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MEGLIO UN CAFFE’ IN ITALIA O UN TE’ IN CINA? – di Duccio Tripoli

Meglio prendere un caffè in Italia con il proprio capo, oppure berci un tè in Cina?
Sarò buono per una volta, vi tolgo subito il dubbio; poi non sono mai stato un grande fan delle cacce al tesoro, così, non vi andasse più di leggere, soddisfate la vostra curiosità e chiudete il tutto.
Trovandosi nel Bel Paese, bersi un caffè con il capo, o qualunque altro superiore, è ben auspicabile, nonché un’occasione da prendere al volo. Anzi, oserei dire che un superiore che la mattina, appena arrivato in ufficio, esordisce con un “più tardi ci prendiamo un caffè”, mette subito la giornata sulla giusta onda. Certo, a quel punto starà a voi saperla cavalcare, ma se vi muovete bene potrebbe rivelarsi una delle onde più divertenti e entusiasmanti mai cavalcate che vi porta a riva sani e salvi e con diverse soddisfazioni.
Al contrario, quando entrando in ufficio la mattina, il tuo superiore cinese ti chiede “yihuier qing ni dao wo bangongshi hecha” (più tardi vieni nel mio ufficio a prendere un per favore), come si dice a Siena “sona a morto” e i guai potrebbero essere solo all’incipit. Infatti, quel 喝茶 hecha (prendere un tè) in Cina è univoco e, sebbene ci scapperà anche il tempo per bere effettivamente una tazza di buon tè, questo si rivelerà, o prima o dopo, solo un mero pretesto. Dopo aver sorriso e risposto affermativamente, il sorriso pian piano si chiude, le sopracciglia si avvicinano cambiando forma, e inizi immediatamente a pensare a cosa, nel mondo, possa aver fatto di tanto sbagliato. “Bere un tè” con un superiore in Cina, salvo le comunque numerose occasioni conviviali, è un sinonimo di “fare due chiacchiere a quattrocchi” e, nella stragrande maggioranza dei casi, la discussione non verterà né sulle vacanze appena trascorse e nemmeno sui preoccupanti livelli di smog di Pechino. Il tutto si trasformerà, in men che non si dica, in una ramanzina ufficiale, da godersi tutta d’un fiato dall’inizio alla fine, sorseggiando un bel bicchierone di pu’er di primissima scelta.
Perché tutta questa pantomima per una semplice ramanzina o appunto qualunque? Perché i cinesi non vi diranno mai le cose come stanno, direttamente e al primo colpo. Si sono, nel tempo, guadagnati il ruolo di imperatori indiscussi dei giri di parole, dei giri pesca, di maestri dei voli pindarici. Oltretutto, dire le cose come stanno, in faccia, all’interessato e in modo particolarmente diretto è considerato anche piuttosto maleducato. In Cina il problema si evita a più riprese o si postpone fino all’infinito. Solo quando questo diventa inevitabile e non più rimandabile, ci si arriva lemme lemme da più lati, un passettino alla volta. Capite bene che per un Italiano, specialmente se decentemente impulsivo come il sottoscritto, tutto ciò possa risultare snervante e, alle volte, frustrante. Sono abituato a far presente i problemi immediatamente, senza lasciare spazio alle interpretazioni e sono abituato a farlo nel modo più deciso e preciso possibile, naturalmente con educazione e verso il diretto interessato. Quante volte, in mezzo a discussioni di vario genere, mi sono ritrovato a esortare l’interlocutore a suon di “shuo ba!” (parla, dimmi!), per evitare di perdere il filo del discorso..e la pazienza.

Piccolo, ma calzante, esempio: a lezione quante volte capitano problemi di comprensione o divergenze su qualche contenuto? Ecco in Cina non capitano. Gli studenti capiscono sempre tutto alla prima e i professori non si spiegano mai male, ma sono sempre chiari e comprensibili. Bugia! Queste situazioni capitano a bizzeffe, ma il non capire un concetto è colpa o dello studente stupido e disattento, o dell’insegnante che non si esprime bene e, in entrambi i casi, qualcuno perderebbe la faccia; quindi, in pieno stile orientale, si aggira il problema e tanti saluti.
Un altro esempio, ancora più calzante e personale, potrebbe essere quella volta che, arrivando in ufficio una mattina come un’altra, la direttrice del dipartimento internazionale mi ha “invitato” a bere un tè nel suo ufficio. Mentre il cervello ha prodotto un tonico “occristo!”, la bocca ha subito rielaborato in un modesto “hao ba” (ok, con una bella pausa concessiva sulla o). Cosa era successo di così terrificante? Che tipo di piede (per non dire altro) avevo pestato? Mi rimanderanno a casa senza passare dal via? Massì, nulla di tutto ciò. Alcune sere prima, rientrando in casa ad orari non proprio “confuciani”, avevo fatto più confusione del necessario, destando dai suoi sogni della camera rossa il responsabile della sicurezza che, il mattino seguente, lungi dal rivolgersi al sottoscritto, aveva raccontato tutto ad un altro professore. Questo, per non venire a raccontare tutto “direttamente” a me, aveva lasciato il compito al suo superiore che, lavandosi anch’egli le mani, aveva riportato l’accaduto alla responsabile del dipartimento internazionale. Ora, siccome disturbare il capo danwei (unità di lavoro), il preside o addirittura il sindaco di Shanghai pareva un po’ troppo eccessivo, Lucy (nome inglese della direttrice) ha fortunatamente concluso la scalata al superiore convocandomi nel suo ufficio a bere un tè. Italians do it better, non sempre ma quasi. Sapendo di cosa si trattava e, non essendo affatto grave l’accaduto, ho ben dribblato il problema dopo aver montato un tradizionale catenaccio da presunto esperto di calcio e chiuso il tutto con un altro splendido cliche: bevuto il tè e ristabilita la calma, siamo andati a berci un ottimo caffè espresso offerto dal sottoscritto che ha ribaltato la situazione facendomi segnare un gol pazzesco in zona Cesarini. Alla fine dei salmi? Caffè Italiano batte tè Cinese 1 a 0. Fortuna che conosco i miei polli..14481797_10210037814969264_4662216656950992974_o

Nel caso, però, non vi fosse questa consapevolezza, vi do brevemente un paio di dritte tascabili per poterne cavare le gambe e portare a casa la pellaccia, senza perdere la faccia di nessuno. Tre semplici risposte da usare a piacimento, da sole o in combinazione per riprendere fiato, una volta messi davanti al problema.
1) 我对茶过敏 Wo dui cha guominsono allergico al tè. Difficile da credere, ma potrebbe sempre funzionare. Spiazzerete totalmente l’avversario che, in mancanza di una risposta pronta, potrebbe posticipare l’incontro dandovi del tempo per organizzare le idee.
2) 我听不懂 Wo ting bu dongNon ho capito. Qui si va sul grande classico, la frase più pronunciata da qualunque straniero che abbia mai messo piede nell’Impero Celeste. Usare, ripetere, riusare; fate questo fino allo sfinimento. Se l’interlocutore parla solo cinese mandarino, o beve il tè in solitaria, o avrete comunque il tempo di organizzare la vostra difesa finché non troverà un traduttore.
3) 我今天拉肚子 Wo jintan laduziOggi ho la diarrea. Anche qui un sempreverde delle scuse made in China, sempre a portata di mano come un asso nella manica. Nessuno fa domande e nessuno indaga mai più di tanto. Questo vi darà per certo un paio di giorni per riflettere e organizzare la battaglia, visto che comunque dovrete giocare in difesa.
Il loro sviare dal problema, il temere il confronto diretto e il non controbattere in maniera decisa, giocherà in questo caso a vostro favore e non dovreste andare oltre nella discussione. Tuttavia, dovrete organizzarvi bene, trovare un punto debole dell’avversario e su quello insistere a più riprese. Da sempre, quando si è in svantaggio, spesso del tempo in più fa comodo. Inoltre, studiando a fondo l’avversario e il campo di battaglia, potreste davvero uscirne a testa alta.

Questo però, quasi certamente lo sapranno anche loro; hanno creato sia Sun Tzu che la sua “Arte della Guerra”, e sono già diversi secoli che la leggono, la rileggono e la insegnano. Buona fortuna.

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La vita ai tempi della Brexit – di Federica Corbelli

“London.”
“London?”
“London.”
“London?”
“Yes, London. You know: fish, chips, cup ‘o tea, bad food, worse weather, Mary fucking Poppins… LONDON.”

Vivo a Londra da 5 anni, mi sono trasferita il 17 settembre 2011: l’idea iniziale era quella di frequentare un master di un anno e tornare a casa, ma quando il momento è arrivato mi sono resa conto che non ero pronta ad andarmene. Da allora vivo con Londra un’intensa storia d’amore –  abbiamo i nostri alti e bassi, intendiamoci, ma fino a ora ci sono stati più alti, o almeno così voglio credere.
La prima cosa che ho imparato vivendo a Londra, oltre a come fare il tè perfetto (per questo vi rimando al prossimo appuntamento della rubrica), è che “London is not England”. Forse perché il londinese medio lo ripete almeno un paio di volte a conversazione, forse perché quando vivi la bellezza intensa di Londra pensi “Questo è un posto a parte”.

