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TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

Ormai qualche mese è passato da quei fatidici giorni di metà Ottobre, quando svanì il sogno e si concluse il percorso della candidatura senese a Capitale Europea della Cultura. Il ferro è oramai freddo, ed il vento si è almeno in parte placato. Per questo siamo andati a bussare, con qualche domanda, alla porta del Professor Pierluigi Sacco, direttore del progetto e vero Deus ex machina del fermento culturale che ha animato la città negli ultimi anni. Continua a leggere TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

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La sfida della Capitale Europea della Cultura 2019 – di Jacopo Rossi

La Cultura, quella con la C maiuscola, nel nostro Paese, gode dello stesso rispetto dovuto ai morti eccellenti, ai martiri, alle vittime di mafia e terrorismo. Ce ne ricordiamo solo per gli anniversari e le ricorrenze: mai durante l’anno. La Cultura non è più dunque “petrolio da sfruttare”, come sostenne Gianni De Michelis, ma un surplus, o, peggio, un vizio costoso. Sembra strano parlarne in Italia, il primo Paese al mondo per patrimoni dell’Unesco, dove però quasi nessuno legge (appena il 43% degli italiani ha letto un libro nell’ultimo anno) o visita un museo (25,9%). Ma, del resto, nemmeno investiamo per tutelare tale patrimonio: siamo ultimi in Europa per spesa di risorse pubbliche in cultura, appena l’1,1%, dietro alla Grecia (1,2%), lontanissimi da Germania (1,8%), Inghilterra (2,1%), Francia (2,5%) e Spagna (3,3%).
E ai parenti delle suddette vittime cosa resta? Lamentarsi d’esser stati lasciati soli dai governi, così come si levano, alte e inascoltate, le voci di chi con la Cultura lavora, mangia, vive.
Ultimo ad aggiungersi al coro intelligente, che chiede da anni contromisure concrete, è stato qualche giorno fa Zubin Metha, direttore del Maggio Fiorentino: «Ho soltanto una cosa da domandare al nuovo premier: la defiscalizzazione anche per la cultura. Gli studenti italiani scappano in Germania!».
Zubin Metha, lo stesso che, ventotto anni fa, nella città natale del premier a cui si rivolge, Firenze, era uno dei gli ospiti di richiamo della Città della Cultura Europea. Insieme a Carl Popper e Lepopold Senghor, a Eugene Ionesco e Ingmar Bergman.

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Cliccando sull’immagine si aprirà una timeline interattiva sulla storia delle Candidature

Nato l’anno precedente da un’idea della socialista greca Melina Mercouri e il francese Jack Lang, il riconoscimento si è rivelato in questi anni un’ancora vitale per molte delle quarantanove città che se lo sono visto assegnare. Un’idea che negli anni si è evoluta, che ha abbracciato modernità e tecnologie ma che, di fondo, è rimasta la stessa: una (o più) città che, ogni anno organizza (o organizzano) eventi, concerti, congressi, installazioni, gallerie e musei. Con i soldi di enti amministrativi, fondazioni, privati e, soprattutto provenienti dai fondi europei.
Il caso più eclatante è rappresentato da Liverpool, che nel 2008 incassò quasi otto volte la cifra spesa, 750 milioni di euro, e registrò un incremento del 34% di turisti durante tutto l’arco dell’anno rispetto al 2007, attirando, solo per gli eventi inerenti la candidatura, 10 milioni  di persone, 2,6 milioni delle quali straniere.
La città inglese non è stata l’unica a registrare numeri da record grazie alla nomina, che a tutte le latitudini europee, a chi l’ha saputa sfruttare, ha garantito incassi immediati e benefici a lungo, lunghissimo termine. Parte delle risorse investite ogni anno, infatti, vengono utilizzate per restauri e manutenzioni dei beni esistenti: musei, strade, vecchi quartieri, porti, ville, giardini. Anche nel nostro Paese, che di cultura non vuol sentir parlare, ma che nel 2019 potrà tentare nuovamente di sfruttare quest’occasione, la quarta, dopo la succitata Firenze, Bologna e Genova.
La prima, e a ora, ultima scrematura è avvenuta nel novembre dello scorso anno. Un comunicato ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, redatto dalla giuria europea “costretta” a scegliere le città in una rosa di ventuno, ha optato per CagliariLecceMateraPerugiaRavenna e Siena. Fuori sono rimaste, tra le altre, L’Aquila, Bergamo, Venezia (che rappresentava il più vasto bacino del Nordest), Urbino e Reggio Calabria. Ne sono seguite polemiche inevitabili, preludio a quelle che, forse, torneranno nell’autunno del 2014, quando la giuria si riunirà un’ultima volta per scegliere la Capitale Italiana.

