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TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

Ormai qualche mese è passato da quei fatidici giorni di metà Ottobre, quando svanì il sogno e si concluse il percorso della candidatura senese a Capitale Europea della Cultura. Il ferro è oramai freddo, ed il vento si è almeno in parte placato. Per questo siamo andati a bussare, con qualche domanda, alla porta del Professor Pierluigi Sacco, direttore del progetto e vero Deus ex machina del fermento culturale che ha animato la città negli ultimi anni. Continua a leggere TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

La sfida della Capitale Europea della Cultura 2019 – di Jacopo Rossi

La Cultura, quella con la C maiuscola, nel nostro Paese, gode dello stesso rispetto dovuto ai morti eccellenti, ai martiri, alle vittime di mafia e terrorismo. Ce ne ricordiamo solo per gli anniversari e le ricorrenze: mai durante l’anno. La Cultura non è più dunque “petrolio da sfruttare”, come sostenne Gianni De Michelis, ma un surplus, o, peggio, un vizio costoso. Sembra strano parlarne in Italia, il primo Paese al mondo per patrimoni dell’Unesco, dove però quasi nessuno legge (appena il 43% degli italiani ha letto un libro nell’ultimo anno) o visita un museo (25,9%). Ma, del resto, nemmeno investiamo per tutelare tale patrimonio: siamo ultimi in Europa per spesa di risorse pubbliche in cultura, appena l’1,1%, dietro alla Grecia (1,2%), lontanissimi da Germania (1,8%), Inghilterra (2,1%), Francia (2,5%) e Spagna (3,3%).
E ai parenti delle suddette vittime cosa resta? Lamentarsi d’esser stati lasciati soli dai governi, così come si levano, alte e inascoltate, le voci di chi con la Cultura lavora, mangia, vive.
Ultimo ad aggiungersi al coro intelligente, che chiede da anni contromisure concrete, è stato qualche giorno fa Zubin Metha, direttore del Maggio Fiorentino: «Ho soltanto una cosa da domandare al nuovo premier: la defiscalizzazione anche per la cultura. Gli studenti italiani scappano in Germania!».
Zubin Metha, lo stesso che, ventotto anni fa, nella città natale del premier a cui si rivolge, Firenze, era uno dei gli ospiti di richiamo della Città della Cultura Europea. Insieme a Carl Popper e Lepopold Senghor, a Eugene Ionesco e Ingmar Bergman.

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Cliccando sull’immagine si aprirà una timeline interattiva sulla storia delle Candidature

Nato l’anno precedente da un’idea della socialista greca Melina Mercouri e il francese Jack Lang, il riconoscimento si è rivelato in questi anni un’ancora vitale per molte delle quarantanove città che se lo sono visto assegnare. Un’idea che negli anni si è evoluta, che ha abbracciato modernità e tecnologie ma che, di fondo, è rimasta la stessa: una (o più) città che, ogni anno organizza (o organizzano) eventi, concerti, congressi, installazioni, gallerie e musei. Con i soldi di enti amministrativi, fondazioni, privati e, soprattutto provenienti dai fondi europei.
Il caso più eclatante è rappresentato da Liverpool, che nel 2008 incassò quasi otto volte la cifra spesa, 750 milioni di euro, e registrò un incremento del 34% di turisti durante tutto l’arco dell’anno rispetto al 2007, attirando, solo per gli eventi inerenti la candidatura, 10 milioni  di persone, 2,6 milioni delle quali straniere.
La città inglese non è stata l’unica a registrare numeri da record grazie alla nomina, che a tutte le latitudini europee, a chi l’ha saputa sfruttare, ha garantito incassi immediati e benefici a lungo, lunghissimo termine. Parte delle risorse investite ogni anno, infatti, vengono utilizzate per restauri e manutenzioni dei beni esistenti: musei, strade, vecchi quartieri, porti, ville, giardini. Anche nel nostro Paese, che di cultura non vuol sentir parlare, ma che nel 2019 potrà tentare nuovamente di sfruttare quest’occasione, la quarta, dopo la succitata Firenze, Bologna e Genova.
La prima, e a ora, ultima scrematura è avvenuta nel novembre dello scorso anno. Un comunicato ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, redatto dalla giuria europea “costretta” a scegliere le città in una rosa di ventuno, ha optato per CagliariLecceMateraPerugiaRavenna e Siena. Fuori sono rimaste, tra le altre, L’Aquila, Bergamo, Venezia (che rappresentava il più vasto bacino del Nordest), Urbino e Reggio Calabria. Ne sono seguite polemiche inevitabili, preludio a quelle che, forse, torneranno nell’autunno del 2014, quando la giuria si riunirà un’ultima volta per scegliere la Capitale Italiana.

Pierluigi Sacco, Direttore di Siena Capitale Europea della Cultura 2019, delinea una panoramica sulle sei città finaliste

Per la prescelta si tratterà di un’occasione imperdibile, per rilanciarsi o, nel peggiore dei casi, tentare di rammendare il proprio tessuto sociale, economico e culturale, senza dimenticarsi l’esempio di chi l’ha preceduta.

Firenze, certo, che fu la prima delle città italiane, seconda nel continente, a essere eletta Capitale (anche se allora si usava il più modesto termine “Città”). La Regione Toscana stanziò, con un’apposita legge (42 01/09/86), un miliardo di lire. Il conto finale ne avrebbe fatturati 32, a fronte di un guadagno almeno (non esistono stime precise) due volte maggiore, grazie ai 184 eventi e, soprattutto, ai 650 mila visitatori.

Il prestigioso riconoscimento sarebbe tornato in Italia nel 2000, quando oltre a Bologna, per accogliere degnamente il Giubileo, sarebbero state scelte anche Reykjavìk, Bergen, Helsinki, Bruxelles, Avignone, Praga, Cracovia e Santiago de Compostela. Secondo alcuni studi condotti precedentemente, le aspettative dei cittadini felsinei erano alte e positive, nei confronti di un ruolo che, negli anni, era cresciuto di prestigio. I risultati di indagini successive rivelano invece come la governance della Bologna di allora non seppe sfruttare l’evento. Alcuni progetti vennero abbandonati per anni, altri modificati in corso d’opera; la pianificazione a lungo termine ne risentì drasticamente, risentendo anche, negli anni, dell’alternanza politica alla guida della città. Dieci anni dopo la candidatura, la cifra investita ha raggiunto i 75 milioni di euro, due terzi dei quali spesi entro il 2003, evidenziando un rallentamento di spese e, probabilmente, d’intenti.

Diverso, ben più longevo e benefico fu il caso di GeNova04. A fronte dei 241 milioni spesi, nelle casse del capoluogo ligure entrarono 440 milioni. Al termine di quell’anno la stragrande maggioranza dei cittadini, l’88,5%, si rivelò soddisfatta dei cambiamenti Ancora a distanza di dieci anni, la città e chi vi lavorò ricorda quell’evento che contribuì a far rinascere la città dopo i tumulti, il sangue e gli scandali del G8 del 2001.

infoGenova

Un caso di sapiente gestione di un evento di portata internazionale che, però, potrebbe avere degli epigoni tutti italiani. Risale infatti al dicembre del 2011 un disegno di legge presentato dal senatore in quota PD Alfonso Andria, che proponeva l’elezione annuale di una Capitale Italiana della Cultura.

L’ex Senatore Alfonso Andria parla del suo disegno di legge per una Città Italiana della Cultura

 

Molte sono le parole spese negli anni, meno le iniziative concrete intraprese. La speranza, per contribuire a rilanciare l’economia e far risorgere un settore troppo presto dato per morto, è che tali iniziative diventino realtà, cosicché l’Italia cessi di essere il Paese, come disse Carlo Levi “della cultura ridotta soltanto a procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Riuscendo a sfruttare, magari, il capitale delle Capitali Europee, senza malagestione, campanilismi e miopi gestioni che purtroppo hanno inficiato il successo di tali iniziative in passato.

(pubblicato la prima volta su Campusmultimedia il 10 aprile 2014)

(WhoWhatWhereWhenWhy?) CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA: NE PARLIAMO CON SANTA NASTRO (Artribune) – di Fausto Jannaccone

santaPartiamo da lontano: cosa vuol dire Capitale Europea della Cultura 2019?