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Non si tratta solo di una delle città più multiculturali al mondo, dove la parola diversity è all’ordine del giorno e il fatto che il neo-eletto sindaco, Sadiq Khan, sia musulmano non fa troppo clamore. Ci sono angoli di Londra in cui si respirano altri mondi e altre culture: qui ho assaggiato la migliore cucina afgana, ho conosciuto la tradizione bulgara del Baba Marta, ho assistito a partite di Aussie rule, ho festeggiato il Canada day in Trafalgar square, ho imparato l’arte del turpiloquio in cinese e ho insegnato a mia volta “perle” di cultura toscana a italiani e non. Ma, purtroppo, Londra non rappresenta l’Inghilterra (o il Regno Unito): l’aria che si respira a Londra – incluso il preoccupante alto livello di polveri sottili – non  è  la stessa che si respira fuori dalla M25 (la famosa autostrada che circonda Londra quasi completamente). Sembra quasi incredibile ma una volta fuori “dalle mura” il panorama cambia decisamente, inclusione, diversità, multiculturalismo diventano concetti remoti. Ne abbiamo avuto la prova la mattina del 24 giugno quando abbiamo visto la mappa del voto.

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(cr: Tgcom24)

La risposta del sindaco Sadiq è stata semplice e rassicurante: “London is open” e “It’s not the wallls that make the city”, come dimostra la campagna che sta portando avanti, che include il “City of film” in cui attori e attrici che fanno parte dell’industria cinematografica britannica uniscono le loro forze per diffondere il messaggio che Londra è aperta – e lo fanno con le migliori citazioni cinematografiche sulla città.

Se questo non bastasse, il sindaco ha inoltre introdotto l’idea della creazione di visti speciali per coloro che vogliono lavorare a Londra in caso di una legislazione anti-immigrazione più ferrea. Ma comunque, nella comunità degli “europei all’estero” si respira un po’ di paura e si pensa al da farsi, storie di chi sta pensando ad andarsene, a sposarsi o a un qualche piano B. Il 23 giugno, infatti, non è storia passata, e nonostante la volontà di cancellare una delle pagine più buie della storia di questo paese, nonostante il periodo estivo che ci ha lasciati nel buio totale, il tema è ancora scottante, non solo tra i “foreigners”. Per qualcuno il referendum è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per altri sono state le recenti dichiarazioni di Theresa May e Amber Rudd sulle note xenofobe e populiste del “l’Inghilterra agli inglesi”. In molti viviamo questa situazione di stallo e incertezza aspettando il prossimo passo del governo, cercando ragioni per andare o ragioni per restare.

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Mi piace discutere la questione nel mio ufficio multiculturale che si divide tra un 50% di cittadini britannici e un 50% di stranieri. In varie occasioni ho chiesto il parere dei locali; in molti dicono “non ti preoccupare queste misure influenzeranno le persone che si vogliono trasferire non quelle che sono già qui da un bel po’”. Probabilmente è vero, i cittadini europei che risiedono qui da diversi anni e hanno un lavoro fisso saranno tutelati, ma la questione è ben diversa e non si tratta solo del mio caso personale: si tratta di una nuova generazione di persone e futuri cittadini a cui potrebbero essere negate le opportunità di cui fino a ora gli europei come me, residenti nel Regno Unito, hanno goduto.

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Mi domando se i miei colleghi inglesi non si preoccupino delle nuove dichiarazioni del governo, se abbiano paura di questa spaventosa virata a destra, se siano superficiali e non pensino al di là del loro cortile o se siano semplicemente realisti e pensino che tutte queste dichiarazioni non porteranno a niente. “Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra” mi ha detto ieri la mia collega londinese: forse si tratta di semplice realismo e la certezza che tentare di fermare l’immigrazione non sia possibile e non porti davvero a niente? Però le domande da porsi sono sempre le solite: voglio davvero vivere in un paese che ha tale politica? Voglio diventare di cittadina di un paese rappresentato da questi politici? Che ne sarà di coloro che vogliono venire a studiare, lavorare, vivere qui? Sto assistendo alla fine del multiculturalismo di Londra come lo conosciamo? Quale sarà la goccia che farà traboccare il vaso per me?

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“Se vi cacciano dal paese non rimarrà più nessuno a Londra”

Mentre le cose scorrono in un clima generale di insicurezza, il sito del governo invita alla cautela, suggerendo che il nostro status non cambia e dice che “secondo le leggi della UE se si è vissuto nel Regno Unito per almeno 5 anni si ha il diritto alla residenza permanente”. Alla domanda che mi fanno tutti, sia qui che a casa, “E tu che fai?”, la mia risposta rimane “Non so”. Credo di non essere pronta per lasciare Londra, penso di essere ancora innamorata di questa città, nonostante tutto, perché, come dice Vivienne Westwood, “Non c’è nessun altro posto come Londra. Niente di niente, da nessuna parte” e da buona ottimista voglio pensare che ogni tentativo di Theresa May, Amber Rudd, Nigel Farage, Boris Johnson e tutti questi politici xenofobi e razzisti da quattro soldi falliranno miseramente, perché Londra rimarrà sempre Londra.