Pierluigi Sacco, Direttore di Siena Capitale Europea della Cultura 2019, delinea una panoramica sulle sei città finaliste

Per la prescelta si tratterà di un’occasione imperdibile, per rilanciarsi o, nel peggiore dei casi, tentare di rammendare il proprio tessuto sociale, economico e culturale, senza dimenticarsi l’esempio di chi l’ha preceduta.

Firenze, certo, che fu la prima delle città italiane, seconda nel continente, a essere eletta Capitale (anche se allora si usava il più modesto termine “Città”). La Regione Toscana stanziò, con un’apposita legge (42 01/09/86), un miliardo di lire. Il conto finale ne avrebbe fatturati 32, a fronte di un guadagno almeno (non esistono stime precise) due volte maggiore, grazie ai 184 eventi e, soprattutto, ai 650 mila visitatori.

Il prestigioso riconoscimento sarebbe tornato in Italia nel 2000, quando oltre a Bologna, per accogliere degnamente il Giubileo, sarebbero state scelte anche Reykjavìk, Bergen, Helsinki, Bruxelles, Avignone, Praga, Cracovia e Santiago de Compostela. Secondo alcuni studi condotti precedentemente, le aspettative dei cittadini felsinei erano alte e positive, nei confronti di un ruolo che, negli anni, era cresciuto di prestigio. I risultati di indagini successive rivelano invece come la governance della Bologna di allora non seppe sfruttare l’evento. Alcuni progetti vennero abbandonati per anni, altri modificati in corso d’opera; la pianificazione a lungo termine ne risentì drasticamente, risentendo anche, negli anni, dell’alternanza politica alla guida della città. Dieci anni dopo la candidatura, la cifra investita ha raggiunto i 75 milioni di euro, due terzi dei quali spesi entro il 2003, evidenziando un rallentamento di spese e, probabilmente, d’intenti.

Diverso, ben più longevo e benefico fu il caso di GeNova04. A fronte dei 241 milioni spesi, nelle casse del capoluogo ligure entrarono 440 milioni. Al termine di quell’anno la stragrande maggioranza dei cittadini, l’88,5%, si rivelò soddisfatta dei cambiamenti Ancora a distanza di dieci anni, la città e chi vi lavorò ricorda quell’evento che contribuì a far rinascere la città dopo i tumulti, il sangue e gli scandali del G8 del 2001.

infoGenova

Un caso di sapiente gestione di un evento di portata internazionale che, però, potrebbe avere degli epigoni tutti italiani. Risale infatti al dicembre del 2011 un disegno di legge presentato dal senatore in quota PD Alfonso Andria, che proponeva l’elezione annuale di una Capitale Italiana della Cultura.

L’ex Senatore Alfonso Andria parla del suo disegno di legge per una Città Italiana della Cultura

 

Molte sono le parole spese negli anni, meno le iniziative concrete intraprese. La speranza, per contribuire a rilanciare l’economia e far risorgere un settore troppo presto dato per morto, è che tali iniziative diventino realtà, cosicché l’Italia cessi di essere il Paese, come disse Carlo Levi “della cultura ridotta soltanto a procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Riuscendo a sfruttare, magari, il capitale delle Capitali Europee, senza malagestione, campanilismi e miopi gestioni che purtroppo hanno inficiato il successo di tali iniziative in passato.

