a chi questo luogo lo vive? O magari erano dovuti a me?
Ho fatto veramente tutto il possibile per cambiare quello che non mi piaceva? Davvero non c’è rimedio, come spesso ci diciamo tra di noi forse per non prendersi responsabilità? Cosa ho visto da lontano? Ho visto una città dove c’è veramente troppo egoismo, dove abbiamo solo il fiato per giudicare chi abbiamo accanto. Ho visto una città che, dopo il crollo economico,si è accorta di far parte del mondo con tutti i problemi che ne derivano. Ho sentito persone che non si capacitano di come possano esserci cosi tanti furti nelle case, che non capiscono come ci si possa uccidere a quarant’anni. Persone che coltivano il proprio orticello e solo quando non cresce la roba a loro si lamentano della siccità… …a quello accanto al vostro erano anni che non venivano su neanche due patate, ma avendo voi da mangiare, cosa ve ne poteva fregare? Continuiamo ad essere convinti di sfruttare noi il sistema, quando è palesemente il contrario. C’è solidarietà per i terremotati (e ci mancherebbe altro, non mi dovete fraintendere) ma poi non c’è solidarietà se un bimbo non ha i soldi per la mensa scolastica. Siamo i grandi salvatori del mondo ma non capiamo che il mondo si salva iniziando a salvare noi stessi, poi quello accanto e cosi via. Persone che fanno presidi davanti ad un asilo ma non si sono mai visti quando veramente ce ne era bisogno. Ho visto una città vuota di idee, di tolleranza (se non per i ricchi ed i potenti), vuota di entusiasmo, di onestà, di sincerità.
Ho anche appreso che ci sono ancora analfabeti tra noi, nel duemiladiciassette. Ho visto che non mettiamo energia se non per cercare di chi è la colpa, di cosa non importa, l’importante è non fermarsi troppo a ragionare, l’importante è scrivere su facebook che c’è stata una piccola scossa di terremoto. Sisssssignori, si, il terremoto esiste ovunque; smettiamola di sorprenderci per le cose ovvie, ve ne prego.
Ci hanno levato ogni tipo di slancio di personalità, ci hanno spiegato che essere diversi non èuna ricchezza ma una colpa, che non possiamo fare più di questo, che per cambiare le cose dovrebbe….dovrebbe….dovrebbe cosa? Non vi basta tutto quello che già è successo? Non vi basta che chi vi ha ridotto cosi, ora vi ride anche in faccia? Non capisco cosa cazzo aspettate ad uscire di casa ed a smettere di aspettare che accada qualcosa per scriverlo su un qualsiasi social di sto cazzo. Non voglio fare quello che ha capito tutto dalla vita, ho appena iniziato a conoscere quello che vedo allo specchio tutte le mattine. Però mi sento di dire che non posso più vedere la mia città cosi ridotta. Non posso più essere parte di questo campanilismo malato nell’anima, che porta solo a emarginare il “diverso”. Ne ho veramente le palle piene dei vari “non posso”, come faccio?”. Ho conosciuto famiglie partite con i figli piccoli al seguito, per cercare una vita migliore, mi hanno aiutato persone che probabilmente qualche tempo fa avrei scartato come appestate. Non ci siamo solo noi al mondo, non possiamo essere sono una cosa. Non aspettiamo di essere nella merda più completa per poi chiamarci fratelli.
Insomma, credo sia arrivato il momento di provarci per davvero a cambiare le cose, ognuno con le proprie possibilità. Dobbiamo dare una sterzata al nostro maledetto campanilismo da quattro soldi che non ci fa amare quello che abbiamo ma ci fa odiare quello che non siamo. Alzare la testa da quei cellulari e magari vedere che quelle persone che abbiamo davanti sono come noi, spesso inaspettatamente.

Possiamo realmente diventare grandi, continuando a sorridere come facevamo da piccoli.

