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LA RAGAZZA DEI DUE MONDI (prima puntata) – di Nabila Bassiti

“Ciao a tutti mi chiamo Nabila Bassiti e sono nata a Grosseto il 05/01/94 da genitori marocchini. Ho trascorso i primi anni della mia vita a Pari, piccolo borgo della Maremma , per poi trasferirmi a Civitella Marittima dove ho frequentato elementari e medie. Mi sono diplomata presso l’istituto tecnico “Sallustio Bandini” a Siena ed infine ho conseguito la Laurea presso l’Università di Scienze Politiche e Internazionali.
Sono una ragazza molto determinata nella vita e mi pongo sempre grandi obbiettivi: per questo che ho deciso di intraprendere questo percorso di studi, per cercare di cambiare, nel mio piccolo, il mondo”

Ogni migrante  porta con sé la sua storia, sempre difficile, fatta di addii e di rinascita. Per raccontarvi la mia, vorrei iniziare partendo dalla storia dei miei  genitori e del perchè abbiano deciso di abbandonare le loro vite e le loro famiglie.

Mio padre all’età di 23 anni decise di intraprendere questa nuova esperienza , per cercare ciò che tutti noi cerchiamo, ovvero una vita dignitosa e serena.  Arrivato in Italia e trovata la stabilità economica mia madre decise di raggiungerlo, decisione molto sofferta per una donna nata e cresciuta  a Casablanca che poi si è dovuta stabilizzare in un piccolo paesino della Maremma.
Dopo qualche anno al trasferimento decisero di allargare la famiglia nella speranza che un giorno potessero poi tornare al paese di origine.  Nel 1994 nacqui io terza di quattro figli.

Essere figli di migranti ha una duplice sfaccettatura, sopratutto  se oltre ad essere di un’altra cultura sei anche di un’altra religione.
I primi anni delle elementari ricordo ancora le volte in cui tornavo a casa piangendo da mia madre non capendo perchè a mensa non volessero darmi da mangiare la pasta con lo speck, non accettavo di essere diversa.
Crescendo però ho appreso che ho qualcosa che non tutti hanno: la fortuna di essere cresciuta con dei duplici valori e una duplice cultura, cosa che d’altro canto spesso va a scontrasi se non riesci a trovare un compromesso interiore .

Questo compromesso però è molto difficile da trovare poichè non è semplice vivere in una società e allo stesso tempo mantenere la cultura di un altro paese. Gli anni dell’adolescenza sono stati anni molto sofferti, perchè per una ragazza marocchina era proibito andare a ballare o andare alle feste; quindi mi ritrovavo a passare i sabati sera a casa quando invece le mie amiche andavano in discoteca.
Quanti pianti mi sono fatta, e molto spesso mi sono chiesta perchè i miei avessero questa mentalità ottusa, però con il passar degli anni ho capito che ogni tappa ha un età e bruciare le tappe non è molto costruttivo. Si è vero io in quegli anni mi sono disperata ma tornassi indietro vorrei che i miei genitori mi proibissero ancora di andare a ballare all’età di 14 anni .

 

Per quanto riguarda il resto, non mi sono mai sentita inferiore o al disotto di nessuno, anzi forse mi sono sentita sempre un gradino più in alto degli altri, perché vivere con due culture così diverse non è che una ricchezza.

Molti chiedono se mi sento più italiana o marocchina e a questa domanda rispondo sempre che mi sento entrambe… l’Italia è la mia patria, la mia casa, il mio mondo, mentre il Marocco è la mia origine .

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UNO SGUARDO “A MANDORLA” SULLA SITUAZIONE NORDCOREANA – di Duccio Tripoli

Da qualche tempo a questa parte, gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla Corea del Nord e sul rapporto di estrema tensione ormai instauratosi con gli americani, il quale sembra poter precipitare da un momento all’altro, innescando uno scontro armato di dimensioni epocali. A questa pericolosa partita di Risiko stanno partecipando anche Giappone e Corea del Sud che, forti della loro alleanza a stelle e strisce, assicurano di tenere d’occhio la situazione e garantiscono un intervento pronto ed efficace in caso di attacco, o tentato tale, ai loro danni. Non può mancare all’appello la Cina di Xi Jinping che, sebbene sia da sempre considerata l’unico vero ‘compagno’ della Corea del Nord, pare aver terminato la pazienza verso il fratellino vivace e dispettoso che, a più riprese, è stato redarguito e punito dal fratello maggiore.

Diffidando notevolmente dalla stampa nostrana e trovandomi in Cina per lavoro, ho deciso di provare a capirci qualcosa anche dal punto di vista, rigorosamente ‘a mandorla’, di Pechino e del suo governo. Questo, almeno negli ultimi tempi, ha alternato comprensione – sempre meno – a rigorose strigliate verso i vicini di casa orientali, che stanno mettendo veramente a dura prova la pazienza della dirigenza cinese.
Ho così deciso di raccogliere alcune impressioni a caldo tra i miei colleghi cinesi, specialmente tra coloro che insegnano storia o politica, e di sfogliare alcuni articoli in materia apparsi negli ultimi giorni sui quotidiani cinesi; in questo modo si potranno osservare brevemente il sentimento del volgo, indice onesto e talvolta veritiero sui fatti, così come la posizione ufficiale del governo.
Per quanto riguarda il primo, è sembrato comune il sentimento secondo cui i nordcoreani non siano mai piaciuti troppo ai cinesi. Sebbene sia opinione diffusa, quantomeno in occidente, che i due popoli siano andati a lungo a braccetto – Mao Zedong usava descrivere la vicinanza tra i due popoli come quella tra “labbra e denti”, anche se non si è mai sbilanciato troppo nel rivelare a chi toccassero le labbra e a chi i denti – negli ultimi decenni qualunque fantomatica relazione di simpatia è andata via via scemando. “Sai quanti giovani cinesi sono morti nella Guerra di Corea?”, mi chiede un’insegnante di storia durante la nostra chiacchierata; segnale evidente che un risentimento di fondo, nemmeno troppo recente, c’è sempre stato nelle relazioni tra i due popoli. Nella stessa direzione, un’altra insegnante mi mostra una carrellata di immagini satiriche facilmente rintracciabili in rete che prendono di mira il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un, che ormai tutti i cinesi chiamano 金三胖 Jin San Pang (Kim il ciccione) oppure 第三胖 Di San Pang (il terzo ciccione, alludendo al fatto che sia il terzo dittatore nordcoreano, o il terzo dei figli di Kim Jon-Il). E continua, “con tutte le restrizioni imposte in Cina dal Great Firewall sulla navigazione online, come mai è così facile trovare immagini che sbeffeggiano così brutalmente il dittatore
nordcoreano? Pensate davvero che al popolo e ai dirigenti stia così simpatico?” Del resto, come darle torto…

È a questo punto che, anche grazie all’incessante sforzo informativo portato avanti da giornalisti italiani residenti in Cina, mi sono addentrato nella stampa ufficiale cinese, per valutare la posizione del Governo Cinese e vedere quanto vicina possa essere a quella popolare.
Stando ad un servizio uscito qualche giorno fa in televisione, Cina e America avrebbero già una sorta di pre-accordo secondo il quale la Cina non interverrebbe militarmente se gli americani compissero un attacco di massima precisione sull’arsenale nucleare nordcoreano, a patto di escludere a priori un’invasione militare sul territorio. Questa notizia è confermata anche da un articolo apparso sul Global Time Cinese, una sorta di costola del partito, che conferma che in caso di un “attacco chirurgico alle istallazioni nucleari nordcoreane”, la Cina prenderebbe la strada del boicottaggio diplomatico senza intervenire in alcun modo militarmente. Nell’articolo si esplicita chiaramente che la Cina si oppone fermamente alla guerra, ma che deve comunque tutelare anzitutto sé stessa. Tuttavia, se le truppe di Washington e Seul dovessero superare il 38esimo parallelo, “invadendo militarmente la Corea del Nord” con l’intento di “rovesciarne il governo”, la Cina sarà obbligata all’intervento militare a supporto della Corea del Nord. Questo anche per l’importantissima valenza strategica che ha la Corea del Nord per i cinesi, in quanto stato cuscinetto tra le province nord-orientali e la filoamericana Corea del Sud. Nello stesso articolo si spiegano anche le crescenti preoccupazioni cinesi riguardo al proseguire dei test nucleari nordcoreani e per la loro vicinanza alla regione cinese del dongbei (nord-est), la più industrializzata del paese. Per adesso, sostiene Pechino, “non ci sono stati casi di inquinamento nucleare”, ma se questo dovesse verificarsi la Cina rafforzerà le sanzioni verso Pyongyang, tagliando ulteriormente la fornitura di petrolio, di vitale importanza per l’industria nordcoreana. Il tutto, nonostante le crescenti pressioni americane in tale direzione, senza mai giungere ad “un’interruzione totale del rifornimento”.
Insomma la situazione è complessa e di difficile analisi.
In questo breve pezzo si vuole semplicemente fornire un punto di vista da una diversa angolatura sulla situazione, che pare complicarsi giorno dopo giorno, minaccia dopo minaccia. Non si sa bene come e quando finirà la partita, ma da straniero residente in Cina vi garantisco che sarei estremamente grato a tutti i paesi coinvolti se si evitasse lo scontro nucleare; durerebbe poco, ma sarebbe anche pressoché definitivo. Mentre scrivo queste ultime righe, sento il boato dei caccia cinesi che continuano le ormai frequenti esercitazioni/pattugliamenti sul cielo di Shanghai, che oggi splende di un azzurro brillante. Speriamo rimanga tale.

FANCY A CUPPA? – di Federica Corbelli

La prima volta che ho sentito questa parola, essendo una persona estremamente diffidente, mi sono chiesta cosa mi stessero offrendo, poi ho capito che cuppa (pronuncia ˈkʌpə) è la contrazione di “cup of tea”, quindi, molto semplicemente, una tazza di tè.