IL NUOVO CORSO DELL’IRAN – di Filippo Secciani

Hanno avuto luogo il 26 febbraio le elezioni per il rinnovo del Parlamento iraniano e per l’Assemblea degli Esperti. Il primo, il Majles, ha il compito di legiferare, mentre al secondo, il Majles-e Khobregan spetta il compito di monitorare il lavoro svolto dalla Guida Suprema Ayatollah Ali Khameni. Il Parlamento è composto da 290 membri, nelle cui mani è concentrato il potere di stilare le leggi, dopo che queste abbiano ricevuto il nullaosta del Consiglio dei Guardiani della Costituzione (un organo indipendente, composto da dodici membri non elettivi, con l’incarico di far collimare le leggi iraniane con i principi dell’Islam sciita). L’Assemblea degli Esperti dell’Orientamento è invece composta da 86 membri – teologi, massimi esperti di diritto islamico – che supervisionano l’operato del Rahbar, cioè la Guida Suprema ed in via ipotetica hanno anche il potere per farlo dimettere. Si sono presentati al voto circa cinquanta milioni di iraniani, per scegliere tra i 5500 nominativi delle liste elettorali che avrebbero composto la nuova compagine parlamentare. Anche in questo caso il modello iraniano è abbastanza particolare: i candidati devono superare l’approvazione da parte del Consiglio dei Guardiani per poter essere iscritti nelle liste. Delle oltre dodicimila candidature, sono stati ritenuti idonei solamente 6229 e di questi 729 si sono ritirati volontariamente dalla corsa elettorale. La maggioranza dei “bocciati” proveniva dalle fila dei riformisti, per cui non sono mancate le proteste da parte di questa corrente politica. Questa selezione è volta ad evitare stravolgimenti politici troppo radicali ed impedire un trasferimento di poteri eccessivamente improvviso. Al massimo è possibile trovare un equilibrio tra le varie ideologie contrapposte, che renda comunque funzionante il parlamento e dunque il paese. Gli schieramenti in campo erano così composti: i riformisti, il cui desiderio è la promozione di una società liberale e democratica dell’Iran in campo economico e politico. I pragmatici, che accanto alla tradizione islamico-sciita della società iraniana vorrebbero applicare alcuni principi economici liberali. I principalisti (principlists), un insieme piuttosto eterogeneo di idee che spaziano dal centro al conservatorismo, alla cui base vi sono i principi saldamente enunciati da Khomeini, integrati però da economia liberale. I conservatori, i veri detentori del potere in Iran, decisamente radicali nell’approccio politico sia interno che estero ed assolutamente ostili a qualsiasi forma di apertura. Gli indipendenti, forti prevalentemente nelle regioni periferiche e di confine del paese, si presentano come un sunto delle principali correnti, condite con istanze particolaristiche. Sebbene il risultato elettorale abbia consegnato la vittoria alla frange riformista e progressista in generale, per ottenere un quadro definitivo della vittoria alle “elezioni parlamentari iraniane servirà tempo, dovendo attendere che il Parlamento si insedi e che la variabile geometria delle ‘liste’ si ridefinisca all’interno del Majles”, come ricorda Nicola Pedde direttore dell’Igs. Ovvero dobbiamo attendere che il governo si insedi, che gli accordi vengano alla luce e che alleanze vecchie e nuove si formino, per poter meglio comprendere l’indirizzo politico dell’Iran dei prossimi anni.12822779_955559404513292_1847130678_o La vittoria dunque è nelle mani dell’artefice degli accordi Vienna, del presidente Rouhani e della sua Lista della Speranza; allo stesso tempo non è stata neppure una sconfitta storica per i conservatori vicini ai Pasdaran ed a Khamenei, infatti lontano dai grandi centri urbani e nella campagna, il potere politico è ancora largamente in mano a queste forze. Mentre la corrente “internazionalista” conquista le metropoli, Teheran compresa, ed i centri urbanizzati. L’ago della bilancia in Parlamento è nelle mani degli indipendenti, con una percentuale di voti intorno al 20%, che agiranno in base agli interessi personalistici del momento. Quello che certamente possiamo notare da queste elezioni è il grande balzo in alto fatto dalla corrente progressista del paese. Un risultato non del tutto scontato per via dell’opprimente presenza del clero sciita nella vita quotidiana dei cittadini iraniani. Ma è un risultato che premia Rouhani e la sua apertura verso il mondo esterno, l’accordo sul nucleare e l’abolizione delle sanzioni. È l’espressione di una nazione giovane, il 69% della popolazione ha tra i 14 e 65 anni, con una età media di 24 anni che vuole viaggiare, studiare e vivere senza il controllo ossessivo del governo e del clero, come del resto hanno dimostrato con la Rivoluzione Verde del 2010; è anche il voto delle donne, con 15 deputate all’interno del parlamento, record storico dal 1970. È il voto di fiducia verso Rouhani e le sue promesse in campagna elettorale per allentare la pressione sulla popolazione e verso una liberalizzazione dell’economia e della società. Queste elezioni avranno anche un impatto fondamentale sulla nomina del futuro Ayatollah: la vittoria riformista cambia gli equilibri all’interno dell’Assemblea degli Esperti in senso meno ortodosso verso la scelta della futura Guida Suprema, Khamenei infatti ha 76 anni e non è esattamente in ottima forma. Vedremo tra qualche mese se Rouhani riuscirà nell’impresa dove Khatami (l’unico presidente propriamente riformista che l’Iran abbia mai avuto) ha fallito: riformare il paese senza l’ostracismo della corrente rivoluzionaria ed in particolare del Consiglio dei Guardiani. La sfida in politica estera del nuovo governo, forte dell’accordo sul nucleare, è senza ombra di dubbio la riabilitazione internazionale. Iniziata con gli accordi sul Jcpoa, molto altro deriverà dal nome del nuovo presidente americano: un’apertura verso Teheran è la linea condivisa dai candidati democratici, mentre sulla sponda repubblicana le opinioni sono divergenti; si va dal totale ostracismo e condanna dell’accordo di Trump ed in parte di Cruz, a segnali possibilisti di Rubio. Inoltre la maggioranza della popolazione iraniana ritiene che non ci si possa fidare degli Stati Uniti. Dunque una distinzione, nei limiti del possibile con Washington, sarà un percorso fondamentale ma al tempo stesso estremamente difficoltosa. Politica estera influenzata anche dell’Ayatollah Khamenei: con un Iran nuovamente attivo nella regione e nel mondo, la Guida Suprema sarà un’ingombrante presenza per la libertà di azione del presidente Rouhani. Un occhio puntato ad occidente verso gli Stati Uniti e l’Europa ed uno rivolto ad Oriente verso Russia e Cina. Per quanto riguarda la Cina è stata la principale destinataria del petrolio iraniano nell’anno passato; gli auspici del nuovo corso iraniano sono rivolti ad un maggiore incremento nell’interscambio commerciale tra le due nazioni che dovrebbero raggiungere e superare i 500 miliardi nel 2026. Accordi che culminano nell’interesse iraniano nel progetto cinese della Nuova Via della Seta. Tuttavia il grande handicap di questo rapporto è la considerazione che la Cina ha dell’Iran: una relazione circoscritta a livello locale-regionale e nulla più almeno per adesso. Per quanto riguarda i rapporti economici con la Russia, il canale principale di collaborazione riguarda il nucleare, nello specifico la conversione di impianti ad uso scientifico. Non secondaria è la possibilità della nascita di un nuovo mercato turistico iraniano verso la Russia e viceversa, di quello alimentare e soprattutto nella difesa e negli armamenti. È a livello politico che le strade potrebbero non correre più parallelamente. Il comune impegno a sostenere Assad in Siria ha interessi diametralmente opposti: l’Iran ha tutto l’interesse a mantenere una forza sciita al potere, che insieme alla maggioranza sciita irachena garantirebbero, Isis ed Israele permettendo, il controllo quasi totale dell’intera fascia regionale del Vicino Oriente a Teheran. Da qui il confronto per procura con l’Arabia Saudita e le altre petromonarchie del Golfo. Viceversa la Russia che non ha alcun interesse ad inimicarsi né i sauditi, né tantomeno Israele con le quali commercia con molta proficuità, garantisce la sopravvivenza del governo di Assad per interessi strategici (il porto di Tartus in primis, che assicura uno sbocco sul Mediterraneo a Mosca). Altro punto di distanza sono gli idrocarburi: Vienna ha offerto la possibilità all’Iran di commerciare nuovamente il suo petrolio ed il suo gas a chiunque sia disposto ad acquistarlo e chi ne potrebbe risentire particolarmente è la Russia, che a causa di questo regime di costi bassi e l’eventualità di ulteriori sanzioni, rischia di vedere crollare il suo export. Infine la rinascita di un paese anestetizzato per anni, che improvvisamente va ad intaccare una sfera di influenza storicamente importante per la Russia e già pesantemente affollata dalla presenza di Cina, India e Pakistan. L’Iran ha vissuto per anni pressoché tagliato fuori da ogni forma di rapporto col mondo, sottoposto a sanzioni e con vicini non esattamente amichevoli, vedendo se stesso come un alieno nella regione, con una popolazione persiana a maggioranza sciita, circondato da paesi arabi sunniti. Dopo 10 anni di sanzioni – le ultime in ordine cronologico – l’economia del paese si è ridotta di più del 12%. L’inflazione al 13% ed una disoccupazione al 12%. Quella dell’Iran è pur sempre la seconda economia della regione Medio Orientale. Il basso prezzo del petrolio non è una nota positiva per Rouhani che però può contare sulle seconde riserve di gas al mondo, pronte ad essere esportate verso Europa ed Asia. A cui dobbiamo aggiungere una solida produzione di acciaio e cemento, un settore chimico e manifatturiero abbastanza sviluppato. 12804458_955559414513291_247659399_nTuttavia il settore pubblico e burocratico pesa notevolmente sulla bilancia dello stato, insieme ad inefficienze e infrastrutture obsolete. Dunque le sfide dell’Iran nel prossimo futuro sono molte sia in campo interno, che estero. Rouhani ha ottenuto un’ampia fiducia dalla popolazione, ma non totale, gli manca la piena autorità: nonostante lo spostamento verso posizioni di centro, è ancora molto forte il potere nelle mani del clero e dei Pasdaran, che faranno di tutto per impedire una rapida liberalizzazione del paese. In campo economico tra gli esperti sembra prevalere la teoria adottata da Garner del Financial Times, secondo il quale l’Iran si avvierà ad un processo analogo alla Cina: sviluppo economico senza connessioni politiche. In campo estero la rinnovata intraprendenza internazionale spingerà l’Iran a cercare una propria dimensione nel mondo, a cercare una maggiore caratura regionale assicurando la leadership sciita in Libano, Iraq, cercando di assicurare al potere Assad per il maggior tempo possibile e proseguendo il confronto con i sauditi in Yemen, conflitto che sta diventando sempre più caldo. Ovviamente l’Iran dovrà fare anche i conti con i suoi vicini, specialmente con un’Arabia Saudita, “libera” dal controllo americano, che sta diventando sempre più una nazione altamente militarizzata ed impegnata ad evitare di perdere il suo ruolo egemone nella regione. A questo proposito un conflitto tra Teheran e Riyadh in un tempo indeterminato nel medio futuro può non essere un’opzione così peregrina. Accanto agli interessi geopolitici nel confronto tra queste due realtà vi è anche il confronto secolare tra i due rami dell’Islam, che di certo non contribuisce a ridurre la tensione. Tuttavia un’Iran forte deve necessariamente passare da un’Iran stabile all’interno dei confini, un’Iran in grado di trovare un suo equilibrio tra desiderio di modernizzazione, aspirazioni dei giovani e conservatorismo del clero ed esercito. In altre parole l’Iran deve sperare che l’asse Rouhani-Khamenei non si rompa per poter garantire un futuro al paese.