LA PARABOLA DEL BUONO E DEL CATTIVO PASTORE – di Fausto Jannaccone

Nella presentazione del blog a suo tempo dichiarammo che nelle nostre intenzioni c’era di portare Siena nel Mondo e viceversa il Mondo a Siena.
Questa stagione in particolare ci siamo impegnati nella fase di importazione, per dirla con termini di mercato.
Ma oggi vorrei con questo piccolo editoriale portare una piccola riflessione sulla decisione che ieri è stata presa nel locale consiglio comunale, riguardo alla soluzione dei problemi relativi alla cosiddetta “movida” notturna della città.
Come sapete io sono da sempre e chiaramente schierato in direzione di una intelligente apertura di questa città, perchè non si chiuda sempre più a riccio, rischiando poi un’irreversibile implosione da cui non potrebbe trarne giovamento nessuno. Ovviamente non può e non deve essere la “night-life” la moneta d’attrazione per una città come Siena. Ma limitarne i “canali ufficiali” a vantaggio appunto di “vie alternative” credo possa essere una delle vie più sbagliate di soluzione al problema.
Ecco quindi di seguito un breve racconto che esprima per metafore il mio personale punto di vista.

Così giunsero un sabato nella città dei pellegrini, nel nord della provicia
Grande era la folla che gremiva le strade, ed il clamore si poteva udire dalla circostante campagna
Entrati dalla grande porta nelle vecchie mura i discepoli furono investiti da quella turba di genti
La folla in tumulto urlava e si dibatteva, e sembrava che tutti si dirigessero alla piazza centrale ove aveva dimora il palazzo del potere
Allora il Maestro si rivolse ai suoi discepoli e disse loro: “Seguitemi in quell’orto di ulivi che cresce dietro al tempio ed alla grande scuola, e li vi narrerò la parabola del buon pastore e del cattivo pastore”
Una volta giunti nell’orto, sedutisi tutti i discepoli intorno a Lui, all’ombra di un vecchio ulivo, Egli cominciò la sua narrazione:

“Dovete sapere che tanto tempo fa, in una terra non distante da qui, vi era un uomo che aveva un gregge di pecore
Vi erano tra queste alcune che non rispondevano ai comandi del pastore
Esse non sottostavano alle regole, mangiavano ciò che non dovevano mangiare,
mangiavano quando non dovevano mangiare, e non mangiavano quando era tempo.
Dormivano quando era ora di pascolare e pascolavano quando era tempo di riposare.
Queste pecore ribelli destavano disturbo nel resto del gregge
Provocando insofferenza nelle pecore che invece ubbidivano e rispettavano gli orari
Dopo pochi richiami, e scarso impegno il cattivo pastore ruppe il recinto e liberò l’intero gregge
Le buone pecore finirono tutte in pasto ai lupi che popolavano la regione
Le cattive invece prosperarono selvagge e continuarono a comportarsi in modo scorretto,
Avendo quindi ragione del cattivo pastore incapace
A qualche distanza dalla casa del cattivo pastore viveva un altro uomo
Anche questo possedeva delle pecore, e come in tutti i greggi
Aveva tra le sue pecore alcune di buone ed alcune di cattive
Costui a differenza del primo pastore, con pazienza e dedizione si dedicò alle pecore cattive
Costantemente dedicava loro attenzione invece di lasciarle fare e bearsi delle buone
Continui furono i richiami, grande la cura nell’educarle e portarle sulla retta via
Dopo qualche tempo così anche quelle che erano cattive si adeguarono ad i corretti modi
E chi delle cattive pecore non lo fece fu venduta o regalata o liberata
Grande giovamento ne trasse tutto il gregge, e prosperò, crescendo in salute e moltiplicandosi
Così il buon pastore fu premiato della pazienza e della dedizione
Si arricchì e permise alla sua famiglia una vita agiata e felice
Al contrario del cattivo pastore che per incapacità e pigrizia cadde in disgrazia”
“Cosa ci insegna questa parabola maestro?” chiese uno dei discepoli.
“Ci insegna che questa città in tumulto è stata governata da un cattivo pastore,
che ha preferito prender la strada più facile e breve e rompere il recinto
Ed adesso le buone pecore sono preda dei lupi, e le cattive regnano padrone”