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Attenzione però a sopravvalutare, per quanto “semplice”, la lavorazione dietro alla tipica tazza di tè inglese, perché se gli italiani mostrano un attaccamento fuori dal normale al caffé, lamentandosi di come fuori da casa non si trovi un caffé decente, gli inglesi non sono da meno quando si tratta del loro té e, credetemi, ho un paio di amici che prima di affrontare un viaggio fuori dalla patria mettono la scorta personale in valigia.
Per quanto sia uno stereotipo, il tè è davvero sacro per gli inglesi, così come il tea break, da non confondere con l’afternoon tea – ben diversi l’uno dall’altro. L’afternoon tea si consuma in apposite sale da tè, hotel, ristoranti – spesso abbastanza di lusso, che richiedono una certa compostezza e dress code, è un appuntamento abbastanza raro, di solito per festeggiare qualche occasione speciale o per trattarsi bene, si può accompagnare con champagne e di solito viene servito con piccoli snak dolci (scones, muffins, torte) e salati (generalmente mini-sandwiches).

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Il tea break, invece, è un appuntamento giornaliero per gli inglesi, che gustano la loro cuppa a casa e nei luoghi di lavoro o di incontro, anche più di una volta, insomma per mantenere la comparazione con l’Italia, è un po’ la nostra pausa caffè.

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Come già detto le regole sono semplici, ma vanno seguite con precisione, un solo sgarro e il risultato finale rischia di essere un’espressione accigliata o, peggio, aperto disgusto (ci siamo passati tutti noi “stranieri” nei nostri tentativi falliti di preparazione del tè).

Prima di dare l’impressione sbagliata però, sfatiamo un po’ di miti. È vero che nel Regno Unito ci sono molte varietà di tè, ed è vero che al tè è risevata un’attenzione particolare, ma la maggior parte degli inglesi non vuole niente che sia “too fancy” (troppo sofisticato/elaborato), niente tè speziati o aromatizzati, nelle case, uffici, scuole, luoghi di ritrovo viene servito solo un tipo di tè, English breakfast o Earl Grey, talvolta semplicemente etichettato come “black tea”, il che si traduce in una serie ristretta di marche: PG Tips, Yorkshire, Tetley e Twinings. Altre marche accettate sono Clipper, Typhoo, Tea Pigs e Barry’s, ma se non ve la sentite di bestemmiare davanti agli inglesi vi consiglio di non nominare invano Lipton, quello sì che crea scompiglio, disgusto e espressioni imbronciate poiché, sempre a detta dei consumatori “hardcore”di tè, non sarebbe abbastanza forte.
Vi è inoltre una corrente di pensiero che preferisce il tè in foglie invece che in bustine, ma in realtà la qualità della bustina sembra essere allo stesso livello della foglia, oltre al fatto che la bustina è molto più pratica.

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Altra regola fondamentale per la buona riuscita del tè è l’acqua, che deve essere bollente, non semplicemente calda, possibilimente con la kettle, il famoso bollitore che non può mancare in ogni casa inglese come si deve.

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In caso siate sprovvisti di bollitore, va bene anche il fornello, ma la regola rimane la stessa, l’acqua deve essere a 100 °C, e soprattutto, mai versare prima l’acqua e poi inserire la bustina, quest’ultima deve già essere pronta nella tazza, accompagnata dallo zucchero in caso si voglia prendere il tè dolce.

Scordatevi il limone, frutto troppo esotico, inaccettabile in un tè che sia “proper” (vero/decente). Dopo aver versato l’acqua nella tazza, sulla bustina, si aggiunge il latte. Le proporzioni di tè/latte/zucchero sono assolutamente variabili, tanto variabili che c’è chi ha azzardato una serie di pantone sul tè

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In ogni caso le varianti principali sono 4:

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  1. Milky – colore molto chiaro, brewing time (tempo di infusione) molto corto e quantità abbastanza abbondante di latte
  2. Classic British – la tazza di tè perfetta raggiunge un colore arancione scuro/marroncino dopo che il latte è stato aggiunto e mescolato
  3. Builder’s Brew – termine colloquiale per definire una tazza di tè molto forte, il nome deriva dal tipo di tè bevuto comunemente dai lavoratori manovali (builders) durante le loro pause
  4. Just tea – tè senza l’aggiunta di latte

Al tè vengono generalmente accompagnati biscotti, i più comuni sono i “Rich Tea”, i “Custard Cream” o i “Chocolate Digestive”.

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Insomma una volta capiti gli ingredienti e il processo chiave creare la tazza di tè perfetta è un gioco da ragazzi.

 

Istruzioni:

  • Procurarsi tè di tipo English Breakfast o Earl grey
  • Mettere l’acqua a bollire (e non state a sentire nessun estimatore di tè, l’acqua del rubinetto va benissimo)
  • Mettere la bustina nella tazza (facoltativamente aggiungere zucchero)
  • Una volta che l’acqua ha raggiunto la bollitura versarla nella tazza
  • Tempo di infusione 3-5 minuti, non inferiore, a meno che non si voglia un tè leggero
  • Togliere la bustina (a quanto pare senza strizzarla, poichè la bustina strizzata rilascia delle sostanze che rendono il tè amaro)
  • Aggiungere il latte (alternativamente si può lasciare la bustina al momento di aggiunta del tè per assicurarsi di avere il giusto bilancio in caso si sia aggiunto troppo latte)
  • Mescolare per assicurarsi che la quantità di latte aggiunta sia quella corretta
  • Godetevi la vostra cuppa!

#TORNAACASALASSIE – di Marco Brizzi

Ebbene si, sono di nuovo sulle lastre.
Qualcuno dirà che dopo tante rotture di scatole, discorsi, sfoghi, potevo anche starmene fuori un po’ di più. Qualcuno mi ha detto che secondo lui sono tornato da sconfitto… da cosa ancora non l’ho capito.
Sono partito volutamente senza un soldo, senza un lavoro e senza sapere l’inglese. Volevo sperimentarmi, cercare di capire alcune cose: non del mondo, di me, che già mi pare abbastanza.
Questa ricerca mi ha portato lontano dalla spiaggia e sono andato a fare quel giro di boa di cui ho già parlato. Una volta arrivato alla boa mi sono ritrovato inevitabilmente solo. Non ci sono stato molto è vero, ma avendo deciso in partenza di sperimentarmi, ho vissuto tutto al limite e con molta intensità.
In due mesi ho cambiato due lavori, ho mangiato caramelle a pranzo e cena per dieci giorni aspettando il primo stipendio, ho rischiato di dormire in strada. Dopo un breve periodo di panico, inaspettatamente, mi sono ritrovato ad essere parte di quello che stavo vivendo, ho improvvisamente capito che ero presente.
Senza farmi troppe domande e troppi problemi mi sono accorto che stavo parlando una lingua della quale sapevo si e no tre frasi. Ho fatto un colloquio, domandandomi alla fine cosa avessi realmente detto a quello che mi ascoltava; ma è andata bene, evidentemente non ho detto troppe cazzate. Senza forzare troppo il canape, ho trovato una casa, dei nuovi amici, dei piccoli locali che mi hanno fatto compagnia nelle sere in cui scrivevo.
Stavo allegramente nuotando intorno a questa benedetta boa quando all’improvviso mi sono ricordato che la sera, tornato a casa, non avrei potuto accarezzare i miei gatti, andare a casa del mio migliore amico a bere una birra, chiedere in prestito la macchina a mio fratello. La nostalgia è arrivata come un inatteso pugno nello stomaco, che mi ha tolto il fiato. Allora ho dovuto per forza rivolgere lo sguardo a quella spiaggia che tanto odiavo prima di partire. Ho notato cose che sapevo, ma che non mi ero mai detto per paura di rovinare quel poco di tranquillità che avevo. Dopo un’attenta osservazione, senza fare troppi paragoni che sarebbero stati inutili, sono arrivato alla conclusione che ci meritiamo tutto quello che abbiamo seminato negli anni. Qui è tornata in gioco la scoperta di se stessi e mi sono fatto molte domande.
Tutti quei turbamenti erano davvero colpa del luogo in cui ero o erano dovuti a chi questo luogo lo vive? O magari erano dovuti a me?
Ho fatto veramente tutto il possibile per cambiare quello che non mi piaceva? Davvero non c’è rimedio, come spesso ci diciamo tra di noi forse per non prendersi responsabilità? Cosa ho visto da lontano? Ho visto una città dove c’è veramente troppo egoismo, dove abbiamo solo il fiato per giudicare chi abbiamo accanto. Ho visto una città che, dopo il crollo economico,si è accorta di far parte del mondo con tutti i problemi che ne derivano. Ho sentito persone che non si capacitano di come possano esserci cosi tanti furti nelle case, che non capiscono come ci si possa uccidere a quarant’anni. Persone che coltivano il proprio orticello e solo quando non cresce la roba a loro si lamentano della siccità… …a quello accanto al vostro erano anni che non venivano su neanche due patate, ma avendo voi da mangiare, cosa ve ne poteva fregare? Continuiamo ad essere convinti di sfruttare noi il sistema, quando è palesemente il contrario. C’è solidarietà per i terremotati (e ci mancherebbe altro, non mi dovete fraintendere) ma poi non c’è solidarietà se un bimbo non ha i soldi per la mensa scolastica. Siamo i grandi salvatori del mondo ma non capiamo che il mondo si salva iniziando a salvare noi stessi, poi quello accanto e cosi via. Persone che fanno presidi davanti ad un asilo ma non si sono mai visti quando veramente ce ne era bisogno. Ho visto una città vuota di idee, di tolleranza (se non per i ricchi ed i potenti), vuota di entusiasmo, di onestà, di sincerità.
Ho anche appreso che ci sono ancora analfabeti tra noi, nel duemiladiciassette. Ho visto che non mettiamo energia se non per cercare di chi è la colpa, di cosa non importa, l’importante è non fermarsi troppo a ragionare, l’importante è scrivere su facebook che c’è stata una piccola scossa di terremoto. Sisssssignori, si, il terremoto esiste ovunque; smettiamola di sorprenderci per le cose ovvie, ve ne prego.
Ci hanno levato ogni tipo di slancio di personalità, ci hanno spiegato che essere diversi non èuna ricchezza ma una colpa, che non possiamo fare più di questo, che per cambiare le cose dovrebbe….dovrebbe….dovrebbe cosa? Non vi basta tutto quello che già è successo? Non vi basta che chi vi ha ridotto cosi, ora vi ride anche in faccia? Non capisco cosa cazzo aspettate ad uscire di casa ed a smettere di aspettare che accada qualcosa per scriverlo su un qualsiasi social di sto cazzo. Non voglio fare quello che ha capito tutto dalla vita, ho appena iniziato a conoscere quello che vedo allo specchio tutte le mattine. Però mi sento di dire che non posso più vedere la mia città cosi ridotta. Non posso più essere parte di questo campanilismo malato nell’anima, che porta solo a emarginare il “diverso”. Ne ho veramente le palle piene dei vari “non posso”, come faccio?”. Ho conosciuto famiglie partite con i figli piccoli al seguito, per cercare una vita migliore, mi hanno aiutato persone che probabilmente qualche tempo fa avrei scartato come appestate. Non ci siamo solo noi al mondo, non possiamo essere sono una cosa. Non aspettiamo di essere nella merda più completa per poi chiamarci fratelli.
Insomma, credo sia arrivato il momento di provarci per davvero a cambiare le cose, ognuno con le proprie possibilità. Dobbiamo dare una sterzata al nostro maledetto campanilismo da quattro soldi che non ci fa amare quello che abbiamo ma ci fa odiare quello che non siamo. Alzare la testa da quei cellulari e magari vedere che quelle persone che abbiamo davanti sono come noi, spesso inaspettatamente.

