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CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Un Muro vince, un Muro perde – di Jacopo Rossi

[…] A Gerusalemme Vecchia si sale e si scende, ma l’apice emotivo è, di contrappasso, ben piazzato in basso: il Muro del Pianto, dopo i soliti metal detector, spiazza, decisamente, spiazza. L’enorme spiazzo (lo so, non suona, ma è ciò che accade, anche se sembra uno slogan anni ’80: lo spiazzo spiazza) brulica di persone e, soprattutto, soldati. Armati di mitra, fucili e lanciagranate, farebbero la gioia di ogni nerd cresciuto a pane e Doom, Medal of Honor e succedanei. Fatto salvo che queste, di armi (non tutte, alcune mancano, con evidenza, del caricatore), sparano davvero. E, come succede nella PlayStation, le hanno in mano ragazzini e ragazzine che ancora si ricordano vividamente il proprio Bar mitzvah e i primi cicli. Ma, di contro, son calci e non joystick, grilletti e non bottoni.

Ci vuole occhio, anche se appaiono tutt’altro che minacciosi, quasi fosse un gioco, per loro: colonie di turisti li assediano ed educatamente, mitra alla mano, si fanno fotografare insieme a loro. Poco dopo, diretti magistralmente da un regista americano, si riuniscono in cerchio sotto l’enorme labaro stellato che garrisce al vento (sorprendentemente freddo, per la verità) per una sorta di giuramento, inquadrati senza pietà da un cameraman di livello (lo si capisce dalla stazza del treppiede).

Il folklore però non basta guardarlo, c’è da entrarci dentro, e qua si può. Salutate le ragazze del gruppo (uomini e donne hanno sezioni divise del Muro tutta per pregare), c’è solo da prendere la kippah da turisti, taglia unica, molto kitsch, ed avvicinarsi alle schiene che si piegano contro i mattoni. Misteriosi come pochi: hanno assicurato sulla fronte un piccolo cilindro, nero come i lacci che portano avviluppati stretti alle braccia e si intersecano sulla nuca e ripetono la loro nenia religiosa ritmandola e scandendola mentre si flettono. Ed il sentirsi intrusi è tutt’altro che fuori luogo, tanto che dispiace quasi poterli riprendere. I particolari da inquadrare, fermarsi a studiare e notare sono tanti, troppi: oltretutto si son fatte le cinque, ed è l’ora di iniziare a fidarsi di chi questa realtà la vive da ben più di due giorni.

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Daniela, classe ’43, ha una linfa energica dentro che possiede solo chi sa che lottare contro i mulini a vento non è per forza un’utopia. Nata da genitori polacchi emigrati in queste terre alle prime avvisaglie naziste è ebrea. Per questo, alle nostre orecchie, suona strano che difenda i palestinesi. Colpa nostra, che poco ne sappiamo, colpa d’altri, che poco ne parlano. Daniela (Yoel, per amor di cronaca) è di Machsom Watch, associazione tutta femminile che dal 2001 presenzia ai checkpoint, osserva, prende nota, contesta e denuncia le vessazioni che i palestinesi subiscono dai militari, tenta di appianare le tensioni che si verificano. E sa di raccontare, in un italiano colorito, chiaro e godibile, vicende incredibili. Come quella che l’ha portata a schierarsi “contro”: «una donna palestinese, dopo quasi dieci anni di cure contro la sterilità, stava partorire due gemelli. I soldati israeliani la bloccarono al checkpoint e la obbligarono a partorire per terra. Il primo nato morì subito, il secondo lo seguì poco dopo. La fecero passare solo quando era agonizzante sopra un’ambulanza, coperta di sangue e senza più lacrime». Qualcuno, durante il racconto, piange a dirotto, qualcunaltro più timidamente, altri ancora lasciano inciampare una bestemmia flebile tra i denti (siamo pur sempre in una stanza del Patriarcato, e con due preti, per giunta). E Daniela lo sa che il suo popolo considera lei e le sue compagne alla stregua di traditrici ma si sente obbligata dalla storia del suo popolo: «Mi hanno insegnato a non tacere davanti ai torti fatti ad altri. Tutto il mondo taceva di fronte alla perdizione della mia gente: adesso non posso tacere quando vedo il mio esercito, l’esercito del mio Paese, che perseguita i palestinesi».

All’altro capo della città, bordo muro, c’è il convento delle comboniane, sorridenti donne con gli attributi, la cui scuola è stata mutilata dei suoi scolari per colpa, di nuovo, del Muro. I bambini che in linea d’aria abitano a poche centinaia di metri, adesso dovrebbero percorrere ventidue chilometri e passare due checkpoint per arrivare a lezione: da quaranta sono rimasti in cinque. «Il primo anno che c’era il Muro, grazie all’intervento della Nunziatura, i soldati lasciarono aperta “una finestra” ad un metro e mezzo da terra e da lì ci passavano i bambini. Poi chiusero anche quella». Orgoglio e tristezza si fondono nell’italiano ascendente spagnolo di Suor Alicia, una delle due donne del convento che ha deciso, a suo tempo, di lasciare la comodità dell’istituto e trasferirsi aldilà del Muro. «Sono solo diciotto chilometri da percorrere» scherza, mentre dal tetto del convento vediamo la finestra della sua stanza, ad un tiro di schioppo, come si usava dire. Poi, da un altro lato, ci indica un’altra follia edile della barriera. «La vedete quella casa là? La sua parete è diventata parte del Muro, vedete? Hanno murato le finestre che davano sull’altra parte e chiuso la terrazza per lo stesso motivo, vedete?». Sorride amara e quasi beffarda, insiste sul “vedete” anche se, purtroppo e per fortuna, abbiamo già smesso di accontentarci di guardare.

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CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Marmellata fatta in casa – di Jacopo Rossi

jr3 Accanto al Muro le giornate iniziano presto e le notti finiscono ancora prima, grazie ai faretti che dal filo spinato puntano verso le finestre. E soprattutto quando nella caserma vicina, ma dietro i 9 metri di barriera, decidono di esercitarsi, hai visto mai scoppia un conflitto. Pazienza, non è l’ultima né sarà la prima delle sveglie antelucane. La padrona di casa, Claire, al piano di sopra già spadella la colazione per tutti, insieme al taciturno marito e ai due figli, già in tenuta scolastica. Una parvenza di normalità, non fosse che guardar fuori di finestra ti riporta bruscamente ad un presente fatto di oppressione fisica, burocratica e muraria. Olive, pita, hummus, sfogliatine con la ricotta, toast al formaggio, olio speziato, marmellata («I made it, homemade» sostiene orgogliosa), pancake e sciroppo d’acero. Saluti, ringraziamenti e qualche cenno di vita vissuta (che meriterà, forse, qualche capitolo a venire), s’esce, alla volta dell’Università di Betlemme, davanti alla quale abbiamo appuntamento con un altro gruppo di italiani ben più numeroso e variopinto. Non è facile comunque muoversi in una città che, casualmente, per Google Maps non esiste (come il resto dei Territori), come la Petoria situata al 31 di Spooner Street. Non resta che chiedere. «Sorry, we’re looking for the University of Bethlehem». «Are you speaking English? Why? Speak Arabic!» «Thanks». Guappo ma comprensibile: non più di vent’anni, infanzia bruscamente interrotta dal Muro, facile che abbia visto qualche parente vessato, percosso ed arrestato dal nemico. Anche se, tranne qualche asperità dei tratti somatici, il ragazzo è del tutto simile ai suoi coetanei dall’altra parte del mediterraneo, pare facile l’equazione inglese = Occidente = amici del nemico. Ed è una carognata dargli torto, se si conosce la storia. Tant’è. Resta il checkpoint, per noi folklore, per loro umiliazione obbligatoria. I due alla sbarra non arrivano a cinquant’anni. Quello che ci ferma non smette di giocare con un piccolo cubo di Rubik, l’altro, elmetto in testa e mitra ad armacollo, è impegnato in un match di Ruzzle, so social, so global. Si passa, direzione (tocca) Monte degli Ulivi, con la democrazia spirituale che ne deriva. Italiani (si riconoscono, si riconoscono), polacchi, russi, spagnoli, americani, che parcheggiano pullman e pulmini “at their own risk” sulla sommità dalla quale si domina un gran bel pezzo della vecchia Gerusalemme. È l’ingresso per la Disneyland ufficiale della fede: tra anziani bruciati dal sole che si tirano dietro paciosi cammelli ad usum turisti e venditori di gadget straordinari, fai fatica a distinguere, nella rumorosa e devota massa di forestieri chi ci voleva venire e chi essere. Al di là del credo, è un posto che si fa sentire, anche dentro cinici scettici bestemmiatori senzadio. Gerusalemme Vecchia, del resto, vecchia lo è davvero. Nelle bancarelle del suq, nei suoi odori, nei banchi di fumo dei narghilé, nelle pietre dei vicoli, nei volti scavati e nelle barbe lunghe, nella nenia del muezzin che non conosce defezione. Fuori, sulle pietre che a tratti ricordano quelle di casa, è una ricchezza di sensazioni confuse e distinte ché par quasi di poter mordere gli odori che scaturiscono ordinatamente dai sacchetti delle spezie, altrettanto geometricamente ordinati sugli scaffali. Dentro, alle chiese, a ciò che dicono essere eretto sopra il Santo Sepolcro, dominano due odori: quello del sudore e quello dell’incenso. Quest’ultimo asperso con generosità ogni pochi minuti dai rappresentanti di tre confessioni: il rigido ortodosso, il cangiante armeno, lo svogliatissimo copto. Facile perdersi, impossibile tirar dritto, sarebbe da codardi. (segue)

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: «Do you have a gun?» – di Jacopo Rossi

Sono ancora molte le cose che stupiscono in Israele. Ti stupiscono i Giardini Bahá’í di Haifa, che scendono dalla sommità della città verso il porto con maniacale geometria di siepi ed alberi, fiori e statue, carezzate dai riflessi della lucente cupola dello shrine, la Casa Universale di Giustizia, Mecca dei fedeli, che credono nel non assolutismo della rivelazione religiosa e nel ruolo di messaggeri di un unico Dio tutte le figure di riferimento delle principali religioni monoteiste. C’è anche il nuovo, quaggiù. Il wi-fi libero, praticamente ovunque, da Haifa ad Acri, che consente di fare un salto virtuale in patria.

Ma il sorriso sulla faccia pulita della modernità si spegne presto. La voglia di sicurezza degli israeliani è ben più che palpabile, è ossessionante, pervasiva, è ovunque. Fuori dal centro commerciale, dai negozi, per le strade, fuori dagli stupendi Giardini, fuori, sempre. In differenti divise, tutti, o quasi, armati, con un caricatore di scorta ché non si sa mai, dietro ad un metal detector, poco accomodanti di primo acchito. «Do you have a gun?» è la parola d’ordine.

jr2La paura nel non godere di una sicurezza spontanea è un virus ben visibile, una malattia che lascia il segno dove più si vede e più si nota. Scompare, un poco, per le vie di Acri, dannatamente arabomediterranea, nonostante le sirene che fanno capolino dai tetti. Alcuni bambini stanno andando a scuola e sono stupiti dai grossi obiettivi delle macchine fotografiche che vi portate dietro. Scherzano e se ne vanno mentre entri nella piccola città, che lascerai di lì a poco, per una tournée spirituale tra il Monte delle Beatitudini, il Lago di Tiberiade e Cafarnao. Oasi di pace non necessariamente, o non solo, spirituale, oasi di pace dove, ricordano i cartelli, non si può indossare calzoncini corti, mangiare, portare armi (!). Ma è l’ora di rimontare in macchina e raggiungere Gerusalemme: attraversandola, si può entrare, poi, a Betlemme. Due ore che scorrono, e appare la tentacolare capitale «indivisibile» (peculiarità che le riconoscono solo gli ebrei stessi), dello stato d’Israele d’albionica matrice. È quasi impossibile trovare indicazioni stradali per Betlemme, che pure dista solo 10 km, ed è meglio non chiedere informazioni, pare. Alla fine, tra una rotonda e un po’ di fortunoso istinto, arriva il checkpoint. Il primo. Già perché per spoggettare bisogna superarlo, passaporto alla mano, sotto gli sguardi comunque sospettosi dei militi armati di mitra. E poi, il Muro, che circonda per tre lati la guest house-albergo-ostello che ci ospita. Pochi metri, l’aria sembra ingenuamente diversa. La storia appare almeno un po’ diversa da come la racconta un Pagliara qualsiasi, che dai microfono Rai pareggia qualche morto “di qua” con qualche ferito “di là”. L’uomo che ci accoglie è gentile e ci porge subito una teiera con sette bicchieri una volta entrati nell’appartamento, che ricorda vagamente quello di Goodbye Lenin. Grande, un mobilio non da palati fini, funzionale: il filo spinato che circonda la veranda precede solo di qualche metro la pesantezza prepotente del Muro. Non sarà finita. Ora che ci sei davvero voluto venire, devi saper tollerare la visione di ciò di cui sentivi solo parlare.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Il problema di Tel Aviv è il traffico – di Jacopo Rossi

 

In certi posti ci devi voler andare. «Quanto si ferma? Cosa va a fare? Conosce tutti i componenti del suo gruppo? Ha fatto lei la valigia? Che lavoro fa? Può aprire il bagaglio? Glielo chiedo per la sicurezza del suo volo». I controlli sono accurati, quasi paranoidi, ma la motivazione pellegrin-spirituale regge. La gentilezza degli addetti casca loro addosso male come le giacche troppo larghe che portano. L’italiano è incerto, mandato a memoria. Iniziano presto,  alle 7.15 di mattina: la severità israeliana non fa sconti ed è dura cavarsela in meno di venti minuti. Qualcuno viene trattenuto anche di più e accompagnato fin dentro l’aereo. Però in certi posti ci devi voler andare. Non sai quando ricapita. E quando riesci a montare sull’aereo suona già come  una prima conquista. Pasto a bordo, tutto rigorosamente kosher, è chiaro, vino compreso. Dopo tre ore le nuvole lasciano il posto al mare, che cede il passo alla terraferma, a Tel Aviv. E allora questa terra massacrata da poco meno di un secolo d’occupazione non sempre silenziosa la vedi, ma sembra ancora un plastico di Porta a Porta finché non atterri.

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La prima cosa che ti lascia senza fiato è, banalmente, il caldo. La seconda è doversi sottoporre ad ulteriori controlli, in inglese stavolta. La parola d’ordine è una sola, categorica: “Please, don’t stamp”. Guai infatti a farsi apporre il timbro di Israele sul passaporto: molti Paesi vicini non gradiscono ed impediscono l’accesso. La curiosità dell’addetto, che avrà sentito questa formula mille volte, è automatica. «Why?». La risposta può variare, l’affettata cortesia non decade, ma rimane l’impressione d’essere ospiti non graditi all’aeroporto Ben Gurion. Ti muovi nel mezzo a decine di cappelli neri, trecce, barbe curate e lunghe vesti nere quasi con rispetto, hai visto mai che ti rimpatriano al volo e addio il voler andare in certi posti.

Ma finalmente esci (e non potrai rientrarci fino al ritorno) dall’aeroporto e l’ennesima addetta alla sicurezza si avvicina lesta e ruvida ad un tuo compagno di viaggio, reo d’aver scattato una foto verso il Ben Gurion.

Ma in certi posti ci devi voler andare: due scuse, un’espressione colpevole e te la cavi con un rimprovero, ormai ci siete. Rilevate il pulmino a noleggio, e non puoi fare a meno di notare il ragazzo dai tratti mediorientali che te lo consegna mentre guarda di traverso un gruppuscolo di coetanei appena atterrati che cantano e lanciano la kippah in aria per festeggiare chissà cosa.

Ti fermi per il pieno ed il benzinaio è in buona. «Where do you come from?»

«Italy.»

«Milan or Neaples?»

«Near Florence».

Ma non la conosce, e devia parlando di calcio, di squadre, non conosce nemmeno il Siena, e di Balotelli: «he’s mad». Paghi, 400 shekel, 80 euro, grazie e arrivederci, buon pellegrinaggio.

La terza cosa che ti sorprende? Il problema di Israele è il traffico. Granitico, lungo le arterie del Paese, numerate con scarsa fantasia. Sirene e macchine ovunque, semafori impietosi, code infinite. La prima tappa, Haifa, dopo più di due ore, è ancora lontana. Ma, del resto, in certi posti ci devi voler davvero andare.