 

PRESENTI/ASSENTI: PER UNA RIFLESSIONE CRITICA ED UN’ANALISI TECNICA – di Fausto Jannaccone e Michele Piattellini

PER UNA RIFLESSIONE CRITICA (di F. Jannaccone)

Lo scorso giovedì, insieme ad alcuni colleghi del Wunderbar, siamo finalmente andati a visitare “il primo Street Art Quartier senese” (come lo definisce la rivista specializzata “Artibune“), ovvero “un percorso di sette interventi di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da sette street artist” che adorna alcuni angoli di via Pantaneto. Sei di queste sette opere –quella di Silvia Scaringella è stata rimossa dopo il tempo consuetudinario di affissione pubblica- si affacceranno sui passanti della movimentata via senese per qualche settimana ancora.

La sensazione che ho provato al termine di questa promenade è quella che potrebbe avvertire l’uomo che, dopo un digiuno forzato di alcuni giorni, venga rifocillato con un vasetto di yogurt ai mirtilli. Oppure alla persona cui per il maltempo si sia allagata la cantina e gli venga fornito per asciugare un bel fazzoletto da naso. O ancora il viaggiatore che per raggiunger la meta distante molti chilometri sia dotato di un simpatico monopattino. Certo, uno yogurt è meglio che niente, con pazienza il fazzoletto inizierà pian piano a rimuovere qualche stilla d’acqua ed il monopattino permetterà di procede un po’ più agevolmente che a piedi: ma non sono, nessuno di questi, la risposta che speravamo di ricevere.

E’ ovvio che la domanda cui rispondere era e resta di quasi impossibile soddisfazione. E’ quella domanda da cui già più volte sono mosso su queste pagine, per proporvi le mie tediose e ripetitive questioni e tesi: chi può ripagare questa città della chiusura del Centro delle Papesse? O in senso più ampio sarà possibile a Siena aver ancora altri stimoli artistici, oltre al grande patrimonio del passato, che suscitino in noi nuove curiosità, dubbi, interessi, riflessioni ed emozioni?
Sia ben chiaro: se l’obbiettivo dichiarato è avvicinare l’arte alla gente tra il celebre episodio della “Siena sport week” di tre anni fa quando la “Zumba” prese possesso del Santa Maria della Scala e questa iniziativa corrono anni luce di progresso della civiltà, ça va sans dire. Ma personalmente se dicessi che mi ha soddisfatto, beh… no, non riesco proprio; o quanto meno non a pieno.

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(photo credits F. Jannaccone)

Non sto adesso entrando nel merito di una valutazione delle opere, questo lo lascio alla parte “tecnica” di questo articolo a quattro mani (vi posso però confessare che 3 opere mi sono piaciute abbastanza, due meno, una no): parlo del concetto generale di questa sezione intra-moenia di “Cantiere comune“. Si vuol fare di quattro mura un po’ troppe cose: via Pantaneto che fa parte del centro commerciale naturale, via Pantaneto che fa parte della Via Francigena, via Pantaneto che è il quartiere universitario, via Pantaneto che è la strada dello street food, via Pantaneto che diventa in fine lo Street Art Quartier.
Il risultato è che viene definita “street art” l’affissione su di un palazzo storico di un cartellone di carta -mal steso per giunta- che d’impatto ti aspetti esser il programma del “Cinema d’estate in Fortezza”, ed invece no: è un “intervento di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da uno street artist”.