Possiamo realmente diventare grandi, continuando a sorridere come facevamo da piccoli.

TRATTATI DI ROMA: 60 ANNI FA NASCEVA L’EUROPA UNITA – di Filippo Secciani

“… determinati a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei …”
Preambolo al trattato che istituisce la Comunità Economica Europea.

L’Unione europea è un’unione di diritto. Ovvero ogni azione che l’UE compie o compirà deve fondarsi sui trattati. I quali determinano gli obiettivi, definiscono le norme, descrivono le relazioni tra l’UE e gli stati che la compongono. Ma è anche un esperimento storico; non è esistita nella storia un’organizzazione internazionale simile all’Ue che indicasse questa profonda interazione tra stati; riferendoci ad essa non si può parlare di uno stato, né tantomeno di un’organizzazione internazionale in senso stretto. Tra tutti gli accordi sottoscritti nel corso della sua storia, alla base dell’Unione Europea come la conosciamo oggi ci sono i Trattati di Roma. Con ciò si è soliti fare riferimento alle due istituzioni che hanno posto le basi per la creazione dell’Europa unita. Il primo è conosciuto come il Trattato che Istituisce la Comunità Economica Europea (TCEE): come dice il nome stesso crea la Comunità Economica Europea. Il secondo istituisce la Comunità Europea per l’Energia Atomica (TCEEA). Sono stati firmati a Roma il 25 marzo 1957, mentre le ratifiche da parte degli ordinamenti nazionali li fanno entrare in vigore il 1º gennaio 1958. Il processo di unificazione europea aveva preso avvio qualche anno prima, attraverso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Entrata in vigore nel luglio 1952, si realizza la prima idea di Europa sovranazionale, con la rinuncia da parte dei membri fondatori di una porzione della loro sovranità nazionale. Dopo il processo fallimentare per un legame europeo a livello militare attraverso la CED (Comunità Europea di Difesa, 1954), la Conferenza di Messina del giugno 1955 tenta di rilanciare il processo europeo attraverso un’ulteriore unione europea dal punto di vista economico ed energetico, per non abbandonare i successi raggiunti dalla creazione della CECA. Agli inizi del 1956 è istituito un comitato preparatorio, incaricato di stilare una relazione sulla creazione di un mercato comune europeo; i progetti partoriti dalla commissione sono: la creazione di un mercato comune e la costituzione di una comunità dell’energia atomica. Con la firma dei trattati vengono istituiti la CEE e l’Euratom. Il settore economico, inizialmente meno soggetto alle resistenze nazionali, diventa il punto di partenza per il processo di cooperazione sovranazionale. La CEEA o Euratom era caldeggiato anche dagli Stati Uniti, da un punto di vista politico perché preoccupati per i progressi sovietici nel campo dell’energia nucleare ed interessati a mantenere il vantaggio atomico nelle mani del blocco Ovest, mentre da un punto di vista economico ritenevano che l’atomo avrebbe potuto far continuare a muovere l’economia europea. Ma ancor più importante attraverso un programma nucleare comune, Washington era certa di tenere a bada la Germania. Inizialmente il programma Euratom era volto al coordinamento dei programmi di ricerca degli stati membri per un utilizzo esclusivamente pacifico dell’energia nucleare, anche se i poteri attribuiti a questo trattato erano volutamente limitati perché l’atomo era considerato una risorsa strategica dagli stati che non ne volevano cedere il controllo. Fin da subito viene mostrato uno dei maggiori paradossi europei: l’integrazione europea nasce dal settore dell’energia, senza poi svilupparsi ulteriormente su questa strada. In nessun trattato è stato attribuito un potere energetico all’Europa, almeno fino alla firma di Lisbona quando viene introdotto qualcosa di quanto più vicino possibile. La CEE prevede la creazione di un mercato comune, di un’unione doganale e l’attuazione di politiche comuni. Il mercato comune si basa su quattro pilastri o libertà: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. Attraverso uno spazio economico unico si permette la libera concorrenza tra le aziende, costituendo le fondamenta per uno scambio di prodotti e servizi. Poiché al centro c’è la libera concorrenza, il trattato vieta gli aiuti di stato che possono frenare gli scambi tra i membri o che rischiano di limitare la libera competizione nel mercato. Il trattato CEE abolisce i dazi doganali tra gli stati membri ed istituisce una tariffa doganale esterna comune che si sostituisce alle precedenti tariffe adottate dalle singole nazioni. L’unione doganale infine si sviluppa attraverso una politica commerciale comune, attuata non più dai singoli stati indipendentemente. Tra le politiche comuni da segnalare ci sono la Politica Agricola Comune (PAC) e Politica Commerciale Comune. L’obiettivo posto alla base della costituzione della CEE è la formazione di un graduale processo che porti ad una istituzione politica per un’Europa unita. All’interno della Comunità Economica Europea convivono due anime: gli interessi nazionali e le aspirazioni comunitarie. Per poter garantire questo equilibrium la CEE ha creato tre istituti: il Consiglio, l’Assemblea e la Commissione. Il Consiglio (l’insieme degli stati membri, ha potere legislativo), l’Assemblea (ha ruolo consultivo ed è composta anch’essa dai rappresentati degli stati, inizialmente non eletti a suffragio universale diretto. Prenderà il nome di Parlamento Europeo dal 1962), infine la Commissione (l’organo prettamente sovranazionale ed indipendente, adibito all’elaborazione di proposte, possiede il potere di iniziativa normativa volto alla tutela dell’interesse comune, esercitato attraverso l’esercizio del potere esecutivo). Infine la CEE istituisce anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee. I due trattati di Roma, ma in particolare modo quello che ha istituito la CEE, fu decisivo per il processo di unificazione europea. L’Europa usciva da due sanguinosi conflitti e l’obiettivo era quello di impedire che gli stati si facessero nuovamente la guerra, ma eliminare tout court il concetto di stato nazionale secondo l’equazione nazioni = conflitti era estremamente pericoloso. Il processo adottato, noto come funzionalismo, è un processo graduale di trasferimento di compiti e funzioni a istituzioni indipendenti dagli stati, la soluzione dunque fu una collaborazione settoriale. Ripensando al clima del 1945, ciò che si è riusciti ad ottenere nel 1958 è qualcosa di unico nella storia: oltre a far lavorare insieme Francia e Germania, unire le economie ed i popoli, i fondatori erano riusciti a creare il mercato che cresceva più velocemente al mondo e garantendo un lungo periodo di stabilità e pace

