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INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: gli accordi di pace – di Filippo Secciani

Come detto, gli accordi che seguirono la guerra del ’73 non portarono ad alcun tipo di beneficio per i palestinesi. Sadat infatti aveva combattuto quella guerra solamente per scopi limitati, il cui processo diplomatico nel corso degli incontri serviva solamente a trovare una sorta di accomodamento con Israele. Per gli Stati Uniti e per il segretario Kissinger, in ottica della diplomazia graduale, era importante stipulare gli accordi di pace tra Israele e il re Hussein di Giordania come base per gli accordi futuri tra Tel Aviv, Siria ed Egitto.
Arafat aveva un compito arduo da svolgere: elaborare e condividere con la comunità internazionale un’azione diplomatica incisiva; a partire dal 1967 si era diffusa in tutto il medio oriente la consapevolezza che la presenza di Israele non potesse più essere ignorata o peggio negata e gli accordi del 1973 confermarono questa linea politica.
Nel caso in cui l’esistenza di Israele fosse stata riconosciuta, i palestinesi si sarebbero trovati confinati all’interno di porzioni di territorio in Cisgiordania e Gaza, come risultato di una tardiva accettazione della spartizione territoriale. Da ciò sarebbero rimasti esclusi i profughi di Giordania e Libano – luoghi di provenienza della maggioranza dei sostenitori di Al-Fatah.
L’anno seguente quindi il Consiglio Nazionale palestinese stabilì che l’Olp potesse esercitare la sua sovranità “su ogni parte della terra palestinese da liberare”. Questo assunto accettata velatamente l’idea di un mini stato palestinese, tuttavia fu presentato alla massa dei profughi solamente come un incipit per la futura liberazione dell’intero territorio della Palestina.
Sempre nel corso del 1974 le iniziative politiche di Arafat portarono al riconoscimento dell’Olp come governo in esilio; questo status fu esposto qualche mese dopo di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite, la quale votò a favore dell’ammissione dell’Anp come osservatore speciale nel suo consesso, ottenendo un forte sostegno dalla comunità di stati africani ed asiatici (gli stati che di recente avevano vissuto il processo di decolonizzazione).
I cambiamenti che in questi anni coinvolsero il partito di Arafat furono strettamente legati agli eventi in Libano. Qui c’era stata una spartizione del potere a partire dal 1943, falsata da un censimento dei francesi del 1932 per dimostrare come la comunità cristiana costituisse la maggioranza.
In questi venti anni la situazione mutò totalmente. I musulmani (sunniti) divennero la maggioranza, con la minoranza degli sciiti sempre più aggressiva.
L’exploit demografico dei seguaci di Alì in Libano, spinse gli sciiti degli altri paesi arabi a migrare in quello stato, occupando la regione sud occidentale del Libano ed alleandosi con i palestinesi dei campi profughi; il Libano divenne così il più grande centro di addestramento per i guerriglieri.
Questo accentramento di potere nelle mani di questi due gruppi fece temere alla formazione cristiano-maronita di perdere i suoi privilegi. L’attentato al fondatore del partito falangista di destra nel 1975 (l’ala estremista dei maroniti) causò una rappresaglia che portò alla morte di numerosi palestinesi che viaggiavano in autobus. Con queste due azioni intimidatorie iniziò la guerra civile libanese.
La partecipazione attiva negli scontri da parte dell’Olp gli fece perdere gran parte dei risultati ottenuti in campo diplomatico, precludendole la presenza al riassetto degli equilibri del medio oriente.
Nel 1976 la Siria intervenne in appoggio dei maroniti, mentre Israele dette il via ad una serie di contatti con la formazione cristiana per combattere l’Olp. Il 1976 fu anche l’anno delle elezioni presidenziali americane che videro la vittoria del democratico Carter. Per risolvere la questione israelo-palestinese optò per un ritorno di Israele ai confini del 1967, con delle zone sotto il controllo Onu che avrebbero garantito la sicurezza delle due popolazioni. Carter andò oltre i suoi predecessori auspicando la creazione di uno stato palestinese che si sarebbe dovuto federare con quello giordano.
Con il presidente israeliano Rabin, preparò una serie di incontri ai quali, nonostante l’opposizione israeliana, avrebbero dovuto partecipare anche i vertici dell’Olp e strinse sinceri rapporti di amicizia con il presidente egiziano Sadat.
Nel 1977 per la prima volta dopo trent’anni in Israele il partito laburista fu sconfitto alle elezioni. Salì al potere il partito di destra Likud capeggiato da Begin e Sharon. Questo partito era erede dell’Irgun, la formazione armata di liberazione di destra che auspicava la formazione del “Grande Israele”.
Se Gaza non rivestiva alcun interesse per loro, la Cisgiordania e soprattutto i territori liberati della Giudea e di Samaria rappresentavano la terra degli antenati, per cui un accordo di spartizione con l’Olp era impossibile. Sotto la presidenza del consiglio di Begin furono intensificati gli insediamenti dei coloni ebraici, facendo irritare Washington.
Segretamente proseguivano tuttavia i colloqui tra il ministro Dayan (laburista in un governo di destra) e la sua controparte araba. Nel corso di uno di questi con l’inviato egiziano Dayan si convinse dell’effettivo desiderio di pace del presidente egiziano, tant’è che nel corso di un’Assemblea del Popolo di fronte a tutto l’Egitto Sadat affermò che sarebbe stato disposto ad andare a Tel Aviv e parlare davanti alla Knesset – il parlamento israeliano. Il 20 novembre del 1977 di fronte ai parlamentari israeliani Sadat sostenne la necessità di abbattere “la barriera psicologica” che fino a quel momento aveva diviso arabi ed israeliani. La pace tuttavia non si sarebbe potuta basare su un accordo tra le due parti, ma doveva necessariamente coinvolgere anche i palestinesi “incluso il loro diritto a costituire un proprio stato”.
L’evento epocale non ebbe effetti pratici, a causa soprattutto di aspirazioni differenti per i due paesi. Sadat voleva una pace per l’intera regione con il ritorno di Israele ai confini del 1967, che includessero anche i palestinesi (queste tesi erano anche appoggiate da gli Stai Uniti); Begin viceversa voleva arrivare ad un accordo bilaterale con l’Egitto che garantisse la sicurezza del popolo ebraico, senza però fare concessioni sulla Cisgiordania.
Senza apparenti sviluppi e con una serie di devastanti attentati e rappresaglie a luglio Carter invitò i due presidenti negli Stati Uniti.
Il vertice di Camp David ebbe luogo dal 5 al 17 settembre 1978. Si trattò di un tentativo per non far naufragare l’apertura che Sadat aveva fatto nei confronti di Israele. Begin si presentò a questo vertice in una posizione di forza, il suo unico interesse era ottenere la pace con l’Egitto senza perdere nulla di vitale in Cisgiordania e Gaza. Sadat era in una posizione di svantaggio perché non poteva far ritorno a casa senza aver ottenuto un risultato che giustificasse i suoi sforzi: pur avendo bene a mente la situazione palestinese, sarebbe stato disposto anche ad accettare un trattato di pace bilaterale che garantisse la totale evacuazione israeliana dal Sinai.
Alla fine dei dodici giorni si giunse ad un accordo quadro – il cui trattato sarebbe dovuto essere firmato entro tre mesi – per cui le relazioni tra i due paesi sarebbero state normalizzate, Israele avrebbe abbandonato il Sinai; per quanto riguarda il medio oriente in generale si sarebbero dovuti trovare “degli accordi transitori per la Cisgiordania e Gaza entro un periodo non superiore a cinque anni. Al fine di prevedere una piena autonomia degli abitanti”, quando verrà trovata una forma di governo autonoma ed indipendente per i palestinesi gli israeliani si sarebbero potuti ritirare dai territori.
Per i palestinesi dei territori Camp David fu il tradimento del loro alleato più forte, condannandoloi all’occupazione militare permanente. A queste proteste si unì in coro l’intera popolazione araba.
Nel 1979 gli accordi di pace bilaterale furono messi nero su bianco, per Israele fu un grande successo. Adesso era in pace con il suo nemico più pericoloso. Sadat verrà assassinato nel 1981 da un gruppo di generali a lui ostili, ma la pace tra i due stati non fu più messa in discussione.
Gli anni ottanta videro l’elezione del repubblicano Reagan, ma soprattutto un maggiore dinamismo militare di Tel Aviv. Fu firmato un accordo di cooperazione strategica con Washington, a giugno jet israeliani bombardarono il reattore nucleare che l’Iraq stava costruendo e furono occupate le alture del Golan. Ma questa data fu importante perché fece da preludio all’invasione del sud del Libano. La motivazione fu l’instabilità dei confini, da cui i palestinesi lanciavano missili contro le città israeliane.
Con la smobilitazione nel 1982 dal Sinai delle forze armate israeliane, la comunità internazionale vide un’apertura per le concessioni verso Gaza e Cisgiordania.
In questo contesto internazionale Begin iniziò ad aumentare la pressione nei confronti del Libano per una rapida ed efficace soluzione agli attacchi palestinesi. Israele riteneva anche che la sconfitta del’Olp nel paese dei cedri avrebbe reso le aspirazioni dei palestinesi in Cisgiordania più ridimensionate. Più in grande Israele ritenne che la campagna in Libano avrebbe permesso l’instaurazione di un regime vicino a Israele che avrebbe firmato un trattato di pace. Questo ruolo era secondo Begin adatto alla figura del leader della Falange.
Il caos scoppiò in seguito all’attentato all’ambasciatore israeliano a Londra per mano di un gruppo palestinese ostile ad Arafat.
Il 6 giugno Israele invase il Libano dando il via all’operazione “Pace in Galilea”. Scopo dichiarato era la creazione di una zona di sicurezza di quaranta chilometri, ma ben presto si intuì che i progetti erano ben altri. Il 13 giugno l’esercito israeliano controllava le vie di accesso a Beirut ovest. La minaccia di invasione della città dove vivevano circa cinquecentomila persone e seimila guerriglieri dell’Olp, spinse la comunità mondiale ad intervenire. A ciò va aggiunto anche il venir meno del sostegno dell’opinione pubblica all’iniziativa israeliana ed il crescente malumore tra le fila dell’esercito, spinsero Begin ed Arafat a richiedere una forza multinazionale. I guerriglieri dell’Olp furono fatti evacuare in Yemen e in Siria.
Per Israele si trattò di una sconfitta. Per l’Olp fu un motivo di orgoglio. Numericamente inferiori e meno armati riuscirono ad infliggere serie perdite agli israeliani e a costringere Israele a chiamare in causa il contingente internazionale.
In seguito all’uccisione del leader falangista Gemayel, guida del futuro stato alleato di Israele, Begin – in violazione delle garanzie data a Reagan – iniziò l’occupazione di Beirut ovest.
La follia tattica e “umana” dei generali israeliani fu di aver permesso ai falangisti di entrare in città al loro fianco e di averli incaricati di individuare e catturare i terroristi nascosti nei campo profughi palestinesi di Sabra e Shatila.
La sera del 16 settembre del 1982 la Falange entrò nei campi e per due giorni dette il via ad un massacro di cui ancora oggi non conosciamo i numeri conprecisione. Con questo massacro sulle spalle lentamente Israele iniziò il ritiro da Beirut. Tornati in patria il ministro della difesa Sharon fu invitato a dimettersi, al suo rifiuto Begin lo destituì; nel settembre del 1983 sconvolto per la morte della moglie, in depressione e non di meno responsabile per i massacri anche Menachem Begin si dimise.
La forza multinazionale fu presto vittima di attentati ed attacchi suicidi che spinse dapprima il presidente Reagan (con le elezioni alle porte) a chiedere il ritiro dei marines nel 1984, seguito poi dalle forze francesi, italiane e inglesi.
La sventurata invasione in Libano favorì la costituzione di un movimento marcatamente islamico di nome Hezbollah (partito di Dio) di orientamento sciita che avrebbe causato non pochi affanni a Israele da quel momento in poi, il cui pugno di ferro provocò null’altro che un aumento degli attentati suicidi. A partire dal 1985 iniziò il ripiegamento di Israele dal Libano.