(pubblicato la prima volta su Campusmultimedia il 10 aprile 2014)

(WhoWhatWhereWhenWhy?) CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA: NE PARLIAMO CON SANTA NASTRO (Artribune) – di Fausto Jannaccone

santaPartiamo da lontano: cosa vuol dire Capitale Europea della Cultura 2019?

La mia conoscenza della competizione verso il 2019 viene innanzitutto da una inchiesta che ho condotto in più puntate ed in più momenti su Artribune, la rivista d’arte e cultura contemporanea nella quale ho l’onore di lavorare, all’interno della direzione editoriale. In questo frangente, incontrando e intervistando molti dei protagonisti che hanno partecipato innanzitutto alla prima fase dei lavori e poi agli step successivi, ho avuto modo di interpretare, secondo quella che è la mia sensibilità, quali siano state le motivazioni che hanno spinto queste città ad intraprendere una sfida così ardita, come quella di investirsi in una progettualità molto complessa, che abbia a che fare con la cultura ed in un momento sicuramente molto poco favorevole da un punto di vista prettamente economico. Ad ogni modo, per rispondere alla tua domanda, Capitale Europea della Cultura 2019 significa essere lungimiranti, guardare lontano, guardare al futuro, aspettarsi dei ritorni, ma nel tempo. Una delle problematiche più forti, dal mio punto di vista, di questo periodo storico, non solo nel settore della cultura è la pretesa di ottenere risultati immediati ad ogni azione. Se ci pensiamo questo è un po’ una negazione della funzione della cultura. La cultura è qualcosa che interviene nel tempo, che trasforma la vita delle persone a partire dalle piccole cose, dai pensieri, dal loro modo di scegliere e di condurre il proprio lavoro, i valori familiari, il tempo libero, etc. Non ha risultati nell’immediato, ma ne ha di magnifici nel tempo. Recuperare, grazie ad un percorso laboratoriale che ha coinvolto in modi diversi più città italiane, questa dimensione “del tempo” in un momento di grande confusione, in cui si chiede molto spesso alla cultura di abdicare alla propria funzione primaria e più bella ed eccitante, è un grande valore aggiunto, a mio parere, che la competizione a Capitale Europea della Cultura 2019, ha in questi anni così difficili.

Dopo la “nomination” di Firenze nel 1986, per seconda dopo Atene e quando il sistema era tutt’altro, la partecipazione di Bologna al “gruppo-2000”, e Genova nel 2004, il 2019 sarà un’altra occasione per l’Italia. E’ una responsabilità quanto grossa per la città che alla fine la spunterà? Ed è un’occasione che l’intera nazione deve cogliere, sostenere ed appoggiare o riguarderà solo marginalmente il resto del paese?

Credo che ogni investimento personale, istituzionale o di una comunità comporti innanzitutto una grande responsabilità, di conseguenza questo vale anche per la progettualità di cui parliamo. Ma è un senso di responsabilità che chi ha partecipato si porta dietro sin dal momento in cui ha espresso l’intenzione di candidatura. Il portato di questa competizione mi sembra essere, infatti, innanzitutto identitario: mette in discussione il senso di comunità, la tradizione culturale e come questa si confronta con le esigenze di futuro, come si proietta nella dimensione contemporanea ciò che riguarda il territorio, le sue istanze, le sue complessità. Detto questo, la “partita europea” è in questo momento di grande attualità ed una delle scommesse più importanti: proprio per questo le vicende che riguarderanno la città che “vincerà” apparterranno all’intero Paese. In senso molto positivo, poi, credo che sia giusto e doveroso che una storia così prestigiosa diventi una storia da raccontare in tutto lo Stivale.

Dalla scrematura di novembre è risultato un lotto di sei candidate che hanno un comune denominatore: città di medio-piccola dimensione, forti di un background culturale ed artistico specifico e caratterizzante, che nel turismo artistico-culturale hanno il loro principale motore economico. La sfida cui sono state messe davanti è la capacità di proiettare il loro bagaglio nel futuro, nel senso di evolverlo, investirci e farne la base per un rinnovamento, un “rinascimento culturale”? E potrebbe essere questa un’indicazione da dare a tutto il paese?

No, non lo direi, se vogliamo evitare di ricadere nella trappola del patrimonio come “risorsa da sfruttare”. Credo che ciò che abbia fatto la differenza nella scelta delle sei candidate sia stato il loro modo di relazionarsi alla storia e alla tradizione, formulando però una proposta di comunità articolata nel presente. La questione del passato è per il nostro Paese nevralgica, così come quella del futuro. Siamo così preoccupati da quest’ultimo da non essere spesso in grado di affrontare il presente. La vera sfida, a mio parere, è proprio questa, riguarda il senso di responsabilità ed impegna i singoli cittadini, come le comunità a ripensarsi e a rinsaldarsi, trovando nella cultura un nuovo collante, un nuovo modo di dialogare, di riprogettare l’esistenza.

Alla luce di ciò, senza andare nello specifico di ogni singolo caso, cosa sta facendo bene chi sta ben operando delle candidate, e viceversa in cosa sta sbagliando chi sta male interpretando la “competizione”?

Partendo dal presupposto che le sei candidate che sono state selezionate hanno evidentemente secondo chi aveva il compito di sceglierle “le carte in regola” per proseguire in questo percorso, credo che stiano “facendo bene”, anche se la mia è solo una opinione e sicuramente non spetta a me dirlo, coloro che stanno interpretando correttamente il senso della candidatura, coloro che stanno cercando di costruire al di là della competizione un percorso che racconti le parole chiave di comunità, identità, coesione sociale attraverso la cultura. Coloro che stanno cercando di costruire una nuova solidarietà grazie ai contenuti della candidatura, che stanno cercando di dare voce e risposte ai temi della crisi, che hanno guardato alle nuove generazioni, ma senza falsa retorica, coinvolgendole realmente e direttamente, coloro che hanno coniugato tradizione e presente, che hanno utilizzato le tecnologie smart e che hanno pensato di sviluppare percorsi sostenibili in termini economici ed ambientali. Ma anche chi ha preferito di privilegiare solo alcuni di questi aspetti piuttosto che altri, concentrando maggiormente la propria attenzione su di essi. E chi è riuscito ad andare addirittura oltre, portando a nuovi livelli di immaginazione quelli che sembrano essere i temi più attuali.

Per concludere possiamo comunque affermare che, qualunque sia l’esito di questa “competizione”, è un’occasione che non può esser sprecata da nessuna delle concorrenti? E che investire nella cultura non può che essere una scelta vincente per tutti, ma prima di tutto per l’Italia?Santa-Nastro-sorridente

Indubbiamente. L’immagine che queste concorrenti offriranno di sé verso i momenti conclusivi della competizione, sarà quella che la comunità ricorderà, a prescindere da cosa accadrà nello specifico. Cosa la mia città può fare nel momento in cui le è richiesto di dare del suo meglio? è la domanda che ci poniamo segretamente. Penso che sia una responsabilità non indifferente, che naturalmente si riverbera anche sull’intero Paese. Ciò che mi auguro è che la città che sarà “incoronata” Capitale Europea della Cultura 2019 non si isoli, cedendo il passo a troppi localismi, e non venga lasciata sola. Nella mia opinione, si vince se alla cultura si restituisce il proprio ruolo fondamentale: quello di strumento per interpretare la realtà. E la realtà oggi è molto complessa, spesso imperscrutabile, richiede armi affilate e la capacità di cogliere le sfumature. Solo la cultura può aiutarci in questo, renderci più forti, più consapevoli, più coraggiosi. E non è poco.

Foto di Mattia Morelli