LA CRISI DELLA COREA DEL SUD E’ UN AFFARE INTERNAZIONALE – di Filippo Secciani

Le notizie che giungono in questi giorni dalla Corea del Sud non sono affatto di buono auspicio per un raffreddamento delle tensioni regionali. La Corte Costituzionale, con 8 voti a favore su 8, ha confermato dopo quanto stabilito dal Parlamento (il 9 dicembre) con 234 voti contro 56, per l’impeachment nei confronti del presidente Park Geun–Hye per corruzione. Incriminazione peraltro ottenuta anche grazie ai voti degli stessi membri del partito della Presidente. Le accuse sono molte e racchiudono un’ampia varietà di reati. Si va dall’estorsione, corruzione, abuso di potere, fino alla rivelazione di segreti d’ufficio. Da quanto emerso dalle indagini della magistratura pare che dietro le quinte della Casa Blu, a muovere le fila della politica coreana fosse la consigliera speciale del Presidente Park e sua amica di infanzia: Choi Soon-Sil. La sciamana che teneva in pugno la Park, influenzandone costantemente le sue decisioni politiche attraverso la consultazione di numeri ed astri, è stata accusata di estorsione nei confronti delle grandi aziende del paese per un totale di 69 milioni di dollari – tra le quali spicca anche la Samsung, il cui vice presidente Jay Y. Lee è finito in carcere alcuni mesi fa per tangenti. Le due famiglie Choi e Park sono legate da molto tempo, da quando il padre di Soon-Sil ex poliziotto divenuto nel frattempo fondatore di una setta evangelica riuscì ad inserirsi nell’establishment coreano fino ad arrivare a condizionare l’allora presidente Park Chung-Hee che prese il potere nel 1961 attraverso un golpe, per poi venire assassinato nel 1979 dal capo del suo stesso servizio segreto; l’azione di tale gesto fu motivata dall’attentatore come tentativo di eliminare dalla presidenza l’influenza del santone Choi Tae-Min. La situazione che sta vivendo oggi la Corea è abbastanza negativa, la concussione è presente pressoché fra tutte le compagini politiche: l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban KiMoon ha dovuto rinunciare alla corsa per la Presidenza, in seguito al coinvolgimento del fratello in un affare di tangenti. La rabbia e la delusione dei cittadini esplosa con la questione Park, era già ricolma a seguito di una lunga serie di scandali di corruzione che hanno investito la classe politica ed economica del paese. Come se ciò non bastasse va aggiunto anche il fallimento della settima flotta commerciale mondiale, la Hanjin, che ha dovuto chiudere per bancarotta a metà febbraio, lasciando senza lavoro numerose persone ed impoverendone molte altre. Il 9 maggio avranno luogo le nuove elezioni (per il momento la presidenza è occupata ad interim dal Primo Ministro Hwang Kyo-Ahn) il favorito continua a rimanere con più del 36% il candidato del partito Democratico Moon Jae-In, esponente della sinistra, il quale si è dichiarato fin da subito contrario al sistema antimissilistico americano anti Pyongyang. Le vicende interne che riguardano questa nazione non sono circoscritte alla sola penisola coreana, ma hanno risvolti molto più ampi e non confinati alla sola regione nord asiatica. Si intrecciano sicurezza, affari, economia, politica e molto altro. I grandi attori internazionali osservano con molta attenzione Seoul. Durante la visita di Abe a Trump nel novembre del 2016, il Primo Ministro giapponese ha espresso all’allora neo presidente eletto tutte le preoccupazioni degli alleati regionali per un eventuale cambio di strategia di Washington. Paure evidentemente infondate in quanto la nuova amministrazione repubblicana ha riconfermato i rapporti estremamente forti tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud in funzione anti cinese ed anti Corea del Nord. In tal senso un fondamentale passo in avanti è stato compiuto con la firma di un accordo tra Tokyo e Seoul per la rapida ed efficiente condivisione di informazioni di intelligence militare per quanto riguarda attività militari e soprattutto nucleari della Corea del Nord. L’accordo è stato firmato il 23 novembre 2016 e viene indicato con l’acronimo GSOMIA che sta ad indicare il General Security of Military Information Agreement. Prima ancora che strategico questo accordo ha una rilevanza storica non di poco conto in quanto si tratta del primo patto militare firmato dai due paesi dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla liberazione della Corea dall’imperialismo nipponico. Fin da subito si è detta contraria la Cina, che non ha nascosto il suo timore che dietro al contenimento verso la Corea del nord, si nasconda in realtà uno strumento di deterrenza contro Pechino. Il rischio è di incrementare il livello di tensione in una regione già altamente elettrica. Tuttavia questo accordo non deve far credere che i rapporti tra Giappone e Corea del Sud siano convergenti, anzi. Tra i numerosi punti di criticità, uno dei più determinanti è la questione delle cosiddette “donne di conforto”, ovvero coreane costrette a prostituirsi per i militari durante l’occupazione giapponese. Altra fonte di stress è la contesa per le isole Dokdo/Takeshima, che sebbene rientrino all’interno dei confini territoriali coreani sono reclamate da Tokyo. La questione non è tanto incentrata su vaghe questioni geografiche e storiche, quanto sulle ingenti (a quanto sembra) quantità di gas naturale presenti sotto i fondali. Per quanto riguarda i legami con gli Usa, nonostante il parere contrario delle forze di opposizione, la presidenza Park ha firmato con gli Stati Uniti d’America un accordo per l’installazione in tutta la nazione del sistema antimissile THAAD (High Altitude Area Defense Terminal), progettato per abbattere i missili di breve/media gittata provenienti da Pyongyang; anche in questo caso sono state molto veementi le proteste di Pechino, ancora una volta minacciata dalla presenza di strumenti bellici molto vicini ai propri confini. Ma è soprattutto all’interno del paese che sono presenti le maggiori rogne. Il malessere sociale che stava già imperversando nel paese si è manifestato nel corso delle ultime elezioni dell’aprile del 2016 per il rinnovo dei 300 seggi del parlamento; in questo caso gli elettori hanno inviato un segnale molto chiaro ai due maggiori partiti ed in particolare a quello di governo. Rispetto alle elezioni precedenti, l’elettorato attivo andato alle urne è aumentato del 2,3%, recatovisi fondamentalmente per esercitare un voto di protesta contro il presidente Park ed il suo partito Saenuri, costatole la perdita del controllo della maggioranza in Parlamento. Altro dato estremamente sensibile è stata la frammentazione delle forze di opposizione schierate contro il partito conservatore, che amplificano il senso della disfatta del partito di governo ancora più vigorosamente e la nascita del People’s Party (febbraio 2016) di carattere liberale e centrista che in poco più di un mese dalla sua nascita è riuscito a strappare 38 seggi su 300. Nonostante gli ingombranti vicini del Nord la quasi totalità della campagna elettorale si è incentrata su questioni economiche. Ormai ben lontana dal boom industriale vissuta a partire dalla dittatura Park degli anni sessanta fino ai primi anni della recente crisi economica, questa Tigre Asiatica sta vivendo una recessione, provocata dal forte calo dell’export, dall’elevato indebitamento familiare e da una crisi occupazionale giovanile che sfiora il 10%, a fronte di una disoccupazione totale intorno al 3,5%. Appare chiaro dunque che in questo quadro di estrema incertezza sociale ed economica la sicurezza nei confronti della Corea della Nord non abbia occupato i primi punti delle agende dei candidati alla presidenza. Nonostante l’ennesimo scandalo abbia indicato come il sistema coreano sia basato su un forte approccio clientelare nei rapporti tra politica ed affari e la crisi economica l’abbia vista protagonista in negativo, nell’ultima decade alcuni settori industriali del paese hanno avuto performance di notevole interesse, merito anche della firma di accordi di libero scambio sottoscritti con gli Stati Uniti (Free Trade Agreement between the United States of America and the Republic of Korea) e con l’Unione Europea (European Union–South Korea Free Trade Agreement). Settori come l’elettronica, l’automobilistica ed il conglomerate sono all’avanguardia. La lotta per il “dominio” dei prodotti elettronici è un’ulteriore causa di tensione con l’altro grande leader di questi prodotti: il Giappone. Entrambi i paesi sono a vocazione prevalentemente esportatrice ed entrambi smerciano la stessa tipologia di prodotti verso i medesimi mercati e soprattutto entrambi questi settori garantiscono entrate per le loro economie. In questo quadro si è inserita con irruenza la Cina forte della sua posizione predominante. L’importanza delle relazioni tra questi due paesi va ogni giorno rafforzandosi sia a livello economico sia politico. Politico per l’importanza che assume Pechino nella gestione delle relazioni con Pyongyang ed economico per i legami che si fanno sempre più intensi tra Corea del Sud e Cina. Da qui la dura presa di posizione dei partiti opposti al governo Park per la ratifica dell’accordo GSOMIA e soprattutto per il dispiegamento sul territorio coreano del sistema anti missilistico, da pochi giorni giunto nella provincia dello Gyeongsang. La Corea dunque si trova di fronte ad una scelta obbligata: trovare una soluzione di equidistanza tra Washington e Pechino che non irriti nessuna delle due parti. Appoggiarsi ad una delle due potenze e scaricare l’altra non è un opzione praticabile al momento. La crisi che l’ha investita, sia a livello sociale che politico, non le permette ampi margini di manovra e il buon andamento di qualche settore dell’export non garantisce quella stabilità economica per intraprendere azioni avventurose in politica estera. Quello che si va delineando è sicuramente il periodo di maggiore difficoltà con l’alleato storico americano. Sebbene Trump prima ed il Segretario Mattis poi abbiano garantito l’impegno degli Stati Uniti a difesa della Sud Corea dalla minaccia nucleare del Nord, è chiaro che Washington non veda certo con piacere l’apertura di Seoul verso la Cina e sia ulteriormente preoccupata per chi possa essere il futuro presidente della Repubblica e per quali saranno le sue mosse politiche in campo internazionale; ad esempio nella gestione dei rapporti con la parte nordcoreana. Ulteriore punto di frattura potrebbe essere l’iniziativa di Trump per la rinegoziazione del trattato di libero scambio firmato tra i due paesi, usando come leva le spese per il mantenimento delle forze americane sul territorio coreano (circa 28500 uomini). Infine un fattore esterno da Seoul ma che avrà un impatto determinante è capire quale componente del sistema burocratico americano avrà maggiore peso sulle scelte del presidente Trump, il Dipartimento della Difesa, la Segreteria di Stato, o il Consiglio di Sicurezza. Anche la distensione con il Giappone sebbene abbia fatto passi da gigante continua a rimanere impantanata su alcuni punti di difficile soluzione. La questione delle “donne di conforto” probabilmente non si risolverà e rischia di avere ripercussioni anche nei confronti dell’accordo GSOMIA, facendo fare ai due paesi un salto indietro di venti anni. Cancellazione dell’accordo sulla condivisione di informazioni di intelligence che sicuramente avverrà se a vincere sarà la componente di centro sinistra, dalle cui fila molto spesso si sono alzate voci che identificano il paese del Sol Levante come un nemico per la Repubblica di Corea. La questione cinese ruota attorno esclusivamente al dispiegamento del dispositivo missilistico THAAD. Se il nuovo presidente facesse dietrofront sulla questione, le relazioni tra i due paesi potrebbero migliorare rispetto alle attuali, ben fredde ed impantanate in un sistema di ritorsioni e contro ritorsioni che alla lunga non farebbero altro che danneggiare l’economia coreana. Dal punto di vista di Pechino questo sistema di difesa missilistico rappresenta una seria minaccia e fonte di preoccupazione, su cui il Politburo non cederà di un millimetro. La crisi politica della Corea del Sud coincide con un aumento delle minacce provenienti da Nord, con un deterioramento dei rapporti con i partner regionali ed un incerto futuro con gli alleati storici e questi evidenti fattori di debolezza influenzano notevolmente la politica di alleanze volta a contenere le minacce di Pyongyang. Il nuovo presidente si troverà a dover uscire da una crisi interna che ha eroso la stabilità dei rapporti internazionali, che a loro volta influenzano la politica economico/commerciale del paese in un infinito circolo vizioso in cui commettere un errore rischia di avere conseguenze non ben quantificabili.

La rabbia studentesca esplode all’Università di Roma – di Carlo Rivolta

Ed ero già vecchio quando a Roma, a Little Big Horn,
Capelli Corti generale ci parlò all’Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce;
ma non fumammo con lui, non era venuto in pace
E a un dio fatti il culo non credere mai. 

Il 17 febbraio del 1977 l’allora segretario della CGIL Luciano Lama tenne, o perlomeno tentò di tenere, un comizio all’Università della Sapienza di Roma, occupata dagli studenti in risposta alla famigerata riforma Malfatti. Le sue parole e la sua presenza non piacquero a quest’ultimi, che iniziarono a contestarlo, prima con slogan, poi scontrandosi con il servizio d’ordine dei giovani comunisti presenti. La violenza degli scontri indusse Lama a terminare prima del previsto il suo comizio e a lasciare la città universitaria insieme alla sua delegazione.
Il giornalista di Repubblica Carlo Rivolta*, uno dei cronisti più partecipi di quegli anni e di quel Movimento, raccontò così quella giornata memorabile.

Luciano Lama cacciato università sapienza 1977
Una fase degli scontri alla Sapienza


ROMA –
Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell’Università erano già formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d’ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po’ attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli “indiani metropolitani“, (l’ala “creativa” del movimento, composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell’ateneo: “I Lama stanno nel Tibet”.