GUIDA PRATICA ALLE ELEZIONI NEGLI STATI UNITI – di Filippo Secciani

Mentre la presidenza Obama sta volgendo al termine, all’interno del partito democratico e repubblicano stanno avendo luogo le primarie per stabilire chi saranno i due vincitori che si sfideranno per la carica di 45° presidente degli Stati Uniti. La Costituzione secondo il XXII emendamento, prevede solamente due mandati presidenziali e da qualche mese sono in corso le campagne elettorali in vista delle primarie per la nomina del candidato democratico e repubblicano. Da un lato Hilary Clinton, in calo di consensi, viene sfidata dal democratico di sinistra Bernie Sanders. Sull’altro fronte il ciclone Trump sta travolgendo gli iniziali favoriti Bush e Rubio. Tra le altre candidature minori si segnalano John Mcafee, fondatore dell’omonima azienda informatica, fino ai candidati per il partito comunista. Ultimamente sta circolando la voce di una probabile candidatura da indipendente del miliardario ed ex sindaco di New York, Michael Bloomberg. 12584105_936425499760016_1133421121_nMa come ha luogo il processo elettorale negli Stati Uniti? Le elezioni presidenziali si svolgono l’8 novembre e cadranno come stabilito dalla legge “il martedì successivo al primo lunedì di novembre”: le consultazioni si tengono in un solo giorno, l’election day. I requisiti necessari di un candidato per poter aspirare a diventare presidente sono tre: essere cittadino americano, risiedere negli Stati Uniti da almeno quattordici anni ed avere almeno trentacinque anni di età. In America il voto non è considerato un dovere e per poter esercitare questo diritto è spesso necessario passare attraverso una registrazione, non gratuita in alcuni stati. Al momento di questa registrazione va espressa (di solito) una preferenza politica per un partito o per un altro. L’elettore deve iscriversi alle liste indipendentemente dalle primarie ed indicare il partito per cui simpatizza, che è tuttavia possibile cambiare in qualsiasi momento. Primo step del processo elettorale sono le primarie, che si svolgono da febbraio a giugno dell’anno elettorale, nel corso delle quali vengono nominati i candidati alla carica di presidente (il quale a sua volta sceglierà il suo vice). Generalmente ed in base agli statuti dei singoli stati, durante questa fase sono ammessi al voto solo gli iscritti alle liste elettorali del partito di appartenenza. Le primarie possono svolgersi in due modi, attraverso il Caucus (1) – in cui la scelta del candidato avviene tramite assemblea locale dei rappresentanti del partito di riferimento – oppure tramite consultazione popolare: in questo caso c’è una suddivisione tra consultazione aperta (cioè si può optare per qualsiasi candidato presente indipendentemente dallo schieramento), oppure chiusa (quando si può scegliere solamente il candidato appartenente alla lista elettorale a cui si risulta iscritti). I candidati che nel corso delle primarie hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei delegati ricevono la nomina a presidente da parte delle loro rispettive Conventions, nel corso delle quali viene anche nominata/ufficializzata la carica di vicepresidente. Le primarie si svolgono in maniera differente tra i cinquanta stati federali, sono pertanto regolate da leggi statali e non dagli statuti di partito ed in date differenti per un periodo comprensivo di circa sei mesi. È consuetudine che a partecipare alle primarie siano le persone già iscritte alle liste elettorali, ma in alcuni stati è possibile iscriversi anche il giorno stesso delle elezioni. Recentemente alcuni stati hanno adottato la forma di primarie chiuse, cioè possono votare solamente gli iscritti a quel partito specifico. Inoltre variano notevolmente anche i modi ed i tempi in cui è possibile registrarsi: alcuni stati federali prevedono l’iscrizione almeno un anno prima dall’inizio delle primarie, in altri bastano poche settimane o giorni. In altri ancora sono chiuse, ma non per gli indipendenti: ad esempio per Trump possono votare gli iscritti alle liste del partito repubblicano, ma anche chi non è iscritto a nessun partito. Infine ci sono le primarie aperte in cui un qualsiasi avente diritto può votare chiunque; anche qui le modalità variano a seconda dello stato. Come abbiamo visto sono le Convention che determinano il candidato alla presidenza. Quest’anno la Convention repubblicana avrà luogo dal 18 al 21 luglio a Cleveland, mentre quella democratica la seguirà di una settimana a Philadelphia. Come funziona una Convention? Possono parteciparvi tutti i delegati che i candidati presidente hanno ottenuto nel corso delle primarie: ogni stato ha un certo numero di delegati da far eleggere e poi presentare alla Convention. I comitati nazionali di entrambi i partiti scelgono il nome di delegati tra i cinquanta stati federali, la capitale Washington (District of Columbia), i territori senza rappresentanza autonoma (Portorico, Samoa, Guam, isole Vergini) e tra gli americani residenti all’estero. Per conquistare la nomination il candidato democratico deve ottenerne 2242 su 4383. Mentre quello repubblicano dovrà ottenere 1237 delegati su 2472. Di questi numeri fanno parte anche i super delegati – ad esempio i dirigenti di partito, membri di diritto delle Convention. Il sistema prevede che votando per un candidato si esprima una preferenza per un gruppo di delegati e non per una singola persona (non c’è il principio di “una testa un voto”). La suddivisione territoriale è basata su quattro grandi aree geografiche Nord Est, Ovest, Midwest e Sud, in ognuna delle quali ha luogo una consultazione. I primi a scegliere i candidati alla presidenza saranno i Caucus dello stato dell’Iowa (Midwest) il primo febbraio, il 9 febbraio si voterà nel New Hampshire (Nord Est) e poi tra il 20 ed il 27 febbraio repubblicani e democratici si sfideranno tra il Nevada (Ovest) ed il Sud Carolina (Sud). Al termine di questi quattro appuntamenti si svolgerà il Super Tuesday, martedì primo marzo, quando avranno luogo primarie e caucus in quindici stati contemporaneamente(2) e si inizierà ad avere una chiara definizione di chi saranno i due canditati alla presidenza. In modo analogo ogni stato organizza – sempre in modo autonomo – le elezioni per altre cariche federali, statali ed altri livelli amministrativi, successivamente alle primarie presidenziali. Stabilito chi siano i due vincitori delle primarie la campagna entra nel vivo con le presidenziali vere e proprie con la sfida per la Casa Bianca. Nella maggior parte degli stati si richiede che i delegati scelti nelle primarie votino per il candidato al quale si sono impegnati a dare un determinato numero di voti (nelle corso delle Convention nazionali) ma possono anche esserci delegati uncommitted, cioè candidati che non sono sottoposti a questo vincolo. In base alla Costituzione l’ultima parola a livello politico sarebbe nelle mani dell’elettorato, ma non è esattamente così, perché l’elezione del presidente degli Stati Uniti è semi diretta a maggioranza assoluta del collegio elettorale, composto da 538 Grandi Elettori(3). Ognuno dei cinquanta stati elegge, su base demografica, un numero di Grandi Elettori pari alla somma dei senatori (100), più quella dei deputati (435), a cui vanno aggiunti 3 rappresentanti del Distretto Federale di Washington, non facente parte di nessuno stato, ma che ottiene un numero di rappresentanti proporzionale alla sua popolazione, ma per legge non superiore allo stato meno popoloso. Questo concetto dei Grandi Elettori fu inserito nella costituzione dai padri fondatori per tenere le elezioni al di fuori delle common passions. L’immediata conseguenza che si nota da questo sistema è che gli stati con meno popolazione sono sovra rappresentati ed inoltre che basta ottenere la maggioranza di consensi in uno stato per accaparrarsi tutti i voti. Ogni stato esprime con sistema maggioritario un determinato numero di Grandi Elettori. Il cui conteggio totale determina l’elezione del presidente. Vince il candidato che ottiene almeno 270 voti (maggioranza assoluta). Può anche succedere che i candidati non riescano a raggiungere la maggioranza, fenomeno estremamente raro, avvenuto solamente due volte nel corso del XIX secolo. In questo caso l’elezione passa nelle mani della Camera dei Rappresentanti: se nessuno raggiunge il quorum, la Camera dei Rappresentanti sceglierà fra i primi tre candidati alla presidenza che hanno raggiunto il maggior numero di voti attraverso i Grandi Elettori (per cui il candidato vincente potrebbe non essere il favorito della maggioranza degli elettori che hanno espresso il voto). La delegazione di ciascuno stato alla Camera dei Rappresentanti deve esprimere un solo voto, se non riesce ad avere una maggioranza al suo interno, il suo voto non verrà preso in considerazione. Fanno eccezione il Maine ed il Nebraska che sono suddivisi in collegi elettorali con sistema proporzionale. Diventa presidente chi ottiene la maggioranza dei voti degli stati, cioè 26. Ripeto, ogni stato ha diritto ad esprimere due nomi (quale espressione dei senatori) più tanti nomi quanti sono i deputati (il cui numero varia proporzionalmente a seconda della popolazione dello stato: più lo stato è grande, più ha rappresentanti alla Camera dei Deputati) che andranno a costituire i Grandi Elettori di quello specifico stato. Questo vuol dire che anche per una manciata di voti di differenza, un candidato può ottenere tutti i Grandi Elettori dello stato secondo la regola winner-takes-all. Ecco spiegato il motivo per cui i candidati sono molto attenti a vincere in stati popolosi come Ohio o Florida che attribuiscono 18 e 29 Grandi Elettori. Non c’è nessun vincolo, né norma costituzionale che obbliga i Grandi Elettori a votare per il candidato che rappresentano, ma solo norme statali che li legano e la cui inadempienza va dalle sanzioni amministrative fino all’annullamento del voto. Le ultime battute di una campagna elettorale sono rivolte ai cosiddetti swing states, quelli stati in cui tradizionalmente il risultato per la vittoria di un collegio elettorale è sempre incerto, come ad esempio il Connecticut, Indiana, New Jersey, Illinois e nuovamente l’Ohio. Con l’elezione dei Grandi Elettori il cammino verso la presidenza degli Stati Uniti si avvia alla conclusione. Per prima cosa ha luogo la riunione dei Grandi Elettori nei rispettivi stati di appartenenza, “il primo lunedì che segue il secondo mercoledì del mese di Dicembre”, in cui viene eletto formalmente tramite votazione il presidente ed il suo vice. In seguito i risultati vengono inviati al Senato affinché ci sia il riconteggio, terminato il quale verrà ufficialmente nominato il nuovo presidente degli Stati Uniti. Primo atto è l’insediamento (Inauguration Day), cioè la cerimonia con cui ha inizio un mandato presidenziale, fissata nella data del 20 gennaio.

 

1-  La parola Caucus è di origine indiana ed indicava una riunione dei capì tribù. Nel caso specifico delle elezioni presidenziali rappresenta la riunione a livello locale degli attivisti e dei membri del partito. Nel corso della quale (tramite dibattito aperto) sono scelti i rappresentanti che verranno inviati alle riunioni di contea, i quali a loro volta e nella solita forma sceglieranno i rappresentanti da mandare alle riunioni di stato, nel corso delle quali saranno votati i membri che parteciperanno alla Convention nazionale del partito.