Nei due anni successivi proseguirono senza successo una serie di incontri che enfatizzarono come la diplomazia internazionale non fosse in grado di trovare un compromesso per le parti.
Dal 1967 al 1987 successe una cosa fondamentale per il futuro della questione palestinese: in Cisgiordania e a Gaza era nata una generazione di arabi che aveva conosciuto solo l’occupazione con tutte le sue conseguenze. Questi giovani non facevano più affidamento ai vicini arabi per la loro sorte, ma si schierarono con l’Olp. Nacquero associazioni, comunità con l’obiettivo di ricostruire la società palestinese dalle sue fondamenta. Cosa ancor più importante questa nuova generazione non temeva più Israele. Dal canto suo Israele mirava al rafforzamento della presenza ebraica in modo tale da rendere i territori legati al resto del paese. Al 1987 erano 70.000 gli israeliani insediati in Cisgiordania e 2000 a Gaza.
L’Intifada scoppiò l’8 dicembre del 1987 improvvisamente. Fu scatenata dall’incidente tra un veicolo dell’esercito israeliano con un camion di palestinesi, causando la morte di quattro operai. Ai funerali dei quattro si scatenarono i primi tumulti, a cui l’esercito rispose aprendo il fuoco sui campi profughi. Da lì le agitazioni si estesero a tutta la striscia e poi anche in Cisgiordania: le forze di difesa israeliane si resero ben presto conto che non si trattava delle solite proteste del passato e non erano abituate ad affrontarle.
Al lancio di sassi i soldati risposero con i proiettili e le immagini che tutto il mondo vide danneggiarono non poco l’immagine di Israele di fronte all’opinione pubblica.
Nel corso del primo anno dell’Intifada nacque un movimento antagonista dell’Olp, Hamas il Movimento di Resistenza Islamico; fondato dallo sceicco Yassin si ispirava ai Fratelli Musulmani (sunniti), aveva tra i suoi scopi dichiarati la creazione di uno stato islamico in Palestina.
A causa dell’elevato numero di vittime e delle pressioni dell’opinione pubblica, si spinse per una soluzione diplomatica cui diede notevole impulso re Hussein recidendo ogni legame che legava il suo regno alla Cisgiordania; questa decisione di fatto consegnò nelle mani dell’Olp il destino dell’intera West Bank.
Durante la conferenza del Consiglio Nazionale dell’Olp si proclamò la nascita di uno stato “sui territori palestinesi”, rigettando il ricorso al terrorismo contro “l’integrità territoriale degli altri stati”. Seppur fosse una dichiarazione simbolica e seppure non fosse ciò che Usa e Israele si aspettavano fu comunque la prima presa di posizione ufficiale da parte dell’Olp per una spartizione delle terre.
Questi buoni propositi di Arafat furono smentiti allorquando fu decisa l’invasione dell’Iraq nel corso dell’operazione “Desert Storm” nel 1991, l’Olp sparò una serie di missili in direzione di Israele, sperando in una sua reazione che avrebbe di fatto rotto l’alleanza multiforze composta anche da Arabia Saudita, Siria ed Egitto.
Le scelte sbagliate (bombardamento di Israele e pieno sostegno a Saddam Hussein) marginalizzarono Arafat, incidendo sulle sue capacità di giudizio di fronte all’opinione pubblica mondiale, la rottura dei suoi legami con gli Usa e non di meno la perdita di numerosi sostenitori tra gli stessi arabi, come ad esempio l’Arabia Saudita.
Nel frattempo l’Intifada proseguiva lasciando sul campo intorno al migliaio di vittime; inoltre con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine del divieto per gli ebrei di abbandonare il territorio russo si riversarono in Israele qualcosa come 370.000 immigrati; a questa invasione il governo israeliano rispose con l’ampliamento del programma di costruzione degli insediamenti in Cisgiordania. Gli scontri si intensificarono e il problema demografico da una parte e da quell’altra stava diventando serio; il presidente americano Bush Sr. convocò a Madrid una conferenza di pace congiunta con i sovietici.
Al tavolo si sedettero gli israeliani insieme ai nemici storici siriani, egiziani e libanesi. Il nodo fondamentale era il ruolo che avrebbero dovuto assumere i palestinesi all’interno della conferenza: fu optato per una delegazione mista giordana e palestinese i cui membri sarebbero dovuti provenire esclusivamente dai territori e non dovessero aver avuto rapporti con l’Olp. Come ampiamente previsto dalle parti la conferenza non portò a niente.
La conclusione delle guerra fredda segnò per la questione arabo-israeliana il vero punto di svolta: gli ebrei si resero conto di non poter più fare affidamento sulla sua posizione strategica per fare pressione su Washington, mentre la caduta dell’Urss danneggiò profondamente gli arabi (la Siria in primis). Serviva dunque un nuovo modo di pensare. In Israele fu nominato premier il laburista Rabin che aveva come programma politico la pace, mentre in America il democratico Clinton. Nei territori si guardava con preoccupazione all’aumento di influenza della Jihad islamica e la perdita di feeling di Arafat sul popolo palestinese.
Non sorprende dunque che da tempo fossero in corso dei colloqui segreti tra l’Olp ed inviati israeliani: al centro c’era l’autogoverno palestinese in Cisgiordania e Gaza, il futuro dei profughi, il problema della sicurezza, la questione di Gerusalemme ed infine il riconoscimento reciproco. Per Israele si trattava inoltre di riconoscere nell’Olp l’unico interlocutore con cui trovare accordi, per l’Olp era necessario il rilancio politico per non rischiare di venire soverchiati dal radicalismo di Hamas.
Senza terra non c’era possibilità di accordo. Israele sarebbe stato ben disponibile ad abbandonare Gaza, su cui fin da subito aveva mostrato ben poco interesse, ma il problema si sarebbe manifestato al momento della questione della Cisgiordania, territorio ne quale erano presenti numerosi insediamenti con un numero di abitanti di circa 136.000 persone. Il compromesso fu raggiunto includendo nella cessione di Gaza anche la città di Gerico in Cisgiordania, mentre rimanevano sotto il controllo israeliano gli insediamenti dei coloni. Da questo accordo si sarebbero create le basi per futuri negoziati.
Seguì infatti una lunga serie di incontri a Oslo e di scambi di lettere tra i due leader patrocinati dal governo norvegese, nei quali Arafat si impegnava a garantire “il diritto dello stato di Israele a esistere nella pace e nella sicurezza” e la rinuncia “al ricorso al terrorismo e agli altri atti di violenza”. Rabin assicurò che “il governo di Israele aveva deciso di riconoscere l’Olp come il rappresentante del popolo palestinese”. Il 13 settembre 1993 a Washington venne ufficialmente firmato l’accordo negoziato precedentemente a Oslo. Israele si impegnava a ritirare le forze armate da ampi settori della striscia di Gaza e da alcune parti della Cisgiordania, riconoscendo il diritto di autogoverno alla popolazione residente in quelle aree.
Dall’accordo furono volutamente omesse le questioni riguardanti Gerusalemme, profughi e il destino degli insediamenti ebraici.
Gaza e Cisgiordania furono divise in tre zone: la prima era sotto il pieno controllo palestinese, la seconda sotto un controllo unificato palestinese (civile) e israeliano (sicurezza), una terza sotto il pieno controllo israeliano.
Accordatisi tra loro i due dovevano far accettare l’accordo alla società civile ampiamente ostile a Oslo e Washington: Arafat doveva annunciare la rinuncia di far nascere uno stato palestinese unificato, Rabin doveva garantirsi una maggioranza parlamentare che approvasse l’accordo, con la forte opposizione del Likud.
Hamas per fare naufragare gli accordi iniziò una lunga e feroce campagna di attentati contro i civili israeliani, mentre una minoranza di militanti ebrei iniziò una campagna di delegittimazione verso il governo che culminò con l’omicidio di 29 arabi a Hebron (25 febbraio 1994). Nel maggio dello stesso anno Rabin ed Arafat si recarono a Il Cairo per siglare l’accordo sull’autonomia di Gaza e Gerico; a Ramallah fu insediato il nuovo quartier generale del nuovo governo palestinese. Ad ottobre Israele e Giordania firmarono il trattato di pace che segnò la fine delle ostilità dopo più di cinquanta anni e garantì a Gerusalemme la sicurezza del suo confine ad ovest.
Il continuo susseguirsi di attentati aggravarono la posizione dell’Autorità palestinese, da una parte arrestò i miliziani islamici ispiratori degli attacchi dall’altro si trovò a gestire il problema delle misure di sicurezza al confine imposte ai lavoratori palestinesi diretti in Israele a lavorare; mentre in Israele il governo rischiava ogni giorno di perdere la sua risicata maggioranza rischiando di mandare in fumo i progressi fatti fino a quel momento.
In questo clima fu firmato l’accordo conosciuto come Oslo II che assicurava l’autogoverno ai palestinesi a Betlemme, Hebron, Jenin, Nablus, Ramallah e altri luoghi.
“Lo spirito di Oslo” incombeva sugli abitanti degli insediamenti ebraici nei territori arabi, la tensione tra la forza nazionalista favorevole all’occupazione della Cisgiordania e la parte moderata rappresentata dal governo raggiunse il suo punto di non ritorno il 4 novembre del 1995 al termine di una manifestazione pacifista a Tel Aviv, quando il primo ministro Rabin fu assassinato da un esponente dell’estrema destra ebraica, manifestando in tutta la sua drammaticità la frattura che viveva Israele al suo interno, dove una minoranza aveva la sua enclave politica negli insediamenti ed era pronta a tutto per impedire le trasformazioni che stavano avvenendo.
L’incremento del numero degli attentati spinsero l’elettorato a votare per il Likud rappresentato da Netanyahu, che fece della sicurezza il perno del suo governo. Il nuovo premier sottoscrisse un accordo con il quale Israele abbandonava l’80% della città di Hebron (anche grazie all’appoggio dei laburisti). Nel 1998 seguirono altri accordi che seguendo l’input di Oslo II consegnarono al controllo palestinese il 13% dei Territori.
L’Olp in dicembre abrogò dalla sua Carta i paragrafi relativi alla distruzione di Israele. Le dure reazioni che provocarono sia da parte dei membri dello stesso governo di Netanyahu, sia gli attacchi di Hamas spinsero il premier a dimettersi ed indire nuove elezioni, vinte dal laburista Barak.
La presidenza laburista (prima del declino inarrestabile del partito) si concentrò sul problema demografico, poiché la crescita della popolazione araba in Cisgiordania e Gaza avrebbero pregiudicato in prospettiva la persistenza di una maggioranza ebraica.
La separazione divenne una necessità e un’accordo interregionale anche. Nei primi anni del 2000 i colloqui con la Siria erano già naufragati, mentre il Libano del sud era tornato ad essere una minaccia per via delle ostilità riprese da Hezbollah, tuttavia il ritiro da questi territori era chiesto da più parti ed il governo si adoperò ad un ripiegamento entro i propri confini, lasciando a presidiare i confini l’esercito del Libano del sud, il quale si sfaldò ben presto lasciando ad Hezbollah (ipoteticamente) campo libero per il lancio di missili. Agli occhi dei palestinesi sembrò che gli attacchi prolungati potevano fiaccare Israele.
L’amministrazione Clinton prossima alla scadenza del mandato cercò alacremente di trovare una soluzione definitiva alla questione.
Gli accordi di Camp David tenutisi nel mese di luglio del 2000 andarono in questo senso e gli israeliani si presentarono con una proposta di quanto “più generoso” fossero in grado di offrire: il 92% della Cisgiordania, la possibilità di costruire la loro capitale vicino a Gerusalemme, il ritorno dei profughi nei territori. Arafat nonostante le pressioni provenienti dall’occidente e dal mondo arabo decise di rifiutare l’accordo.
Gli eventi drammatici che seguirono gli accordi hanno indotto a vedere gli incontri di Camp David come una delle più grandi occasioni mancate per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese.araf

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INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: LA STAGIONE DEI CONFLITTI – di Filippo Secciani

La coalizione di stati arabi che intervenne in Palestina all’indomani della dichiarazione di indipendenza fu assai approssimativo e disorganizzato. Furono sei gli stati membri che dettero vita alla Lega Araba – Libano, Siria, Arabia Saudita, Egitto, Iraq e Giordania. I maggiori problemi per gli israeliani si ebbero contro gli egiziani e i giordani le cui armate erano guidate da ufficiali inglesi, gli altri quattro eserciti fecero ben poco per rivendicare i diritti dei palestinesi.
Gli israeliani dovettero fare i conti con la maggior potenza di fuoco degli alleati e la forza aerea, insieme alla conformazione geografica del territorio che rendeva molto difficile predisporre una efficace difesa in profondità. Di contro le forze egiziane e giordane erano perlopiù forze di polizia con un grado di addestramento piuttosto approssimativo e dall’assenza di un comando interforze unificato.
E’ per questa ragione che il cessate il fuoco (11 giugno) fu accolto con sollievo da entrambe le parti. Gli arabi avevano il controllo di Gerusalemme, avevano sconfitto gli israeliani nel Negev ed erano arrivati a pochi chilometri dalla costa mediterranea.
Gli israeliani erano riusciti a resistere però la mancanza di carri armati, artiglieria e soprattutto di aerei era una gap strategico cui dovevano provvedere. Il cessate il fuoco durò fino all’8 luglio quando ripreso gli scontri che videro le forze israeliane passare immediatamente in vantaggio riuscendo ad occupare importanti aree strategiche, soprattutto in Galilea. Fu sancita una nuova tregua che permise agli inviati dell’Onu di lavorare ad un trattato di pace duraturo; le proposte delle Nazioni Unite prevedevano che Israele mantenesse la Galilea, ma che abbandonasse il Negev e restituisse le città occupate ai palestinesi, a cui avrebbe fatto seguito il ritorno degli abitanti scacciati. Gerusalemme ancora una volta sarebbe stata posta sotto mandato internazionale. Tuttavia l’inviato dell’Onu, il diplomatico svedese Bernadotte, fu assassinato dai membri delle forze paramilitari israeliane, che miravano al controllo di Gerusalemme e all’occupazione del Negev (quest’ultima opzione appoggiata dallo stesso governo israeliano) per cui il 15 ottobre Israele riprese i combattimenti e forte dei suoi rifornimenti di aerei e pezzi di artiglieria provenienti dalla Cecoslovacchia e dal fatto che oramai l’Egitto stava combattendo da sola, potè tranquillamente occupare il Negev ad eccezione di una porzione d territorio che in futuro divenne nota come la “striscia di Gaza”. Il conflitto terminò con l’intervento di mediazione degli Stati Uniti dopo che i caccia israeliani abbatterono cinque aerei inglesi diretti a rifornire gli egiziani.
L’accordo con l’Egitto fu firmato il 24 febbraio 1949. Si trattò di un’armistizio in prospettiva di futuri accordi di pace, per cui i “confini” usciti da questo incontro non hanno valore politico territoriale e non sono definitivi per gli accordi di pace. Tuttavia finirono per essere accettati come i confini dello stato.
Dopo il conflitto, ma soprattutto dopo le elezioni amministrative in Usa, Truman riconobbe de jure il nuovo stato, fornendo aiuti economici. Ad Israele nel 1950 fu infine concesso un seggio alle Nazioni Unite.
Dal conflitto Israele uscì certamente rafforzata grazie alle concessioni ottenute con l’armistizio: la Galilea e Gerusalemme est, insieme ad un corridoio terrestre che collegava la città alla costa. Come detto Israele firmò un armistizio con gli stati con cui entrò in guerra e questo da un lato segnò la precarietà dei confini – si trattava di linee di demarcazione temporanee perché non garantite da un trattato – ed in secondo luogo formalmente i paesi erano ancora belligeranti. Questa situazione costrinse gli israeliani a vivere continuamente in uno stato di precarietà, con gli insediamenti pericolosamente vicini ai suoi nemici. Nel frattempo in Unione Sovietica Stalin divenne ostile al nuovo stato ed impedì l’afflusso di nuovi migranti diretti verso Israele.
Uno dei maggiori problemi interni che il nuovo stato dovette affrontare fu la composizione etnica della sua popolazione: nonostante tutti professassero la stessa fede religiosa, totalmente differenti erano le aspettative e gli interessi degli ebrei provenienti dal medio oriente rispetto a quelli provenienti dall’Urss o dagli ebrei europei.
A ciò va aggiunto che in Israele sono pressoché assenti risorse primarie degne di nota, era un paese appena uscito da un conflitto che ha bisogno di far ripartire l’economia, dare una casa ad i nuovi migranti arrivati e aveva bisogno di petrolio per fare tutto questo. Basi di partenza erano la coltivazione di agrumi ben consolidata e quella cotoniera ereditate dal passato coloniale inglese.
La crescita demografica ed un’industria esclusivamente agricola spinsero Israele alla ricerca della materia prima per eccellenza: l’acqua.
Tutti questi problemi potevano essere affrontati solamente con l’aiuto esterno. Attraverso la American Export-Import Bank il governo americano concesse un prestito di 35 milioni di dollari destinato all’agricoltura ed uno da 55 per lo sviluppo dei trasporti, delle comunicazioni, edilizia e l’industria. Lo stato disastroso delle finanze israeliane costrinsero il governo a supplicare Washington di non pagare i loro debiti e nominare un esperto di finanza per ordinare il caos in cui giaceva l’economia israeliana.
In questo totale caos un aiuto fondamentale arrivò da chi non si sarebbero mai aspettati. Nel corso del 1951 Israele intavolò contatti segreti con la Repubblica Federale Tedesca presieduta da Adenauer, il quale ben consapevole del bisogno della Germania di riabilitarsi agli occhi della comunità internazionale concesse in settembre il pagamento delle riparazioni per il popolo ebraico. Che avvenne un anno dopo con la firma in Lussemburgo con la firma del trattato di riparazione (contemporaneamente all’annuncio da parte di Israele del suo crollo finanziario). L’accordo prevedeva il pagamento fino al 1966 di tre mila milioni di marchi verso Israele, per lo più sotto forma di beni ed attrezzature. Questi aiuti permisero la ripresa economica del paese.
La situazione per i palestinesi dopo il conflitto appariva drammatica: società civile distrutta e attese politiche annientate, in Israele rimasero circa centocinquanta mila ebrei per lo più al nord – Nazareth e Umm. Gaza rimaneva sotto il controllo egiziano e la sua popolazione aumentò notevolmente con l’arrivo dei rifugiati palestinesi. Nel 1950 furono indette le elezioni politiche in Transgiordania e Cisgiordania. I territori furono unificati sotto un unico regno di Giordania con il re Abdullah a capo dello stato (ma venne assassinato alcuni mesi dopo la sua nomina).
In Egitto, in cui regnava ancora forte il senso di offesa e umiliazione per la sconfitta, emerse la figura di Gamal Abdul Nasser. Insieme ad altri ufficiali delle forze armate egiziane costituì il movimento dei Liberi Ufficiali il cui scopo era il rovesciamento del regime di Faruq. Nel luglio del 1952 gli ufficiali attuarono il loro putsch e nel 1954 Nasser fu nominato presidente.
Ben presto ripresero anche le tensioni tra Israele ed i suoi vicini, ma questa volta lo stato ebraico rischiava di perdere il suo prezioso alleato nordamericano. Questo a causa di una serie di iniziative politiche prese da Israele come la decisione di spostare il parlamento a Gerusalemme (a cui gli Usa risposero mantenendo l’ambasciata a Tel Aviv) e la questione dei rifugiati palestinesi. Con la vittoria presidenziale del repubblicano Eisenhower ed il suo segretario di stato Foster Dulles i rapporti si raffreddarono ancora di più. Toccando la punta più bassa nel 1953 quando gli israeliani iniziarono i lavori per deviare il corso del fiume Giordano nel territorio siriano smilitarizzato, Dulles irritato ordinò la sospensione degli aiuti economici.
Questo deteriorarsi delle relazioni giunse, come detto, in un momento in cui le tensioni con i vicini arabi si facevano più intense. Gli accordi armistiziali infatti rappresentarono le conquiste militari ottenute sul campo, senza però considerare i diritti di proprietà dei coltivatori arabi, i quali si videro costretti ogni volta ad “invadere” il territorio israeliano per recuperare i prodotti della loro terra.
Gli israeliani risposero a queste infiltrazioni uccidendo gli arabi, i quali a loro volta si armarono e risposero alle uccisioni.
La crisi scoppiò il 13 ottobre 1953 quando fu assalito un villaggio di confine ed uccisa una madre israeliana con i suoi figli, la rappresaglia fu un bombardamento aereo contro un villaggio giordano al confine con Israele causando la morte di 69 persone.
Nel frattempo a sud dei confini, Nasser stava diventando un vero leader per il suo paese dopo che ottenne il ritiro inglese dalle basi vicino al canale di Suez (1954) e riuscendo ad instaurare un rapporto di amicizia con Washington. Questo rafforzamento della minaccia egiziana spinse Israele a compiere un’azione avventata: per destabilizzare il paese e spingere gli Stati Uniti ad intervenire un commando dei servizi segreti israeliani compì una serie di attentati dinamitardi contro le sedi governative americane del Cairo e di Alessandria. Quando gli agenti furono arrestati e la notizia arrivò al presidente i rapporti israelo-americani subirono una pesante battuta d’arresto.
Per recuperare credito agli occhi della comunità internazionale e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti fu richiesto a Ben Gurion di riprendere in mano il paese, dopo che si ritirò a vita privata nel Negev. Come neo ministro della difesa nel 1955 indirizzò il suo sguardo verso Gaza da cui provennero una serie di attacchi da parte dei combattenti palestinesi. Il raid israeliano fu una vera e propria azione di guerra. Ma la reazione statunitense non fu quella sperata, Eisenhower e Dulles infatti si unirono al coro di biasimo internazionale per l’attacco israeliano che costò la vita a 38 militari egiziani. L’obiettivo per Israele fu compiuto: colpire intenzionalmente l’Egitto per provocare una sua reazione. In Egitto Nasser che non aveva in mente di essere considerato una marionetta intraprese una serie di iniziative volte a ridare lustro all’esercito egiziano: in primo luogo a causa della lentezza da parte da parte anglo-americana per l’ammodernamento delle sue forze armate, iniziò a cercare altri finanziatori; inoltre quando iniziarono nel 1955 gli accordi di pace tra i due paesi, voluti dalla Gran Bretagna per stabilizzare la regione, sia Ben Gurion che Nasser non erano disposti a concedere nulla all’altro. Infine la decisione egiziana di partecipare alla conferenza di Bandung nel marzo del 1955 dei paesi Non Allineati, dove parteciparono anche i comunisti cinesi con cui Dulles stava per interrompere i rapporti diplomatici, segnò il deterioramento dei rapporti con gli Usa. Alla conferenza usò Zhou Enlai come tramite per ottenere armi e armamenti dall’Unione Sovietica; nonostante le opposizioni americane Nasser annunciò di aver firmato un accordo con la Cecoslovacchia.
Ovviamente Israele si sentì immediatamente minacciato da questo accordo. Per cui i tentativi americani per una pacificazione tra i due stati non poterono che naufragare e le relazioni tra israeliani ed egiziani continuarono a peggiorare nel corso del tempo. Alle incursioni palestinesi seguirono i raid israeliani. Gli egiziani rispondevano ai raid vietando alle navi dirette in Israele il passaggio per il canale di Suez. Fu proprio per il canale che scoppiò un nuovo conflitto.
La Francia mal sopportava Nasser per il suo sostegno alla causa indipendentista algerina, che considerava a pieno titolo territorio francese per il consistente numero di cittadini che vi risiedevano – più di un milione di Pieds-noirs. Inoltre a Parigi ancora bruciava la sconfitta subita contro la Germania e l’occupazione del suo territorio nel 1940, insieme alla recentissima perdita dell’Indocina. Per cui il governo francese avrebbe partecipato ad un attacco contro il presidente egiziano. Per garantirsi il successo rifornì l’aviazione israeliana di un centinaio di caccia e altrettanti carri armati. A Francia e Israele si unì anche la Gran Bretagna, la quale stava lentamente perdendo prestigio e influenza nella regione e quindi cercava un modo di arrestare il nazionalismo arabo.
La crisi di Suez non fu provocata da uno di questi tre paesi, ma bensì dagli Stati Uniti. Ormai consapevoli della politica anti occidentale di Nasser, impedirono che la Banca Mondiale concedesse il prestito per la costruzione della diga di Assuan (per regolare le acque del Nilo) fortemente dal presidente Nasser. Dulles si oppose e il prestito non venne erogato. Per l’Egitto fu un umiliazione bruciante perché espose al pubblico mondiale le difficoltà economiche egiziane.
Per risollevare l’orgoglio nazionale (ed il suo) il 26 luglio 1956 nel corso di un discorso tenuto ad Alessandria annunciò la nazionalizzazione del canale di Suez fino a quel momento gestito da una compagnia anglo-francese.
I francesi avevano adesso il pretesto per colpire la causa dei loro problemi in Algeria e l’Inghilterra con il suo premier Eden poté giustificare l’intervento come per debellare una minaccia agli interessi inglesi nella regione. Mentre la missione prendeva vita, aumentavano anche i malumori del presidente Eisenhower e del segretario di stato, i quali preferivano l’azione diplomatica allo scontro armato.
Il terzetto proseguì nel suo cammino, insensibile agli “inviti” di Usa ed Unione Sovietica per una soluzione pacifica. Il piano prevedeva che Israele avrebbe attaccato le forze egiziane nel Sinai, mentre gli anglo-francesi avrebbero occupato il canale. L’errore gravissimo di questo piano fu l’omissione di considerare la reazione americana alla missione; infatti dopo l’attacco israeliano e l’invio di paracadutisti inglesi e francesi il 5 novembre del 1956, l’America iniziò ad alzare la voce, facendo pressioni economiche nei confronti degli attaccanti, insieme al veto che il ministro delle finanze americane avrebbe posto nella riunione del FMI per sostenere la sterlina ed evitare il tracollo finanziario inglese. Questo obbligò la Gran Bretagna ad interrompere le ostilità.
Le conseguenze politiche per la Francia e la Gran Bretagna nella regione furono devastanti, il maggior alleato arabo inglese subì una rivoluzione civile che portò al potere i colonnelli, la Francia stava lentamente perdendo il controllo dell’intera Algeria. Gli Stati Uniti al contrario videro aumentare notevolmente la loro sfera di influenza in medio oriente.
Il ministro degli esteri israeliano Golda Meir fece sapere che avrebbe iniziato il ritiro dai territori occupati a partire dal primo marzo 1957. Ogni interferenza in futuro da parte dell’Egitto per il passaggio delle navi dallo stretto di Tirane e dal canale di Suez sarebbe stata considerata un’azione di guerra. Per gli israeliani furono due le lezioni che trassero da questo conflitto: il primo era la necessità di ampliare la flotta aerea (che contribuì a vincere questo conflitto e soprattutto il successivo), la seconda di carattere diplomatico insegnò agli israeliani come le vecchie potenze europee subissero un lento declino a scapito della forza americana, per cui era necessario ricorrere all’apparato di pressione israeliano presente a Washington.
Nasser riuscì ad uscire vincitore dal conflitto, la sua rivoluzione nazionale fu seguita nel 1958 in Iraq e rischiò di coinvolgere anche il Libano e la Giordania. Fu anche l’artefice per la nascita della Repubblica Araba Unita tra Siria ed Egitto. Il periodo dorato del governo di Nasser durò molto poco perché il nuovo regime instauratosi in Ira si rivelò essere ben presto in forte opposizione a quello egiziano, mentre la Rau durò bene poco per via delle forti opposizioni siriane.
I palestinesi furono vittime dei grandi giochi. Nuovamente le loro richieste non furono prese in considerazione dalle parti in conflitto. Sembrava che venissero confermati i timori che dal 1949 avevano preso piede nelle menti dei palestinesi per cui i paesi arabi non fossero interessati alo loro destino. Per questa ragione nel biennio 1957-1958 alcuni palestinesi iniziarono ad organizzarsi per dar voce alle loro aspirazioni; tra loro spiccò la figura di Yasser Arafat. Nel 1959 nacque il movimento di Al-Fatah. Il risveglio politico palestinese arrivò molto lentamente solo dopo dieci anni dai fatti del 1948.
Nuovamente l’acqua fu al centro di una nuova crisi nel territorio. Nel 1963 Israele conclusero il progetto per indirizzare le acque del Giordano verso il deserto del Negev, suscitando le forti proteste palestinesi ed arabe. Nasser consapevole di non poter essere in grado di affrontare militarmente gli israeliani si adoperò affinché per una conferenza di pace in cui si decise di creare una organizzazione politica dei palestinesi. Prese il nome di Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina), stabilendo le sue attività nella Carta Nazionale Palestinese.
Almeno inizialmente l’Olp non fu in grado di rappresentare gli interessi palestinesi perché non c’era interessa da parte delle forze arabe che l’organizzazione agisse in maniera indipendente. Nonostante questa menomazione l’Olp ebbe anche il merito di dar vita all’Esercito per la Liberazione della Palestina.
Arafat riteneva che per superare questo immobilismo fosse necessario intensificare gli attacchi contro Israele, spingendolo ad una controffensiva che inevitabilmente avrebbe causato l’intervento delle forze arabe limitrofe. L’iniziativa di Arafat fu accelerata dalla rivalità tra Siria ed Egitto che si intensificò ancora di più dopo il colpo di stato che portò al potere in Siria il partito Ba’ath guidato da Hafiz al-Assad (padre dell’attuale presidente siriano), che si dichiarò da subito pronto a sostenere la causa di Al-Fatah. La guerriglia iniziò nei primi giorni del 1965, con l’attacco alla rete idrica israeliana; per gli israeliani non si trattò almeno inizialmente di una grave minaccia alla sua sicurezza, quanto piuttosto fastidi, questo perché Israele non era più una nazione pionieristica e sull’orlo del baratro fiscale. Le riforme e gli aiuti stranieri avevano permesso allo stato di raggiungere uno standard di vita analogo alla maggior parte degli stati europei del sud. Tuttavia il cambio di governo impresse una spinta degenerativa al conflitto.
Gli stati arabi stavano lentamente iniziando a riconoscere il consolidamento del paese come forza militare regionale e i palestinesi per non rischiare di venir dimenticati un’altra volta intrapresero una nuova forma di lotta che, non essendo in grado di minacciare l’esistenza di Israele, lanciava comunque dei segnali di vitalità del movimento di liberazione. A ciò va aggiunto che l’unico paese in grado di fare da arbitro era impegnato in un conflitto senza fine in Vietnam.
Nel corso del 1966 Egitto e Siria firmarono un patto di difesa che dette la possibilità a Nasser di avere dalla sua parte uno stato che stava inasprendo le sue tensioni con Israele. L’efficacia di questo patto fu manifesta quando gli israeliani decisero di bombardare i campi profughi in Giordania anziché quelli presenti in Siria, come rappresaglia per gli attacchi di Fatah.
In un’escalation di eventi a partire dalla notizia (probabilmente falsa) della mobilitazione di truppe israeliane al confine siriano si arrivò al confronto diretto.
Alle 07,45 del 5 giugno 1967 i caccia israeliani attaccarono quelli egiziani ancora fermi sulle piste di decollo. In tre ore circa la totalità dei bombardieri egiziani e 135 caccia egiziani furono annientati – la forza aerea di Nasser venne così spazzata via – lo stesso giorno la stessa sorte toccò a 22 aerei giordani e 55 siriani. Con l’aviazione fuori gioco, le forze terrestri ebraiche poterono iniziare l’avanzata nel deserto del Sinai. L’8 giugno le truppe israeliane arrivarono al canale di Suez occupando così l’intera penisola. Sconfitte le forze egiziane gli israeliani si concentrarono contro le forze giordane. Occuparono Gerusalemme, arrivando ad impossessarsi a fine giornata dell’intera Cisgiordania. Anche la Giordania fu costretta ad arrendersi. Fino a quel momento la Siria non era intervenuta nel conflitto, così mentre si avanzava sul Sinai alcuni caccia bombardarono le postazioni siriane sulle alture del Golan, seguiti dall’avanzata dei carri.
Il 10 giugno fu imposto un cessate il fuoco dalle Nazioni Unite, in quel momento Israele aveva occupato l’intera regione del Golan.
Le conseguenze immediate furono: la distruzione delle forze aeree e terrestri di Giordania, Siria ed Egitto. Israele occupava adesso Gerusalemme est, la Cisgiordania, il deserto del Sinai e le alture del Golan. Da sentirsi un paese circondato e minacciato Israele era divenuto un paese occupante e prima potenza in medio oriente.
Il vertice dei paesi arabi di Khartoum dimostrò la totale intransigenza della Lega per una negoziazione ed un riconoscimento verso Israele. Aldilà dei proclami vi era tuttavia il desiderio di una ripartizione dei confini anteguerra. Ovviamente il governo di Tel Aviv non aveva intenzione di fare concessioni a chi gli aveva minacciati ed attaccati più volte negli anni, mentre da parte araba vi era una situazione di debolezza ed umiliazione rimediata dalla sconfitta che impediva ai vertici egiziani, siriani e giordani di accettare i diktat di Israele.
La risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu datata 22 novembre 1967 cercò di superare questa impasse. Essa riconosceva “la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di tutti gli stati dell’area e il loro diritto di vivere in pace all’interno di confini sicuri e riconosciuti, liberi da minacce o atti di forza”. Nel caso fosse stata accettata da Siria ed Egitto implicitamente riconoscevano anche il diritto di Israele a esistere. La risoluzione auspicava anche una soluzione per i rifugiati.
Il vero nodo della 242 fu la forma per il futuro accordo di pace. Alla base ci sarebbe dovute essere il ritiro dell’esercito israeliano “da territori occupati nel recente conflitto”. Questa imprecisazione – voluta o meno – dell’articolo “da” è stata usata da parte araba per intendere tutti i territori, mentre da parte israeliana intesa come solo alcuni territori.
Questa risoluzione per i palestinesi fu drammatica: nel corso del conflitto fuggirono circa quattrocentomila persone, mentre solamente quattordicimila profughi fecero ritorno a casa. Poco rassicurante fu anche l’annessione di Gerusalemme est, infausto presagio per la sorte che sarebbe potuta toccare alla Cisgiordania, infatti a breve furono costruiti insediamenti di coloni israeliani nella valle del Giordano.
In questa situazione drammatica paradossalmente si ebbe la riscossa palestinese per mano di Arafat e del movimento di Al-Fatah che intrapresero una campagna di guerriglia in Cisgiordania tra il 1967 ed il 1968. La forza del Fatah si ripercosse anche all’interno dell’ Olp, dove fu modificata la Carta Nazionale, in modo da rendere Arafat presidente. Mentre l’Olp si addestrava in Giordania, arrivando perfino a destabilizzare il regno giordano, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina si specializzò negli attacchi agli aerei di linea.
La fine degli anni sessanta segnò anche il riaffacciarsi della diplomazia americana in medio oriente. Il presidente Johnson riprese il riavvicinamento con Israele, dopo l’incidente dell’affondamento della nave americana Liberty per mano israeliana. Come detto la chiave di volta del conflitto fu la forza aerea per cui se da una parte l’Urss si impegnò per ricostruire la flotta aerea egiziana e siriana, Israele si rivolse a Washington per modernizzare la sua. Nel 1968 il Congresso americano autorizzò a vendita di 50 caccia a Israele, fu il primo passo di un mutamento dei rapporti tra i sue stati che ha caratterizzato la politica dei due paesi fino ai giorni nostri.

palest
Nonostante alcune scaramucce sul confine egiziano nei mesi conclusivi del 1969 si giunse al piano di pace: per garantire stabilità si rendeva necessari ala costituzione di zone demilitarizzate e assicurare la libertà di navigazione. Israele doveva anche abbandonare i terreni conquistati; per la prima volta si fece uso del termine “palestinesi” in documenti ufficiali e questa nuova presa di posizione preoccupò non poco Israele, rispetto alla risoluzione 242 dove ancora si faceva uso del termine “rifugiati”. Gerusalemme infine doveva rimanere unita, ma amministrata sia da Israele sia dalla Giordania. Questa decisione fu troppo per Israele che si oppose fermamente facendo naufragare il progetto di pace.
Con il processo di pace in stallo si intensificò l’azione dei guerriglieri palestinesi, che oramai controllavano de facto la Giordania. Quando il Fplp dirottò tre aerei di linea il re Hussein decise di intervenire fermamente assaltando la roccaforte dei palestinesi. L’intervento di Nasser pacificò le situazione esplosiva “settembre nero”. Fu anche l’ultimo sussulto del presidente egiziano, il quale morì il 28 settembre del 1970. Il successore fu Sadat che a differenza del predecessore non aspirava alla grandi idee regionali per l’Egitto quanto piuttosto a risolvere i bisogni interni e a riprendersi il territorio del Sinai ed il canale di Suez.
Nel 1972 si ebbero gli attentati più sanguinosi che culminarono con l’omicidio di 11 atleti israeliani alle olimpiadi di Monaco per mano del gruppo terroristico “settembre nero”.
Questa serie di attentati coincisero con lo spostamento a destra dell’elettorato israeliano. Infatti nel 1973 nacque il partito politico del Likud (unità) per ispirazione di Ariel Sharon il vincitore dell’offensiva del Sinai del 1967, che lasciò la guida del partito a Menachem Begin.
Come detto Sadat concentrò la sua politica nel tentativo di ottenere i territori persi durante la guerra del 1967 e per farlo concentrò i suoi sforzi verso gli Stati Uniti; d’accordo che l’Urss riforniva di armi l’Egitto, ma Mosca non aveva nessun potere di influenza verso Israele. Senza arrivare a nessuna conclusione tangibile si convinse che sarebbe stata necessaria una nuova guerra per ammorbidire l’intransigenza diplomatica israeliana ed internazionale. L’alternativa era lasciare il Sinai nelle mani dell’esercito ebraico. Per avere una minima possibilità di vittoria era fondamentale l’alleanza con la Siria. L’idea dei generali era semplice: attaccare di sorpresa ed impedire che Israele potesse intraprendere quella guerra di movimento che aveva messo in scacco per ben tre volte l’Egitto ed i suoi alleati, ma assestarsi su una lunga guerra di logoramento che – secondo Sadat – avrebbe condotto Israele ad accettare le richieste di Egitto e Siria.
L’offensiva prese il via alle due del pomeriggio del 6 ottobre del 1973. L’Egitto dal Sinai e la Siria dal Golan. L’attacco improvviso mise in scacco le sguarnite difese israeliane facendo arretrare l’esercito, almeno fino al 9 ottobre quando i fronti si erano stabilizzati. Accanto alle operazioni militari Sadat continuamente inviava missive agli americani garantendo che la guerra aveva obiettivi politici limitati: la ritirata di Israele dai territori conquistati nel 1967. Il segretario di stato Kissinger aveva così ottenuto le informazioni che necessitava per intavolare i negoziati di pace.
Gli scontri continuarono e le pesanti perdite israeliane spinsero il governo di Tel Aviv a chiedere aiuti agli americani. Nel frattempo i carristi israeliani sul Sinai sconfissero gli avversari egiziani, questo successo spinse alla controffensiva ebraica ed in breve riuscirono a penetrare in Siria bombardano la capitale Damasco. Ancora una volta si prospettava l’ennesima sconfitta per l’alleanza araba.
L’intervento americano fu rivolto ad evitare una sconfitta eccessivamente umiliante per gli arabi, ma soprattutto ad impedire un intervento diretto dell’Unione Sovietica più volte minacciato se Israele non avesse interrotto gli scontri. Ma una minaccia più grave minacciava i sostenitori di Israele: il petrolio. Il 17 ottobre in reazione al ponte aereo americano per inviare rifornimenti a Israele, i paesi arabi produttori di petrolio (OAPEC) annunciò la riduzione della produzione di greggio finché Israele non si fosse ritirata dai territori occupati nel 1967. L’annuncio seguì un embargo verso Usa ed Europa.
Per Israele si trattò di una vittoria di Pirro, nonostante la reazione allo shock iniziale dell’attacco a sorpresa Golda Meir ed il suo esercito seppero reagire e militarmente furono in grado di vincere il conflitto, tuttavia da quel momento Israele perse la sua invincibilità e i paesi arabi seppur sconfitto scoprirono di poter fare affidamento sul petrolio come arma di ricatto per gli occidentali per ottenere concessioni da Israele. Ma soprattutto Sadat ed il presidente siriana Assad riuscirono a negoziare la restituzione dei territori arabi.
Nei colloqui di pace si giunse alla conclusione di adoperarsi per ottenere degli approcci graduali: mirare ad uno scopo evidentemente raggiungibile che avrebbe contribuito a costruire la fiducia reciproca, che a sua volta avrebbe permesso la realizzazione del passo successivo nelle trattative. Ma le trattative rischiavano di arenarsi sul nascere, la terza armata egiziana era di fatto assediata per cui Kissinger dovette immediatamente volare in medio oriente per intavolare i negoziati. L’accordo firmato l’11 novembre prevedeva la liberazione della terza armata, la presenza di militari sotto l’egida Onu nei territori, lo scambio di prigionieri. Garantiti questi punti Kissinger di concerto con Mosca poté indire la conferenza di pace di Ginevra, la cui efficacia giuridica fu pressoché nulla – la conferenza durò solamente un giorno – ma ebbe il fondamentale merito di fare sedere Egitto, Giordania e Israele allo stesso tavolo (la Siria pur non essendo presente, non ne impedì la riuscita).
Il primo punto fu la questione del Sinai, il ministro della difesa Moshe Dayan convinto che per Israele non fosse importante il controllo del territorio concesse il ritiro israeliano, insieme alla creazione di una zona cuscinetto controllata dalle forze delle Nazioni Unite. In cambio volle la fine dello stato di belligeranza, la possibilità per la navi israeliane di poter passare per il canale e il rifornimento di armi dagli Stati Uniti. Sadat si dichiarò favorevole.
Il successivo incontro (diplomazia della navetta. Kissinger faceva la spola tra gli stati in conflitto portando ogni volta le richieste delle parti in causa) fu quello decisivo; Sadat accettò che la linea del fronte israeliano passasse a ovest dei valichi, Israele accettò che l’Egitto posizionasse un distaccamento del suo esercito a est del canale (Sadat a sua volta si impegnò a garantire che non avrebbe dispiegato quei carri). Fu allora firmato l’accordo tra i capi di stato maggiore il 18 gennaio 1974. Questo accordo segnò il primo passo per il definitivo ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967.
Una serie di attentati rischiarono di minare la stabilità dei trattati, ma il 1 settembre 1975 si giunse ad un secondo accordo del Sinai che concluse momentaneamente il conflitto arabo-israeliano, raggiungendo un certo grado di stabilità.
Tuttavia da questi accordi ancora una volta rimase esclusa l’Olp ed i palestinesi.

INTRODUZIONE ALLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA: dal 1881 al 1948 – di Filippo Secciani

Il territorio che conosciamo come Israele ed Autorità Palestinese è un’area politica abbastanza recente, giacché la sua storia si sviluppa dalla fine del 1800 quando i confini dell’impero ottomano si andavano sgretolando.
Per quanto riguarda le aspirazioni nazionaliste della popolazione araba è possibile individuare la data del 1908 come punto d’inizio, quando salì al potere della Sublime Porta il partito dei Giovani Turchi, i quali trasformarono l’impero ottomano in una entità prevalentemente turca, allontanando le élite politiche arabe dai centri del potere. Per cui a partire da questa data i sentimenti arabi vanno inseriti in un contento di ricerca di maggiore autonomia e libertà, insieme ad un spirito revanchista dei bei tempi andati quando la dominazione turca era solo un miraggio.
Dal punto di vista ebraico in questo periodo iniziava a prendere vita nelle menti degli ebrei sparsi in ogni dove in seguito alla diaspora, di una patria a cui fare ritorno.
Nel periodo di fine ottocento la maggior parte degli ebrei viveva nell’impero russo. Dopo l’assassinio dello zar Alessandro II avvenuta nel 1881, gli ebrei furono accusati in qualche modo dell’omicidio ed iniziarono le prime forme di persecuzione (pogrom) ed in seguito a queste discriminazioni – come ad esempio le leggi di maggio del 1882 – iniziò il grande esodo verso gli Stati Uniti, mentre una parte fece ritorno nella terra degli antenati, creando il movimento Amore per Zion e le prime colonie in Palestina.
La nascita dello spirito sionista va ricercata a Vienna dove il giornalista Theodor Herzl lavorava e a Parigi quando lo stesso Herzl fu inviato per occuparsi del cosiddetto affaire Dreyfus nel 1894. Dreyfus era un ufficiale ebreo dell’esercito francese accusato di aver venduto segreti militari alla Germania. Come emergerà in seguito le accuse si rivelarono false, ma Herzl rimase profondamente sconcertato dalle forme di antisemitismo divampate in città nel corso del processo, tant’è che iniziò a pensare ad un futuro diverso per il popolo ebraico. Raccogliendo i suoi pensieri in un libro dal titolo Lo stato degli ebrei (1896).
Il pensiero di Herzl era chiaro: a causa dell’ostruzionismo della società civile nell’inserimento degli ebrei in Europa, essi avrebbero dovuto costituirsi in un proprio stato. A ciò fece seguito nel 1897 il primo congresso sionista, tenutosi a Basilea e presieduto dallo stesso Herzl (che morirà nel 1904) che proclamò la creazione di un “focolare” in Palestina per gli ebrei, ne seguirono i primi tentativi di insediamento nella regione.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale e l’ingresso nel conflitto dell’impero ottomano al fianco di Austria e Germania, gli inglesi iniziarono ad organizzare una resistenza ed in seguito una rivolta del popolo arabo contro i turchi.
Contemporaneamente lo sceriffo della Mecca Hussein della famiglia degli Hascemiti e il Commissario britannico per la Palestina Mc Mahon si accordarono per concedere in futuro territori al popolo arabo in cambio di un loro contributo nella lotta all’impero ottomano.
Qualche anno più tardi l’impero britannico considerò anche il movimento sionista come un possibile alleato per la guerra. Il neo primo ministro David Lloyd George e soprattutto il suo ministro degli esteri Balfour, schiacciati dalla minaccia di una sconfitta contro le forze dell’Alleanza, considerarono seriamente di coinvolgere i sionisti nel conflitto. Compito degli ebrei sarebbe dovuto consistere in un’opera di lobbying volta a fare pressioni sulle forze politiche e sociali in Russia dove era appena scoppiata la Rivoluzione d’Ottobre e negli Stati Uniti per un suo intervento diretto nel conflitto; tuttavia come ben presto capirono i politici inglesi si trattava di mere teorie, poiché in entrambi i casi gli ebrei erano troppo poveri e poco influenti per avere un appeal sulle forze politiche locali ed esercitare un’influenza.
Data la situazione drammatica in cui versavano le forze dell’Intesa, Lloyd George e Balfour erano disposti ad aggrapparsi a qualsiasi miraggio di speranza. Ne nacque la dichiarazione di Balfour del 2 novembre 1917, attraverso la quale “il Governo di Sua Maestà considera con favore lo stabilimento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.
Alla fine della guerra le promesse si rivelarono incompatibili con i nuovi interessi politici inglesi, infatti la sconfitta dell’impero ottomano consegnò alla Gran Bretagna il controllo dell’intero territorio palestinese sotto forma di mandato (assegnatole dalla neonata Società delle Nazioni), che aveva sottoscritto degli accordi sia con gli arabi sia con il movimento sionista inglese che si rivelarono incompatibili tra loro. Ne seguirono dei disordini scoppiati nel biennio 1920-1921 da parte delle popolazioni arabe nei confronti dell’esercito inglese e contro gli ebrei insediatisi nei territori – tra l’altro si trattava di numeri non eccessivamente numerosi.
In questo contesto da una parte si consolidò la figura di Weizmann a capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale dal 1920 fino al 1931, eminenza grigia delle aspirazioni nazionali ebraiche e dall’altra emerse la figura di David Ben Gurion, emigrante dalla Polonia, contribuì appena diciannovenne alla creazione di un’associazione sindacale di ispirazione socialdemocratica e alla creazione del partito MAPAI (il partito unificato dei lavoratori).
Durante questi anni di calma il focolare ebraico si consolidò, il popolo ebraico si unì compatto nell’idea di nazione e di popolo, mentre il governo arabo era incancrenito internamente e incapace di creare unità politica.
Con l’avvento al potere di Hitler gli ebrei di Germania e dei paesi confinanti iniziarono a fuggire in massa dall’Europa, confluendo in Palestina (nel 1936 gli ebrei erano 370.483 su una popolazione totale di 1.336.518). Minacciati da questa invasione gli arabi si rivoltarono, il 15 aprile 1936 fu ucciso un ebreo vicino Nablus, dando il via alla “Rivolta Araba” con a capo Haj Amin che fino a quel momento aveva ricoperto il ruolo di Muftì di Gerusalemme (prima carica politica della Palestina araba).
Poiché in Europa lo spettro di un nuovo conflitto si faceva sempre più minaccioso, la Gran Bretagna cercò di risolvere politicamente la crisi che nel frattempo stava assumendo dimensioni sempre maggiori. Fu incaricata una commissione la quale stabilì che in Palestina stavano convivendo due culture totalmente diverse: quella araba di radice asiatica e quella ebraica di radice europea ed a causa di questa incompatibilità era impossibile che questi due popoli potessero sentirsi appartenenti di uno stato comune, la commissione vide come unica soluzione di pace la spartizione del paese.
La proposta fu bocciata dal governo inglese e da quello arabo. La nuova commissione che pubblicò il suo lavoro in concomitanza degli accordi di Monaco – il conflitto in Europa era diventata realtà e la Gran Bretagna aveva bisogno di far rientrare i militari impegnati nella regione e necessitava del petrolio degli arabi – stabilì che la Palestina sarebbe diventata indipendente e l’emigrazione ebraica sarebbe stata limitata. Tuttavia Haj Amin non colse i notevoli vantaggi che la condizione di “debolezza” momentanea dell’Inghilterra offriva agli arabi e decise di allearsi con la Germania.
Ciò confermò agli ebrei la necessità di avere un proprio territorio in modo da avere il controllo sulle proprie scelte di autodeterminarsi.
In questa situazione la forza di difesa ebraica l’Hagana iniziò a costituirsi in esercito e nel frattempo nacque una forza paramilitare di destra Irgun, che dichiarò guerra al Mandato nel 1944 accusando gli inglesi di aver tradito il popolo ebraico, mentre un’altro gruppo di destra assassinava il ministro in medio oriente lord Moyne.
Se da una parte la Gran Bretagna stava perdendo il controllo dei territori palestinesi, dall’altra si rafforzava il ruolo nelle decisioni politiche degli Stati Uniti, stato nel quale dopo la tragedia dell’Olocausto, stava assumendo notevole forza la comunità ebraica (che aveva vissuto un vero e proprio exploit nel periodo che va dal 1881 al 1914, quando circa due milioni di ebrei confluirono in America, soprattutto a New York) per le decisioni riguardanti la popolazione ebraica in Palestina. Fino a quel momento gli ebrei americani non sembrarono particolarmente coinvolti alla questione del focolare ebraico. La situazione cambiò con l’elezione del presidente americano Roosevelt, il quale ebbe il merito di iniziare a coinvolgere uomini di religione ebraica nella vita politica del paese (molti suoi consiglieri erano di fede ebraica) anche se alla fine furono ben poche le iniziative intraprese dalla presidenza Roosevelt in favore della minoranza in Europa. Roosevelt era consapevole della fondamentale apporto che il medio oriente rivestiva per le operazioni belliche degli Alleati, sopratutto per via del petrolio, è in questo contesto che va inserito l’accordo con Ibn Saud dell’Arabia Saudita nel 1943, con il quale il presidente americano garantiva che lo status della Palestina non sarebbe stato modificato “senza una piena consultazione sia con gli arabi che con gli ebrei”. L’anno seguente nel corso della campagna elettorale scelse come vice presidente Harry Truman e per avere maggiori voti garantì ad un senatore rappresentante degli interessi sionisti al Congresso il suo impegno per la costituzione di uno stato ebraico libero ed indipendente.
Roosevelt era consapevole che la questione della Palestina avrebbe causato non pochi problemi alla comunità internazionale.
Durante il suo viaggio di ritorno da Yalta incontrò nuovamente il reggente saudita e lo rassicurò che “non avrebbe fatto nulla per sostenere gli ebrei contro gli arabi e non avrebbe preso alcuna iniziativa ostile al popolo arabo”. Morirà il 12 aprile del 1945, dopo aver fatto promesse incompatibili e impossibili da realizzare sia per gli ebrei sia per gli arabi.
A scatenare la rivolta ebraica contribuì anche il voltafaccia dell’esecutivo inglese intimorito dalla possibilità di perdere il controllo delle risorse petrolifere del medio oriente e degli oleodotti che arrivavano fino al porto di Haifa e da lì raggiungevano le coste inglesi. Si comprende dunque come le scelte del governo laburista in carica provocarono forti malumori che sarebbero poi sfociati in una vera e propria lotta per l’indipendenza.
Nel frattempo, dopo la morte di Roosevelt, in America fu eletto presidente il suo vice Harry Truman, che mutò radicalmente la politica del predecessore e auspicata anche dal Dipartimento di Stato americano – vicinanza agli interessi espressi dalla comunità araba – in favore di un avvicinamento verso il popolo ebraico.
A questo cambio di rotta contribuì in materia notevole David Niles che assunse il ruolo di consigliere del presidente per gli affari delle minoranze, diventando in breve l’anello di congiunzione tra la Casa Bianca e la comunità ebraica americana.
Il 1° ottobre 1945 fu autorizzato l’attacco da parte dell’Hagana alle forze inglesi, dando così il via alla rivolta israeliana che isolò completamente la Palestina. Il conflitto si fece da subito molto intenso e ad una prima serie di attacchi israeliani, seguì la controffensiva inglese.
Per un anno circa proseguirono gli scontri fino al sanguinoso attentato da parte dell’Irgun il 22 luglio 1946 quando all’hotel King David scoppiarono una serie di bombe che uccisero novantuno persone. La drammaticità dell’attentato spinse le autorità di Londra a prendere in considerazione una soluzione politica alla vicenda, finora non considerata. La conferenza che ne seguì fu un insuccesso, ma ebbe il merito di illuminare la strada sulla possibilità di una futura spartizione del paese.
All’idea di una divisione territoriale aderì anche Truman, ma i vari tentativi di mediazione che ne seguirono portarono ad un nulla di fatto e la faccenda fu portata di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite (febbraio 1947) che nominarono un Comitato ad hoc sulla questione della Palestina. l’Alto comitato arabo convinto che la commissione fosse contro di loro decise di boicottarlo, a differenza dell’autorità ebraica che invece offrì pieno appoggio.
Alla fine il Comitato delle U.N. elaborò un piano di suddivisione territoriale in tre aree separate. Lo stato arabo sarebbe stato suddiviso all’interno di una striscia costiera a sud che si sarebbe estesa da Rafah fino a Gaza, la Galilea a nord, le città di Nablus, Hebron.
Lo stato ebraico comprendeva la pianura costiera (o almeno la sua maggior parte), Tel Aviv e Haifa, il deserto del Negev a sud e a nord le valli di Jezreel e Hule.
Il piano si concludeva con due clausole. La prima era il riconoscimento di due entità politiche separate ed indipendenti ma economicamente unite; in secondo luogo Gerusalemme sarebbe diventata una città dallo statuto internazionale amministrata dalle Nazioni Unite.
Quando il piano fu presentato all’Assemblea Generale venne approvato dalla maggioranza dei votanti.

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In seguito all’annuncio del voto positivo da parte del consesso delle Nazioni Unite scoppiarono in tutto il mondo arabo tumulti, in particolare in Palestina e soprattutto in seguito alla decisione dell’Inghilterra di non intervenire in alcun modo negli affari “interni” di quel territorio prima della consegna del mandato che avrebbe avuto luogo il 14 maggio del 1948. Il risultato fu una escalation delle violenze su entrambi i fronti.
Grazie alla maggior organizzazione dell’Hagana nelle fasi di scontro, insieme al veloce abbandono della Gran Bretagna dei territori contesi, i dirigenti politici ebrei poterono prepararsi a dichiarare la nascita dello stato il giorno stesso della fine del mandato britannico, ben consapevoli di quali fossero i rischi di una tale decisione.
Gli stati arabi confinanti avrebbero attaccato il neo stato, appoggiati più o meno velatamente da Londra; per Tel Aviv diventava fondamentale sapere quali atteggiamenti avrebbero prese Stati Uniti e Urss – per la verità quest’ultima aveva assicurato la leadership ebraica di un suo sostegno.
In America ebbe luogo un confronto tra Dipartimento di Stato sensibile alla causa araba e la Casa Bianca incline al riconoscimento del nuovo stato, alla fine ebbe la meglio il presidente.
Di questa decisione il generale Marshall ebbe a dire che si trattò di un “trasparente stratagemma per aggiudicarsi un pugno di voti”.
Dopo che l’Alto Commissario britannico Cunning salpò dal porto di Haifa, Ben Gurion e gli altri leader ebrei si riunirono nel museo di Tel Aviv e annunciarono la dichiarazione di indipendenza dello stato di Israele.
Ben Gurion assunse la carica di primo ministro, mentre Weizmann fu eletto presidente. Nelle dichiarazioni si leggeva come questo nuovo stato fosse aperto a tutti gli ebrei.
Nuovamente Truman ebbe la meglio sul Dipartimento, infatti il riconoscimento da parte degli Stati Uniti giunse solamente dopo undici minuti dalla dichiarazione di indipendenza, a cui fece seguito il riconoscimento da parte del Politburo sovietico.
Queste garanzie permisero a Israele di poter affrontare con relativa sicurezza diplomatica la reazione che da lì a breve sarebbe arrivata dalla comunità araba.

LE SFIDE CHE DOVRA’ AFFRONTARE PAPA FRANCESCO – di Filippo Secciani

L’elezione del cardinale argentino Jorge Mario Begoglio al soglio pontificio con il nome di Francesco, è epocale per una serie di ragioni:
si tratta del primo pontefice nella storia appartenente all’ordine gesuita. Entrato nell’ordine nel ’58, viene ordinato sacerdote nel 1969. Tradizionalmente i gesuiti fanno voto di sottomissione al papa per cui l’elezione di un pontefice proveniente da questo ordine è significativo. Sono anche i primi che hanno fatto opera di evangelizzazione, soprattutto in oriente e nelle americhe. Un ordine moderno e globalizzato, che ha ispirato nel nuovo papa il senso di Missione e l’impegno all’iniziativa pastorale.
E’ il primo papa extra europeo. Il 266° vescovo di Roma non solo non è italiano, ma neppure europeo. In 1282 anni siamo di fronte al primo pontefice extracomunitario (il primo fu il siriano Gregorio III). Proviene da una regione del mondo in cui i cattolici sono stati per secoli la comunità confessionale più numerosa (il 40% di oltre un miliardo di fedeli) ma negli ultimi anni le chiese cattoliche latinoamericane si stanno svuotando a scapito delle chiese neoprotestanti, in particolare a causa dell’opera di evangelizzazione dei pentecostali. Dal 1996 al 2011 la fiducia dei latinoamericani nelle istituzioni ecclesiastiche è crollata dal 76% al 64%.
La scelta del nome: Francesco. Il riferimento al “poverello di Assisi” è da rapportare alla scelta di vivere umilmente del papa: la rinuncia ad auto ed autista, l’abitare in un modesto appartamento, adoperarsi per le comunità più povere di Buenos Aires ed infine le sue origini umili di figlio di immigrati. La missione da cui prende il suo nome è racchiusa nelle sue frasi “tutta l’attività ordinaria della Chiesa si è impostata in vista della missione. Questo implica una tensione molto forte tra centro e periferia, tra la parrocchia e il quartiere. Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia. Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala.”
Per certi versi anche il suo discorso dalla loggia di San Pietro racchiude la sua visione della chiesa: parla al pubblico senza mai riferirsi a se stesso come papa ma come vescovo di Roma che “presiede nella carità a tutte le chiese”, una svolta pastorale diretta a tutte le chiese della Cristianità volta alla riapertura del dialogo iniziata nel corso del II Concilio Vaticano.
Papa Francesco nasce a Buenos Aires nel 1936, diventa vescovo nel 1992 e arcivescovo della sua città natale nel 1998. E’ cardinale dal 2001. Dal novembre 2005 al novembre 2011 è stato Presidente della Conferenza Episcopale argentina.
Il suo passato è stato oggetto di critiche per il suo presunto appoggio alla dittatura di destra del presidente Videla. In particolare per l’accusa, tutta da verificare, di aver denunciato due suoi confratelli gesuiti, che impegnati nelle favelas poi sarebbero stati arrestati e torturati per mesi dalla giunta militare.
E’ stato anche critico nei confronti del vecchio presidente Nestor Kirchner (marito defunto dell’attuale presidente Cristina) il quale lo aveva accusato di non avergli riconosciuto i meriti per l’uscita dalla crisi che aveva colpito l’Argentina tra gli anni novanta e il duemila.
Più dura fu la polemica contro Cristina Nestor Kirchner per la sua proposta – poi divenuta legge nel 2010 – a favore dei matrimoni e delle adozioni omosessuali.
Il nome di Bergoglio come cardinale papabile fu fatto anche nel corso del conclave del 2005, quando gli schieramenti all’interno della Cappella Sistina erano per il futuro papa Benedetto XVI e per il Cardinale di Milano Martini (anch’egli gesuita). A causa della malattia di quest’ultimo i suoi voti confluirono verso il suo confratello di Buenos Aires.
Si giunse dunque ad uno stallo: i 40 voti in favore di Bergoglio avrebbero rischiato di portare ad un impasse, che avrebbe costretto il concilio a cercare una soluzione di ripiego. Bergoglio decise di fare un passo indietro permettendo l’elezione di Benedetto XVI.
Alle 19.06 del 13 marzo del 2013 è apparsa la fumata bianca, dopo la quinta votazione ed è stato eletto Francesco I al soglio pontificio con 90 voti a favore su un collegio di 115 cardinali votanti.
L’elezione del 13 marzo è in linea con la volontà di archiviare gli anni degli scandali della chiesa, ritornando all’ecumenizzazione del Concilio Vaticano II di cui papa Francesco sembra incarnare lo spirito. Questa elezione potrebbe anche contenere un messaggio diretto verso gli Stati Uniti, che partivano favoriti in questo Conclave ed avevano fortemente pubblicizzato i propri “candidati”, attraverso questa elezione il Vaticano ha certamente rivendicato la sua autonomia.
Jorge Bergoglio è l’espressione dell’America povera, quella del sud, pur mantenendo ancora forti legami con l’Europa (i suoi parenti erano originari del Piemonte), probabilmente questa sua condizione ne ha favorito la nomina facendolo mediatore per la transizione verso un’affermazione all’interno dei futuri concili di cardinali non europei.
Le sfide che dovrà affrontare saranno almeno all’inizio in America Latina, il continente in cui i cattolici dichiarati sono passati dal 75% della metà degli anni ’90 al 65% del 2011, viceversa il numero dei fedeli evangelici dichiarati è aumentato del 14%.
In Messico e in Brasile – i due stati con il maggior numero di cattolici – i fedeli della chiesa di Roma sono scesi all’83,9% e al 64,6% (mentre dieci anni fa raggiungevano l’88% ed il 73,6%).
Dato rilevante è il numero di persone che si definisce aconfessionale: nel 2010 erano circa il 4% in Messico e l’8% in Brasile.
Molto importante sarà anche il compito che lo attende all’interno delle mura vaticane, gli scandali di pedofilia, corruzione, Vatileaks, scandali finanziari hanno intaccato il nome della chiesa cattolica nel mondo. Il neo eletto pontefice dovrà ripulire l’immagine di Pietro e dovrà farlo anche velocemente.
Seppure sia stato eletto un sudamericano e non un africano, oppure un asiatico questa elezione assume per queste due regioni un significato speciale: l’elezione di Giovanni Paolo II, poi quella di Benedetto ed adesso quella di Francesco stanno lentamente spostando la scelta dei pontefici verso l’esterno, non più un pontefice della curia romana, ma nomine dirette verso nuove realtà.
Ne è esempio il cardinale Tagle – un nome di papabile venuto fuori nel corso di questo Conclave – il portavoce della comunità filippina, la più grande in Asia e la terza nel mondo.
Come il primo ministro australiano ha avuto occasione di commentare “l’elezione di un papa del “nuovo mondo” è un’occasione di proporzioni veramente storiche”.
Sicuramente, gli osservatori concordano, il primo viaggio sarà nel suo continente (probabilmente nel corso delle Giornate della Gioventù che si terranno in Brasile).
Il pericolo di una deriva evangelica nella regione è il maggior timore per una forza che ha dalla sua circa 500 milioni di fedeli, ma per capire il fenomeno dobbiamo guardare più a nord verso gli Stati Uniti (dove vivono circa 86 milioni di cattolici), dove le chiese pentecostali sono ormai la maggioranza e la cui funzione pastorale è certamente politica. Per riuscire a smuovere le acque il papa Begoglio dovrà smuovere dall’immobilismo i cardinali, che sono a tutt’oggi ancorati ad una visione euro occidentale della chiesa cattolica nonostante che la cosiddetta “Terza Chiesa” – Sudamerica, Asia e Africa – sia in grado di “produrre” due terzi dei fedeli. In Europa il numero dei cattolici praticanti è di circa 285 milioni, numero che stando alle statistiche, è in continua diminuzione.
L’equazione chiesa globale per cui tutti i continenti sono uguali non è corretta e ne è la dimostrazione l’elezione nel 1978 di Giovanni Paolo II – Guerra Fredda e necessità di raggiungere i cattolici di oltre cortina hanno prevalso nella scelta – per cui la nomina di Francesco deve essere letta come priorità verso un recupero di quei territori, ma ciò potrebbe risultare vano se non è la chiesa stessa a rinnovarsi all’interno.

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Il papa venuto “dalla fine del mondo” e rappresentante di un continente emergente in grado di produrre un PIL più alto dell’Europa, un continente in grado di esprimere delle realtà politiche completamente diverse (in Sudamerica convivono idee liberiste, il chavismo, la forma della Terza Via brasiliana). In terra americana l’elezione di questo pontefice può essere vista nell’ottica di una nuova assunzione di leadership capace di guidare il popolo del sud del mondo, senza ideologie ma attraverso una fede comune, dopo la scomparsa di figure forti e carismatiche.
Lo spirito con cui questo cardinale ha operato in Argentina può essere foriero di nuova linfa all’interno delle mura romane: la vicinanza alla gente soprattutto a quella povera. Ha definito la povertà come un “delitto sociale”, inoltre la rinuncia della mozzetta rossa di ermellino, del crocifisso, delle scarpe sono sintomo dei precetti gesuiti di cui il papa è esponente e che si ripercuoteranno nel corso del suo pontificato.
Pur aperto alle problematiche legate alla povertà e a diritti sociali degli indigenti nel corso della sua opera da cardinale si è dimostrato un conservatore contrario all’utilizzo dei contraccettivi, all’educazione sessuale nelle scuole, al preservativo e all’aborto.
Al riguardo la legge del 2010 a favore di matrimoni gay e all’adozione per le coppie omosessuali ha causato qualche malumore tra l’allora cardinale e la presidente Kirchner, Begoglio definì la legge come “un piano del diavolo per distruggere la famiglia e la società argentine”.
L’elezione di questo papa in chiave geopolitica può essere visto e letto come l’affermazione dello spostamento del peso politico che dall’Europa si sposta in una regione che in capo a qualche anno sarà in grado di produrre metà della ricchezza del pianeta; pur essendo ancora troppo presto per un papa di colore e ancora di più per un papa asiatico (ancor di più cinese) la nomina di papa Francesco ha dato forza ad una realtà fatta di cattolici che finora – seppur maggioritaria – non era stata considerata, dando alla cattolicità nuova forza in regioni tradizionalmente forti ma inesorabilmente in declino e dando alla Chiesa una nuova dimensione mondiale; probabilmente non vedremo più neppure un papa italiano.
Ciò che attende questo papa è una rivoluzione intesa come pulizia, all’interno della chiesa romana, rafforzamento della cattolicità in Sudamerica, processo di avvicinamento con le altre fedi e il compito più difficile ma inesorabile per una confessione veramente universale: l’evangelizzazione di una Cina che risulta essere però particolarmente attenta ai tentativi di infiltrazione del Vaticano nei suoi affari.
Per comprendere come e con quali strumenti si muoverà dobbiamo attendere la nomina del nuovo Segretario di Stato che non ci dirà tutto sul suo pontificato, ma sarà in grado di dirci molto per le decisioni e le scelte che adotterà in futuro.

I MILLE COLORI DI UNA GRIGIA GIORNATA ROMANA – di Fausto Jannaccone

conclave 029Scendendo alla fermata Ottaviano della linea arancione siamo usciti dalla metro, ed una volta in strada siamo stati accolti da una pioggia che speravamo di aver lasciato quando ci siamo immersi nel sottosuolo alla stazione Tiburtina, ma che come avevano purtroppo correttamente previsto i vari siti metereologici, non ci avrebbe lasciato per tutto il giorno.
Una giornata molto grigia, il sole non sarebbe mai stato nostro compagno per tutto il giorno, e grigio scuro, o meglio “Nera” sarebbe stata la fumata delle 12, che anticipata alle 11.40 non avremmo fatto in tempo a vedere.
Attraversati i mille sfavillanti colori che ti chiamano come moderne sirene dalle vetrine delle boutique di marca passiamo poi Piazza del Risorgimento, ed una volta in via di Porta Angelica iniziamo a respirare a pieno il misticismo del luogo dove ci stiamo recando; a farla da padroni sono i toni cupi dei tanti ombrellini ed ombrelloni che frenetici percorrono la via in entrambe i sensi, ed al lato sinistro il santo luccichio del business della fede: Madonne a grandezza naturale ricoperte d’oro, Crocifissi semoventi, migliaia di Giovanni Paoli Secondi, francobolli, tazzine, rosari, calendari, grembiuli, spade laser.
conclave 037Attraversiamo tra spinte e spallate il colonnato berniniano e finalmente siamo dentro all’abbraccio marmoreo voluto da Papa Alessandro VII Chigi; non vera e propria folla (non sapevamo ancora che fosse già avvenuta la fumata mattutina) ma tanta tanta gente, bandiere e bandierine, cartelli, ombrelli e poi tantissime telecamere e microfoni, molte assiepate intorno all’obelisco, altre allo stato brado a giro per la piazza, a caccia di impressioni e pareri, da frati, suorine, fedeli e curiosi. Sotto alla scalinata della basilica c’è l’area stampa riservata ai fotografi della agenzie, e, dall’altro lato della palizzata che la cinge, alcuni fedeli a custodire gelosi il posto ormai conquistatisi per l’intera kermesse.
I microfoni e le telecamere, guardando bene, portano tutti folkloristici marchi e nomi che ci vuol poco a capire tutti o quasi provenienti dal sudamerica… E sudamericani, più precisamente brasiliani, sono i cori e le bandiere di un gruppo di ragazzi che festeggiano e ballano lì accanto, ripresi da varie tv: ci sperano, il loro cardinale è forte, potrebbe essere la loro occasione!
conclave 061Ma la stampa importante, quella con la S maiuscola, con le inviate in tailleur scuro e le telecamerone? Dove sono? Ci giriamo ed in fondo alla piazza, là dove si congiunge con la fascista Via della Conciliazione, un mostruoso palco innalzato per l’occasione per i media troneggia ciclopico e ci scruta con i suoi mille elettronici occhi; e poi altre numerosi postazioni sorgono in alto al di là di Via Paolo VI. Eccoli. E in formazione più che completa, quella delle grandi occasioni.
Una volta appreso che la fumata c’era già stata, persistendo se pur leggera la pioggia, ci dirigiamo in centro, per andare a goderci i colori, questi più luminosi, caldi e bellissimi di Tiziano, alle scuderie del Quirinale, in attesa di riportarci poi qui per le 17.30, che potrebbe esserci la fumata straordinaria anticipata, in caso di esito positivo della prima votazione pomeridiana; e quella, almeno, non possiamo perdercela.
Roma vivacchia tranquilla, non sembra nemmeno stia avvenendo alcunché all’interno dei confini presidiati dalle guardie svizzere… questo è segno che i tempi stanno cambiando, davvero. Se Roma non è più solamente dei romani, beh, sicuramente la Chiesa non è più di Roma, credetemi, nè tanto meno italiana…
Quando le campane suonano le cinque abbiamo già nuovamente passato Castel Sant’Angelo, una selva di antenne e parabole dispiegata per l’intera zona, e conclave 082stiamo concedendoci una piccola pausa dalla pioggia nel porticato che introduce alla piazza, insieme a tante altre persone, molti prelati, nessuno italiano, ed ancora telecamere su telecamere. Divertente uno dei tanti negozi di souvenir-libreria-tempio dove all’ingresso è esposto una semispecie di album delle figurine sulla falsa riga di quelle dei calciatori, titolato “I Papabili”.
Riprendiamo il cammino poco dopo perchè questa volta ci toccherà la trafila dei controlli e metal detectors a filtraggio dell’accesso alla piazza pontificia. Per la verità abbastanza agevole e comoda l’ispezione, a dispetto delle nostre paure. La sensazione che sempre più si impossessa di noi, a sentir la gente attorno a noi parlare, è quella di esser davvero in terra straniera come le cartine geografiche geopolitiche disegnano, e come in realtà non si pensa generalmente: la partita si gioca in campo neutro, certamente non in Italia… italiani sono solamente le forze dell’ordine, la stampa, e pochi fedeli guidati da un “prete-giovane”, quelle figure da par mio di dubbio gusto: abito talare, orecchino e capelli ritti pettinati con il gel. Ma d’altronde il mondo è bello perchè è vario, e la parola d’ordine di questi giorni, ovunque, è “rinnovamento” quindi benvenuto prete-giovane, il futuro è tuo.
Quando rientriamo nuovamente nella piazza vera e propria la prima figura che ci colpisce è un pellegrino, vestito proprio come i frati del “Nome della Rosa” solo di un sacco di iuta, inginocchiato, in preghiera silenziosa, ed indifferente ai flash che lo fanno lampeggiare come un’insegna pubblicitaria. Diamo il nostro contributo luminoso e passiamo oltre: la piazza si sta rapidamente animando; oltrepassiamo il camper delle poste vaticane che vende a soli 10 € il francobollo per contribuire al restauro del colonnato, e torniamo nella zona dove eravamo andati la mattina, quella che ci dicono essere antistante il conclave 096“braccio di Carlo Magno”, e ci ritagliamo la nostra fetta di pioggia.
Accanto a noi una coppia dai tratti sudamericani, anche loro, organizzati con un bazar di viveri, dietro due americani o comunque anglofoni, e davanti a noi, in posizione per noi strategica per la loro relativa statura che ci permette un’ottima visuale, tre suorine di un gruppo di cinque, tutte e tre identiche: la provenienza è chiaramente compresa in una longitudine tra l’India e le Filippine come, ad eccezione di tre suore italiane incontrate la mattina, sono praticamente tutte le religiose in cui ci siamo imbattuti e che affollano a sciami il santo perimetro; altezza standard 1.52, piedi numero 34 in piccole sobrie scarpette nere, calze color carne, abito blu, golfino blu scuro, giacca nera e ombrello nero. In serie.
Gli spazi iniziano a ridursi, arrivano le 17.25 e un po’ si avverte salire la tensione: sarà difficile che ci sia questa prima fumata, che sarebbe bianca e quindi risolutiva, subito così al primo effettivo giorno di conclave. Nel mentre si aggirano per la piazza dei soggetti peculiari dell’evento a cui stiamo partecipando: gli esperti concalvisti. Maschio, età pensionabile o molto più probabilmente già pensionata, occhiali e mani dietro la schiena. Figura tra di essi l’esperto degli orari, il biografo, e l’analista geopolitico della provenienza del nuovo Pontefice. In alternativa alle mani dietro può avere il telefono all’orecchio, con dall’altra parte della cornetta o un informatore certo o una persona da smentire inquanto egli è sul posto in prima persona indi depositario della verità unica.
Altra gente arriva, anche una madre con figlio, italiani, e altri tre nostri compatrioti: bambina e due signore, una evidentemente esperta conclavista al sacco.
Naturalmente come ogni altro luogo del mondo ci sono i giapponesi camera muniti, ma a questo giro non sa di niente: praticamente tutti in Piazza San Pietro hanno la macchina fotografica.
I minuti passano e la prima sentenza è nota: esito negativo della prima votazione pomeridiana. Ma questi cardinali sono dei burloni e non si sa mai che possano fare: la mattina hanno “fumato” solo una volta ma con buoni 20 minuti di anticipo, vuoi sapere cosa possano inventare a questo giro; quindi nessuna distrazione e nasi all’insù.
Cresce la folla, la piazza è sempre più piena, ormai saranno decine di migliaia gli ombrelli che impediscono alla pioggia insistente di bagnare la pietra che pavimenta la piazza.
E sempre più numerosi i paesi rappresentati: ci sono i russi, c’è gente dell’est balcanico, sempre di più i sudamericani, e così i vari prelati, tanti quelli anglofoni, poi alcuni asiatici ed altri ancora spagnoleggianti, però forse messicani.
Abbiamo il pullman che ci deve riportare a Siena alle 20.45 da Tiburtina di conseguenza alle ore 20 massimo dobbiamo essere fuori della Piazza: quindi secondo calcoli che si riveleranno sbagliati come tutti gli altri tentati nella lunga giornata vaticana decidiamo di spostarci un po’ in direzione di Porta Angelica, non facendo altro in realtà che addentrarci ancora di più in quel mare umano.
Fatti pochi metri ci fermiamo davanti ad un gruppo di giovani simpatiche suorine, queste a sorpresa molto probabilmente nord est europee, ma la Polonia ultimamente va forte in questo campo. Attorno a noi tanti americani, una televisione paraguaiana, un’esile biondina con una improbabile gigantesca telecamera molto più simile ad un bazooka, ed un gruppo di ragazzi francesi: sono tutti molto contenti, cantano, sorridono, scherzano, improvvisano frasi in neoitaliano; e tutti insieme aspettiamo. Non so se crediate voi, se la questione che stiamo trattando vi abbia riguardato direttamente, però onestamente non posso negarlo: l’atmosfera che ci circonda è bella, è di festa, è l’attesa di un regalo collettivo, è la vigilia di una festa ancora più grande, e viva, vibrante ed avvolgente. Ai cori dai ritmi filologicamente liturgici sentiamo avvicendarsi un tifo molto più consono ad uno stadio; sventolano nel cielo numerosissime bandiere, alcune semplicemente giallobianche, ma tante altre del Brasile, degli Stati Uniti, Romania, Repubblica Ceca, Francia, Spagna, Argentina.
Oramai è buio, inizia a calare un po’ di freddo e non cessa la pioggia: abbiamo raggiunto le fatidiche 19, anche se visto l’orario del primo giorno chissà quanto altro dovremo aspettare.
conclave 104Poi, ad un certo punto, dal nulla, le classiche prime urla isteriche: alzo gli occhi e non posso che dirmi da solo, ad alta voce nell’esplodente boato, “Ma è bianca!”, anch’io incredulo.
E’ il tripudio, il gol, la meta, l’estasi, è l’orgasmo di fede della piazza. Il caminetto della stufa sta buttando fuori un’enorme, continua, lunga nuvola incontestabilmente del colore che contraddistinguerà poi gli abiti di colui il quale, quelle schede che adesso fumano, hanno eletto erede di Pietro. Al cielo si alzano grida e canti, nonché migliaia di luminose macchine fotografiche e telecamerine, che scatenano una tempesta di flash e creano una costellazione di lucine per tutta la gremita, affollata, stracolma piazza. Si salta, ci si abbraccia, si fanno girotondi, si piange. Gli occhi di tutti brillano, inumiditi o meno: occhi di chi avrà nuovamente un punto di riferimento, come il seminarista statunitense o la suora indiana, e di chi solamente si sta rendendo conto che assiste bene o male, volente o nolente, ad un pezzo di storia in atto, dal vivo davanti ai suoi occhi. Poi tutto ad un tratto intorno a noi la gente inizia a correre, tutti che cercano di spingersi più possibile vicino a quel balcone che tra poco si animerà, occhio del ciclone, Caput Mundi. Per circa un minuto o due veniamo travolti da questa folle, incontrollata massa festante. E dall’alto tutti guarda il caminetto che non accenna a smettere.
Comincia quindi la finale, ultima attesa: sfilano le forze armate pontificie, le bande musicali, tutto il carosello cerimoniale procede. Il balcone viene conclave 115adornato dei simboli e rivestimenti d’occasione. Verso le nuvole che adesso hanno quasi miracolosamente cessato di precipitar giù acqua si sollevano migliaia di tablet, macchinette e camerine, innalzate quasi come recipienti nel tentativo di riuscire a raccogliere, catturare e far proprio, da mostrare ed esibire a chi non è lì, o a chi deve ancora nascere, quanto più possibile di quella nuova pioggia ora mistica, emotiva e metafisica, che può produrre un evento simile.
conclave 190Si affaccia finalmente il cardinale protodiacono Jean-Louis Pierre Tauran comunicando al mondo la sentenza della Sistina: spiazzando tutti, disattendendo ogni previsione, deludendo qualche speranza e nella sorpresa generale, il cardinale prescelto è l’argentino Jorge Mario Bergoglio, ed il nome con cui ha deciso di chiamarsi è quello nuovo di Francesco, in onore di San Francesco Borgia, Vicerè di Catalogna che entrò poi nella Compagnia di Gesù e  divenne uno dei primi stretti collaboratori di Ignazio di Loyola che dell’ordine gesuitico fu fondatore.
Dopo l’ormai celebre “buonasera” con cui esordisce e che lo porta direttamente, prepotentemente in mezzo alla gente, una cosa dice Papa Francesco: si appella come Vescovo di Roma e così chiama anche il predecessore dimissionario. Ma se una cosa più delle altre ci ha impressionato nel percorrere quella piazza nell’arco della giornata è quanto, come già detto, non sia più una questione italiana. Europea sì, i cori francesi ed i “Francesco Primero te quiere el mundo entero” risuonavano chiari e forti, gli inglesi erano tanti e ancor di più le persone dell’est europeo. E poi quanti americani, in conclave 260particolar modo meridionali. Ma tantissimi erano anche i forse più recenti cattolici del sud est asiatico, sia laici che religiosi e soprattutto religiose. I mille colori di una grigia giornata romana.
“URBI ET MAXIME ORBI”!
conclave 256
conclave 299

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: In fine. – di Jacopo Rossi

Tirare somme è sempre bello, perché vuol dire essere riusciti a concludere qualcosa, ché non sempre è facile. La bontà delle somme, poi, è aleatoria, ça va sans dire.

Alle volte volando basso, altre pescando nel mare della retorica, altre ancora affidandomi inconsciamente a stili migliori del mio: ho cercato di raccontare il Muro, le sue storie, le città intorno. Ho sicuramente peccato di partigianeria, sgrammaticature ricercate e logorrea.

Ma è la prima volta di una (spero) lunga serie di viaggi in queste zone, scomode ma fondamentali.

Dopo un viaggio pseudo letterario come quello di chi ha avuto la pazienza di sciropparsi le 27872 battute bisogna smettere, e lo dico contro il mio interesse, fidarsi di chi scrive. Uno perché magari  non lo si conosce e due perché spesso, non sempre, è possibile scriva per farsi leggere anche la volta dopo e, se dice bene, quella dopo ancora.

Sarebbe fondamentale cercare di venirci, in questi Paesi: molto sforzo, molto onore e godimento. Fare i bagagli, passare i controlli e imbarcarsi, perché leggere non basta, meno che mai guardare la tv e i telegiornali, sempre, più o meno volutamente, schierati e parziali.

Bisogna venir qua e ripartire, per aver l’occasione di conoscere e, soprattutto, ricordare. Tutto ciò che si è visto, sentito, annusato, gustato, toccato. Per poi tentare di raccontarlo ad altri, contagiarli, infondere una certa volontà di esserci dentro, seppur solo per quattro, cinque giorni.

On the Palestinian side a picture of Handala--a symbol of

Ciò che si vede: un altro mondo. Descritto alla meno peggio nei pezzi passati. Si vedono dignità e arroganza, ismi per tutti i gusti e in tutte le declinazioni, povertà nera e senza speranze. Si vedono soldati e soldatesse imberbi ma già con un lanciagranate in mano e l’espressione severa, ad ogni angolo. Si vede il grigio variopinto del muro, tempestato di murales, graffiti, adesivi. Grigio che contrasta il bianco panna accecante delle colonie e degli insediamenti, tutto uguale, tutto aggressivo. Si vedono volti da caratteristi degli anni ’70, che avrebbero potuto impersonare indiani e picciotti senza difficoltà. Scuri, rugosi, scavati: vecchi sakem arcigni o padrini sorridenti.

Ciò che si sente: un’altra melodia. La nenia lamentosa del muezzin, che rimbomba nella valle alle ore più impensabili. L’arabo e l’ebraico, lingue che suonano aggressive alle orecchie dei profani, piene di suoni gutturali, di saliva che gratta nel palato, di suoni duri. Le bombe, non molte per la verità, ma rumorose. Più che altro inaspettate, almeno per noi. Vicine, ci ha detto Claire, è c’è da fidarsi. Il rotondo Yalla, il nostro esortativo “andiamo”, usato per qualsiasi cosa, piacevole a dispetto della quasi totalità delle parole sentite in una settimana. Il bip dei metal detector, praticamente presenti ogni quindici metri, in qualsiasi città. Di solito seguiti dalle occhiate sospettose dei militi presenti. Il soffice fumo dei mille e colorati narghilè, metafora e simbolo di chi ha capito cosa fare da qui alla fine. Le preghiere sussurrate al Muro del Pianto, armoniche, ripetitive.

Ciò che si annusa: altri odori, definitivamente. Le spezie sono più spezie, il cumino, il curry, il pepe. Scalano i bordi dei sacchetti dove i mercanti le rinchiudono nel suq e ti assalgono con una così piacevole violenza ché non vorresti andar via. L’incenso degli aspersori che le varie confessioni muovono con esperienza nel Santo Sepolcro. Armeni, ortodossi, copti: odore e gesti si assomigliano, cambiano stole e paramenti. La plastica bruciata, puzzo persistente che resta nell’aria dopo le bombe non distanti di cui sopra, entra negli androni e lo incontri per le scale come un vicino antipatico.

Ciò che si gusta: altra amarezza. Nel vedere ciò che non si conosceva, nello sbalordirsi di fronte all’umana assurdità di un Muro che pare tracciato da un bimbo di 5 anni. Amarezza nel vedere la fila impotente al checkpoint, amarezza nel sentire che nemmeno i ventenni hanno speranza nel futuro in quelle zone. Il sapore del caffè arabo, vero terno al lotto per le papille gustative, che si conclude sovente con l’imperdibile e polposa fondata nera.

Ciò che si tocca: altre storie. La polvere delle città. Il sale aspro del Mar Morto. I ruvidi falafel, che poi l’odore ti resta attaccato alle mani fino a sera. La copertina del passaporto, dato che tocca tirarlo fuori spesso davanti ai numerosi controlli. Il cielo con un dito quando si trova un wifi libero, ché sembra d’essere particolarmente distanti da casa in queste zone. La plastica igienica dei narghilè di cui sopra, anticipo d’un momento da gustare, per i cultori.

Ciò che si ricorda: tutto. Perché poi c’è da raccontarlo. Sennò Betlemme, Gerusalemme, Haifa, Beit Jalla ed Hebron (Dio com è brutta e angosciante) restano nomi da telegiornale o da opuscolo peregrino di parrocchia e poco più. Il che è, francamente, imperdonabile per chiunque.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La notte in gabbia – di Jacopo Rossi

Ogni mattina un palestinese si sveglia, diciamo alle tre, e sa che dovrà correre più veloce del suo vicino se vorrà evitare tre, anche quattro, ore di fila al checkpoint. Ogni mattina il suo vicino si sveglia, e sa che dovrà correre più veloce di quello di cui sopra, per lo stesso, identico motivo.

Ne sorte che a Betlemme non importa che tu sia uno o l’altro, tanto se sei tra i pochi che lavorano dall’altra parte devi alzarti presto comunque, e correre.

Se si vuol assistere alla psico-mattanza, bisogna comunque aver rispetto, delle persone, senza travisarle come bestie da zoo. No flash, esclamazione ben nota ai senesi, niente domande travestite da pietosa religiosità come fanno alcuni, serve documentare, non compatire, se non nel senso originario e nobile del termine, cum patior, patire insieme.

Non c’è ripresa economica: il Muro ha fatto strage e pulito dell’economia palestinese. Come diceva Claire, prima la vetrina del suo negozio dava sulla strada principale. Adesso domina otto passi stecchiti, dal marciapiede al muro. E non è un caso isolato. Si tratta semmai di un insieme di casi isolati sì, ma dal resto del mondo. I pochi che adesso hanno un lavoro, lo svolgono spesso di là: ciò significa che, ogni notte un Mitri (nome cristiano, da queste parti) qualunque si sveglia alle tre, si veste con gli occhi pieni di sonno e si beve di straforo, nel caso, un caffè di rara fondata.

Dopodiché passa il taxi, solitamente un pulmino giallo da nove, e lo carica insieme ad altri dodici, tredici compagni di sventura. La corsa è breve e frenetica, il tempo sempre di meno.

Lungo l’unica strada che porta al checkpoint è dominata, da un lato, da una fila di bancarelle. Pita, dolci, pane al sesamo, biscotti, tè, caffè e acqua: molti fanno rifornimento prima di mettersi in fila.

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«Tourists? Want coffe? Tea? I tell you what happens».

L’inglese è forse approssimativo, ma per certo chiaro. Lui è Said e qualcosa, vuole parlare, vede chiara l’occasione di vendere qualche bicchiere  colmo in più del solito, nonché l’appiglio di far conoscere qualcosa che, nei rugginosi ingranaggi della burocrazia israeliana, forse sfugge.

E parla, a ruota libera e quasi a memoria. Ogni notte è la stessa storia: qualche centinaio di disperati, costretti all’umiliante fila ai tornelli solo per andare a lavorare da chi garantisce loro tasse ma non diritti, obblighi e non libertà.

E sarebbero da vedere, solo per carpire sino in fondo l’assurdità nel suo genere. I furgoncini sbandano nel dritto, rischian di cozzare più volte: appena frenano escono a pioggia i mestieranti, poveri e dignitosi ma mezzadri del nulla più assoluto.

A pochi metri dal carretto di Said inizia il passaggio più pietoso. A ridosso del muro, sormontato dalla lapalissiana scritta entrance in ben tre lingue, inizia un tunnel calustrofobico fatto di sbarre, come le rampe dei vecchi flipper a gettoni che ti riportavano la pallina all’inizio, solo in scala da esseri umani, o quasi. Il senso del resto, è lo stesso: questa gente, da anni viene sballottata in questo agghiacciante flipper sociopolitico, i punti diminuiscono, le vite idem.

Il tunnel dura quasi un centinaio di metri. Dopo una decina inizia quello riservato ai turisti ed ai semi-privilegiati dotati del permesso medico. Su un lato, oscillando sotto il peso di un enorme ibriq, la caffettiera araba, passeggia ossessivamente un uomo, che fornisce gli ultimi generi di conforto prima dell’odioso controllo. L’attesa, agli occhi dei profani, pare infinita ed alienante, sotto la luce alogena dei molti fari puntati sui pericolosi mestieranti di cui sopra.

Il gruppo si scinde: alcuni, per un malmesso spirito di compassione catto-pacifista, decidono di condividere la sorte degli sventurati, seguendoli in fila nell’angusto tunnel, togliendo metri preziosi ai comprensibili ritardatari. Bontà loro.

Noialtri, dopo quaranta minuti di notturno orrore squallido ce ne torniamo a casa. Documentare e parlarne, dire e diffondere, senza invasivismi di sorta.

 

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La storia di Claire – di Jacopo Rossi

Dice Claire che è sempre vissuta a Betlemme. Dice che una volta qua non era tutta campagna, ma nemmeno tutto Muro. Dice che passava più gente, questo sì. Del resto il suo negozio si affaccia(va) sulla via principale di Betlemme, ed è (era) pieno di souvenir e ricordi della Holy Land.

Poi hanno deciso, loro, quelli là, che così non andava più bene e hanno messo la prima pietra e su quella pietra è iniziata la chiusa. Era, ora più ora meno, il primo marzo del 2002. Nel mentre, i maggiori esportatori di democrazia al mondo invadevano l’Afghanistan a cavallo dell’operazione Anaconda, e l’Euro diventava l’unica valuta degna di questo nome nel Vecchio Continente.

Quindi al diavolo muri, sbarre e dissuasori, volete mettere con quest’altri chiari di luna? Claire tutte le mattine racconta qualcosa di nuovo, mentre a fatica noialtri viaggiatori sbocconcelliamo qua e là, pizzicando dalla legione di piatti che ci ha messo a disposizione, colmi di olive, marmellata, formaggi, hummus, piccoli toast e quant’altro serva per iniziare la giornata da questa parte dei mattoni, già destati dai rumori della caserma israeliana vicina.

Dice che casa sua, ai caporioni israeliani, piaceva non poco. Per la posizione, sostenevano, ché dalle finestre del secondo piano, lo stesso dove dormiamo, potevano cecchinare che pareva un luna park. Li volevano fare sloggiare, ma non ci sono riusciti. Entravano, bardati, la notte col mitra spianato ed il colpo in canna, per spaventarli e minacciarli. Urlavano, sparavano per strada, si facevano consegnare le chiavi. Una volta la sua figlia più  piccola si svegliò con un fucile alla tempia. Ne nacque un diverbio, dove, dice Claire, la sua fermezza ebbe la meglio sullo stolido capitano, che voleva anche scardinare una porta con gli esplosivi e si dovette accontentare di requisire una stanza, quella accanto a dove si dorme, per sparare e sorvegliare:

«I changed his mind».

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Ma non quello dei suoi commilitoni, che, da una telecamera, una sera, videro che suo marito, vagamente somigliante al Joe Pesci di Goodfellas era entrato nella mansarda, il cui lucernario superava di non poco la sommità del Muro. Lo arrestarono, perché quelli di qua, figli di un Dio infimo, non possono guardare di là senza permesso. Una notte in galera, di là. Poi lo hanno abbandonato in mezzo a un campo, senza documenti, sempre dalla parte di Gerusalemme. Se si fosse presentato al checkpoint senza passaporto e fuori dall’orario consentito, sarebbe stato nuovamente arrestato, ospite delle carceri israeliane come altri 4750 conterranei, 186 dei quali in detenzione amministrativa, cioè senza accuse specifiche. È tornato a casa solo qualche giorno dopo. Dice Claire che, per andare nella loro mansarda adesso devono prima richiedere un permesso speciale. Non si ricorda nemmeno da quanto non sale sul tetto.

Il Muro ha smezzato la strada, dice Claire, ché quando ci passi in macchina, come recita uno dei poster di protesta affissi, sembra di restare incastrati tra i palazzi e la barriera. A casa di Claire se ti affacci dalla finestra di cucina vedi il Muro, da quella del bagno idem, per non parlare della finestra di camera. Però, dal corridoio si vede il palazzo davanti.

La casa di Claire infatti la chiamano “la casa del Muro” e non potrebbero fare altrimenti. A Betlemme è una specie di istituzione, la conoscono tutti. È solo una delle tante assurdità urbanistico-architettoniche del Muro: le gira intorno, lasciandole una sola via di fuga. La separa però, fatto non secondario, dalla Tomba di Rachele, che una volta attraeva torme di fedeli turisti: adesso continua ad attirarli, ma dalla parte di quelli che sono meno e hanno di più.

Dice Claire che però non ha voluto chiudere il negozio. Ha adibito la palazzina a guest house: una sorta di soffice ed accogliente Casa nella Prateria, dove lei, padrona indomita di casa, cucina la colazione per gli ospiti aiutata dal marito, mentre la madre prega in camera e i figli si preparano per andare a scuola. Una parvenza di normalità, non fosse per il filo spinato che assedia i divanetti posti, con garbo, in terrazza, a metri tre dal muro.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La breve, ma intesa, Marcia – di Jacopo Rossi

Betlemme è strana. Maciullata dal Muro, si sviluppa in maniera del tutto casuale, e forse non potrebbe essere altrimenti. È inframezzata da campi enormi ed incolti, rifugio di capre che brucano tra i rifiuti: è ribelle nei graffiti sul muro, quasi romantica nel suo suq, nelle stradine che si inerpicano fino ad esso, triste nei muri coperti di manifesti che, anche se non comprendi la scrittura, dalla foto e dai colori capisci che piangono un martire o, più spesso, una vittima.

Si trova, dentro Betlemme, l’Hogar “Nino Dios” che accoglie bambini disabili abbandonati o indigenti e offre loro un tetto, assistenza medica, spirituale e morale, una famiglia.

Non è ancora dato sapere perché far del bene sia più facile lontano da casa, fatto sta che è stato naturale entrarci per capire, guidati da chi di noi c’era già stato pochi mesi fa. Il contributo minimo, è stato accettato: il nostro nume tutelare in Palestina ci ha affettuosamente scortato mentre accompagnavamo tre di loro, i meno gravi, fuori per una passeggiata, sotto gli sguardi divertiti, e a volte indispettiti, dei turisti.

Una mattinata utile, una mattinata strana, una mattinata ben spesa. Una mattinata che si è chiusa nel lamento del muezzin: il tono pare minaccioso, il significato è sconosciuto. La tensione in questi giorni è palpabile in queste terre, più del solito, si sono moltiplicati scontri ed arresti, feriti e cariche della polizia. Questa terra è una polveriera ed i nomi delle micce sono noti a tutti: Nablus, Hebron, i campi profughi ed i villaggi intorno a Betlemme, ma ce ne sono altri.

Mentre attraversiamo la piazza abbiamo la lieve sensazione di non centrarci nettamente un benemerito, con questa gente e questa situazione: sotto il minareto si moltiplicano i gruppetti di giovani e meno giovani, tutti parlano tra loro, tutti squadrano i turisti.

Ma son solo paranoie, dato che, appena svoltato l’angolo, la ruffiana cortesia di venditori e bottegai torna a confortare il tuo nervosismo.

«Where are you from?»

«Italy.»

«Ah ah, Italia, bella, buongiorno, ciao, 30% sconto, 50%, 60%, sheckel, dollari, euro».

La nenia tentatrice non è mai uguale, né mai troppo convincente. Due passi per le mulattiere di Betlemme, erte e sconnesse come quelle di tutte le città che si sono volute bene in passato, ed è subito fame. Proprio sotto il minareto, che adesso domina una piazza quasi vuota, rincalcato dietro un angolo, in fondo a una rampa di scale, si trova quanto di più vicino ad un vinaio patrio un nostalgico senese possa scovare in quest’angolo conteso di mondo.

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E anche questo serve, in vista del pomeriggio: dieci anni fa, nasceva, con tripudio di pochi, lutto di molti e vergogna di tutti, il Muro. Nel mattino le prime manifestazioni a Gerusalemme sono già terminate in scontri e feriti, mentre la città tentava di nascondere il tutto con una maratona indetta ad hoc. Il troppo correre non permette di guardarsi intorno, evidentemente.

Che si vada al Cremisan, noialtri, dove un cocktail di lingue e fedi ci attende. Il Cremisan, una delle ultime vallate non ancora, per poco, soffocate dalle ruspe israeliane. Per poco, perché i lavori avanzano, e Bet Jalla, malmessa periferia di Betlemme che sovrasta la valle, può solo assistere al nastro dell’asfalto overprotetto da mura e bastioni di cemento e metallo, destinate ad espandersi. Come detto giorni fa, il problema di Israele è il traffico: c’è da allargare le strade, perdìo, e al diavolo quegli zappaterra che già non riescono a lasciare Betlemme tranquillamente, a recarsi a un ospedale decente, a godere dei frutti della propria terra, a irrigare i raccolti.

Italiani e palestinesi insieme per una messa bilingue: non serve parteciparvi attivamente, basta esserci per la marcia. Marcia che, dal verde della valle arriva al grigio del muro, davanti al checkpoint, sotto lo sguardo vigile di soldati israeliani e poliziotti palestinesi. Nervosismo? Un po’. Tensione? Anche. Soddisfazione? Certa. Lo dicono gli occhi di chi, dalla sua casa distante pochi chilometri, non aveva ancora trovato il coraggio di arrivare sin lì. Quando sfiliamo nuovamente davanti alle sbarre, i soldati sono decuplicati e molti indossano già la tenuta antisommossa. Urlano, imbracciano i fucili, invitano a disperdersi, e l’apparente obbedienza del serpentone dei marcianti basta a tranquillizzarli.

Serviranno, nemmeno un’ora dopo, alcuni scoppi, forse di prova e forse no, uditi distintamente mentre siamo in casa, a ricordarci che, comunque vada, qualcosa non dorme mai, né si tranquillizza, in queste terre contese e lacere.