Gli “indiani” dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C’era scritto: “L’ama o non Lama”. “Non Lama nessuno” e altri giochi di parole del genere.

I sindacalisti e i servizi d’ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: “Sono goliardi, non bisogna farci caso”. Qualcun altro invece già alla vista del fantoccio si era innervosito: “E’ una provocazione inammissibile. Lama è un leader dei lavoratori”.
Assiepati intorno alla facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano, scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”. Ce l’avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti dell’astensione.

cacciata luciano lama università roma sapienza 1977
Alle 8.30, davanti alla facoltà di Lettere c’è stato uno degli episodi chiave, rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone, infreddolite, preoccupate, una delegazione dell’intercollettivo universitario aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della Cgil-scuola. “Avevamo un appuntamento”, hanno detto ore dopo ai giornalisti, “per concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era quella della scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al comizio”. Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i rappresentanti dell’intercollettivo, all’appuntamento non è venuto. L’attesa si è prolungata per una mezz’ora, poi quattro dell’intercollettivo, delusi, si sono mescolati tra la folla.

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al “carroccio” degli indiani (ma c’erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d’ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell’ironia e del sarcasmo, anche pesante. “Più lavoro, meno salario”, “Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà”. “Lama è mio e lo gestisco io”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione”, “Più baracche meno case”, “E’ ora, è ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia” erano gli slogan più scanditi, parafrasi delle parole d’ordine delle manifestazioni e dei cortei della sinistra. Un gruppo cantava sull’aria di Guantanamera: “Fatte ‘na pera, Luciano fatte ‘na pera”. Una pera, nel gergo freak è una endovena di eroina. I militanti del Pci erano a questo punto non più perplessi, ma dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: “Via, via la nuova borghesia”, “Pariolini, pariolini”.

Dall’altra parte, settori del movimento, rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica: “Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato”, “Via, via la nuova polizia”.
E’ stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il servizio d’ordine sindacale e del Pci stringeva dappresso “indiani”, collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato. Il punto di attrito più caldo era intorno al “carroccio” degli indiani: lì davanti era schierato il servizio d’ordine della federazione romana del Pci e i giovani della Fgci. I sindacalisti e i consigli di fabbrica occupavano prevalentemente le “retrovie” e stavano sui bordi della grande fontana di piazza della Minerva.

Luciano Lama è entrato nell’Università con una grande puntualità. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, è passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d’ordine ed è arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spazio fra le aiuole della facoltà di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite “marce” da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli “indiani”.

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell’ortodossia comunista e quello della “creatività obbligatoria”, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici; la pentola in ebollizione da un paio d’ore era ormai sul punto di scoppiare.

Il primo piccolo incidente è avvenuto sui bordi della fontana. Due consigli di fabbrica vicini ad “autonomia operaia”, si sono fatti largo per aprire i loro striscioni, rintuzzati dal servizio d’ordine dei sindacati stavano per venire alle mani. C’è stato un intervento di alcuni ragazzi del Pdup e la calma è tornata per poco.
Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano più violenti. Il Corriere della Sera ha scritto “che saremo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…”.Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata o vernice. Nel servizio d’ordine del Pci c’è stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice è piovuta sulla testa della gente. E’ partita allora una carica per espugnare il “carroccio” degli indiani. Travolta “l’ala creativa” del movimento, il servizio d’ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama è entrato in contatto con l’ala “militante”. Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio è tornato in mano agli occupanti dell’Università che lo hanno usato come un ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d’ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma è stata il segnale di partenza della rissa più selvaggia.Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltà di Lettere, contro il servizio d’ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d’asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10.30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno già piangeva urlando “Basta, basta, non ci si picchia fra compagni”. Dopo Lama saliva sul paco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. “Compagni”, ha tuonato, “la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni”. L’ultima parola è stata quasi un segnale. Un’ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti.

Il camion è stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. A gruppi di due o tre, di dieci quindici persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del Pci e dei sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese e sassate. Una rissa tragica, violentissima, con gente che piangeva, che imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei collettivi non sono andati all’ospedale perché temevano denunce). La facoltà di Lettere era trasformata in una infermeria, i militanti del Pci invece venivano portati di corsa al Policlinico.

La calma dentro l’ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti dall’Università, si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro gruppo si riuniva in assemblea a Geologia e stilava una mozione: “La responsabilità degli scontri ricade sull’iniziativa provocatoria ed esterna al movimento presa dal Pci sotto una copertura sindacale unitaria…”. In sostanza tutto l’intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che era accaduto, anche se fino a poche ore prima c’era stata violenta polemica fra l’ala di Autonomia e il resto del movimento.

Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall’Università da un cancello secondario. Aveva già chiesto l’intervento della polizia. Per qualche ora c’è stata una pausa, come se i contendenti dovessero tirare il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l’assemblea dei collettivi, alle 16.30, fuori dall’ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e dei carabinieri.

Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi, automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo. Colonne di jeep, camion, “pantere”, pullman di carabinieri hanno riempito rapidamente i viali intorno all’Università. Una sola strada è rimasta libera, quella dell’uscita di via dè Lollis, unica via di scampo per gli “assediati”.

Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i cancelli. In testa una autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de Lollis verso le 16.15.Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai collettivi due giovani militanti di Lotta Continua sono stati picchiati dal servizio d’ordine della Fgci e del Pci fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione nazionale in settimana, assemblee nelle scuole.
Gli interventi, brevi, incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la necessità di darsi una forma di organizzazione “perché la sovranità dell’assemblea e delle sue decisioni venga rispettata”. Ha parlato anche un giovane della Fgsi che ha espresso solidarietà ai collettivi e ai comitati di lotta contro la riforma Malfatti.

Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate. Ad Economia e Commercio e Architettura, le due facoltà fuori dalla cinta dell’ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. E’ stata votata una mozione: dopo aver ribadito che il movimento “è stato fatto bersaglio di una offensiva dell’apparato dello Stato e del gruppo dirigente del Pci” si afferma che “è in corso da parte della borghesia italiana guidata dal governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei giovani”. Gli obiettivi del movimento sono: “Ritiro del progetto Malfatti; sciopero generale nazionale contro il governo”. “Il movimento”, è scritto nel documento, “sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica sacrifici”. Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio alle 17, “pacifica e di massa”.

(Carlo Rivolta, 17 febbraio 1977, La Repubblica)

 

carlo rivoltaCarlo Rivolta nasce a Roma il 20 ottobre 1949. Nel 1971 inizia a collaborare con Paese Sera, dove realizza i suoi primi reportage notevoli, come quello sulle carceri di Rebibbia e Regina Coeli. Rivolta intervista le guardie e documenta la ribellione dei detenuti, finita con i carcerati. Il suo lavoro non passa inosservato: Eugenio Scalfari lo arruola tra le fila della nascitura Repubblica: è il dicembre del 1975. Diventa in breve tempo uno dei miglior cronisti presenti. Racconta il 1977 e il Movimento fino alla sua “morte” naturale: per via delle sue prese di posizione viene emarginato non solo dai colleghi, ma anche dagli autonomi. Il suo nome viene iscritto nella lista nera delle Brigate Rosse e per lui è il colpo di grazia: cerca rifugio nell’eroina. Nel 1978 Scalfari lo sospende per aver prestato la sua firma come direttore responsabile a Metropoli, periodico di Autonomia Operaia. Emigra verso le colonne di Lotta Continua. L’11 febbraio 1982, durante una crisi d’astinenza, cade dalla finestra del suo bagno. Va in coma e muore nella notte fra il 16 e il 17 febbraio.

LA ROSSA, LA GRASSA, L’UNIVERSALE- di Viola Lapisti

“[…] Oh quanto eravamo poetici, ma senza
pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza
pudore e vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma
Bologna…[…]”
Bologna – Francesco Guccini.

Avevo circa otto anni quando ci sono stata per la prima volta, mi ricordo che il mio babbo mi raccontava che in quelle vie aveva vissuto il servizio militare e la rivolta studentesca del sessantotto, bandiera rossa, bella ciao ed i cori sui carri di Lotta Continua. In quegli anni ho conosciuto le canzoni di De André e quelle di Guccini, anche se non capivo ancora bene che cosa volessero dire quelle parole. Sapevo a mala pena intuire quando nelle canzoni si parlava d’amore. Mi sembrava un luogo tanto lontano e immenso rispetto alla mia città straordinario, caotico ma degno del più reverenziale rispetto.

Ci sono tornata dieci anni dopo, era il 3 dicembre 2004, stavo andando a vedere un Concerto di Guccini, che poi ho saputo essere stato il suo ultimo concerto in quella città, prima che decidesse di dare l’addio al palco. Quelle parole che da piccola ascoltavo dal mangianastri di babbo, adesso le conoscevo a memoria. Ero emozionata, mi sembrava di essere sul set cinematografico del mio beniamino, ora che anche io calpestavo le vie cantate nei suoi testi.

Ci sono tornata e rimbalzata altre volte, perfino a cercare dei testi per la bibliografia della tesi, in Via Zamboni 36.

Qualche anno dopo, anche Sara, avrebbe calpestato il marmo sotto a quei portici e avrebbe iniziato il suo viaggio. Bologna sarebbe diventata la sua città, il luogo dove avrebbe vissuto, fino ad oggi, gli anni più belli della sua vita.

Ho conosciuto Sara al Liceo. Io avevo ventitré anni e lei quindici. Io ero una ex liceale che dava una mano per la Commedia, lei una giovane liceale che sivergognava a recitare, ma quando recitava era bravissima. Roberto Ricci, il regista, diceva che Sara aveva una dote innata. La sua bravura, mentre recitava, era manifesta anche all’occhio meno esperto perché la sua bellezza,oltre ad avere una disinvoltura non comune sul palcoscenico, nasceva soprattutto dal fatto che Sara era totalmente inconsapevole del suo talento.