2- Alabama, Alaska (repubblicani), Samoa (democratici), Arkansas, Colorado, Georgia, Massachusetts, Minnesota, North Dakota, Oklahoma, Tennessee, Texas, Vermont, Virginia, Wyoming (repubblicani).

3- Numero di Grandi Elettori per stato: California (55), Texas (38), Florida (29), New York (29), Illinois (20), Pennsylvania (20), Ohio (18), Georgia (16), Michigan (16), North Carolina (15), New Jersey (14), Virginia (13), Washington (12), Arizona (11), Indiana (11), Massachusetts (11), Tennessee (11), Maryland (10), Minnesota (10), Missouri (10), Wisconsin (10), Alabama (9), Colorado (9), South Carolina (9), Kentucky (8), Louisiana (8), Connecticut (7), Oklahoma (7), Oregon (7), Arkansas (6), Iowa (6), Kansas (6), Mississippi (6), Nevada (6), Utah (6), Nebraska (5), New Mexico (5), West Virginia (5), Hawaii (4), Idaho (4), Maine (4), New Hampshire (4), Rhode Island (4), Alaska (3), Delaware (3), District of Columbia (3), Montana (3), North Dakota (3), South Dakota (3), Vermont (3), Wyoming (3).

RUSSIA E TURCHIA: UN CONFLITTO CHE SI PERDE NEI SECOLI – di Filippo Secciani

Le tensioni russo-turche di questo ultimo periodo non sono una novità. Il confronto diretto ed indiretto tra queste due potenze è una costante della storia. Al di là del contesto temporaneo lo sbocco sul Mediterraneo, il controllo degli stretti e l’egemonia regionale sono state il comune denominatore di tutti i conflitti. Il primo di questi scontri scoppia nel 1568 fino al 1570 per il dominio del Khanato di Astrakhan (città nella Russia europea ad una manciata di km dalle rive del Caspio). Le forze ottomane assediarono la città che una decina di anni prima lo zar Ivan I aveva occupato, senza riuscire a conquistarla. La seconda di queste guerre è del 1676-1681, motivata dalla forte politica espansionista ottomana verso l’Europa orientale ed Ucraina nello specifico. La guerra si concluse con un sostanziale pareggio ed il riconoscimento del fiume Dnepr come linea di suddivisione territoriale tra le due nazioni. La guerra del 1686-1700 segnò il successo dello zar Pietro il Grande nel frenare l’avanzata turca in Europa. La pace segnò il passaggio di proprietà della fortezza di Azov, luogo di fondamentale importanza per l’accesso alla Russia attraverso il fiume Don. Guerra del 1710-1711: scoppiò come conseguenza del conflitto tra Russia e Svezia. Durante la battaglia il sovrano svedese Carlo XII venne ferito e riuscì a salvarsi trovando rifugio presso la Crimea ottomana, dove riuscì a circuire il sovrano Ahmed III a muovere guerra contro la Russia, su cui ebbe la meglio, soprattutto grazie all’abilità strategica di Mehmet Pasha, obbligando lo zar a firmare la pace di Prut che sancì il ritorno di Azov ai turchi e l’impegno zarista a non interferire nelle decisioni interne della Confederazione Polacco-Lituana. La guerra del 1735-1739 vide l’alleanza russo-austriaca per arrestare l’avanzata ottomana nei Balcani e per garantire ai russi la loro sfera di influenza nella regione del mar Nero. La pace fu raggiunta grazie all’intervento francese che aveva tutto l’interesse di rompere il legame austro-russo ed approfittò della disfatta austriaca nella difesa di Belgrado per suggerire la firma di un armistizio tra i belligeranti. Tutti avevano interesse affinché la guerra finisse: la Turchia per il gran numero di perdite subite, l’Austria per il rischio di perdite territoriali e la Russia era timorosa delle manovre svedesi ed aveva la necessità di chiudere il conflitto e dislocare le sue forze a nord, anche a costo di acconsentire a numerose richieste. La guerra russo-turca del 1768-1774 ha definito in parte alcuni dei confini attuali dell’attuale Russia. La causa dello scoppio del conflitto fu la questione polacca, allorché parte della popolazione si sollevò contro il sovrano Stanislao, salito al trono grazie al sostegno russo. La Turchia considerava la presenza russa in Polonia un notevole problema per la loro sfera d’interesse ed approfittarono dell’occasione per muoverle guerra. La Russia, che si avvalse della consulenza inglese in campo marittimo, fu abile nel giocare tutte le sue carte: sconfiggendo in brevissimo tempo i rivoltosi polacchi poté concentrare le sue forze lungo il confine turco-russo ottenendo importanti vittorie in Moldavia, mentre la flotta nel Mediterraneo annientò quella turca ed agenti sobillatori organizzavano rivolte arabe anti-turche in Egitto e Siria. I turchi costretti alla pace, persero il controllo del Khanato di Crimea divenuto indipendente, ma in realtà sotto la sfera di influenza russa; allo stesso tempo lo zar acquisiva il controllo di parte dell’Ucraina meridionale, il Caucaso settentrionale (cioè le regioni russe della Cecenia e del Dagestan e parte di territorio dell’attuale Georgia ed Azerbaijan). La Turchia fu obbligata a risarcire la Russia per i danni di guerra ed a cedere alcuni porti sul mar Nero. Infine la guerra segnò l’affermazione della flotta russa fino a quel momento ampiamente sottovalutata dagli altri stati europei. La guerra del 1787-1792 scoppiò per il desiderio della totale distruzione dell’Impero Ottomano. I tempi furono dettati dalla politica di annessione russa nei confronti della Crimea. La guerra iniziò quando la zarina Caterina II approfittò della situazione di crisi interna al Khanato per occuparlo ed annetterlo ufficialmente nel 1784 – iniziando contemporaneamente la costruzione del porto di Sebastopoli. Nella seconda fase del conflitto si unì anche l’impero austriaco che mirava all’occupazione di Serbia, Bosnia ed Erzegovina, mentre il resto dell’impero turco sarebbe passato sotto il controllo di Caterina. La Turchia a conoscenza dei piani di invasione mosse guerra alla Russia preventivamente, sostenuta in seguito dalla Prussia in funzione anti-austriaca e dalla Svezia in funzione anti-Russa. L’Austria giunse alla pace molto rapidamente, mentre la Russia proseguì nell’offensiva obbligando la Turchia alla pace: la Turchia riconosceva l’annessione russa della Crimea e la fortezza di Sebastopoli, insieme ad altri possessi territoriali. Anche le cause della guerra del 1806-1814 vanno inserite all’interno del contesto internazionale. In seguito alla sconfitta di Austerlitz per mano di Napoleone, i generali turchi erano convinti delle difficoltà russe e decisero di attaccare gli stati vassalli di Moldavia e Valacchia; la risposta russa fu l’invio di un contingente verso quelle regioni. La Turchia allora bloccò il passaggio lungo lo stretto dei Dardanelli alle navi russe. La guerra ebbe così inizio. Sebbene riluttante ad inviare un gran numero di forze contro il sultano, per una possibile mossa francese, lo zar alla fine riuscì a controllare l’avanzata turca nell’attuale Romania ed Armenia, mentre la sua flotta forzò il blocco navale e distrusse la quasi totalità della flotta ottomana (il ruolo di superpotenza marittima russa era ormai assodato). secciaIl contesto internazionale di questo conflitto si manifestò con le pressioni francesi affinché la Russia firmasse la pace di Tilsit, che la obbligava a giungere ad una tregua con la Turchia. Lo zar Alessandro I ricusò la pace sottoscritta e mosse nuovamente guerra alla Turchia. Verso la fine del conflitto il comando passò nelle mani del generale Kutuzov che riuscì a sconfiggere gli ottomani firmando la pace di Bucarest (11 giugno 1810), tredici giorni prima dell’invasione napoleonica della Russia. La guerra del 1828-1829 fu provocata dalla decisione del sultano di chiudere il passaggio dello stretto dei Dardanelli, quale reazione per l’appoggio russo alla lotta d’indipendenza greca. La vittoria russa portò alla firma del Trattato di Adrianopoli con il quale l’impero zarista ottenne l’intera foce del Danubio, alcune fortezze e porti sul mar Nero, il libero passaggio attraverso gli stretti (Bosforo e Dardanelli) per la flotta commerciale russa e la libera circolazione di merci e mercanti lungo tutto l’Impero Ottomano. Ben più importanti furono altri due risultati: la rinuncia all’influenza ottomana nelle regioni balcaniche a maggioranza cristiana come la Serbia e la cessione della regione danubiana che passava sotto il controllo amministrativo russo. Fu l’inizio della sua mutata politica di influenza nei Balcani. Fu creato lo stato greco che da feudo Ottomano, divenne indipendente. Infine il trattato di Unkiar-Skelessi firmato a quattro anni dalla fine della