Quando anni fa, vittima anche io del fenomeno commerciale Banksy, mi approcciai alla street art, quello che mi riuscì di capire di questa corrente era agli antipodi di ciò che adesso mi si presenta come street art: periferia, incursione, illegalità, precarietà, volatilità, protesta, underground, antisistema. Vocaboli quali questi erano i protagonisti di ogni ragionamento riguardante la street art.
Bisogna ad onor del vero render conto dei tempi che corrono: stiamo giorno dopo giorno assistendo ad una continua celebrazione e soprattutto musealizzazione delle opere degli street artist, ormai sempre più artisti di corte delle amministrazioni pubbliche. Io, sicuramente duro, non so se anche puro, lo reputo uno dei più grandi tradimenti della “Storia dell’arte”. Ma sono anche conscio di poter esser indietro col passo e molto probabilmente nel torto.
Resta il fatto che questa riflessione porta la mia firma quindi ciò che sto facendo è esprimere il mio punto di vista.

Tirando quindi lo somme su l’oggetto della disquisizione in corso, dico che bisogna dare atto che iniziative come queste vertono comunque in una direzione corretta e da perseguire.

Che comunque si può e deve alzare l’asticella, ponendosi come obbiettivo quello di arrivare a iniziative e progetti di qualità vera.

In fine che all’amministrazione non è più concesso limitarsi a metter il cappello su piccoli sforzi altrui, quali nello specifico la concessione da parte di privati di una saracinesca di garage, ma mettere a disposizione, creare, veri spazi da dedicare alla riflessione contemporanea ed eventi che riportino la città ad esser protagonista del calendario internazionale.

(photo credits F. Jannaccone)
(photo credits F. Jannaccone)
PER UN’ANALISI TECNICA (di M. Piattellini)
-cinque opere scelte-
Benedetto Cristofani: il suo omaggio a Cecco Angiolieri e’ senza ombra di dubbio uno dei più riusciti di tutto quanto il progetto. Visibile alle Logge del Papa 2, 4 l’opera racconta una vecchietta che si prepara ad uscire in strada lasciando alle sue spalle una scia di fuoco con la quale, chissà, vorrebbe ardere il mondo come il celebre poeta maledetto.
Claus Patera: originale il lavoro di Claus Patera che da una parte ci informa su quali fossero per Fracassi, il destinatario del suo omaggio, le caratteristiche dell’artista, dall’altro ce lo rappresenta con una caricatura di un vecchio numero del giornale La Vedetta. In basso sulla colonna del profilo sono catalogati i colori con i quali riempire gli spazi tipo moderna settimana enigmistica.
Silvia Scaringella :sempre arduo confrontarsi con mostri sacri del calibro di Lorenzetti ma la giovane artista ne esce senza dubbio vittoriosa. La sua rivisitazione del celeberrimo Buongoverno ce lo mostra come un angosciante insieme di insetti e animali impazziti che assaltano i vari protagonisti del quadro:unica a resistere la Concordia armata di paletta e carta moschicida.
Jacopo Pischedda: nella sua opera, omaggio al grande Bernini presente nel Duomo di Siena, l’artista ribalta le certezze acquisite finendo per portare la testa del leone al posto di quella del santo e viceversa. E’ adesso dunque un uomo-leone quello che si impadronisce del Crocifisso e tenta di uscire dalla nicchia in cui è collocato. La testa del santo e’ invece finita miseramente a terra.
Giulio Bonasera: nel suo omaggio a Calvino, l’artista ripropone una celebre opera dello scrittore: il Barone Rampante. Ecco dunque un albero, un tavolino, una scala pronti per la scalata verso un mondo altro rispetto a quello che viviamo tutti i giorni. Interessante l’idea di rappresentarlo su una finestra anch’essa simbolo della via d’uscita, della fuga

Il PAE e il Palio: un po’ di chiarezza – di Laerte Mulinacci

Tutta la vicenda targata PAE (ed Enrico Rizzi) – Palio è dannatamente ridicola. Non perché io sono di Siena e siamo ganzi e si fa come ci pare ma è tutto il corollario che circonda il Partito Animalista Europeo a rendere la faccenda poco seria. Piccola premessa: chi vi scrive è sempre stato un convinto ambientalista. Tuttavia il microcosmo degli animalisti nostrani mi ha sempre suscitato più di una perplessità, non in quanto senese, sia ben chiaro, ma per la reiterata attitudine a distorcere la verità, a piegarla talmente da tanto da sfociare nell’assurdità, tanto che in certi frangenti i valori paiono degradarsi in una morale deviata. Soprattutto non riesco a comprendere razionalmente come si possano innescare certi isterismi in contrapposizione al pacato silenzio che circonda la quotidiana estinzione di decine di specie animali e vegetali in tutti i continenti. Uno stillicidio di cui gli esseri umani sono totalmente responsabili e su cui, presto o tardi, verseremo ettolitri di lacrime di coccodrillo.

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Della Senesitudine – di Viola Lapisti

“Or fu già mai gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai!”.

Inferno XXIX; vv. 122-124

Questo articolo tratterà di un argomento non facile e sgradito. Decido di dargli corpo perché da tempo vivo nella frustrazione di non riuscire a farmi capire. Trascorrendo la mia quotidianità con colleghi, amici e affetti non autoctoni, mi trovo abitualmente a rispondere a domande e a schivare attacchi diretti alla mia appartenenza, alla mia Città e ai miei concittadini. “Non facile” perché sarà non facile trovare delle parole che riescano ad evocare uno stato d’animo, un sentimento, un affetto. Continua a leggere Della Senesitudine – di Viola Lapisti

IL MUSEO DEL PALIO: DOVE, COME E PERCHÉ (SÌ) – di Laerte Mulinacci

Ormai è diventato un tormentone a cui siamo abituati, una di quelle notizie che occupano la prima pagina dei quotidiani locali ma senza destare particolare scalpore. Mi riferisco, ovviamente, al Museo del Palio. L’idea di realizzare un percorso museale dedicato alla Festa risale già alla giunta Cenni la quale investì molto non solo in termini economici ma anche in quanto ad impegno politico Continua a leggere IL MUSEO DEL PALIO: DOVE, COME E PERCHÉ (SÌ) – di Laerte Mulinacci

DI PALIO, DI EXPO E DI ALTRE SCIOCCHEZZE – di Laerte Mulinacci*

L’idea di dedicare il drappellone di agosto all’EXPO non mi entusiasmava affatto, la faccenda in quanto tale mi pare già di dubbio interesse ma allora perché ha generato un così ampio fronte polemico?
Il dibattito si è sviluppato senza una ben precisa cognizione della problematica stessa e senza le dovute riflessioni di principio che al contrario debbono precedere una discussione su un tema delicato e controverso quale il palio è.
Entrambi i palii intanto hanno già una loro dedica originale: la Madonna di Provenzano e la Madonna dell’Assunta. A questa matrice, indubbiamente, se ne affiancano altre contingenti agli avvenimenti o alle ricorrenze. Da questa analisi quindi eliminerò subito tutte le dediche di natura religiosa e quelle che definisco di forza maggiore, quali possono essere considerati tutti quei riferimenti imposti dall’alto come le aquile napoleoniche o le carte dell’Abissinia. Continua a leggere DI PALIO, DI EXPO E DI ALTRE SCIOCCHEZZE – di Laerte Mulinacci*

VIVA LE STRADE BIANCHE, VIVA LA NOSTRA TERRA-di Michele Masotti

Una corsa unica al mondo e che pur avendo pochi anni di vita richiama al ciclismo eroico di Binda e Girardengo, di Coppi e Bartali; quando un’Italia contadina vedeva sfilare le carovane terrose dei corridori sulle colline inaridite. Quando il ciclismo era sport nazionale in un dopoguerra di macerie e ci si affacciava sotto casa per acclamare quegli strani campioni di tubolari e polvere. Continua a leggere VIVA LE STRADE BIANCHE, VIVA LA NOSTRA TERRA-di Michele Masotti