Sara era ed è una ragazza determinata e piena di talenti, da piccola voleva fare il magistrato. Al Liceo le piaceva studiare Storia dell’Arte. Oggi, vive a Copenaghen e tra qualche mese partirà per Calcutta.
Quando le ho chiesto se sarebbe stata disposta a raccontarmi un po’ di sé e da rispondere a qualche domanda per questo articolo, non ha esitato un istante e la ringrazio. Le ho detto che in questo articolo si sarebbe parlato di Bologna, e di ciò che la città ed il suo Ateneo sta vivendo nelle ultime ore. Sapevo che questo argomento la stava toccando da vicino, che probabilmente stava tormentando il suo fianco scoperto, lei che considera Bologna la sua seconda casa ed il sentimento che prova nei suoi confronti “è simile a quello che si prova per una mamma, applicato ad una città”.
Sara a Copenaghen lavora e sta frequentando un master, nonostante questo in meno di ventiquattrore ha trovato il tempo per rispondere alle domande che leggerete. Le ho detto che volevo capire, che le notizie che ci stanno arrivando sono rarefatte e che, in questi casi, il confine tra la strumentalizzazione e la verità è labile. Le ho chiesto quale fosse la sua opinione, lei che ha vissuto in prima persona l’ambiente e che ne ha respirato il clima. Senese di nascita, ma bolognese di adozione
Presentati. Chi è oggi Sara Nardi?
Sono una giovane donna, energica e molto determinata. Al momento studio alla Copenhagen Business School e lavoro part time a Eataly. Ho studiato per tre anni all’Università di Bologna, il periodo più bello della mia vita. Frequentavo un corso internazionale, Business and Economics, insegnato in lingua inglese. I miei colleghi venivano davvero da tutto il mondo. Per il master sono voluta andare all’Estero per sfruttare al meglio l’internazionalità che la triennale mi aveva dato. Nel frattempo già avevo fatto uno scambio di sei mesi a Buenos Aires e il prossimo settembre partirò per un altro scambio di sei mesi in India. Mi sento cittadina del mondo ormai, ed è una bellissima sensazione
Il tuo colore preferito
Nero, sta bene praticamente con tutto, non passa mai di moda, ed è la somma di tutti I colori messi insieme.
Dopo la maturità hai scelto Bologna. Come mai proprio questa tra tutte le città del panorama universitario italiano?
Le esperienze all’Estero che avevo fatto durante il liceo mi avevano sempre entusiasmato, ma non mi sentivo ancora pronta per fare l’Università fuori, però volevo studiare in inglese. Il corso di Business e Economics in inglese c’era solo in poche altre università pubbliche italiane e Bologna era l’Ateneo che mi interessava di più. Ne avevo sempre sentito parlare benissimo.
L’ Offerta formativa è stata dunque all’altezza delle tue aspettative?
Le ha superate, devo dire. L’insegnamento all’avanguardia, I corsi ricchi di contenuti e I professori molto validi e qualificati. L’ottica del mio corso era molto internazionale, l’equilibrio tra esami più tradizionali (individuali) e lavori o esami di gruppo era ottimo. L’Università di Bologna mi ha arricchito tantissimo sia dal punto di vista accademico sia personale.
vio2Il più bel ricordo di Bologna (ed anche il più brutto, se ne hai)
Ho la testa piena di bei ricordi e belle sensazioni. Bologna complessivamente è tutta un bel ricordo per me. Dai ragazzi seduti in cerchio a suonare sul prato dei Giardini Margherita, alle colazioni primaverili in Piazza Santo Stefano, le camminate sui colli nelle giornate di sole, il buon caffé con lo sconto studenti alla Scuderia.
Mi ricordo che prima partire per il mio ultimo semestre a Buenos Aires, presa dalla tristezza di lasciare Bologna, spesso dopo cena andavo in giro a camminare per le vie della città che amo di più. Per godermela da sola, anche in silenzio.
Il ricordo più brutto è quando un sabato sera d’estate un gruppo di ragazzi loschi, quelli che occupano il portico sotto il teatro comunale mi seguì in bicicletta mentre io ero sola a piedi. Era tardi e stavo tornando da una serata tra amici. Appena hanno iniziato a farmi domande inopportune, ho cambiato strada e hanno continuato a seguirmi, allora ho iniziato a correre verso un taxi e mi sono fatta riportare a casa. Anche se era una distanza che avrei potuto benissimo percorrere a piedi in 5 minuti. Queste cose non dovrebbero mai succedere.
Bologna, fin dalla rivolta studentesca del ’68, è da sempre lo specchio rivoluzionario della gioventù universitaria di questo paese. Il particolare per l’universale. Qual è, secondo te, la differenza tra la Bologna sessantottina cantata da Guccini e la Bologna di oggi?
Onestamente dello spirito sessantottino ci vedo poco adesso.
Chiaramente non essendoci stata al tempo non posso paragonare, ma le rivoluzioni universitarie che ho visto io a Bologna mi sembrano solamente una scusa per fare casino, spesso chi è a capo delle proteste e/o manifestazioni si esprime in un italiano a dir poco pessimo, schiamazzando al megafono frasi spesso senza significato che, per come la vedo io, rivelano la mancanza di un piano e di vere convinzioni. Non mi sembra ci sia proprio nessuna continuità con la rivolta studentesca del ’68. Spesso adesso le occupazioni delle aule sfociano in atti violenti o vandalici. Gli edifici storici che noi studenti dovremmo tanto amare vengono imbrattati sia fuori che dentro.
Come hai vissuto, da studentessa universitaria, il forte radicamento del movimento studentesco, diciamo quasi identitario, di Bologna stessa?
Ho sempre cercato di starne alla larga vivendomi Bologna nelle cose più belle che ha da offrire: le iniziative culturali e artistiche, l’atmosfera internazionale e giovanile, l’opportunità di studiare in aule storiche e bellissime.
Per me ci sono tanti modi di fare informazione e protesta pacificamente, per esempio organizzando dibattiti interdisciplinari, mettendo insieme idee di studenti motivati e competenti. Purtroppo sono abbastanza diffidente nei confronti dei movimenti studenteschi bolognesi perché ho visto in prima persona come le idee che ne stanno alla base siano strumentalizzate e come le manifestazioni in questi anni siano degenerate nella violenza e nel degrado che rovinano la zona universitaria
Il CUA. La prima cosa che ti viene in mente
Probabilmente la mia risposta è falsata da pregiudizi, ma basti pensare che la loro pagina web è piena di articoli verbalmente violenti, la loro foto di copertina su Facebook è un murales terribile che imbratta un muro della mia biblioteca preferita dove andavo a studiare. Questo è quello che mi viene in mente.
Viene chiamata “la rivolta dei tornelli”, quella delle ultime settimane, iniziata con la decisione di installare tornelli all’ingresso della biblioteca di Lettere al civico 36 di via Zamboni, decisione presa dall’Ateneo su richiesta degli stessi lavoratori della biblioteca. Cosa ne pensi e come vivi da Copenaghen questi scontri.
I tornelli sono SACROSANTI! Zamboni 36 è un posto dove io stessa ho studiato, ma spesso è un covo di spacciatori, sicuramente non sicuro. I tornelli arginano solo parzialmente il problema di infiltrazioni di gente poco raccomandabile all’interno di locali universitari, visto che in alcuni casi alcuni studenti stessi sono spacciatori, ma quantomeno proibisce l’accesso a chi non è studente e quindi non ha il badge. È una misura di sicurezza necessaria. Purtroppo anche nei locali della Facoltà di Economia, prima entravano non-studenti che, si è scoperto, hanno rubato telefoni e computer.
Adesso l’accesso è regolato anche a Economia. Mi sembra giusto che questo sistema sia stato introdotto anche a Lettere.
Da qua inorridisco di fronte alla violenza da parte di tutti, polizia compresa. È inammissibile. Inorridisco di fronte alle proteste per tale provvedimento. Non mi sembra davvero che ci sia alcuna scusa a cui appigliarsi per sostenere che non sia un buon provvedimento, vista la situazione critica della biblioteca e della zona universitaria in generale. Da Copenhagen mi viene solo tanta tristezza e rabbia. Non so come si possa maltrattare così la città che da sempre accoglie tutti e li fa sentire a casa.
Il CUA smentisce le versioni e le ricostruzioni del personale e degli studenti, in particolare il racconto di Emilia Garuti (studentessa di Lettere e membro della Segreteria regionale del Pd di Rolo). Cosa ne pensi delle dichiarazioni rilasciate da Emilia? Pensi che in questa fase, entrambe le parti stiano strumentalizzando la protesta?
Emilia Garuti mi trova d’accordissimo, non stento a credere ai suoi racconti dal momento che io ho visto e vissuto cose molto simili sia ad Economia sia, appunto, proprio fuori da Lettere, sotto i portici, quando ho sentito che un tizio, chiaramente non studente e a me sconosciuto, mi frugava nella tasca esterna dello zaino in pieno giorno. Credo che Emilia non abbia strumentalizzato proprio niente, racconta I fatti come stanno. Però le sue verità risultano scomode, quindi si sente la necessità di smentirla ed offenderla perché proprio le sue verità intaccano gli interessi di quelli che la smentiscono. In piccolo mi ricorda un po’ la figura di Roberto Saviano (Emilia)e di tutti quelli (CUA) che si accaniscono contro di lui sostenendo che strumentalizza la questione mafia.
vio1Cosa può fare oggi uno studente dell’Ateneo per Bologna?
Farsi cullare “fra I portici cosce di mamma Bologna”, andare a scambiarsi idee pacificamente e in allegria davanti a un buon vino all’Osteria del Sole, godersi spensieratamente gli anni più belli di quando si è studenti e si conosce almeno una nuova persona interessante al giorno. Frequentare locali tandem, dove si può mettere a disposizione la propria lingua italiana per insegnarla agli studenti in Erasmus e nel frattempo imparare una nuova lingua da loro. Seminare la conoscenza e la cultura che sono poi i presupposti della pace.
Inoltre, i professori sono una risorsa inestimabile. Sono convinta che alcuni di loro vorrebbero essere coinvolti nell’organizzazione di dibattiti interdisciplinari,quelli che ho menzionato anche prima, o eventi culturali di formazione extracurricolare.
Sara e Bologna. Qual è e qual è stato il vostro rapporto? Quanto c’è di Bologna nella Sara di oggi?
Lo è stato e lo è tuttora: un rapporto simbiotico. Quando torno da Copenhagen ancora prima di tornare a Siena, torno a Bologna. In realtà sento come se Bologna fosse la mia vera casa. “Mamma Bologna” come dice Guccini. Mi ricordo che l’unica volta che sono tornata direttamente a casa avevo un cambio di treno a Bologna, solo 5 minuti. Anche solo vedendo la stazione mi sono emozionata. Ovunque mi trovi, ovunque vada, anche lontano me la porto sempre con me, insieme a tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita e dei ricordi di quegli anni. La mia migliore amica, i miei colleghi e amici, che adesso sono sparsi in giro per il mondo, il tabaccaio, il mercato delle Erbe e quello della Terra. Le sessioni di esami estenuanti ed i festeggiamenti tutti in compagnia, e i piani per il futuro. Che nostalgia…
Sara oggi è diventata grande, non vuole più fare il magistrato, ma non ha abbandonato la sua sensibilità verso il senso sociale e universale di giustizia. Vorrebbe lavorare nell’ambito dell’imprenditoria sociale. Ha il sogno di cercare di sollevare le popolazioni in crisi, sfruttate da secoli di governi autoritari e da secoli di nocivi sistemi economici capitalisti, con l’ambizione di portare nei loro paesi un modello di industria collettiva e sostenibile. Per questo ha scelto l’India, per questo tra poco partirà per Calcutta.

LIKE ERGO SUM, ovvero CHI HA UCCISO UMBERTO E TULLIO – di Viola Lapisti

Avete presente quella scena del film Confusi e felici (di Massimo Bruno – 2014) in cui Caterina Guzzanti, nelle vesti di una paziente in terapia di coppia, pronuncia un “CIAONE” davanti al suo psicologo Claudio Bisio?
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Ecco, ultimamente mi sono ritrovata varie volte a pensare a questa scena, non tanto per l’interpretazione degli attori o per la gradevolezza o meno della commedia, quanto per l’uso di quella parolina, proprio quella, “Ciaone”, in un
film.
E mi sono chiesta, ma come ha fatto questa espressione ad entrare nel linguaggio gergale del nostro Paese in così poco tempo e con
questa dirotta smania? Premetto che parlo da persona particolarmente deformata nell’animo e nella mente a causa di un certo percorso di vita e di studi, di cui non staremo certo qui a narrare poiché non ci importa una mazza, piuttosto poco incline all’accettazione delle mode in generale e di quelle gergali in particolare, sommamente infastidita e poco tollerante verso l’uso degli slang giovanilisti correnti. Ma dico, ci piace davvero così tanto usare termini di questo tipo, cui nello stesso esatto momento in cui vengono pronunciati da qualche parte, in questo Paese, c’è un filologo dell’Accademia della Crusca che muore e un Vocabolario Treccani che prende fuoco per auto combustione?
Me lo sono chiesta e forse mi sono anche data una risposta, la questione è proprio quel “ci piace davvero” usarli? Pensate a questo, a quel verbo piacere, pensate alla frase “a me piace”. Qual è la prima cosa che vi viene in mente? Oso buttare là risposta: non state forse pensando al “mi piace” al “like”? Non sarà che il vostro primo pensierino inconscio è andato a quel pollice all’insù, diretta conseguenza di quel clic che date distrattamente mentre state facendo la pausa kaffeeeè, o siete in autobus, o siete in fila alla cassa del Conad, o che date anche mentre magari state parlando con qualcuno o mentre state distrattamente leggendo questo articolo?
Che cos’è quel “Mi piace”? È un segnale che ci siamo? O che forse non
sappiamo fino in fondo se “ci piace” davvero? Lo usiamo semplicemente per dare la conferma che siamo presenti lì, alla percezione di quel contesto, di quell’avvenimento a cui stiamo assistendo e che quindi, in qualità di essere presente alle vicende postate da un qualsiasi tu generico, diamo la nostra opinione. La quale altro non è che il nostro benestare.
Che quella foto o quel post ci piaccia veramente è argomento secondario, più importante è esserci, averlo assistito, likato, cliccato. Il meccanismo poi è pressoché lo stesso per chi il like lo riceve: a chi lo riceve non importa più ormai se all’amico di turno è piaciuto il suo post o la sua foto, ma quanti sono numericamente i like che ha ricavato da quella foto, da quel post, ed il numero che ne risulterà contribuirà ad innalzare o ad abbassare
la sua autostima. Il Ciaone si colloca lì: esattamente tra il like ricevuto sotto a quella foto o sotto a quel post e la sua didascalia. Essendo termine in voga, è facile: più lo usi, più piaci, più ci sei, più sei visibile.
Sapevate che #ciaone è da qualche anno il nome di uno dei gusti preferiti di una famosissima gelateria di Roma?
ciaoneArrivati a questo risultato, perché mai storcere la bocca quando anche il nostro ex Primo Ministro, scoperto il fascino del #ciaone fin dall’esperimento infelice in cui lo utilizzò per sbeffeggiare chi aveva creduto nel Referendum delle trivelle, ci continua a dilettare – ahinoi – sui suoi molteplici impieghi e
destinazioni?
L’uso di un certo linguaggio, di un lessico appropriato per parlare chiaro, popolare, familiare e ruffiano ad un pubblico dei più vasti ed eterogenei, mi direte, è argomento dei più grandi trattati di Retorica da secoli e secoli ancor prima della nascita di Sallustio e Cicerone, buonanime. Ma a tutto, gente, c’è un limite, soprattutto perché non stiamo parlando di trattati di Eloquenza.
C’è una intera generazione di belli, rampanti e in carriera che troviamo, ad esempio, tra gli imprenditori, tra i politici e tra i bloggers (o peggio ancora, tra i fashion bloggers!), che ci sta dirottando verso un revisionismo linguistico e verso un nuovo “stile” comunicativo che non sono poi così sicura possa conservare anche dei contenuti oltre che un’evidente efficacia comunicativa. Questa generazione parla più tra i social che in piazza, lo sappiamo bene ormai, ci mette in contatto con ciò che accade non più dalle pagine di un quotidiano, ma tramite un tag ricevuto ad un evento mondano. Ha un linguaggio fresco, “giovane”, diretto, friendly, informale e confidenziale fatto di camicia bianca e mano in tasca, di hashtag e di selfie. È un modo di comunicare che è credibile grazie al consenso e alla forza riproduttiva che suscita, ma non lo è per la veridicità e verificabilità dei suoi contenuti.
Quindi, vogliamo che non esista più un filtro e che tutti questi
soggetti sopracitati dal cinema, alla politica, ai social, al gourmet, al glamour si collochino in un unico flusso dialettico in cui invenzioni popolari possano essere confuse per perle da costituzionalisti e alcune infelici uscite istituzionali per chiacchere tra amici sul socializzatore? vastita
Di qui si dipanerà, ne sono certa, la vostra suprema e unanime risposta che immagino abbia attinenza con la vastità del c… che ve ne frega. Che, non fraintendetemi, come filosofia di sopravvivenza io, su la vastità del c… che me ne frega, credo moltissimo. Quest’anno, ad esempio, ho deciso che, oltre all’agenda dove quotidianamente annoto i miei impegni, non potevo cominciareadeguatamente il 2017 senza un’altra agenda, in cui annotare quotidianamente le cose che fanno parte della vastità del c… che me ne frega e delle quali mi importerà sempre la vastità del c… che me ne frega. È molto terapeutico tra l’altro, ve lo consiglio. Però ecco, basta. Vi prego, basta ammorbarci la vita con i post di foto e foto in cui ci siete voi a braccia spalancate davanti al Grand Canyon, o davanti al deserto del Sahara, o con le mani che si allargano al cielo su un fiordo in Norvegia perché basta, ci spezzate la poesia e non date nemmeno dignità a quei luoghi ameni. Tralasciando il fatto che la vastità del c… che ve ne frega è un’espressione gergale passata di moda nello stesso istante in cui avete iniziato ad usarla, istante che, sappiatelo, si colloca più o meno tra la morte di Umberto Eco e quella di Tullio De Mauro che sì, erano molto anziani, ma comincio a chiedermi se veramente non li abbiamo uccisi noi: Umberto col Ciaone e Tullio con la Vastità del c… che ce ne frega , chiediamoci se il loro immane contributo, a questo punto, sia da considerarsi morto insieme a loro, a meno che non vogliamo che lo diventi. ecodema
Per concludere, laddove purtroppo non c’è tristemente da ridere, condividerò con voi le mie conclusioni sulla motivazione per cui, cari
socializzatori, abbiamo #mainagioia.
Mainagioia che – chiariamo – è pur sempre quell’espressione aberrante cui evidentemente abbiamo la necessità di ricorrere qualora vogliamo condividere le mancate gioie di una giornata o della vita in generale, non è che l’illusione di un qualcosa che ci auguriamo sia possibile, ma che molto probabilmente non lo sarà mai. Ed è altrettanto probabile, tra l’altro, che riguardo alla quantità e all’entità delle nostre mancate gioie quotidiane, c’è
un’altrettanta, un’infinita vastità del c… che alla maggior parte dei
nostri amici del Villaggio globale di McLuhan gliene frega. Facciamocene una ragione. Quindi ecco che anche di questa, può darsi sia diventato troppo deprimente farne ancora uso. Anche perché sto iniziando a nutrire una certa ansia per la salute di Andrea De Benedetti.
mainagCerchiamo di pensare ogni tanto, a quanta parte della nostra esclusiva sensibilità, a quanta parte di idee, di inclinazioni, di gusti e personalità abbiamo tradito e accantonato per assistere all’omologazione totale, becera e indistinta di questa massa cieca di civiltà in questo preciso momento storico. Nella quale ci hanno portato a diventare, o siamo voluti diventare, ciò che socializziamoCerchiamo di riconoscere che, dopo il primo like, abbiamo venduto l’anima a quella realtà che, purtroppo non è la vera realtà, ma la socializzazione della realtà. E che in questo Villaggio esistono già da tempo tutti i segni tangibili per la nostra spersonalizzazione come individui e come comunità, vuoto contenitore di singoli senza alcuna relazione afferente tra loro se non la rete sociale, il servizio di social networking cui siamo ininterrottamente connessi.