guerra, nel 1833, sancì che in caso di guerra da parte della Russia, la Turchia era obbligata a chiudere lo stretto dei Dardanelli alle navi non russe, garantendo in altre parole la sicurezza del mar Nero. Note di rilievo furono in prima battuta il maggiore coinvolgimento della componente araba nel conflitto guidata dall’egiziano Mehmet Alì (l’Egitto sebbene sotto il dominio turco, fu capace di costruire una propria indipendenza politico/militare) come segno di un graduale e costante decadimento dell’impero turco ed in secondo luogo l’incremento delle mire russe verso i Balcani e di riflesso sull’intero Mediterraneo. Un capitolo a parte merita la guerra di Crimea. Si tratta del primo conflitto che vede coinvolte le maggiori potenze europee dopo il 1815. Si contrappose alla Russia una coalizione anglo-francese in sostegno all’Impero Ottomano. Sebbene si trattasse di una vicenda di poco conto a livello militare, fu fondamentale per il suo ruolo politico-diplomatico. Da un lato si intensifica il confronto russoinglese in Oriente (il cosiddetto Great Game) e dall’altro le potenze europee iniziano a percepire lo sgretolamento turco e cercano di approfittarne. Il casus belli fu il confronto russo-francese per il controllo dei luoghi santi cristiani in Turchia, che in altre parole significava esercitare una supervisione indiretta sulla Sublime Porta. La Turchia accettò la proposta francese e così lo zar Nicola dette il via all’attacco nel 1853, provocando l’intervento inglese, francese e di un piccolo contingente del Regno di Sardegna. Il conflitto si svolse prevalentemente nella regione della Crimea, dove Sebastopoli fu messa sotto assedio e costretta a capitolare nel 1855. Al congresso di pace che ne seguì (Parigi, 1856) le potenze europee riconobbero l’integrità territoriale dell’Impero Ottomano e la Russia sconfitta fu costretta a cedere il controllo delle foci del Danubio, a rendere il mar Nero neutrale, la Valacchia e Moldavia divennero indipendenti e posti sotto amministrazione internazionale (si forma la Romania). La guerra del 1877-1878 fu promossa dallo zar Alessandro II quando i popoli balcanici cristiani si ribellarono al dominio turco e si palesò una finestra per estendere l’influenza russa nel Mediterraneo. A fianco dei russi si schierarono la Romania (interessata alla totale indipendenza dalla Sublime Porta), la Serbia ed il Montenegro. La guerra fu subito favorevole per la Russia che arrivò alle porte di Costantinopoli e fu solo grazie all’invio della flotta inglese (in piena competizione con la Russia in Asia e preoccupata per una sua possibile occupazione di Suez) che le sorti turche non si risolsero in una completa capitolazione. La pace di Santo Stefano sanciva il definitivo dominio politico russo nei Balcani, la Bulgaria divenne indipendente ed uno dei più grandi stati fedeli alla Russia, infine lo zar controllava i porti del mar Nero e del Mediterraneo attraverso il Montenegro. Questi risultati erano inaccettabili per le altre potenze europee, per cui fu promosso nel mese di giungo del 1878 un congresso a Berlino per ratificare la pace di Santo Stefano. Fu ridimensionato notevolmente il territorio della Bulgaria e fu posta sotto controllo amministrativo austriaco la Bosnia, mentre fu confermata l’indipendenza di Romania, Serbia e Montenegro. La Russia quindi perse parte dei suoi nuovi possedimenti e la Turchia, sebbene notevolmente penalizzata, riuscì a contenere l’emorragia uscita da Santo Stefano. Le soglie del nuovo secolo segnano un periodo di pace tra le due nazioni, impegnate su altri fronti: la Russia è impegnata ad espandersi in Estremo Oriente entrando in conflitto con il Giappone. Le mire russe subiranno una battuta d’arresto in seguito alla sconfitta nella battaglia navale di Tsushima che segnerà da un lato l’affermazione a livello internazionale del Giappone imperiale come potenza militare (sconfitta che fu alla base per la rivoluzione russa del 1905), dall’altro lato il ritorno dell’interesse russo verso i Balcani. L’Impero Ottomano proseguiva la sua inesorabile decadenza cercando nel periodo prebellico di contenere i vari focolai di rivolta che scoppiavano all’interno dei suoi confini: Grecia, Balcani e territori arabi. In campo internazionale, nel 1911 fu coinvolto in una guerra con l’Italia per il controllo della Libia (Tripolitania e Cirenaica) e due anni dopo, nel 1913, combatté le Due Guerre Balcaniche con i paesi della regione per questioni di dominio territoriale. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nonostante le pressioni anglo-francesi per una sua neutralità, la Turchia si allea con la Germania in funzione anti-russa. Sottoposta a pressione su due fronti in Persia ed in Armenia la Turchia di fatto crolla. Firma l’armistizio con la Russia nel trattato di Brest-Litovsk (30 marzo 1918) che segna anche l’uscita dal conflitto di Mosca impegnata nella Rivoluzione bolscevica. Con la fine del conflitto e la sconfitta degli imperi centrali, l’Impero Ottomano si dissolve ed i suoi possedimenti vengono spartiti tra i vincitori attraverso il trattato di Sèvres; nel 1922 fu deposto l’ultimo sultano Mehmed VI e nacque la repubblica di Turchia (1923) con a capo Mustafa Kemal. La Seconda Guerra Mondiale vide la neutralità turca per la quasi totalità del conflitto (entra in guerra al fianco degli alleati solamente nel febbraio del 1945). Terminato il conflitto aderisce alla Nazioni Unite; inizialmente l’Urss cerca di estendere la sua influenza in Anatolia per piazzare i missili lungo il corridoio degli stretti; la reazione americana fu l’elaborazione della Dottrina Truman per il contenimento dell’avanzata sovietica. Con la suddivisione del mondo in due blocchi i rapporti tra i due paesi si interrompono. A causa della sua geografia strategica come frontiera tra i due schieramenti, la Turchia entra a far parte della Nato (1952), diventando in breve uno dei maggiori contribuenti a livello di uomini per l’Alleanza. La sua natura antisovietica si manifesta nuovamente appieno con i suoi sforzi per la promozione di un’alleanza anticomunista, nota come Patto di Bagdad (1955) firmata tra Turchia ed Iraq ed in seguito anche da Iran e Pakistan per accerchiare militarmente l’Urss. Dagli anni sessanta in poi il fronte di interesse sovietico si sposta nuovamente verso Asia, Africa (terza fase della Decolonizzazione) e Medio Oriente, mentre la Turchia rimane saldamente ancorata alla sfera di influenza occidentale. Si stabilisce quindi una sorta di tregua forzata fra le due nazioni che durerà per l’intera Guerra Fredda. Il crollo del Muro segna un decisivo cambio di rotta nelle relazioni tra i due paesi, instaurando un regime di scambi commerciali molto florido, soprattutto per quanto riguarda il settore energetico (gas), i beni di consumo ed il turismo fino a raggiungere i 33 miliardi di dollari di interscambio odierni che rendono la Turchia il secondo partner commerciale russo e la prima meta per il turismo russo nel biennio 2013-2014. A livello politico tuttavia non si è mai assistito pienamente ad un avvicinamento tra i due paesi. La questione pan-turca è stata fin dalla dissoluzione dell’Urss un punto dolente dei rapporti tra i due paesi: la sfida mossa alla Russia per inserire le repubbliche ex sovietiche con forte presenza etnica turcomanna all’interno della sfera di influenza di Ankara. La questione armena e azera sono altri punto di frizione tra i due paesi. Il sostegno indiretto dei separatisti ceceni da parte della Turchia e dall’altro l’appoggio che ha fornito Mosca al PKK ha provocato un notevole stress tra le due nazioni, almeno fino all’interruzione del sostegno da parte di entrambe le parti ai gruppi insurrezionali e la conseguente normalizzazione del loro rapporto che ha portato all’intensificarsi dei rapporti economico-commerciali tra i due paesi, anche grazie all’azione personale dei due leader Erdogan e Putin con la creazione di un gasdotto sottomarino (Turkish Stream) completato nel 2014 ed il progetto per la costruzione di una centrale nucleare per mano dell’azienda di stato russa Rosatom. Progetti però immediatamente interrotti in seguito all’abbattimento del caccia russo. Come vediamo la questione siriana è solamente l’ultima vicenda in ordine cronologico di una lunga lotta di potere tra Russia e Turchia che tra alti e bassi si porta avanti da almeno tre secoli.