La mia conoscenza della competizione verso il 2019 viene innanzitutto da una inchiesta che ho condotto in più puntate ed in più momenti su Artribune, la rivista d’arte e cultura contemporanea nella quale ho l’onore di lavorare, all’interno della direzione editoriale. In questo frangente, incontrando e intervistando molti dei protagonisti che hanno partecipato innanzitutto alla prima fase dei lavori e poi agli step successivi, ho avuto modo di interpretare, secondo quella che è la mia sensibilità, quali siano state le motivazioni che hanno spinto queste città ad intraprendere una sfida così ardita, come quella di investirsi in una progettualità molto complessa, che abbia a che fare con la cultura ed in un momento sicuramente molto poco favorevole da un punto di vista prettamente economico. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, Capitale Europea della Cultura 2019 significa essere lungimiranti, guardare lontano, guardare al futuro, aspettarsi dei ritorni, ma nel tempo. Una delle problematiche più forti, dal mio punto di vista, di questo periodo storico, non solo nel settore della cultura è la pretesa di ottenere risultati immediati ad ogni azione. Se ci pensiamo questo è un po’ una negazione della funzione della cultura. La cultura è qualcosa che interviene nel tempo, che trasforma la vita delle persone a partire dalle piccole cose, dai pensieri, dal loro modo di scegliere e di condurre il proprio lavoro, i valori familiari, il tempo libero, etc. Non ha risultati nell’immediato, ma ne ha di magnifici nel tempo. Recuperare, grazie ad un percorso laboratoriale che ha coinvolto in modi diversi più città italiane, questa dimensione “del tempo” in un momento di grande confusione, in cui si chiede molto spesso alla cultura di abdicare alla propria funzione primaria e più bella ed eccitante, è un grande valore aggiunto, a mio parere, che la competizione a Capitale Europea della Cultura 2019, ha in questi anni così difficili.

Dopo la “nomination” di Firenze nel 1986, per seconda dopo Atene e quando il sistema era tutt’altro, la partecipazione di Bologna al “gruppo-2000”, e Genova nel 2004, il 2019 sarà un’altra occasione per l’Italia. E’ una responsabilità quanto grossa per la città che alla fine la spunterà? Ed è un’occasione che l’intera nazione deve cogliere, sostenere ed appoggiare o riguarderà solo marginalmente il resto del paese?

Credo che ogni investimento personale, istituzionale o di una comunità comporti innanzitutto una grande responsabilità, di conseguenza questo vale anche per la progettualità di cui parliamo. Ma è un senso di responsabilità che chi ha partecipato si porta dietro sin dal momento in cui ha espresso l’intenzione di candidatura. Il portato di questa competizione mi sembra essere, infatti, innanzitutto identitario: mette in discussione il senso di comunità, la tradizione culturale e come questa si confronta con le esigenze di futuro, come si proietta nella dimensione contemporanea ciò che riguarda il territorio, le sue istanze, le sue complessità. Detto questo, la “partita europea” è in questo momento di grande attualità ed una delle scommesse più importanti: proprio per questo le vicende che riguarderanno la città che “vincerà” apparterranno all’intero Paese. In senso molto positivo, poi, credo che sia giusto e doveroso che una storia così prestigiosa diventi una storia da raccontare in tutto lo Stivale.

Dalla scrematura di novembre è risultato un lotto di sei candidate che hanno un comune denominatore: città di medio-piccola dimensione, forti di un background culturale ed artistico specifico e caratterizzante, che nel turismo artistico-culturale hanno il loro principale motore economico. La sfida cui sono state messe davanti è la capacità di proiettare il loro bagaglio nel futuro, nel senso di evolverlo, investirci e farne la base per un rinnovamento, un “rinascimento culturale”? E potrebbe essere questa un’indicazione da dare a tutto il paese?

No, non lo direi, se vogliamo evitare di ricadere nella trappola del patrimonio come “risorsa da sfruttare”. Credo che ciò che abbia fatto la differenza nella scelta delle sei candidate sia stato il loro modo di relazionarsi alla storia e alla tradizione, formulando però una proposta di comunità articolata nel presente. La questione del passato è per il nostro Paese nevralgica, così come quella del futuro. Siamo così preoccupati da quest’ultimo da non essere spesso in grado di affrontare il presente. La vera sfida, a mio parere, è proprio questa, riguarda il senso di responsabilità ed impegna i singoli cittadini, come le comunità a ripensarsi e a rinsaldarsi, trovando nella cultura un nuovo collante, un nuovo modo di dialogare, di riprogettare l’esistenza.

Alla luce di ciò, senza andare nello specifico di ogni singolo caso, cosa sta facendo bene chi sta ben operando delle candidate, e viceversa in cosa sta sbagliando chi sta male interpretando la “competizione”?

Partendo dal presupposto che le sei candidate che sono state selezionate hanno evidentemente secondo chi aveva il compito di sceglierle “le carte in regola” per proseguire in questo percorso, credo che stiano “facendo bene”, anche se la mia è solo una opinione e sicuramente non spetta a me dirlo, coloro che stanno interpretando correttamente il senso della candidatura, coloro che stanno cercando di costruire al di là della competizione un percorso che racconti le parole chiave di comunità, identità, coesione sociale attraverso la cultura. Coloro che stanno cercando di costruire una nuova solidarietà grazie ai contenuti della candidatura, che stanno cercando di dare voce e risposte ai temi della crisi, che hanno guardato alle nuove generazioni, ma senza falsa retorica, coinvolgendole realmente e direttamente, coloro che hanno coniugato tradizione e presente, che hanno utilizzato le tecnologie smart e che hanno pensato di sviluppare percorsi sostenibili in termini economici ed ambientali. Ma anche chi ha preferito di privilegiare solo alcuni di questi aspetti piuttosto che altri, concentrando maggiormente la propria attenzione su di essi. E chi è riuscito ad andare addirittura oltre, portando a nuovi livelli di immaginazione quelli che sembrano essere i temi più attuali.

Per concludere possiamo comunque affermare che, qualunque sia l’esito di questa “competizione”, è un’occasione che non può esser sprecata da nessuna delle concorrenti? E che investire nella cultura non può che essere una scelta vincente per tutti, ma prima di tutto per l’Italia?Santa-Nastro-sorridente

Indubbiamente. L’immagine che queste concorrenti offriranno di sé verso i momenti conclusivi della competizione, sarà quella che la comunità ricorderà, a prescindere da cosa accadrà nello specifico. Cosa la mia città può fare nel momento in cui le è richiesto di dare del suo meglio? è la domanda che ci poniamo segretamente. Penso che sia una responsabilità non indifferente, che naturalmente si riverbera anche sull’intero Paese. Ciò che mi auguro è che la città che sarà “incoronata” Capitale Europea della Cultura 2019 non si isoli, cedendo il passo a troppi localismi, e non venga lasciata sola. Nella mia opinione, si vince se alla cultura si restituisce il proprio ruolo fondamentale: quello di strumento per interpretare la realtà. E la realtà oggi è molto complessa, spesso imperscrutabile, richiede armi affilate e la capacità di cogliere le sfumature. Solo la cultura può aiutarci in questo, renderci più forti, più consapevoli, più coraggiosi. E non è poco.

Foto di Mattia Morelli

PANTANI, UN CAMPIONE SOTTO ATTACCO – di Gianluca Bellini

PantaniCari amici, siamo giunti al decimo anniversario della scomparsa dell’indimenticato Campione di ciclismo e sembra che con il passare degli anni, l’alone di mistero intorno al caso si stia dissipando a poco a poco. Di questa triste vicenda restano ancora molti lati oscuri ma intanto sappiamo che Giorgio Squinzi, Patron della Mapei, non gradì il rifiuto di Marco a correre con quella prestigiosa squadra. Marco era una persona semplice, infatti considerava la Mercatone Uno come una famiglia e non gli interessava un nuovo contratto con un conseguente maggior guadagno. Lui voleva restare con i suoi compagni di squadra, in particolare Roberto Conti, anche perché in gara si scambiavano consigli in dialetto per non farsi capire dagli avversari. Marco amava allenarsi nei soliti percorsi intorno a Cesenatico, non aveva bisogno di fare la preparazione all’estero come tanti suoi colleghi e, a tal proposito, vorrei ricordare una sua frase famosa: il Carpegna mi basta!