GLI INTERESSI EUROPEI NELL’ERA DI TRUMP – di Filippo Secciani

Lo abbiamo capito fin dall’inizio. Trump non doveva fare il presidente. Almeno questa era la ferma posizione della corrente liberal, statunitense e mondiale. Giornalisti, intellettuali, attori, sportivi, semplici cittadini si sono arruolati in unico movimento per combattere il mostro dai capelli arancioni e mobilitarsi in sostegno della “democratica” Hillary Clinton. Se per un elettore americano è legittimo impegnarsi politicamente per il candidato da cui maggiormente si sente rappresentato, ci risulta sinceramente di difficile comprensione la mobilitazione aprioristica di una certa intellighenzia italiana (ed europea), da sempre incensante di se stessa e della propria superiorità morale, verso una candidata che ha ben poco a cuore “gli interessi europei”. Si perché alla fine dovrebbe ridursi tutto a questo… Valutare quale sia il presidente maggiormente conveniente per noi, che abbiamo scritto sul passaporto Italia ed Unione Europea. Allora avremmo dovuto ripensare al ruolo di Obama e Clinton nelle tragicomiche Primavere Arabe, nella caduta di Gheddafi e la conseguente guerra civile libica, alla crisi siriana, all’Ucraina, alle sanzioni contro l’Iran, PRISM e così via. Dal 2008 fino alle elezioni dell’8 novembre 2016. Ciò non vuol dire che Donald Trump fosse il candidato perfetto, anzi, o che in sella al suo bianco destriero giungerà per risollevare l’Europa e l’Italia. Basandoci però sulla sua campagna elettorale e sulle dichiarazioni fatte come presidente eletto, una buona parte di interessi economico/politici dei due blocchi occidentali sembrano coincidere e questo è tutto ciò che ci deve interessare.
– In primo luogo il rapporto con la Russia. Tralasciando le accuse a Putin di aver fatto vincere il tycoon, che lasciano il tempo che trovano, la cessazione delle sanzioni verso Mosca darebbe nuova linfa all’export italiano crollato in seguito al blocco economico (a luglio 2014, cioè a pochi mesi dallo scoppio della crisi di Crimea, l’Italia aveva una quota di mercato del 7,7%, ovvero era il quarto paese per export verso la Russia). A risentire maggiormente delle sanzioni sono state le aziende meccaniche, dell’alta moda e mezzi di trasporto, seguite da arredamento ed agroalimentare. La politica di distensione ed apertura verso Putin potrebbe inoltre garantire quella sensazione di normalizzazione e di stabilità che adesso manca in tutta la regione euroasiatica e baltica. Il tutto a beneficio dell’Europa stessa che vedrebbe tranquillizzarsi i suoi confini orientali con l’Ucraina e la Georgia.
– Parallelamente alla questione russa si sviluppa la questione della NATO. Sembra passata un’era geologica dal famoso reset del 2009 tra Clinton e Lavrov in favore di una nuova fase nei rapporti tra Usa e Russia quando la neopresidenza di Obama tese la mano a Medvedev per il riconoscimento di reciproche concessioni ed accordi, a seguito delle tensioni accumulatesi nei due mandati Bush. La luna di miele durò pochi anni; con la crisi ucraina i rapporti si sono andati deteriorando in fretta, tant’è che spesso si è parlato di nuova Guerra Fredda: la NATO si è ammassata ai confini russi, il programma missilistico ha ripreso vigore, le sanzioni pure ed il programma di adesione all’Alleanza Atlantica adesso vede coinvolti anche i paesi balcanici. Tutta questa situazione non fa che indebolire ancora di più l’Unione Europea e polarizzare lo scontro tra il blocco baltico e quello polacco contro il resto dei membri UE.trump1 In questo senso allora le affermazioni di Trump pur essendo delle mezze sparate, allo stesso tempo contengono un fondo di verità: l’Alleanza per come è strutturata adesso è “obsoleta” e le sue funzioni e gli scopi vanno rivisti perché oramai superati, infine il maggior carico finanziario per il suo mantenimento è sulle spalle del contribuente americano. Tutto ciò potrebbe contribuire ad una sua ristrutturazione e riqualificazione: probabilmente verso un ruolo di alleanza contro il terrorismo e di lotta al jihadismo, con una presenza americana più contenuta ed una maggiore assunzione di responsabilità europea.
– Stati Uniti ed Europa. Qui Trump sembra proseguire la linea dei precedenti presidenti: il timore verso un blocco unico europeo quale potenza economica egemone. Sebbene l’unione politica degli stati europei sia ben lontana dalla realizzazione, questo timore è rappresentato dalle recenti affermazioni a sostegno della Brexit “un grande successo” e soprattutto contro la Merkel rea di aver commesso “un errore catastrofico”. Una Germania forte è da sempre considerata un pericolo per gli Usa: prima per un asse economicomilitare con la Russia, adesso per una Germania leader in Europa, domani forse per un allineamento con la Cina. Da qui l’attacco alla Merkel su una issue che rischia di spaccare ancora di più l’Europa: la questione profughi e l’immigrazione clandestina. Ad un paventato isolazionismo da campagna elettorale (ma è bene ricordare che l’America isolazionista non lo sarà mai) al grido di America First, l’Europa dovrebbe rispondere altrettanto a voce alta con Europe First (come descritto nell’editoriale del 16 novembre di Le Monde e ripreso dalla Prof. Marinella Neri Gualdesi). In generale dovremmo aspettarci un pressing americano per un’Europa disunita e maggiormente debole.
– Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Trump ha ereditato un Medio Oriente profondamente fratturato ed allo sbando per iniziative americane completamente folli, dalle cui ceneri si sono sviluppati antichi antagonismi mai del tutto sopiti. In primo luogo quello tra Arabia Saudita ed Iran il cui confronto va oltre il conflitto geopolitico e sfocia nel settarismo religioso. Ma anche il neo ottomanesimo di Erdogan, il dinamismo delle piccole monarchie del Golfo che si inseriscono nelle questioni geopolitiche con la forza dei loro petrodollari, la rinascita sciita regionale, il nazionalismo di Netanyahu, il jihadismo imperante e come se non bastasse il tornaconto che hanno gli stati extra mediorientali e gli interessi economicofinanziari che vi ruotano attorno. Il presidente eletto ha speso parole dure contro Obama ed il suo presunto immobilismo nel combattere l’Isis, ma egli stesso ha avuto un ruolo piuttosto ambiguo nei riguardi della questione. Se da un lato prevede un disimpegno, dall’altro ha rilanciato il bisogno di inviare più uomini sul terreno per combattere lo Stato Islamico. Il suo totale impegno nei confronti di Israele e al sostegno delle sue politiche rischia di aggravare una situazione ormai fuori controllo. Per dovere di cronaca va ricordato che inizialmente Trump era arroccato su posizioni di non invadenza sulla questione israelo-palestinese, salvo poi pendere verso Tel Aviv a seguito di forti finanziamenti per la campagna. La decisione di ricusare il trattato con l’Iran salvo poi fare una mezza marcia indietro con l’avvicinarsi del momento del giuramento. Le parole spese nei confronti della comunità musulmana nel corso della campagna elettorale non contribuiscono a distendere gli animi. Resta il fatto che fare propostici per come Trump gestirà la questione del Medio Oriente risulta – al momento – molto difficile a causa proprio dei numerosi voltafaccia e dei cambi di strategia in corsa.
– Quali conclusioni trarre? Al pari della sua politica mediorientale definire quale visione delle relazioni internazionali adotterà Trump è altrettanto difficile.trump Ad ora l’unico leitmotiv nelle sue decisioni è la tutela dell’interesse del lavoratore americano, da qui il pugno duro con la Cina, l’ostracismo verso la ripresa dei negoziati TTIP con l’Europa e l’abolizione del TTP con l’area del Pacifico, dazi a importazioni e politica economica protezionista (in poche parole tutela di quell’elettorato che gli ha permesso la vittoria). In casa dovrà vedersela con popolazione, stampa, intellettuali ostili ed una società polarizzata – già dalla presidenza Obama per la verità; una maggioranza repubblicana alle Camere che non lo amano e lo hanno più volte dimostrato. Un’apparato militare e di intelligence contrario alla sua politica di avvicinamento alla Russia. Il settore industriale e finanziario, viceversa, si sono dimostrati positivi verso la sua presidenza (dopo gli allarmismi di un crollo del mercato in caso di una sua vittoria). Nonostante le boutade, anche di cattivo gusto, Trump non è un uomo solo al comando. L’apparato di governo americano è costituito da un intricato sistema di pesi e contrappesi che impediscono ad una parte di avere un eccessivo esercizio della forza su un altro organismo. Questo approccio vale anche per la figura del Presidente, il quale concentra nelle sue mani il monopolio dell’esercizio della forza solamente in momenti di crisi comprovata (come ha ricordato più volte Dario Fabbri di Limes), per cui dal momento in cui presterà giuramento dobbiamo sempre tenere a mente questo equilibrio e come ad esercitare il potere siano anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti, insieme a quell’alveo di sigle che vanno a costituire l’universo della burocrazia americana. Come si inserisce in questo nuovo ordinamento mondiale l’Italia? Da una vittoria di Trump potrebbe trarne giovamento. Dalla fine delle sanzioni alla Russia potrebbe guadagnarci la nostra bilancia commerciale, dall’ipotetico “isolazionismo” trumpiano ed un maggiore dinamismo europeo l’Italia ne guadagnerebbe in influenza a Bruxelles (considerando la Brexit e l’ostilità verso Berlino da parte di Trump), inoltre una minore ingerenza americana nell’area mediterranea potrebbe permettere all’Italia di avere una maggiore mano libera ad esempio in Libia, dove finora si è accodata alle istanze di Washington per sostenere il governo Serraj che sembra non avere vita lunga. In generale un maggiore interesse Usa verso il Levante e soprattutto verso la Cina lascerebbe spazi di manovra verso il nostro naturale sbocco di interesse strategico: il Mediterraneo allargato. Tuttavia non dobbiamo scordare alcune cose fondamentali: l’America è una potenza egemone (anche se in declino) e come tale può spostare il baricentro del suo interesse verso altre regioni, ma non abbandonare del tutto le altre; un’Europa troppo forte ed unita è un pericolo per gli Stati Uniti; la minaccia del terrorismo è stato uno dei punti chiave della vittoria di Trump; il presidente è un nazionalista in termini generali, ciò significa che se le organizzazioni internazionali non sono più utili al sistema America, l’America ne può fare benissimo a meno, cui fa seguito la preferenza verso accordi bilaterali al posto di accordi internazionali. Infine si abbandona il concetto della responsability to protect, ma non si abbandona il concetto di intervento armato diretto, da adesso in poi si applica solamente dove siano messi in pericolo interessi diretti (economici più che politici) degli Stati Uniti. Ma il vero punto focale sarà solamente uno: quale Trump dobbiamo aspettarci, quello che agisce come nella campagna elettorale, oppure il Trump che opera come un presidente?