GEOGRAFIA ED INTERESSI CINESI: IL RUOLO DI GIBUTI – di Filippo Secciani

Gibuti è una nazione minuscola, estremamente povera e con una popolazione che non raggiunge il milione di abitanti. Eppure recentemente il paese, indipendente dal 1977, è diventato un avamposto strategico cruciale per le maggiori potenze militari e commerciali del mondo. Con la diffusione della minaccia della pirateria e del terrorismo internazionale la posizione geografica di Gibuti si è rivelata fondamentale. Il paese si trova infatti a metà strada tra lo stretto di Aden ed il mar Rosso. Luogo vitale per il commercio marittimo internazionale (con oltre il 40% dei traffici), lo stretto di Bab el-Mandeb che separa Gibuti dallo Yemen, è la porta di accesso al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, luogo di transito di milioni di container ogni anno. Le maggiori potenze mondiali hanno installato in loco delle basi militari. La prima fu la Francia; quale ex potenza coloniale, mantenne relazioni economiche e militari con Gibuti fin dal momento della sua indipendenza. Questo legame è evidenziato anche dall’ordinamento interno che Gibuti si è dato: repubblica semi presidenziale su modello francese. Parigi ha mantenuto nel corso degli anni un gran numero di militari nel paese, per lo più provenienti dalla Legione Straniera, recentemente dispiegati negli Emirati Arabi Uniti. Adesso mantiene a Gibuti unità delle forze speciali. Gli Stati Uniti hanno un enorme base costruita dopo il 2002 a Camp Lemmonier con 4000 militari, usata come base di lancio per le missioni di droni in Somalia e Yemen, per la lotta alla pirateria, al terrorismo e per le operazioni per tutto il golfo Persico. Il Giappone ha qui costruito la sua prima base all’estero per il monitoraggio delle navi mercantili che transitano lungo queste rotte commerciali. L’Italia si è aggiunta recentemente. L’inaugurazione della base militare italiana a Gibuti ha avuto luogo il 23 ottobre 2013, con l’affitto di un terreno di cinque ettari. La base può ospitare fino a 300 soldati. Anche per l’Italia si tratta della prima vera base operativa al di fuori dei confini nazionali. La base italiana si estende ad una manciata di km dal confine somalo e dall’aeroporto. Lo scopo di questa installazione è la logistica, l’addestramento delle forze gibutine e somale, base per le operazioni contro la pirateria ed il terrorismo. I soldi stanziati per la sua costruzione ed il suo mantenimento sono di 21 milioni di euro (facenti parte dei fondi che il governo ha varato per la missione italiana in Somalia, di cui fa parte anche Gibuti). Gli accordi tra i due paesi hanno previsto anche la consegna al paese africano di sei blindati Puma e di una decina di obici semoventi, dismessi in Italia. A fianco di marinai e paracadutisti ci sono anche i carabinieri che hanno il compito di addestrare le forze di polizia locali. Da agosto 2014 l’Italia schiera sul territorio anche velivoli a pilotaggio remoto Predator per la missione antipirateria europea Eu NavFor Atalanta iniziata nel 2008. Ci sono anche basi pakistane e spagnole. Ultima ad unirsi a questo club è stata la Cina. I motivi di questa innovativa scelta sono molteplici. La Cina conta di ampliare la sua presenza nel continente africano ancora più massicciamente. In Africa sono presenti già 2000 truppe cinesi operanti sotto la bandiera dell’Onu e dal 2008 si sono intensificate le missioni antipirateria di Beijing nel golfo di Aden. La base a Gibuti avrebbe compiti prevalentemente logistici, come il rifornimento di cibo ed altri beni, il riposo e la riorganizzazione delle truppe. Secondo quanto affermato dal ministero degli esteri cinese “la costruzione degli impianti aiuterà l’esercito della Cina e della marina a partecipare alle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, inoltre, a svolgere missioni di scorta nelle acque vicino alla Somalia e il Golfo di Aden, e a fornire assistenza umanitaria”. La base militare cinese è sita presso il porto di Obock, con un contratto firmato per dieci anni di utilizzo. Obiettivo di Pechino è quello di “fornire una migliore logistica e salvaguardare le forze di peacekeeping cinesi nel Golfo di Aden, al largo della Somalia”. djibouti-mapLe trattative per la cessione di una base sono state avviate a maggio. Il presidente Ismail Omar Guelleh, al potere dal 1999, in cerca di investimenti esteri non si è fatto sfuggire i soldi cinesi, nonostante le forti rimostranze da parte degli Stati Uniti. La presenza a Gibuti della Cina è estremamente ben voluta dal presidente, che ha sottolineato come Pechino serva allo stesso Gibuti per i propri interessi economici, senza contare che la Cina detiene il 60% del debito pubblico gibutino. Scopo cinese, non così velato, è sviluppare il piccolo paese attraverso strade, porti ed infrastrutture civili per renderlo un importante hub marittimo commerciale (una nuova Singapore) data la sua naturale posizione geografica. La sua presenza si è fatta sentire attraverso la costruzione della ferrovia che collega il paese all’Etiopia e l’ammodernamento dell’aeroporto, per un investimento complessivo, stimato, intorno agli 8 miliardi di dollari. Il tutto come sempre accade per la Cina svincolando il flusso di denaro dalle decisioni di politica interna. La costruzione di questa base rientra in un progetto a lungo termine tra Cina ed Unione Africana per la costruzione di strutture analoghe: la sicurezza sarà un settore chiave nella futura cooperazione tra Pechino e l’Africa. La Cina vanta un’enorme presenza economica nel continente che vuole mantenere ed intensificare e per poterlo fare ha bisogno di garantire la stabilità dei governi suoi amici. Inoltre deve garantire l’incolumità dei suoi cittadini che a migliaia popolano il continente africano e medio orientale. È anche a causa dell’opinione pubblica interna che chiede una maggiore protezione al PCC per i cittadini residente all’estero, che la Cina sta intensificando il suo supporto militare. La Cina non è più immune dal terrorismo, sia interno per mano della minoranza uigura, sia all’estero quando è stato recentemente giustiziato il primo cinese per mano dell’ISIS ed in seguito all’attacco jihadista in Mali, che ha provocato la morte di alcuni suoi cittadini. Pechino ha sempre più la necessità di tutelare e difendere arterie economiche vitali lontane. Equilibrando la sua potenza economica con un rilancio, o per meglio dire intraprendendo da zero, dell’attività militare all’estero. La Cina ragiona adesso da superpotenza: Xi Jinping ha rotto definitivamente col passato, quando ha presentato il suo programma per i prossimi anni, prevedendo una ristrutturazione sistematica dell’Esercito Popolare di Liberazione che lo trasformi in una struttura “più ampia, più integrata, multifunzionale e flessibile” in grado di supportare le aspirazioni cinesi e la tutela dei propri interessi strategici nazionali, come ad esempio il mar Cinese Meridionale. Una netta presa di posizione dal passato, quando Mao considerava l’esercito uno strumento utile solo per difendere i confini dalle forze straniere e vedeva nella politica statunitense delle basi all’estero una forma di nuovo imperialismo.

IL PERONISMO E’ MORTO? – di Filippo Secciani

Dopo dodici anni di dominio kirchnerista – prima con Nestor e poi con la moglie Christina – sembrerebbe che il peronismo sia destinato all’estinzione. L’elezione del liberale Mauricio Macri sembra confermare queste attese. Ma siamo proprio sicuri che andrà così? Le elezioni presidenziali tenutesi il 22 novembre hanno sancito la vittoria della coalizione di centrodestra Cambiemos, composta dal partito Proposta Repubblicana (il partito di Macri) e da due partiti di centro, Unione Civica Radicale e Coalizione Civica. Il nuovo inquilino della Casa Rosada sarà il figlio di un magnate dell’industria e dell’edilizia, ex sindaco di Buenos Aires, nonché deputato per la corrente repubblicana. Promettendo un programma liberale che prevede lotta alla corruzione, criminalità e narcotraffico, la diminuzione delle tasse ed un’occhio particolare ad economia ed industria, Macri prende le distanze dal governo dei coniugi Kirchner, iniziato nel 2003 con il defunto Nestor e proseguito ininterrottamente fino a quest’anno. Il suo oppositore è stato Daniel Scioli, ex governatore della provincia di Buenos Aires e prosecutore peronista delle politiche di Christina. Dopo il primo turno, Macri ha ottenuto la vittoria al ballottaggio con più del 51% dei voti, con una partecipazione elettorale di oltre l’80% degli aventi diritto. Un risultato incredibile. L’allontanamento definitivo dal passato è sottolineato anche dalla politica estera che il neopresidente vorrà perseguire: una migliore politica di vicinato con le altre nazioni confinanti ed un avvicinamento agli Stati Uniti a scapito della precedente vicinanza con il Venezuela di Maduro e l’Iran ed una soluzione pacifica per la questione delle Malvinas-Falkland. I dodici anni di peronismo di sinistra dei Kirchner hanno segnato la fine con ogni forma di compromesso con il passato, attraverso la definitiva condanna ed incarcerazione degli ultimi boia della dittatura. In campo economico si è assistito ad un miglioramento delle condizioni di vita delle classi povere e meno povere ed un generale aumento dei consumi interni del paese. Dopo la crisi finanziaria del 2000, Nestor Kirchner ereditò una pesantissima svalutazione del peso, il default del debito ed una tensione sociale estrema. Riuscì tuttavia a rimettere in marcia l’economia, seppure con incertezze ed instabilità, grazie al boom del 2005 delle materie prime alimentari ed agricole ed alle esportazioni del petrolio. Ma con la crisi finanziaria del 2008 l’Argentina è scivolata in una nuova crisi e la forte dipendenza dalle materie prime sta rendendo difficile la ripresa, costringendola ad una recessione continua e con un’inflazione che si aggira intorno al 30%. A contribuire alla caduta di Christina Kirchner c’è stato anche il suo fallimento nel tentativo di modifica della costituzione per l’elezione presidenziale per un terzo mandato. L’Argentina che lascia la Presidenta è una realtà estremamente polarizzata e questa situazione è stata ereditata dal candidato Scioli che non è riuscito ad allontanarsi dalla figura onnipresente di Christina: da un lato era l’uomo del nuovo peronismo, l’uomo del rinnovamento, ma dall’altro si presentava come un continuatore delle politiche precedenti. Questa ambivalenza ha senza dubbio contribuito in maniera sostanziale alla sua sconfitta. Viceversa Macri ha promesso un rafforzamento delle istituzioni, introducendo maggiori politiche rivolte al business e alle imprese. In maniera determinante ha contribuito la sua promessa del taglio del debito con i creditori stranieri ed istituzionali ed un nuovo riposizionamento internazionale. È stata l’economia la chiave vincente della vittoria per il centrodestra: Macri vince con i voti degli argentini timorosi della deriva che stava prendendo l’economia dopo più di un decennio di kirchnerismo. Macri eredita un complicato scenario politico, con un enorme deficit fiscale, un’inflazione a due cifre, una disoccupazione giovanile quasi fuori controllo ed una scarsità di moneta estera dovuta agli anni di isolamento internazionale, in seguito alla crisi del debito sovrano del 2001; gli esperti si aspettano una svalutazione del peso subito dopo l’entrata in carica del presidente eletto. Accanto ad approcci liberisti, come il taglio di politiche protezionistiche, ha annunciato, abbastanza sorprendentemente, che la compagnia petrolifera nazionale YPF e la compagnia aerea rimarranno nazionalizzate, non discostandosi completamente dalle politiche di sinistra dei Kirchner e non allontanandosi completamente dal peronismo. Non tutti plaudono alla vittoria di Macri: i critici temono un ritorno a quelle politiche ultra liberiste che sotto Menem hanno gettato il paese nel caos, tra cui la privatizzazione di aziende statali ed il licenziamento di dipendenti pubblici e più in generale l’abbandono delle classi meno abbienti a loro stesse. In politica estera il nuovo corso argentino ha destato preoccupazioni a Brasilia e Caracas. Dilma Rousseff e Maduro infatti soffrono di un notevole calo di popolarità e sono anch’essi vittime delle materie prime: questi asset hanno contribuito a far esplodere le loro economie ma adesso con le materie prime in sofferenza, non riescono a far ripartire i due paesi e temono uno spostamento a destra degli elettori. Questa netta presa di posizione di Macri sembra però vacillare. La distanza di soli quattro punti percentuali con il rivale Scioli, obbligano Macri a dover trovare degli accordi al Congresso dove Cambiemos non ha la maggioranza, quanto meno con le frange meno intransigenti del peronismo. Tra le forze su cui molto probabilmente Macri potrà fare affidamento ci sono i membri della corrente destra del peronismo risvegliatisi dopo la decade passata in formalina ed in attesa di vedere gli sviluppi del post kirchnerismo. Avvicinamento già iniziato da Macri subito dopo la prima tornata elettorale: da un lato volto a ridurre la polarizzazione del paese che lo rende quasi de facto diviso in due e dall’altro volto ad ottenere i voti degli scontenti e delle frange critiche interne al peronismo. Per poterlo fare ha rinunciato alla cancellazione dei sussidi di stato verso le classi più deboli, da più parti accusati di fomentare il clientelismo e l’affarismo tra politica e società civile. Questa elezione, a quanto pare, non segna la fine del peronismo, quanto la fine della sua corrente sinistra rappresentata dai Kirchner che hanno spadroneggiato nel paese per dodici anni ininterrotti; segna anche l’avvio verso un processo di de-frammentazione interna argentina. Ma soprattutto potrebbe indicare la possibile rinascita della corrente destra del peronsimo. Dunque anche con l’elezione del liberista Macri il destino dell’Argentina sembra ancora vincolato all’eredità lasciata oramai più di quaranta anni fa da Juan Domingo Perón.