“Quando esco in allenamento da solo, ed è il più delle volte, questo è uno dei giri che amo. Fino a San Marino niente di speciale. Ma da lì in avanti comincia il bello. Strade tranquille, tracciato nervoso. Con continui saliscendi. E qualche severa impennata. La prima è quella che, passato Montemaggio, va su a San Leo. E da lì alla Madonna di Pugliano e al successivo valico. In una decina di chilometri si sale fin quasi a 1000 metri. Ma la salita più impegnativa della giornata non è questa. È la successiva. È quella che da Caturchio si arrampica sul Monte Carpegna. Nella parte iniziale non è molto ripida. È tra il 6 e l’8 per cento. Il tratto più duro arriva passato il paese di Carpegna. Sono sei, sette chilometri con pendenza media del 10 per cento. Gli ultimi due, fin sotto la vetta a 1360 metri sul mare, li chiamiamo il Cippo e sono i più ripidi, sul 12 per cento. In quel tratto utilizzo il 39 x 19/21. Certo, questa non è una salita come quelle delle Alpi che mi hanno reso famoso. Ma per allenarmi bene mi basta, e come… Altri corridori fanno allenamenti scientifici. Salgono e scendono più volte sulla stessa salita. Fanno tratti spingendo rapporti durissimi. Cronometrano ogni metro. Stanno incollati con gli occhi al cardiofrequenzimetro. Io no. Io sto attento alle mie sensazioni. Anche la salita la sento. Esattamente come quando sono in corsa. Scatto e allungo. Scatto e allungo. Lo so che i miei scatti lasciano il segno. Fanno male. I miei avversari ne sanno qualcosa. Quando nel 1998 sul Galibier ho staccato Jan Ullrich e gli altri, ho fatto il vuoto col 39 x 17 e poi, in progressione, ho scalato sul 16 e il 15. Dei miei attacchi in salita sanno qualcosa anche i compagni di squadra, quando esco in allenamento con loro. Ma fa niente, poi in cima li aspetto. È sul Carpegna che ho preparato tante mie vittorie. Non ho bisogno, prima di un Giro o di un Tour, di provare a una a una tutte le grandi salite. Una sola volta, se ricordo bene, sono andato a dare un’occhiata in anticipo al Mortirolo e al Montecampione. Ma in macchina. E non mi è servito neanche molto. Il Carpegna mi basta. Da Coppi in poi, è una salita che ha fatto la storia del ciclismo e ogni tanto anche il Giro c’è passato. Io non le conto più le volte che l’ho fatta, allenandomi. Direte che sono un tradizionalista. Forse sì. Sempre ad allenarmi sulle stesse strade di casa. Sempre a spingere gli stessi rapporti, gli stessi che uso in corsa. Sempre in giro senza borraccia, perché mi bastano quelle quattro fontane che so io dove sono. Una proprio a Carpegna, il paese. E allora il Mortirolo, o il Mont Ventoux, o le altre grandi salite? No, non mi fanno paura. In corsa le sento subito mie. Volete sapere con quali rapporti le ho affrontate in gara? Il Mortirolo col 39 x 21/23. Il Mont Ventoux, testa a testa con Armstrong, col 39 x 17/19/21. Ma quel giorno c’era vento contrario, i rapporti non fanno testo. Torniamo alle mie montagne di casa, quelle del Montefeltro. Dal culmine del Carpegna vado giù in picchiata a Pennabilli. E dalla valle, pochi chilometri più avanti, decido magari di risalire a San Leo, per la strada di Serra di Maiolo. È anche questa una salita duretta, con lunghi tratti al 10 per cento. Dalla cima c’è una bellissima vista della Rocca di San Leo. Sempre in discesa passo il paese. E via verso casa. A meno che voglia di nuovo arrampicarmi verso San Marino. Per Torello e Acquaviva. È la salita che conclude la Coppa Placci, la più importante corsa in linea che si disputa da queste parti.” Pantani era così, un uomo semplice ma con una classe innata e nonostante i  gravi infortuni è sempre riuscito a ripartire, anche dopo l’incidente stradale mentre era impegnato nella classica Milano-Torino, quando venne investito da un Suv che viaggiava a forte velocità, in una strada chiusa e per di più in senso contrario. Marco venne sbalzato in aria e la tremenda botta gli provocò varie fratture ed una forte emorragia tanto da dover ricevere subito dopo il ricovero in ospedale, alcune trasfusioni. Durante gli esami clinici ai quali venne sottoposto il Campione, emerse che i valori erano sballati e questi dati a distanza di anni, gli fecero perdere la causa contro l’automobilista imprudente e contro le Assicurazioni. Insomma, secondo i Giudici i valori alterati non erano conseguenti al terribile incidente e così il risarcimento per i danni subiti, venne annullato. Ovviamente il prelievo di sangue gli venne fatto dopo l’incidente e non prima della partenza. In ogni caso, Marco riuscì a salire in sella anche dopo questo ennesimo ostacolo ma le Procure ed il Coni non lo “abbandonarono” mai. Purtroppo di quel Grande Campione in molti ricordano solo le immagini mentre scendeva le scale dell’albergo di Madonna di Campiglio, circondato da decine di carabinieri come se fosse un pericoloso latitante. Ma al di là di quelle tristi immagini mi vorrei soffermare su un aspetto più cupo e misterioso di quella triste Tappa del Giro d’Italia. Fino a poco tempo fa non sapevo e, non credevo, che in carcere i detenuti potessero scommettere tranquillamente sugli eventi sportivi. Per quale motivo ho fatto questa divagazione? Semplice, a distanza di anni il criminale Renato Vallanzasca raccontò che nei giorni precedenti la Tappa di Madonna di Campiglio, venne consigliato da un camorrista di non puntare sul Pirata perché da lì a poco sarebbe stato fermato…! La soffiata ahimè era giusta. La cosa strana è questa: nessun Magistrato, neppure Guariniello sempre molto attento al mondo dello Sport, ha mai indagato in maniera approfondita sul racconto del bel René. La motivazione lascia allibiti: Renato Vallanzasca dovendo scontare 4 ergastoli non poteva essere ritenuto attendibile. Allora i pentiti di mafia e camorra con decine di morti alle spalle, per quale motivo vengono ascoltati anche dopo la condanna definitiva? Ma tornando alla Tappa di Madonna di Campiglio, nei giorni precedenti e successivi, il Presidente del Club Magico Pantani di Cesenatico venne minacciato telefonicamente da alcuni sconosciuti che gli intimavano di non difendere il suo idolo e di evitare le interviste. Chi ama il ciclismo non è rimasto colpito solo dal gran numero di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia impegnati nel blitz ma anche dal Processo farsa di Trento con le decine di contraddizioni (non so; non ricordo; forse) del Dottor Antonio Coscioni che non conosceva le regole fondamentali sui prelievi di sangue ai corridori. Dopo il Processo farsa di Trento il Dottor Coscioni venne promosso sempre nell’ambito del Coni… Comunque in tutta questa misteriosa vicenda, resta il fatto che 8 Procure in 4 anni indagarono su Marco Pantani e non su fatti di cronaca più gravi, tipo il traffico dei rifiuti tossici. Un’altra vicenda che colpì il Pirata fu quella della siringa contenente insulina trovata dai carabinieri dei Nas nella camera d’albergo di Montecatini dove il corridore romagnolo aveva soggiornato alla fine di una tappa del Giro d’Italia del 2001. Alla squalifica si aggiunsero 2.032 euro di multa per Pantani e 3.300 euro per la sua squadra: la Mercatone Uno. La procura antidoping del Coni aveva proposto un anno di squalifica mentre la difesa aveva chiesto l’assoluzione sostenendo che non esiste la prova certa che fosse la stanza di Pantani quella dove fu trovata la siringa contenente insulina a Montecatini durante il Giro 2001. Gli avvocati di Pantani, preannunciarono appello contro la sentenza, presentando una memoria scientifica della professoressa Giovanna Berti Donini dell’Università di Ferrara per sostenere che nell’intervallo di tempo intercorso tra il rinvenimento della siringa (27 maggio 2001) e le analisi (7 settembre 2001) potevano  essere intervenute alterazioni chimiche, mentre sarebbe stato ancora possibile un esame del DNA per accertare se la siringa era stata utilizzata per Pantani. La sentenza fu indubbiamente una dura mazzata per il capitano della Mercatone Uno, non riuscì a concludere il Giro d’Italia: si ritirò nei chilometri iniziali di una delle salite della prima tappa dolomitica, quella che portava a Corvara in Badia. La vicenda per la quale il Pirata è stato squalificato risale al 27 maggio 2001, quando i militari di Firenze effettuarono una serie di controlli antidoping negli alberghi occupati dalla carovana dei ciclisti che prendevano parte al Giro. E nella stanza 401 dell’Hotel Francia e Quirinale di Montecatini Terme saltò fuori quella piccola siringa da insulina. La stanza risultava assegnata a Marco Pantani e l’atleta finisce automaticamente con l’essere sospettato di aver fatto uso di sostanza proibita. Nei giorni successivi il Pubblico Ministero di Firenze, Luigi Bocciolini, mise a punto un vero e proprio blitz antidoping con obiettivo proprio il Giro d’Italia. Successivamente, il 28 giugno 2001, Pantani fu sentito dalla Procura fiorentina come “persona informata dei fatti” e il 24 dicembre un avviso di garanzia fu indirizzato al ciclista di Cesenatico: le perizie di laboratorio confermarono che la siringa aveva effettivamente tracce di insulina, era stata cioè usata. Non fu del tutto accertato, invece, se quella siringa fosse stata effettivamente utilizzata da Pantani. Vorrei ricordare anche il comportamento particolare del Coni che esaminando  le analisi del sangue del Panta, a riguardo dell’ematocrito alto, affermava che era probabile. Cosa è probabile? L’ematocrito è alto oppure no? Che significa probabile? Ai giornalisti che dubitavano su tale risposta venne intimato di non intromettersi, pena la querela. Addirittura il Procuratore Antidoping Dott. Aiello prima discolpò e poi incolpò Marco Pantani, suggerendo una squalifica di 4 anni. E come non ricordare la tragica fine nell’albergo Le Rose di Rimini? Per quale motivo gli inquirenti non hanno indagato sulle confezioni vuote di cibo cinese trovate nella stanza? Nello stomaco di Marco non è stato trovato cibo compatibile con gli avanzi trovati nei cartoni, quindi chi era con il Campione quella tragica notte? E le ecchimosi trovate sul suo corpo?  Vogliamo ancora credere che erano attacchi di autolesionismo? Concludendo questo mio intervento, ricordo a tutti che dopo l’autopsia sul corpo di Marco, non vennero trovate nel midollo osseo le famigerate sostanze dopanti … e questo può mettere a tacere tutti quei discorsi demenziali sull’esplosività del campione romagnolo.

ODE A UN CORRIDORE ITALIANO – di Michele Masotti

Vorrei rifiorissero i prati del ricordo

per lavare le ombre dolci

e la gola gonfia del magone in cui mi perdo.

Quando gli anni come vascelli fuggono nell’argento

voglio essere com’ero, ancora attento

per aspettare la schiera polverosa

dentro i canti del monte,

e arrampicarsi su… e la gente.

Arrampicarsi su,

al palpito delle stelle spente.

 

Esserci quel giorno.

Era estate, ero ragazzo. E pioveva.

Neppure… neppure la cima,

avvolta di nebbia, inviolata, dal diluvio battuta

aveva nome. E un effluvio

di fiori bagnati sulla salita di luglio,

come l’acqua stessa che consuma

e mi copre il ciglio.

Quale leggenda risorta?

Quale passo sul telaio fu?

Che ode ti rese grande?

Due volte sugli altari… anche tu.

 

Poi crebbi.

Gli spiriti avvolgono ora la montagna muta,

estranea dopo anni,

che lontano scruta

le percosse del tempo, la notte

e i suoi danni.

Mentre una camera d’albergo rese

cenere all’urna vuota.

Passano quindi i mesi, l’orrenda ruota

che gira e fugge come bimbi dietro al pallone.

mentre ripenso a giochi lontani, a rinverdire,

e s’alza lo sterro in un’emozione:

corridori scavati, curvi sui ferri di cui

s’è lasciata dormir la memoria.

D’improvviso quei tuoi pedali

a scrollar la cavezza del tempo,

spolverare la storia, e lontano era

rivedere polvere e manubrio,

avvinti i tubolari al petto

come un sogno antico,

ormai in disuso.

 

L’Italia scossa dal moderno, l’Italia tornasti a innamorare.

L’Italia sui monti, di fatiche barbare, l’Italia e il dolore.

E oggi vengono a chiedere, non sanno dunque?

Non sanno chi è il morto?

Tutti accorrono, vaghi come nubi al capezzale sordo.

La bici accatastata chissà dove,

Le assi del letto fredde,

ronzano le mosche nella sera. E ancora piove.

Ecco, qualcuno è morto.

 

Io anelo a tornare lì,

ero un ragazzo, i corridori sfiniti nell’acqua

E oggi come quel dì

sfiniti gli anni come barberi rincorsi sulla rena.

Adesso è il tempo del sonno

che torna, e tornano fuori i fiori, su Siena,

col dondolio della mia terra.

Ma sul Galibier, nei tornanti aspri tornerei,

quelli di Coppi e Bobét,

Ocana, Gaul e Learco Guerra.

Altri fiori di Francia e tutto era affogato,

con le stille sulle ruote di pianto.

Degli ultimi martiri moderni, il pianto,

mentre tu già eri via, primo. Nel vento.

 

Così tanto tempo passò?

“Le Rose” mutilate odorano la tua stanza ove giaci riverso,

glauche le tempie e la bocca tremante, gli occhi esplosi

su qualche verso.

E’ morto qualcuno.

 

Vorrei rifiorissero i prati del ricordo

per lavare le ombre dolci

e la gola gonfia del magone in cui mi perdo.

Quando gli anni fuggono ancora via dalle mie mani

come corridori sulla salita, come fa la vita.

Come faceva Pantani.

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Il PIRATA CHE SAPEVA VOLARE – di Fausto Jannaccone

“Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece ancora una volta mi ha sconfitto la sfortuna”

E’ il 24 Maggio 1997, Marco è appena passato alla Mercatone Uno e nel corso dell’ottava tappa dell’80esimo Giro d’Italia, la Mondragone – Cava de’ Tirreni,  incappa in una surreale caduta a causa di un gatto che gli attraversa la strada. Nei due anni precedenti aveva già subito due gravi incidenti, rischiando persino di smettere, ma poi ne era uscito, andando anche a vincere memorabili tappe del Tour. Una grande promessa, numeri da campione e la sfortuna come compagna di viaggio. Ma anche da quell’incidente, che pure lo costringe a ritirarsi anzitempo dalla corsa in rosa, si riprende e dopo poco più di un mese sulla salita dell’Alpe d’Huez mette il turbo, sale sui pedali ed in 37 minuti e 35 secondi è in cima, con Ullrich e Virenque lasciati lì. Pur vincendo anche a Morzine, la maglia gialla sotto l’Arc de Triomphe la indosserà il tedesco Jan Ullrich, perchè nella cronometro Marco è costretto a pagare dazio.

les2alpesScalatore puro, purissimo, uno spettacolo in salita, questo era Marco Pantani. Lo scalatore è un po’ il numero 10 nel ciclismo moderno, è la tecnica, lo stile: dispensatore di “numeri” e “staffilate” è il vero fuoriclasse e l’idolo dei tifosi. Ed infatti Il Pirata sarà l’ultimo eroe del popolo, come lo erano stati prima Coppi e Bartali, Merckx e Hinault. Perchè il Ciclismo è sport del popolo e per il popolo, fatto di fatica e sudore, polvere e fango, piogge e nevicate che spezzano le gambe, o pomeriggi di sole spietato che  secca la gola.

L’anno successivo, il 1998, è l’anno dell’apoteosi, la stagione che lo incastona come un diamante nella storia delle due ruote. Sulle Alpi per due volte a tagliare il traguardo è un inconfondibile orecchino d’oro: a Piancavallo prima, poi a Montecampione con la Rosa sulle spalle; ma contro ogni attesa è nella cronometro di Lugano vinta da Gontchar che Il Pirata tiene Tonkov a distanza e mette la firma sul Giro. Il capolavoro però arriva in terra di Francia. Lunedì 27 Luglio, tappa numero 15 della 85esima edizione della Grande Boucle:al via sono 3 i minuti che lo separano in classifica da Ullrich, a causa di un’altra maledetta cronomentro dove il rivale gli aveva rifilato 4 minuti e 21 secondi; mancano 50 km al traguardo e la pioggia non smette di lavare il Col du Galibier, quando, con gli occhiali gialli e la famosa bandana, Il Pirata si alza sui pedali: “Musica Maestro”. La salita si trasforma in una pista da ballo e la bicicletta nella più avvenente e sensuale compagna: non è uno scatto, quello di Marco; il suo è un incredibile, elegante, ritmato, instancabile, meraviglioso, ineguagliabile balletto. Ullrich raggiungerà Les Deux Alpes quasi 9 minuti dopo il campione romagnolo. La maglia gialla che indossa alla premiazione di tappa non la lascerà più. Era dal 1965 che un italiano, Felice Gimondi, non conquistava il Tour; e l’ultimo azzurro a fare l’accoppiata era stato Fausto Coppi. Dopo di lui nessuno ancora l’ha ripetuta.

Marco era nato il 13 Gennaio del 1970 a Cesena, non molto lontano dai luoghi che Guareschi raccontava solcati dalle biciclette di Don Camillo e Peppone. Terra operaia e contadina, l’Emilia Romagna, una regione popolare, di piadine e tortellini, trattori e biciclette. Marco è sempre stato uno di loro, uno di noi, la gente gli voleva bene. Gliene ha voluto sempre e comunque. Tante brutte parole l’hanno perseguitato negli anni successivi, una su tutte “depressione”. Ma il ciclismo è lo sport della fatica e della passione, una passione forte ed avvolgente come quella che legava i suoi tifosi a lui: una storia d’ amore. E l’ultimo scherzo del destino è stato quello di portare via Il Pirata da tutti quelli che lo amavano il giorno di San Valentino, la festa degli innamorati: 14 Febbraio 2004, dieci anni fa.

Di lui rimane la “Montagna Pantani”, nome che viene assegnato insieme a “Cima Coppi” alle due salite più rappresentative ed impegnative di ogni Giro d’Italia. Resta dal 2011 sul Galibier una stele che ricorda l’impresa. E un monumento a Cesenatico.

Poi resta un’idea, legata ad un indumento: quella bandana che valse a Marco Pantani il nome di Pirata incarna tutta la poesia, eroica, che ci ha regalato, e che il ciclismo, più di ogni altro sport, può offrire. E’ il simbolo della passione che teneva incollati ai televisori milioni di italiani ipnotizzati da quella danza. Va oltre il ciclismo come sport: è vita, polvere,  sfortuna e  fatica, cadere e sapersi rialzare; l’impresa, il cuore oltre l’ostacolo, la sfida alla gravità…

….la sensazione che l’uomo possa volare.

 

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: Sì, VIAGGIARE? – di Jacopo Rossi

Ibrahim, 36 anni, cristiano praticante, è dottore, presso il locale ospedale di Ramallah. In verità sarebbe di Betlemme, ma lì di ospedali nemmeno l’ombra, quindi, proprio poco prima che scoppiasse la Seconda Intifada (dopo l’”eroica” passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee), ha preso armi (si fa per dire), famiglia e bagagli e si è trasferito a Ramallah, dove ha aperto un ambulatorio privato. E, nonostante tutto, mette insieme pranzo, cena e qualche vizio. Sua moglie Badryia, 34 anni, mora, occhi neri, molto bella, gestisce, dalla cassa, un caffè, nei dintorni di Dawar Al-Manara, la piazza principale di Ramallah. I loro figli, Samir e Nadira, 8 e 6 anni, vanno ancora a scuola e per fortuna ancora non conoscono, almeno non troppo bene, la paura. Ibrahim ha deciso: prende i figli, la moglie, l’auto e va a trovare suo fratello, Rami, ingegnere di Amman, in Giordania. Non si vedono da quasi quattro anni, forse cinque, da quando è morto il vecchio Fouad, il loro padre, su un autobus centrato in pieno da un missile intelligente (e anche un po’ figliol di troia). Colpa degli umani, forse: adesso i droni di questi errori non ne fanno. Va all’ambasciata giordana di Ramallah: servono i visti. Con 200 shekel, più o meno 180 euro, se la cava. La mattina dopo punta la sveglia la presto, ché il viaggio, seppur breve, è lungo, carica (un bagaglio a mano), la vecchia Toyota con parenti annessi e parte. Lascia la macchina dopo qualche chilometro, fuori città, nelle mani di un cognato: ha la targa verde, palestinese, e, secondo la legge del più armato, non può oltrepassare un checkpoint israeliano. Poco male, Ibraim c’è abituato. Lo sa come gira da queste parti e sa che non cambierà. Non per lui almeno, forse per i suoi figli, o i suoi nipoti, più probabile. Samir e Nadira si lamentano, ma non troppo. Badryia scuote la testa e conta i bagagli. Lo sa che da lì inizia la normale epopea di sempre. Sono in fila, con altri trenta connazionali, se di nazione si può (e si deve) parlare.

palestPassaporti alla mano, domande, sguardi che ti tagliano in due. Sono giovani, obbligati dal servizio di leva a squadrare il “nemico” alle sbarre, spesso senza nemmeno degnarsi di uscire dalle guardine. Non tutti sono cattivi, certo. O almeno non allo stesso modo. Qualcuno è solo troppo severo perché così gli han detto di essere. Qualcun altro è convinto di ciò che fa, ci crede, e sono i peggiori. Altri vorrebbero semplicemente essere da un’altra parte. Come Ibrahim e la sua famiglia, magari. La fila, per fortuna, scorre veloce. I bambini sorridono, chissà che si credono. Salgono veloci sul pullman scassato bianco e azzurro, mentre Badryia, tenera, si preoccupa che non infastidiscano gli altri passeggeri, come qualsiasi madre farebbe a qualsiasi latitudine del mondo. Ibrahim, da par suo, si accomoda paziente su un sedile e guarda fuori. Dopo una mezz’ora l’autista frena, di fronte al solito metallo, alle solite facce, alle solite lamiere, ai soliti fucili. Solito sguardo ai passaporti, solite domande. Se qualcuno si spazientisce, prudentemente non lo dà a vedere. I bambini sono impassibili. Sorridono? Non più esibiscono sorrisi tirati, da adulti, quando Badrya chiede loro se va tutto bene. Dopo solo tre quarti d’ora riescono a risalire sul pullman. Il paesaggio scorre uguale fuori dal finestrino; del verde nemmeno l’ombra. Giusto qualche gregge, ogni tanto, puntella l’immobilità circostante con qualcosa di simile alla vita. La prossima fermata è la meno piacevole ed Ibrahim lo sa. Stringe le mani di Badryia, la guarda, sussurra un “habibi”, amore, come se volesse chiederle scusa di questo viaggio. Adesso fuori dagli uffici della frontiera sono cinquanta, forse più, stanchi. Sua moglie accompagna la piccola al bagno, lui resta con Samir e scambia qualche parola con i vicini di posto. Un vecchio è lì dalle sette, un altro dalle nove, ma non vede il suo amico da mezz’ora, ché lo stanno interrogando chissà dove. Un bambino piange, qualche fila più indietro. Nessuno osa lamentarsi, ed è questo che sconforta Ibrahim più di tutto. Lui si ricorda le sassate a Betlemme, gli spari e le molotov, ma non ha dimenticato nemmeno le proteste a Ramallah contro le retate israeliane e gli scioperi della fame. Adesso no. Vede qualche volto segnato dagli anni, qualcuno dalla paura, meno dalla stanchezza. Ma non vede voglia di lottare e sa perché: qui, ora non ne vale la pena. Lo sa lui, lo sa chi è in fila con lui, lo sanno i soldati da latte che stringono radioline e fucili. Passa un’ora forse due. Tra spintoni senza cattiveria e domande senza onestà: chi sei, cosa fai, cosa vai a fare in Giordania, porti armi (!), ti sei fatto il bagaglio da solo. Domande alle quali Ibrahim potrebbe rispondere anche prima che gli vengano poste. Ma tant’è. Riescono a varcare la frontiera. Hanno dovuto abbandonare momentaneamente un trolley, quello rosa, di Nadira, dove hanno messo i vestiti di tutti. Lo recupereranno più tardi: ogni passeggero viene separato dal suo bagaglio, che viene ispezionato singolarmente in separata sede. Qui, alla frontiera, i controlli sono se possibile più severi. Qualche guardia urla. Qualcuna si limita al disprezzo negli occhi. “Loro”, quelli in fila, sono la causa del loro male, dei loro morti, delle bombe negli autobus, del tempo che passano in divisa alle sbarre dei checkpoint. E poco importa se sono vecchi, donne o bamibini, cristiani o musulmani. Tanto, come detto qui nessuno, rassegnato, si lamenta. Al massimo i più arditi scuotono la testa. Ibrahim deglutisce e s’incammina, Samir a un fianco, Badryia e la bimba dall’altro. Cercano, tra mille, la loro valigia. Nadira la vede, la prende, non è la sua, esplode. Piange ed urla, suoni sconclusionati come la sua rabbia di bambina impotente. I suoi cercano di consolarla, anche Samir, in un afflato di maturità, si prodiga per tranquillizzare goffamente la sorella. A poco a poco si calma, il viso rigato dalle lacrime, ed accetta di montare sulla navetta che li porterà, sperano tutti, al confine giordano. Dopo un blando checkpoint in mano ai gentili poliziotti giordani, arrivano a Wadi as Sir. Ibrahim va alla dogana, servono dei documenti per stare là. Nessuna libera circolazione di uomini e merci, non là. Ha un visto che, se volesse, gli permetterebbe di stare da suo fratello tre mesi, non di più. Adesso deve solo chiamarlo per farsi venire a prendere. Amman non è distante, magari in un’ora ce la fa. Si siede, mentre Badryia racconta qualcosa di buffo ai bambini. Ci sa fare: ridono, scordandosi le umiliazioni di un viaggio così breve, sulla mappa. Hanno percorso poco più di sessanta chilometri per arrivare là. Ma il sole è sceso da un pezzo, e loro son partiti da Ramallah questa mattina presto. E Ibrahim sorride, pensando che, in fondo c’è anche voluto poco.

PS: Ibrahim, ovviamente non esiste. Forse sì, magari, non lo escludo. Ma oggi di Ibrahim, Badryia, Samir e Nadira ne ho visti a decine, percorrendo lo stesso tragitto descritto qui sopra. SI tratta di un viaggio che per i turisti più avventurosi può sembrare esotico (anche se i controlli non sono poi molto più lievi: domina il sospetto a prescindere) ma che per i palestinesi si trasforma sempre in un incubo senza uscita.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE [2]: DOV’E’ LA NOVITA’? – di Jacopo Rossi

L’impressione di rompere i coglioni. Questa ,prosaicamente, è la prima sensazione che ti coglie quando atterri, un anno dopo, al Ben Gurion di Tel Aviv. Non l’umido, no. La sgradevole convinzione che non ti ci vogliono, ancora prima di scaricare i bagagli dal nastro. Non ti ci vogliono perché non sei dei loro e quindi “contro”. C’è di buono che la trafila non ti coglie impreparato: domande all’andata, domande all’arrivo. Sulla valigia e sul viaggiatore. Con chi sei, quanto ti trattieni, perché sei lì. La parte più dura è sembrare convinti quando, alla terza domanda, rispondi «Pilgrimage!». Ma, soprattutto, «No stamp, please»: ché Israele è come il condomino che ti ruba il posto macchina tutti i giorni, e i Paesi confinanti non sono poi felici, alla frontiera, di vedere il loro timbro sul tuo passaporto. Comprensibile, nonché ricambiato dai doganieri israeliani, che sembra non aspettino altro che tenerti in piedi di fronte al banco, annacquandoti con domande e sospetti. Per arrivare a Betlemme, oggi, ci vuole quasi due ore. L’autista, cristiano, dice di chiamarsi Giovanni. “Gode” dello status di araboisraeliano: la sua famiglia rimase, dopo la grande tragedia, la Nakhba del ’48, in terra israeliana pur essendo araba. È successo a molti, dice. I discendenti di quelle famiglie, oggi, sono “quasi” israeliani. Hanno gli stessi documenti, pagano le stesse tasse, ma sono comunque arabi, non puri. Non può accompagnarci direttamente a Betlemme passando dal checkpoint ufficiale, si scusa in un generoso inglese raschiato e approssimativo. Passa dai sobborghi, mulattiere incrinate tra i palazzi non finiti e la valle. Beit Jalla, prima, alla quale nei prossimi giorni le ruspe israeliane inghiottiranno tutti i vigneti; Ar Ghillo poi, insediamento dei coloni ebrei. La differenza tra i due è palese, anche se colta distrattamente dal finestrino. Rifiuti, intonaco a vista, case incomplete e cantieri dall’aspetto secolare, come certe querce per il povero sobborgo di Betlemme; guardie armate, filo spinato, riflettori, cancelli e caseggiati tutti uguali per i coloni. Eccellente metafora di questi territori: povertà da un lato, paura corazzata dall’altra. Dopo la sensazione di dar fastidio, subentra, per fortuna, il piacere di rivedere chi qua ci sta tutto l’anno, in prima fila, tra divieti e vessazioni. Ma è un sentimento effimero e breve, perché la tristezza è dietro l’angolo, del Muro, ma non solo. Perché ritrovi le persone conosciute un anno fa, che da raccontarti hanno delle non-notizie comunque pessime: è successo sì qualcosa di nuovo, per data, luoghi e persone, ma non è nuovo come fatto in sé. Fatti brutti che si ripetono ciclicamente: arresti, morti, requisizioni, ruspe e insediamenti. Dov’è la novità?

palest1Per andare in Giordania, da Betlemme, “basta” percorrere 50 chilometri, più o meno. Dopo aver fatto il visto si devono passare cinque posti di blocco: tre israeliani e due giordani. Al primo (ma agli altri, invero) sei in balia delle guardie: controllano documenti, viaggiatori, macchine. Una risposta maleducata, qualcosa che non gli convince, e la sbarra, se va bene, non si alza per delle ore. Agli uffici doganali è anche peggio. Non per quel che fai, ma per quel che vedi: decine di palestinesi guardati a vista dai militari, mentre te, straniero, te la “cavi” con una mezzora a fare dentro e fuori col passaporto, il visto, i timbri. Gli altri checkpoint, poi, sono fortunatamente pure formalità. All’arrivo in Giordania gli impiegati sono quasi cordiali, sicuramente umani, ed uno di loro sbaglia a mettere un timbro, perso dietro l’accattivante sagoma di una turista russa, con gambe discrete e, soprattutto, spalle scoperte. Tre ore, più o meno, per percorrere 50 chilometri, su strade a 4 corsie in mezzo al niente.

Dov’è la novità?

 

MIRANDOLA: IL PAESE DELLE TRANSENNE – di Jacopo Rossi

«Io quest’altro anno andrò a scuola là». La frase, usuale, fa sorridere. La pronuncia una ragazzina quattordicenne in macchina con te, con una punta d’orgoglio e d’impazienza, felice d’aver quasi finito il ciclo delle medie. Ma se segui il dito, per vedere la scuola, ti viene da piangere. Perché non si tratta del solito istituto, magari un po’ cadente e grigio, ma comunque “istituto”. Si tratta di un capannone e poco più, brutto come i palazzetti dello sport costruiti nelle periferie-dormitorio.

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Testimonianza del “gemellaggio” tra Mirandola e L’Aquila

Ospita, o, a questo punto sarebbe più corretto dire “è”, il liceo classico di Mirandola e circondario. Sì, Mirandola, che undici mesi fa o giù di lì venne devastata da una pioggia di scosse sismiche di indubbia potenza e cattiveria, insieme ad altri paesi vicini, Cavezzo, Medolla, San Felice e confinanti. Mirandola per la quale, dice chi ci vive, si sono attivati prima i cantanti, gli attori, i vip in genere, del governo e di chi avrebbe dovuto. Ma attivati davvero, non a parole o con presunte vicinanze a lutti e cordogli, inutili. Attivati con donazioni vere: soldi, container, casette. Uno ha anche mandato uno stuolo di lavatrici, dopo due giorni che, senza flash e telecamere, si era presentato sui luoghi del disastro, in silenziosa curiosità.

Le promesse del governo si sono rivelate come molte strade del centro: vuote. A undici mesi dalla falange di scosse sismiche, il centro è ancora in evidente rovina. Ci sono le ruspe, i cartelli, ma ci sono soprattutto macerie e detriti, ci sono soprattutto il legno dei puntelli e il ferro delle transenne, ovunque.

Il Castello dei Pico, che rivisse i fasti di un tempo nel 2006 dopo alcuni anni di abbandono, è sprangato, puntellato e pericolante. Il Palazzo Comunale, che troneggia ad un’estremità della Piazza della Costituente è inagibile, circondato da striscioni colorati di protesta e solidarietà. Stessa sorte anche per il Duomo e per la Chiesa di San Francesco d’Assisi (eh no, ‘un gli dice bene al poverello), della quale è rimasta in piedi solo la facciata, come fosse un set cinematografico.

Non è un borgo fantasma, beninteso: è vivo, alcune delle strade sono comunque popolate, qualche saracinesca è alzata. Molti sono però i cartelli di “affittasi” e “vendesi”, anche sulle porte di case ed edifici inagibili «ma è uguale, qui nessuno compra più, ormai».

Sulle impalcature e nei mille cantieri risuonano esclamazioni e imprecazioni in decine di lingue diverse: si alternano con il silenzio che, ai profani, pare spettrale anche alle tre del pomeriggio.

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Il Duomo di Mirandola, un anno dopo il sisma.

Uscendo dal centro, il quadro cambia, in apparenza. Sempre di provincia si tratta: tra le varie frazioni c’è molto verde e poche case, alcune delle quali comunque puntellate o inagibili.

Sembra un circo, o una Festa del’Unità perenne: ci sono i tendoni e gazebo, ormai da mesi, dicono. Ospitano fabbriche, uffici, negozi. Accanto al loro bianco accecante si trova la rigida geometria dei container, disposti in fila, tutti uguali, anonimi. Qualcuno ci vive tuttora da dopo il terremoto.

Altri ci vanno a spedire una raccomandata o a fare la spesa. Sì, perché uno dei più spaziosi, esposto al sole, è diventato un supermercato, visto che quello che c’era, prima, con la cassa, le corsie con i prodotti, le file ed i carrelli è, guarda caso, inagibile.

Spostandosi ancora verso la periferia più distante, si arriva nella zona industriale. O in quel che ne resta. Molte sono le aziende che sono crollate. I capannoni si sono accartocciati sopra gli operai: alcuni ce l’hanno fatta, altri, come il giovane Matteo, del quale restano due striscioni, un mazzo di fiori, una fiaccolata e il ricordo più che commosso, no. Ti fermi di fronte a ciò che rimane di una ditta. Chi ti accompagna no, non scende, non se la sente. Non ci passa dal 29 maggio. E capisci, dopo poco, perché. Lo spettacolo, inteso come un qualcosa che suscita interesse, di tristemente sensazionale. È agghiacciante, post-apocalittico. Qualche pilone è in piedi. Storto forse, ma in piedi. I vetri sono in frantumi. Il soffitto, o forse il pavimento del secondo piano, pende verso il basso in modo pericoloso. I cumuli di macerie sono ovunque. Il poco vento che tira, comunque freddo, agita il nastro biaco e rosso e lo striscione con i nomi di chi, quel giorno, non ha fatto in tempo: Matteo appunto, ma anche Biagio, Giordano e Paolo. Sembra sia crollato tutto ieri, o al massimo ieri l’altro. Invece sono passati undici mesi. E tutto ciò che resta è la memoria e il ricordo. Ma soprattutto, vergognosamente, le macerie, le crepe ed i detriti.

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Un particolare della zona industriale
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Il capannone dove sono morti i quattro operai

INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: orizzonti di pace? – di Filippo Secciani

Il fallimento totale del vertice portò a gravi crisi interne. L’episodio catalizzatore fu fornito dal leader del partito di destra del Likud Ariel Sharon, che annunciò pubblicamente il desiderio di volersi recare in visita al Monte del Tempio, luogo sacro ai musulmani. Questa iniziativa fu intesa come una provocazione, ancor più se a prenderla fosse il responsabile riconosciuto secondo i palestinesi per i massacri del 1982.
Il 28 settembre Sharon entrò nel luogo santo. Per protesta si tenne una manifestazione pacifica dei palestinesi, a cui la polizia israeliana rispose uccidendo quattro persone e ferendone un centinaio. Ebbe iniziò la cosiddetta “Intifada di al-Aqsa”. Ciò che la differenziava dalla prima fu il fatto che le forze di sicurezza palestinesi, che presero parte agli attacchi erano adesso armate; inoltre si moltiplicarono gli attacchi suicidi.
Alla fine del 2008 le vittime totali erano 5.811. Di fronte al precipitare delle violenze Clinton convocò il vertice di Sharm el-Sheikh il 17 settembre 2000, che avrebbe costituito un comitato internazionale per l’accertamento dei fatti.
Il rapporto identificò nella disillusione del prosieguo del processo di pace una delle cause dello scoppio della seconda Intifada. I palestinesi inoltre non tolleravano il numero di insediamenti ebraici costruiti nel corso dagli anni novanta (alla fine del 2000 i coloni presenti nel territorio della Cisgiordania erano circa 190.000), insieme al “furto” delle materie prime tra cui l’acqua.
Gli israeliani denunciarono il problema della sicurezza come la questione più urgente e la perplessità che l’Anp non si impegnasse pienamente contro il terrorismo di Hamas.
Al momento della pubblicazione del rapporto, il panorama politico americano ed israeliano era mutato. In America fu eletto presidente il repubblicano Bush, mentre in Israele il Likud di Sharon ottenne una straordinaria vittoria alle elezioni.
Gli eventi dell’11 settembre hanno mutato per sempre i rapporti tra l’occidente ed il mondo arabo e musulmano. La lotta al “network del terrorismo internazionale” intrapresa dagli Stati Uniti ed i suoi alleati si trasformò ben presto in un conflitto ideologico, come scontro tra concezioni opposte degli ordinamenti umani e sociali: predominanza del modello occidentale oppure di quello islamico. Data la natura della lotta non c’era possibilità di mediazione tra le parti.
Obbligato a coinvolgere i paesi arabi nella lotta al terrorismo contro Al-Qaeda in Afganistan, divenne necessario per Bush trovare una soluzione alla degenerazione del conflitto in Palestina. Data l’importanza che il conflitto israelo-palestinese rivestiva per le sorti della missione, Bush e Blair si dichiararono favorevoli alla costituzione di uno stato palestinese. Ma l’omicidio del ministro del turismo israeliano rischiò di gettare ancora di più la regione nel caos. Il 27 gennaio ci fu il primo attacco suicida da parte di una donna.
Il 29 marzo del 2002 a Ramallah gli israeliani avviarono la missione “Scudo difensivo” la più grande iniziativa militare in Cisgiordania dal 1967, il territorio fu sigillato e Arafat fu letteralmente confinato nel suo quartier generale, la Muqata, nella capitale riconosciuta dell’Anp.
Ovunque divamparono scontri, specialmente a Jenin e Nablus dove Israele riteneva che Hamas avesse i suoi centri logistici e di reclutamento più importanti. La risoluzione di emergenza del Consiglio di Sicurezza numero 1397 per la prima volta si adoperava per “la visione di una regione in cui due stati, Israele e Palestina, vivano uno accanto all’altro con frontiere sicure e riconosciute”.
Ariel Sharon si espresse per la costruzione di uno stato palestinese completamente demilitarizzato che comprendesse il 42% del territorio della Cisgiordania e il 70% di quello di Gaza. Bush contrappose a questo progetto la sua idea di una Road map for peace, elaborata in consesso insieme a Russia, Onu ed Ue; fine delle violenze e conclusione delle negoziazioni non oltre i due anni (2005).
Nel corso della fase I le parti dovevano dichiarare il loro impegno immediato: i palestinesi dovevano rilasciare “una dichiarazione inequivocabile che riaffermi il diritto di Israele ad esistere in pace e in sicurezza ed esiga l’immediato e incondizionato cessate il fuoco per porre fine alla violenza e a qualsiasi azione armata intentata ovunque contro Israele”.
Israele doveva affermare il “proprio impegno per la realizzazione del piano che prevede la creazione di uno stato palestinese indipendente, sovrano e vitale in condizioni di pace e di sicurezza” ed esigesse “la fine immediata della violenza contro i palestinesi ovunque”.
La fase II si basava sulle elezioni palestinesi, a cui sarebbe seguita una conferenza del quartetto per la ripresa economica dei territori sotto il controllo dell’Anp.
La fase III era tesa a raggiungere “una risoluzione finale e permanente nel 2005, riguardante i confini, lo status di Gerusalemme, i profughi, gli insediamenti e, dall’altro, a sostenere qualsiasi progresso verso un accordo complessivo per il Medio Oriente tra Israele e Libano e tra Israele e Siria”.
L’idea americana ed inglese era di legare il processo di pacificazione della Palestina alla sconfitta del regime iracheno. Il piano fu agevolato anche dalla nomina a primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas (noto anche come Abu Mazen); nonostante Abu Mazen confermò il suo impegno a porre fine all’Intifada armata e Sharon sostenne l’importanza della contiguità territoriale per l’Anp , la fiducia tra le due controparti era ancora molto bassa; inoltre Hamas – che insieme alla Jihad islamica aveva rifiutato la firma della Road Map – aveva accresciuto notevolmente il suo potere, specie nella striscia di Gaza, a scapito del vecchio notabilato dell’Olp. Arafat ed il suo carisma era dunque il vero collante che teneva unite le anime palestinesi.
Sharon benché avesse accettato la proposta del piano di pace americano, già nel corso del 2002 aveva iniziato la costruzione di una “barriera di separazione” dislocata per 725 chilometri che divideva la Cisgiordania da Israele, da aggiungersi alla vecchia rete dei checkpoint; l’obiettivo del muro era la riduzione degli attacchi contro lo stato ebraico, raggiunto effettivamente con un drastico calo del 90%.
D’altro canto però la security fence isolava o addirittura inglobava significative porzioni di terre arabe, calcolate tra il 7 e l’11%, colpendo in primo luogo gli aspetti economici e la libera circolazione dei palestinesi (circa mezzo milione di persone).
Ad inizio settembre 2003, Abu Mazen che non godeva di alcuna autonomia di potere si dimise, provocando forte risentimento nel presidente Bush su cui aveva riposto le sue speranze e vedendo in queste dimissioni la mano di Arafat. La nuova nomina di un fido servitore di Arafat confermò la tesi secondo la quale era sempre il vecchio leader dell’Olp a guidare la politica palestinese.
Mentre l’Intifada non aveva alcuna intenzione di diminuire, fu Sharon a prendere l’iniziativa su Gaza (unilateralmente) per superare lo stallo politico che durava ormai da quattro anni e soprattutto per via del determinante problema demografico già segnalato dal partito laburista, dichiarando che avrebbe iniziato il ritiro dai 21 insediamenti ebraici e dei circa 7.500 abitanti. Il piano prevedeva però il rafforzamento del muro di divisione a monito dell’archiviazione della Road Map che non portò a nulla.
Le violenze continuavano. A marzo 2004 un missile uccise lo sceicco Yassin fondatore di Hamas, Arafat peggiorò a tal punto le sue condizioni fisiche che fu costretto ad essere ricoverato a Parigi dove morì l’11 novembre.
Fu riconfermato Abu Mazen alla presidenza dell’Anp con la stragrande vittoria di al-Fatah, ma Hamas boicottò le elezioni, sintomo dell’aumento del risentimento nei confronti dell’Autorità palestinese. Una delle prime azioni intraprese dal neo presidente fu la richiesta dell’attuazione del piano di pace di Bush. L’8 febbraio 2005 Sharon e Abu Mazen si incontrarono in Egitto per proclamare la fine dell’Intifada e delle operazioni militari.
Il 15 agosto la frontiera con Gaza venne chiusa e a settembre furono ritirate le forze armate dalla regione.
Il senso di sicurezza israeliano fu messo nuovamente a dura prova, questa volta dall’esterno. Le elezioni presidenziali iraniane del 2005 segnarono la vittoria del sindaco di Teheran Ahmadinejad che immediatamente lanciò serie minacce contro Israele. L’Iran sciita divenne il punto di riferimento per l’organizzazione Hezbollah in Libano.
La crisi di governo seguita al ritiro da Gaza spinse Sharon alle dimissioni da leader del Likud ed annunciò la formazione di un nuovo partito Kadima (Avanti), un partito laico di centro. Nel nuovo partito confluirono anche Peres e Olmert (l’ex sindaco di Gerusalemme). Kadima definì come obiettivo principale la pace con i palestinesi, senza fare concessioni su Gerusalemme ed i luoghi sacri per gli ebrei.
Nel gennaio 2006 Sharon fu colpito da un attacco celebrale che lo costrinse ad abbandonare la carica di premier, sostituito da Olmert. Nell’Anp si stavano per effettuare le prime elezioni legislative dopo dieci anni. Alle elezioni del 1996 la carica andò ad al-Fatah, ma dopo dieci anni di governo aveva ottenuto ben pochi successi da reclamare di fronte agli elettori palestinesi: la disoccupazione era a livelli record, pessima amministrazione pubblica e clientelismo erano la norma.
Hamas con la lista “Cambiamento e Riforme”, vinse le elezioni con un buon margine di seggi, non solo nella roccaforte Gaza, ma anche in Cisgiordania. Non corrotta dall’esercizio del potere, si era costruita all’interno dei territori una solida reputazione anche grazie ai servizi sociali offerti e alla lotta ad Israele. Lo stato ebraico si dichiarò immediatamente contrario a qualsiasi colloquio con la formazione islamista ed Abu Mazen seppur occupando ancora la carica di presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, si trovava adesso in minoranza nell’Assemblea legislativa.
Imail Hanya fu eletto primo ministro il 29 marzo 2006. Alle dichiarazioni forti contro l’esistenza di Israele la comunità internazionale bloccò l’invio di fondi, insieme all’arresto dell’erogazione di denaro da parte di Israele che gettò i territori in una profonda crisi finanziaria.
In estate l’uccisione ed il rapimento di alcuni soldati israeliani in Galilea spinse il nuovo governo guidato nuovamente da Olmert, ad intervenire nuovamente contro Hezbollah in Libano (operazione Change of Direction).
Il peggioramento della crisi economico-finanziaria a Gaza ed in Cisgiordania aveva accentuato le tensioni tra Fatah e Hamas che culminò con la cacciata di al-Fatah dall’intera striscia di Gaza.
La lotta intestina tra le due formazioni si concluse solamente nel 2007 con la mediazione saudita. Il presidente Abbas ed il primo ministro Haniya concordarono per un governo di utilità nazionale e con la spartizione dei ministeri; inoltre questa spaccatura era ben rappresentata dalla conformazione politica dei territori: Gaza ad Hamas e la Cisgiordania all’Olp.
Il 27 dicembre 2008, in seguito all’intensificarsi di una serie di attentati di Hamas, Israele dette il via all’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. A causa della durezza dell’attacco, moltissime infatti furono le vittime civili, ci fu una vasta reazione internazionale.
L’instabilità politica interna ad Israele ha portato alla caduta del governo di Kadima nel 2009, guidato dall’ex ministro Livni, a cui nuovamente successe la destra di Netanyahu in seguito alle elezioni anticipate. Al voto legislativo del 2013, Netanyahu ottiene nuovamente l’incarico dal presidente della Repubblica Peres di formare il governo, ma l’assenza di una maggioranza e la spaccatura della Knesset in due (60 seggi sia alla destra sia ai laburisti) costringe Netanyahu a inserire nel suo governo l’ex giornalista tv Yair Lapid a capo del neonato partito di centro Yesh Atid. Alla fine il premier riesce a creare una coalizione di governo solamente a metà marzo.
Nuove prospettive di pace attendono Israele e Palestina in seguito al viaggio che il presidente Obama vi ha fatto per la prima volta come presidente.

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Nel 2009 sostenne a il Cairo il discorso programmatico su Islam e Palestina. Ma di quel discorso è rimasto ben poco. In Egitto il sentimento anti americano è cresciuto molto, così come nel resto del mondo islamico. Il conflitto palestinese non sembra essere per Washington la “più importante causa di tensione col mondo islamico”; per la presidenza democratica molto più importante è la soluzione al rischio nucleare iraniano.
Nonostante l’impegno di Obama a “rendere chiaro che per l’America la situazione del popolo palestinese è insostenibile”, che l’America “non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese” e negando ogni legittimità degli insediamenti colonici israeliani, non ha prodotto grandi risultati se non il risentimento del primo ministro israeliano.
Durante la conferenza stampa con Abu Mazen Obama ha dichiarato come “gli Stati Uniti sono favorevoli a una soluzione a due Stati” aggiungendo poi come “I palestinesi hanno diritto a uno Stato indipendente. E l’unica soluzione è un negoziato tra Palestina e Israele. Non possiamo abbandonare la strada della pace”. Nuovamente il tema centrale sono stati gli insediamenti ritenuti “controproducenti” per il processo di pace. Seppur ribadendo il sostegno ad Israele, Obama auspicava un divisione della Palestina in due stati.
La spedizione di Obama è stato dunque un viaggio senza progetti concreti, ma piuttosto un ennesimo auspicio per una spartizione politica dei territori. Inoltre il presidente ancor prima che ai governi si è rivolto ai due popoli, ormai in lotta da troppo tempo e in particolare ai giovani futuri attori della politica per una pacificazione definitiva della questione israelo-palestinese.