LA NUOVA BANCA DI SVILUPPO E L’ALTERNATIVA ALLA FINANZA OCCIDENTALE – di Filippo Secciani


Questa istituzione finanziaria nasce dalla volontà dei membri BRICS di creare un sistema finanziario alternativo al duo Banca Mondiale-FMI. In altre parole le economie emergenti si propongono come alternative al dominio occidentale (americano) in campo economico e finanziario. Creato durante il summit di Fortaleza nel 2014, ha visto la piena operatività il 21 luglio di quest’anno, durante il vertice di Ufa in Russia quando ne è stata sancita ufficialmente la nascita. Questa spinta alla creazione di un sistema finanziario alternativo è dovuta alla mancata approvazione di una riforma interna del FMI da parte del Congresso americano, visto il nuovo contesto economico globale, che garantisse maggiori poteri a Cina, India, Russia, Sud Africa e Brasile che insieme contano più di tre miliardi di persone, ingenti materie prime, un quarto del prodotto interno mondiale ed il controllo del 70% dei fondi sovrani. In sostanza si auspicava una mutazione di Bretton Woods dovuta all’accresciuta potenza economica di questi paesi ed all’indebolimento di alcuni paesi occidentali, europei in testa. Al momento i BRICS unitamente possiedono circa l’11% dei voti all’interno del Fondo Monetario Internazionale. Come riporta l’accordo, obiettivo della neonata banca è “mobilitare risorse per le infrastrutture e progetti di sviluppo sostenibile all’interno dei BRICS ed in qualsiasi altra economia emergente e paese in via di sviluppo”, attraverso un capitale di 100 miliardi di dollari per finanziare lo sviluppo. Russia, Brasile e India contribuiranno con 18 miliardi dollari ciascuno, la Cina con 41 miliardi dollari e il Sud Africa con 5 miliardi di dollari; la banca si pone anche come strumento di assicurazione in caso di instabilità dei mercati, come dichiarato dallo stesso Putin “la volatilità dei prezzi, soprattutto dell’energia e delle materie prime, oltre all’accumulo dei disavanzi pubblici in alcuni grandi paesi, ha spinto le nostre nazioni a preparare soluzioni e creare riserve interne” attraverso un Accordo di Riserva delle Contingenze che dovrà appunto aiutare i paesi membri in difficoltà. 

SEC1 A differenza dei suoi concorrenti occidentali, la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) ha un sistema di ripartizione dei voti uguale, insieme ad un uguale ripartizione di quote, ma soprattutto nessun membro avrà diritto di veto. La banca non opererà attraverso il dollaro ma con le monete nazionali utilizzate per gli scambi commerciali bilaterali e multilaterali all’interno dei BRICS. Come confermato dal presidente della NDB, l’indiano Kamath, il primo prestito emesso dalla nuova Banca per lo Sviluppo sarà emesso in yuan, specificando che la prima emissione è prevista per aprile (2016). I primi interventi della Nuova Banca di Sviluppo saranno indirizzati al finanziamento di infrastrutture in Africa, vista l’enorme importanza che riveste il continente, tanto a livello economico quanto geopolitico. A margine del vertice di Durban del 27 marzo 2013 Cina e Brasile hanno raggiunto un’intesa per utilizzare le loro monete negli scambi commerciali bilaterali. L’accordo valeva trenta miliardi di dollari all’anno per tre anni, ancora una volta a sancire la volontà dei paesi emergenti di dissociarsi dal dollaro per gli scambi internazionali. La notizia rivestì maggiore importanza anche perché data in contemporanea con la creazione della NDB. In quell’occasione si fece apertamente riferimento all’inadeguatezza, superamento, delle istituzioni come la Banca Mondiale ed il FMI per risolvere le questioni economiche mondiali, “crediamo che sia veramente necessario avere un sistema di divise più stabile, di facile pronostico e più diversificato”. Questa banca presenta comunque delle debolezze, se non addirittura delle lacune: ad oggi la quota di dollari presenti nelle riserve mondiali rimane superiore al 60% e l’85% delle transazioni in valuta estera è effettuata in dollari americani. Inoltre il capitale di solo 100 miliardi non è grado di rispondere alla vorace domanda di infrastrutture globali. Insieme a ciò incidono notevolmente le differenze culturali, politiche, internazionali tra i vari stati membri. Tuttavia questa nuova istituzione finanziaria altera inevitabilmente gli equilibri economici futuri tra paesi sviluppati, paesi emergenti e paesi in via di sviluppo creando un’alternativa quantomeno realistica all’economia dello sviluppo.

L’Universo Femminile e l’Establishment culturale della Prova Costume – di Viola Lapisti

tex provaDa tempo volevo dedicarmi a questo argomento di capitale importanza che interessa molte di noi e sul quale esiste un eccessivo interesse mediatico e sociale. Dovremmo ribellarci, proporre un “New Deal” femminile, una guerra d’insurrezione di genere, una marcia per la nostra liberazione…

Luglio: mese dell’avanguardismo estremista delle spiagge piene, dei “carnai”, di mare, di abbronzature bellicose. Mese degli ultimi buoni propositi utili per arrivare preparate a quella che ormai è diventata l’emergenza sociale nota comunemente come la “Prova costume“. Continua a leggere L’Universo Femminile e l’Establishment culturale della Prova Costume – di Viola Lapisti

NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone

Oṃ Maṇi Padme Hūṃ

(sanscrito, devanāgarī ॐ मणि पद्मे हूँ,) è il mantra di Cenresig, il Buddha della Compassione e protettore di chi è in imminente pericolo. 

Oṃ rappresenta il principio universale, il suono che diede origine a tutte le cose, e lo si pone all’inizio di ogni mantra;
Mani in sanscrito significa «Gioiello» ed indica l’essenza del Nirvana, il più prezioso dei tesori;
Padme significa «loto» ed indica il Saṃsāra, il mondo fenomenico;
Hūṃ è la sillaba che rappresenta la Sapienza che trionfa sull’odio , ed è utilizzata anche come simbolo di buon auspicio;
Il Mantra sta ad indicare che il Nirvana non va cercato al di fuori del Samsara, ma nel suo “cuore”, nella quotidianità. Continua a leggere NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone