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TRATTATI DI ROMA: 60 ANNI FA NASCEVA L’EUROPA UNITA – di Filippo Secciani

“… determinati a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei …”
Preambolo al trattato che istituisce la Comunità Economica Europea.

L’Unione europea è un’unione di diritto. Ovvero ogni azione che l’UE compie o compirà deve fondarsi sui trattati. I quali determinano gli obiettivi, definiscono le norme, descrivono le relazioni tra l’UE e gli stati che la compongono. Ma è anche un esperimento storico; non è esistita nella storia un’organizzazione internazionale simile all’Ue che indicasse questa profonda interazione tra stati; riferendoci ad essa non si può parlare di uno stato, né tantomeno di un’organizzazione internazionale in senso stretto. Tra tutti gli accordi sottoscritti nel corso della sua storia, alla base dell’Unione Europea come la conosciamo oggi ci sono i Trattati di Roma. Con ciò si è soliti fare riferimento alle due istituzioni che hanno posto le basi per la creazione dell’Europa unita. Il primo è conosciuto come il Trattato che Istituisce la Comunità Economica Europea (TCEE): come dice il nome stesso crea la Comunità Economica Europea. Il secondo istituisce la Comunità Europea per l’Energia Atomica (TCEEA). Sono stati firmati a Roma il 25 marzo 1957, mentre le ratifiche da parte degli ordinamenti nazionali li fanno entrare in vigore il 1º gennaio 1958. Il processo di unificazione europea aveva preso avvio qualche anno prima, attraverso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Entrata in vigore nel luglio 1952, si realizza la prima idea di Europa sovranazionale, con la rinuncia da parte dei membri fondatori di una porzione della loro sovranità nazionale. Dopo il processo fallimentare per un legame europeo a livello militare attraverso la CED (Comunità Europea di Difesa, 1954), la Conferenza di Messina del giugno 1955 tenta di rilanciare il processo europeo attraverso un’ulteriore unione europea dal punto di vista economico ed energetico, per non abbandonare i successi raggiunti dalla creazione della CECA. Agli inizi del 1956 è istituito un comitato preparatorio, incaricato di stilare una relazione sulla creazione di un mercato comune europeo; i progetti partoriti dalla commissione sono: la creazione di un mercato comune e la costituzione di una comunità dell’energia atomica. Con la firma dei trattati vengono istituiti la CEE e l’Euratom. Il settore economico, inizialmente meno soggetto alle resistenze nazionali, diventa il punto di partenza per il processo di cooperazione sovranazionale. La CEEA o Euratom era caldeggiato anche dagli Stati Uniti, da un punto di vista politico perché preoccupati per i progressi sovietici nel campo dell’energia nucleare ed interessati a mantenere il vantaggio atomico nelle mani del blocco Ovest, mentre da un punto di vista economico ritenevano che l’atomo avrebbe potuto far continuare a muovere l’economia europea. Ma ancor più importante attraverso un programma nucleare comune, Washington era certa di tenere a bada la Germania. Inizialmente il programma Euratom era volto al coordinamento dei programmi di ricerca degli stati membri per un utilizzo esclusivamente pacifico dell’energia nucleare, anche se i poteri attribuiti a questo trattato erano volutamente limitati perché l’atomo era considerato una risorsa strategica dagli stati che non ne volevano cedere il controllo. Fin da subito viene mostrato uno dei maggiori paradossi europei: l’integrazione europea nasce dal settore dell’energia, senza poi svilupparsi ulteriormente su questa strada. In nessun trattato è stato attribuito un potere energetico all’Europa, almeno fino alla firma di Lisbona quando viene introdotto qualcosa di quanto più vicino possibile. La CEE prevede la creazione di un mercato comune, di un’unione doganale e l’attuazione di politiche comuni. Il mercato comune si basa su quattro pilastri o libertà: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. Attraverso uno spazio economico unico si permette la libera concorrenza tra le aziende, costituendo le fondamenta per uno scambio di prodotti e servizi. Poiché al centro c’è la libera concorrenza, il trattato vieta gli aiuti di stato che possono frenare gli scambi tra i membri o che rischiano di limitare la libera competizione nel mercato. Il trattato CEE abolisce i dazi doganali tra gli stati membri ed istituisce una tariffa doganale esterna comune che si sostituisce alle precedenti tariffe adottate dalle singole nazioni. L’unione doganale infine si sviluppa attraverso una politica commerciale comune, attuata non più dai singoli stati indipendentemente. Tra le politiche comuni da segnalare ci sono la Politica Agricola Comune (PAC) e Politica Commerciale Comune. L’obiettivo posto alla base della costituzione della CEE è la formazione di un graduale processo che porti ad una istituzione politica per un’Europa unita. All’interno della Comunità Economica Europea convivono due anime: gli interessi nazionali e le aspirazioni comunitarie. Per poter garantire questo equilibrium la CEE ha creato tre istituti: il Consiglio, l’Assemblea e la Commissione. Il Consiglio (l’insieme degli stati membri, ha potere legislativo), l’Assemblea (ha ruolo consultivo ed è composta anch’essa dai rappresentati degli stati, inizialmente non eletti a suffragio universale diretto. Prenderà il nome di Parlamento Europeo dal 1962), infine la Commissione (l’organo prettamente sovranazionale ed indipendente, adibito all’elaborazione di proposte, possiede il potere di iniziativa normativa volto alla tutela dell’interesse comune, esercitato attraverso l’esercizio del potere esecutivo). Infine la CEE istituisce anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee. I due trattati di Roma, ma in particolare modo quello che ha istituito la CEE, fu decisivo per il processo di unificazione europea. L’Europa usciva da due sanguinosi conflitti e l’obiettivo era quello di impedire che gli stati si facessero nuovamente la guerra, ma eliminare tout court il concetto di stato nazionale secondo l’equazione nazioni = conflitti era estremamente pericoloso. Il processo adottato, noto come funzionalismo, è un processo graduale di trasferimento di compiti e funzioni a istituzioni indipendenti dagli stati, la soluzione dunque fu una collaborazione settoriale. Ripensando al clima del 1945, ciò che si è riusciti ad ottenere nel 1958 è qualcosa di unico nella storia: oltre a far lavorare insieme Francia e Germania, unire le economie ed i popoli, i fondatori erano riusciti a creare il mercato che cresceva più velocemente al mondo e garantendo un lungo periodo di stabilità e pace

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L’Accordo Sykes-Picot ed il caos in Medio Oriente – di Filippo Secciani

Nel pieno del Primo Conflitto Mondiale le due principali potenze coloniali del tempo, Francia e Gran Bretagna, si riunirono segretamente per spartirsi i territori di un moribondo Impero Ottomano. Al momento dell’inizio dei negoziati (Novembre 1915) ancora poco si sapeva sul risultato finale del conflitto: la Gran Bretagna aveva da alcuni mesi intrapreso la fallimentare impresa di Gallipoli ed era bloccata nella campagna del Medio Oriente, mentre la Francia era tenuta impegnata lungo tutto il fronte occidentale dagli attacchi tedeschi. L’agreement prende il nome ufficiale di Accordo sull’Asia Minore, ma è universalmente riconosciuto come Accordo Sykes-Picot dal nome dei due diplomatici inglese e francese che lo tracciarono.
A causa di questo clima di incertezza dovuto alle alterne fasi della guerra, l’accordo inizialmente fu solamente un nebuloso programma di intenti sottoscritto tra Parigi e Londra, per una partizione del Medio Oriente secondo sfere di influenza. Avrebbe dovuto farne parte anche la Russia zarista; anzi cronologicamente la Gran Bretagna si accorda con Mosca ben prima (marzo 1915) di quanto fatto con Parigi: Nicola II rivendicava il dominino su Costantinopoli ed il controllo dei Dardanelli che avrebbe permesso alle navi commerciali e militari di Mosca l’accesso attraverso il mar Nero al Mediterraneo; in cambio Mosca avrebbe acconsentito alle rivendicazioni inglesi sui territori ottomani rimasti ed in Asia centrale, insieme a tutta la regione mesopotamica.
La Russia abbandona il tavolo all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, rendendo successivamente pubblici gli accordi e generando malcontento e revanscismo in tutto il Medio Oriente. Con l’uscita dalle ostilità della Russia in seguito allo scoppio della guerra civile, a disegnare i futuri confini mediorientali rimasero solamente Francia, Gran Bretagna ed in via teorica i popoli arabi. A questi ultimi in particolare sarebbe spettato un territorio che comprendeva la maggior parte della Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e parte dell’Iraq. Ma se da un lato le due potenze europee si accordarono con gli arabi, dall’altro macchinavano per spartirsi segretamente quelle terre. Figura di riferimento per gli inglesi fu Husayn al-Hashimi, Sharif della Mecca, governatore di Hejaz (Hijaz), della Mecca e di Medina e discendente del Profeta Maometto.

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Egli aveva come progetto politico la ricostituzione di un grande regno arabo come quello creato dagli Omayyadi e dagli Abbasidi, prima dell’affermazione del califfato turco. Gli inglesi puntarono su questa figura perché apprezzata dal popolo rispetto ad altri notabili, come ad esempio Abd al-Aziz Ibn Saud (capostipite della futura monarchia saudita ed acerrimo nemico degli hashemiti). L’appoggio arabo fu ritenuto fondamentale per condurre la guerra all’impero Ottomano, aprendo un altro fronte ed alleggerendone altri, consumando energie ed uomini in una lunga guerriglia, all’interno di un territorio ostile. Il famoso Carteggio che Husayn intrattenne con l’Alto Commissario britannico al Cairo Henry McMahon, sembrava propendere verso un regno arabo in caso di vittoria sui turchi (ottobre 1915) per cui lo Sharif si autoproclamò re di tutti gli arabi – anche se le potenze europee fin da subito ridussero le sue aspettative appellandolo solamente come re del Hejaz – e dando il via alla Rivolta Araba (1916-1918). Nel frattempo gli architetti Mark Sykes e François Georges-Picot – ottenuto il sostegno arabo nella guerra – sottoscrivevano il vero accordo che suddivideva il mondo arabo in sfere di influenza, ratificandolo il 16 maggio 1916.

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Blu: zone di influenza e controllo francese;
Rosso: zone sotto la Gran Bretagna;
Verde: Zone sotto il controllo russo.

Alla Gran Bretagna spettava il controllo dell’Iraq e dei territori che vanno dalla Palestina (una parte) fino al golfo Persico, mentre alla Francia spettava il controllo della Siria, del Libano, della Turchia meridionale e dell’Iraq settentrionale (Mosul). Fu inoltre stabilito che nella sua sfera designata ogni paese potesse scegliere il tipo di amministrazione che preferiva diretta o indiretta, che tipo di controllo esercitare e come rapportarsi con la popolazione autoctona; ad entrambe le potenze era inoltre consentito il libero passaggio ed il commercio nelle zone controllate dall’altro. Infine la maggior parte della Palestina era posta sotto controllo internazionale. Quando la rivolta araba entrò nel pieno della forza sotto la guida di Faysal (figlio di Husayn) e di Thomas Edward Lawrence meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, le cancellerie anglofrancesi sapevano già che le aspirazioni arabe sarebbero state a dir poco deluse. Nel frattempo succedono due cose: A) gli archivi dello zar vengono aperti dai bolscevichi e l’accordo reso pubblico; B) il 2 novembre 1917 ha luogo la Dichiarazione di Balfour secondo cui gli inglesi vedrebbero con favore la nascita di un “focolare ebraico in Palestina”. Entrambi gli eventi portarono a forti risentimenti tra gli arabi che tuttavia proseguirono nella loro lotta di indipendenza, rassicurati in parte dal Messaggio di Hogarth, compagno di T.E. Lawrence nella Rivolta Araba, che nel gennaio 1918 garantì a Husayn che la formazione di un focolaio ebraico avrebbe avuto luogo solo con la compatibilità delle aspirazioni arabe e dalla Dichiarazione anglo-francese del 9 novembre 1918 in cui i due stati ribadivano gli impegni presi. Dopo aver battuto gli ottomani, gli arabi si riunirono in un Congresso Nazionale che si tenne tra il 1919 ed il 1920, i cui lavori furono pressoché nulli a causa delle tensioni instauratesi tra le varie tribù per la creazione di un’amministrazione ex novo e per la costituzione di un esercito arabo.
Nel frattempo in base all’accordo Sykes-Picot gli inglesi rapidamente abbandonarono la Siria ed alle rimostranze di Faysal per la creazione di un regno arabo, lo invitarono a trovare un accordo con i francesi (di fatto se ne lavarono le mani); il sovrano impugnò le armi ma il tentativo di rivalsa araba fu stroncato sul nascere dai bombardamenti francesi e Faysal fu costretto a fuggire in Palestina. I confini odierni dell’area mediorientale usciti da Sykes-Picot, furono pressoché riconfermati dalla conferenza di Sanremo (un incontro a margine delle paci di Parigi) tenutosi nella località ligure tra il 19 ed il 26 aprile 1920.

Conferenza di Sanremo
Conferenza di Sanremo

Qui le potenze vincitrici del conflitto si spartirono i territori dell’impero Ottomano ed infine definitivamente sanciti all’interno del trattato di Sèvres alcuni mesi dopo: alla Gran Bretagna spettavano i territori palestinesi, l’Iraq e la Transgiordania (corrispondente alla Giordania fino al golfo di Aqaba). La Francia ottenne il Libano e la Siria. Ad entrambe le potenze europee il controllo di questi territori furono attribuiti tramite mandato dalla Società delle Nazioni. Il risentimento e la rabbia presero il sopravvento tra gli arabi.
Nel novembre il figlio maggiore di Husayn, ‘Abdallah marciò verso la Siria, preoccupando la Francia timorosa di perdere il controllo del territorio ed incalzò la Gran Bretagna ad intervenire: la Transgiordania fu separata dalla Palestina ed affidata ad ‘Abdallah. Il territorio divenne l’emirato degli Hashemiti, ottenendo la denominazione attuale di Giordania nel 1946.
L’attuale Iraq si forma in seguito allo scoppio di rivolte con spirito nazionalista, cui la Gran Bretagna, attraverso la sua politica dell’indirect rule, rispose concedendo la creazione di un regno – indipendente solamente sulla carta – guidato da Faysal e che racchiudeva le tre province dell’impero turco Mosul, Baghdad e Bassora. Si trattò fin da subito di un regno debole poiché fortemente frammentato dalla sua peculiare conformazione etno-religiosa: il nord con una maggioranza curda di religione sunnita, il centro arabo con maggioranza sciita ed una componente araba a sud con predominanza della corrente islamico sunnita. Il padre Husayn perse il suo territorio nel corso di sanguinose battaglie a scapito delle forze di Abd al-Aziz Ibn Saud e nel 1925 l’Hejaz passò sotto il dominio della famiglia dei Saud, da cui si formerà l’Arabia Saudita. Infine la Palestina e Gerusalemme videro fin da subito la nascita di conflitti tra inglesi, arabi ed ebrei. I territori sotto controllo francese subirono una maggiore amministrazione coloniale da parte di Parigi; ne nacque la Siria come la conosciamo oggi (1924) ed il Libano (1926). Entità volutamente frammentate e divise, con la prima a prevalenza musulmana ed il secondo con una fortissima presenza cristiano maronita. Per quanto riguarda il Libano si trattava di uno stato mai esistito nella storia e la sua conformazione politica era stata redatta a tavolino dai diplomatici e militari francesi senza tenere conto delle determinanti divisioni religiose. La Siria fu inizialmente suddivisa in quattro province distinte: quella di Damasco, Aleppo, quella del Jebel ed infine lo stato con la componente alawita nel nord ovest. Questa suddivisione venne rapidamente abbandonata a causa dell’alto costo amministrativo e per l’affermarsi di sentimenti nazionalistici ed indipendentisti. Appare dunque evidente come da quest’accordo derivi in gran parte la storiografia recente del Medio Oriente con la sua storia di conflitti irrisolti. Francia e Gran Bretagna crearono a tavolino l’humus che per un secolo almeno ha determinato i rapporti tra mondo arabo-musulmano ed occidente: un rapporto che pone le sue basi fondamentalmente sulla menzogna da parte di uno dei due giocatori, pregiudicando i sentimenti che l’altro ha nutrito finora, ma che inevitabilmente era frutto del suo tempo in cui le logiche dell’autodeterminazione dei popoli sarebbero giunte solamente una manciata di anni più tardi con il presidente americano Wilson e la costituzione della Società delle Nazioni, poi rivelatasi totalmente fallimentare. Al momento della firma dell’accordo si ragionava ancora secondo i dettami della Conferenza di Berlino del 1884. Non possiamo tuttavia incolpare questo accordo come l’origine di tutti i mali, esso è servito anche a creare quel fervore nazionalista che nel secondo dopoguerra porterà all’indipendenza di quegli stessi stati che ha fatto nascere. Certo è che la suddivisione non ha mai tenuto conto della componente etnica e religiosa delle popolazioni, ma ha risposto solamente a logiche diplomatiche e commerciali.
Questo credo possa essere un errore comprensibile ed in un certo qual modo “perdonabile” alle cancellerie che ragionavano ancora con un’ottica ottocentesca; molto più grave è stato non cogliere questa lezione e commettere gli stessi errori nella storia ben più recente.

Bologna, 2 agosto 1980: il processo – di Jacopo Rossi

La bomba e i morti, le macerie e l’aria greve di nitroglicerina, prima. I depistaggi, poi: la Libia, i neonazisti tedeschi, la destra italiana, Carlos il venezuelano, i servizi deviati, la massoneria di Montecarlo. Più che un attentato inizia ad assumere i contorni di una barzelletta grottesca, non fosse per le ottantacinque persone che non possono ridere più, che magari al momento della detonazione stavano sorridendo pensando alle vacanze ormai vicine. La Procura della Repubblica ci aveva messo solo 24 giorni a far partire i primi ventotto ordini di cattura, decimando le fila della destra più o meno eversiva. Tra gli altri erano stati presi personaggi eminenti come Roberto Fiore, Massimo Morsello, Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Giusva Fioravanti, Paolo Signorelli e Aldo Semerari, il Professore nero, che due anni dopo avrebbe pagato con la vita uno sgarro alla Nuova Camorra Organizzata, della quale era diventato lo psichiatra di fiducia. Tutti saranno scarcerati nel 1981 e, come abbiamo visto, l’inchiesta rischierà di essere chiusa poco tempo dopo.

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Bologna, 2 agosto 1980: i depistaggi – di Jacopo Rossi

Ieri abbiamo parlato della bomba. Dei morti, dei feriti, delle macerie. Dell’autobus Atc 4030 e del suo instancabile conducente Agide Melloni. Di Maria Fresu e di sua figlia Angela, tre anni, la vittima più piccola della strage. Della mobilitazione della città e dell’Italia tutta. Del giorno dopo, delle dichiarazioni di Francesco Cossiga e dei primi, primissimi depistaggi. Oggi ripartiamo da quei depistaggi. Continua a leggere Bologna, 2 agosto 1980: i depistaggi – di Jacopo Rossi

Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25: il boato – di Jacopo Rossi

C’è una frase di Herman Hesse, autore di Siddharta e Nobel per la Letteratura nel ’46, che è passata alla storia, ritagliandosi il suo spazio nel panorama colorato della cultura pop moderna: “Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno”.
Ma c’è un orologio, in Italia, che ogni anno segna l’ora che l’Italia stessa, appena uscita dal piombo del 1977, si risvegliò con il puzzo della nitroglicerina nelle narici.
È quello della stazione di Bologna, fermo alle 10.25, dal 2 agosto del 1980. Continua a leggere Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.25: il boato – di Jacopo Rossi

12 MAGGIO 1977, IL GIORNO CHE GIORGIANA MORI’ – di Jacopo Rossi

E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e sul ponte lasciò
Lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più…
(Stefano Rosso, Bologna ’77)
 

poliziotto borghese

 

Gli anni

Sosteneva Cossiga che nei turbolenti anni Settanta italiani i figli della borghesia romana uccidessero fin troppo spesso i figli dei contadini meridionali. L’anno nero fu il 1977, che già, in tema di costume, non era iniziato troppo bene. La Rai chiudeva Carosello e le famiglie italiane perdevano un riferimento temporale non da poco. Si smise, dunque, d’andare a letto dopo gli spot in rima, dopo le disavventure di Cimabue e le imprese del Gringo, dopo le ammissioni di colpa del calvo ispettore Rock e le canzoni spensierate di Miguel.

Forse è per questo che il fatidico Settantasette durò moltissimo, forse troppo. Iniziò con lo scoppio di una bomba al congresso romano del Movimento Sociale, finì con le tre pistolettate che il 28 dicembre di quell’anno uccisero il missino Angelo Pistolesi. Tre pistolettate vantate e rivendicate da altrettanti gruppi (Nap, Br e Nuovi Partigiani), tre pistolettate rimaste, come sempre, anonime.
Nei trecentocinquanta giorni in mezzo ai due fatti la cronaca mantenne una preoccupante coerenza. Caserme assediate, gambizzazioni, cariche della celere, attentati, sequestri e scontri di piazza che cessarono di far notizia. Sparano tutti: poliziotti, brigatisti, studenti, nuclei armati. Non mancano i banditi che han fatto tristemente storia, come Vallanzasca, arrestato per la seconda volta proprio quell’anno. Sull’asfalto, in una pozza di sangue denso e scuro, restano tutti: brigadieri, terroristi, operai, manifestanti. Fare politica o mantenere l’ordine: a Bologna, Roma, Milano e Torino non c’è differenza. Entrambe le due cose possono costare la vita, che sia quella di Francesco Lorusso o di Claudio Graziosi. In aprile, esasperato e incapace, il governo (che si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna), per bocca del Ministro dell’interno Francesco Cossiga, vieta qualsiasi manifestazione di piazza a Roma, almeno fino a fine maggio.

La piazza, com’era prevedibile, risponde: il 12 maggio il Partito Radicale decide di trasgredire il divieto, organizzando un sit-in in Piazza Navona per raccogliere firme per i referendum abrogativi e celebrare il terzo anniversario del precedente referendum sul divorzio. Alla manifestazione, per motivi diversi, aderisce tutto l’arcipelago della “nuova” sinistra, in chiaro contrasto con il PCI, dal quale si sente men che mai rappresentato. Ad attendere i manifestanti c’erano cinquemila poliziotti in assetto antisommossa, più un certo numero di agenti in borghese, mescolati ad autonomi e dimostranti. Incidenti, scontri, cariche, feriti e contusi non si contano nemmeno. In mezzo ci finiscono anche giornalisti, fotografi, deputati e semplici passanti. Mentre i radicali presenti alla Camera protestano per la violenza repressiva della polizia, per le strade iniziano a piovere le prime molotov.

Lo sparoGiorgiana Masi

Il 12 maggio Giorgiana Masi cammina insieme al suo fidanzato, Gianfranco Papini, in Piazza Gioacchino Belli. Forse è una compagna convinta, forse no: di sicuro è una diciottenne come tante altre, che frequenta il quinto anno del Pasteur ed è in odore di maturità. Padre parrucchiere, madre casalinga, una sorella, che oggi gestisce un agriturismo in Toscana. Alla domenica Giorgiana distribuisce Lotta Continua e partecipa attivamente a un collettivo femminista. Come tante altre, insomma. È in piazza, certo, a protestare, sicuramente, a manifestare. Ma chi non lo fa, in quegli anni? Vede gli scontri, gli ennesimi, probabilmente. Vede una bambina appena uscita da una scuola di danza, la prende per un braccio e la porta fino al Ponte Garibaldi, per allontanarla dal marasma sanguinario di quelle ore. La bambina capisce, si lascia accompagnare, ringrazia e corre via. Rivedrà Giorgiana il giorno dopo, sul giornale. Sente gli spari, ma non si volta.
Un’altra ragazza, Elena cade a terra, ferita a una gamba. Sopravvivrà. Anche Giorgiana cade, come se fosse inciampata, affermerà in seguito chi l’ha vista. Qualcuno la solleva, la porta al sicuro, vicino al capolinea degli autobus. Lei mormora: «Oddio, che male». Solo questo. Le sue ultime parole. Non c’è sangue, forse è solo spavento, forse una crisi epilettica, va a saperlo, in quei momenti.
La rassicurano, la poggiano a terra, ma qualcuno si accorge che è tardi, qualcosa non va. Giorgiana è rigida, troppo: «le mascelle serrate, le braccia tese, gi occhi sbarrati». Ma non c’è sangue. Un medico le solleva la testa. Arriva un’auto, un’Appia bianca. La stendono sul sedile posteriore, il guidatore dà gas. Lei si porta una mano sulla pancia. Quando arriverà all’ospedale sarà troppo tardi. Nella schiena un proiettile calibro 22, non d’ordinanza.

Il giorno dopo

Il giorno dopo, mentre la polizia carica i pochi coraggiosi che stavano deponendo fiori sul luogo dove Giorgiana era stata colpita a morte, il Ministro dell’Interno Cossiga elogiava in Parlamento il “grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine. Ma il Partito Radicale protesta: raccoglie testimonianze, foto, filmati. Dimostra con i fatti la presenza di agenti in borghese tra i manifestanti: agenti armati, ritratti anche mentre sparano, o si mettono comunque in posa per farlo. Ci sono una ragazza morta, i feriti: viene aperta un’inchiesta. Cossiga ammette, ritratta. Chiede scusa al Parlamento per aver ignorato che in piazza vi fossero sessanta agenti in borghese. Ma sa chi ha sparato: fuoco amico, ripete fino allo sfinimento.
Così fa chi lo circonda, così fanno gli agenti presenti in aula, immortalati dalle foto. Tutti negano di aver sparato, mentre l’Italia, com’è d’uopo, si spacca. Quattro anni dopo il giudice istruttore Claudio d’Angelo dichiarò l’inchiesta archiviata «per essere rimasti ignoti i responsabili del reato».
Nella sentenza si legge che «[…] È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizioni del Partito Radicale che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine».
Chi insistette, come l’avvocato milanese Luca Boneschi, ne ricavò solo una querela per diffamazione.

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Gli anni dopo

Passano gli anni. Venti, a voler esser precisi. E, come spesso avviene per quanto concerne le vicende di quegli anni, succede di tutto. Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo, afferma che a sparare è stato il suo vecchio sodale Andrea Ghira, anch’egli coinvolto nel massacro del ’75 e appartenente, sembra al gruppo eversivo “Drago”. L’anno successivo, il ’98, salta fuori un datato rapporto della Digos, secondo il quale il colpo sarebbe partito da una calibro 22 poi ritrovata in un covo delle Br. In quell’anno viene anche riaperta l’indagine, ma l’esito rimarrà lo stesso. Nemmeno una proposta di legge, presentata dal verde Paolo Cento, sortirà gli effetti sperati.
Francesco Cossiga, ciclicamente intervistato su quegli anni si sarebbe contraddetto più volte.
Nel 2001, durante un’intervista a Radio radicale, affermò: «Non vorrei essere frainteso, ma io dico con estrema onestà che come sia morta Giorgiana Masi non lo so».
Nel 2003, davanti alle telecamere di Report, afferma: «Non l`ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto, sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa».
Nel 2007, sulle pagine del Corriere, confessò di essere una delle cinque persone ancora in vita a conoscere il nome dell’assassino.
Nel 2008, in una sorta di paternalismo ritardatario verso Roberto Maroni, consigliò a quest’ultimo di seguire il suo modus operandi: «Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero Ministro dell’Interno. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco la città. Dopodiché, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri, nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Seguirono polemiche inevitabili.
Due anni dopo, il 17 agosto 2010, Francesco Cossiga morì al Gemelli di Roma, per un’insufficienza respiratoria in seguito a una crisi cardio-circolatoria. Portò con sé il famoso piccone e un numero imprecisato di armadi colmi di scheletri, faldoni, segreti. Più il nome, se davvero lo sapeva, di colui che il 12 maggio di trentatre anni prima aveva sparato, a sangue freddo, a una ragazza di diciotto anni che stava solo scappando dagli scontri.

 

A Giorgiana
se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio
 
se tu vivessi ancora
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio

se la mia penna fosse un’arma vincente

se la mia paura esplodesse nelle piazze
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza

se i fiori che abbiamo regalato

alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande 
della lotta di noi tutte, donne
se…
non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.

 

 

P.S: c’è stato tempo anche per altro, dopo la morte dell’ex Ministro. Nel 2011 il giornalista e politico Renato Farina dette alle stampe il suo contestatissimo libro “Cossiga mi ha detto: il testamento politico di un protagonista della storia italiana del Novecento”. All’interno si trova la “confessione” del picconatore: Il fidanzato. Ha tentato di uccidersi. Una sera ha tentato di uccidersi. Quando vennero a dirmelo i magistrati, c’erano i carabinieri e i poliziotti. E dissi loro: Non tocca a me dirvelo, lasciamo correre e non aggiungiamo dolore a dolore. Il fidanzato stava sparando contro i carabinieri al di là del ponte e ha sbagliato, si e spostata la fidanzata e…Ora credo sia giunto il tempo, da quel 12 maggio del 1977, di poter rivelare questi fatti”. Bisogna aggiungere che Cossiga avrebbe poi tolto il suo imprimatur al manoscritto poco prima di morire e che quest’ultimo è pieno di errori, contraddizioni, citazioni errate.

P.S2: la Questura di Roma, il 12 maggio del 2013, vietò l’annuale cerimonia che dal 1977 si svolge in Piazza Navona per ricordare Giorgiana Masi. Avrebbe potuto entrare in collisione con la marcia, politicizzata, degli antiabortisti. La chiamarono la Marcia per la vita. La vita, quella degli altri, evidentemente.

JEAN MONNET E IL SOGNO DI UN’EUROPA UNITA, di Filippo Secciani

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Oggi più o meno tutti sappiamo dare una definizione di Unione Europea, quali siano le sue funzioni, quali sono i suoi organi e chi sono i suoi membri. All’indomani del 1945 però parlare di una comunità di stati europei non era per niente scontato. Due conflitti mondiali ne avevano distrutto le economie, molta della forza lavoro era morta nei teatri di guerra, le fabbriche erano ferme – se non rase al suolo e la fame dilagava in tutto il vecchio continente. Ma è in questa situazione di avversità che alcuni uomini iniziarono a pensare ad una forma di Stati Uniti d’Europa. Il percorso per poter raggiungere questa unione erano fondamentalmente due. Un Sistema Federalista per cui il problema era impedire che gli stati europei si facessero nuovamente la guerra; il pericolo principale basandosi sull’esperienza del passato era lo stato nazionale, indipendente, senza un’organismo superiore che facesse da garante per il mantenimento della pace e della sicurezza. La risposta che i teorici di questa corrente si posero fu eliminare gli stati per eliminare la guerra. Creare un sistema federale su modello statunitense, con il passaggio di sovranità. Si trattava di una soluzione radicale non effettivamente percorribile. Il Funzionalismo invece auspicava un percorso graduale di trasferimento di compiti e funzioni a istituzioni indipendenti dagli stati. Essendo appena terminato il conflitto una cooperazione tout-court tra gli stati risultava impossibile; la soluzione dunque fu una collaborazione settoriale. Partendo da una partecipazione comune alla soluzione di problemi meno gravosi, gradualmente si sarebbero dovuti affrontare problemi sempre maggiori. Spillover è il termine per indicare questa integrazione settoriale, tipica degli anni ’50, che alla fine avrebbe portato ad una totale integrazione economica e conseguentemente politica. Di questa idea era il francese Jean Monnet, figlio di un commerciante di Cognac, che durante la prima guerra mondiale capì l’importanza della logistica dei rifornimenti per gli uomini al fronte e che seppe risolvere creando un programma congiunto anglo-francese per i trasporti. Alla fine della Prima Guerra Mondiale fu nominato segretario aggiunto della Società delle Nazioni, ma abbandonò questa carica ben presto sconcertato dall’atteggiamento ostruzionista degli stati che continuamente facevano ricorso al diritto di veto per proteggere i propri interessi nazionalistici a scapito di quelli della comunità degli stati. Nuovamente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a Monnet fu affidato il compito di gestire i canali di rifornimento delle truppe e fu in questa occasione che ebbe la fondamentale idea che rivoluzionò il concetto di Europa: invitò il primo ministro Churchill e il presidente De Gaulle a creare una unione federale immediata tra Gran Bretagna e Francia. Il comunicato congiunto che i due emisero così recitava “I due governi dichiarano che in futuro Francia e Gran Bretagna non saranno più due nazioni, bensì una sola Unione franco-britannica. La costituzione dell’Unione comporterà organizzazioni comuni per la difesa, la politica estera egli affari economici […] I due Parlamenti saranno ufficialmente unificati” come sappiamo ciò non ebbe luogo a causa dell’occupazione della Francia e la costituzione del governo collaborazionista di Vichy; ma ciò ebbe tuttavia il merito di porre le basi per la futura Comunità Europea. Fuggì negli Stati Uniti e poi ad Algeri nel 1943 anno in cui si unì al Comitato di Liberazione Nazionale (Francia Libera) presieduto dal generale De Gaulle per la liberazione dei territori occupati. Durante uno di questi incontri affermò come “non vi sarà pace in Europa, se gli Stati si ricostituiranno sulla base della sovranità nazionale […] I paesi d’Europa sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e l’evoluzione sociale indispensabili. È necessario che gli Stati europei si costituiscano in federazione”1. Conclusa la guerra Monnet comprese l’importanza del coinvolgimento tedesco nel processo di unificazione europeo, ma trovò fin da subito l’opposizione di numerosi suoi colleghi francesi che volevano una Germania ridotta ai minimi termini. In questo periodo fu la Francia che assunse un ruolo di leadership in Europa e un riavvicinamento tra Parigi e Berlino sarebbe stato fondamentale, se consideriamo che “gli Stati Uniti erano determinati a rendere la Germania occidentale un baluardo contro l’Unione Sovietica, la Francia incoraggiò la riabilitazione della Germania nel contesto di una più ampia integrazione europea”2. Uno dei nodi di tensione tra i due stati fu il controllo delle miniere della Ruhr, che ogni giorno si faceva sempre più intenso tanto da far temere lo scoppio di un nuovo conflitto. Monnet trovò un sostenitore nel cancelliere Adenauer, il quale per “riabilitare la Germania nel sistema internazionale a parità di diritti con le altre nazioni avanzava una proposta inattesa quanto clamorosa […] Adenauer auspicava una completa unione tra Francia e Germania con la fusione delle rispettive economie, dei Parlamenti e con l’adozione di una cittadinanza comune”3 si trattò di un’iniziativa destinata a cadere nel vuoto. Monnet tuttavia partendo da questa proposta elaborò la creazione di un’organismo soprannazionale che dovesse gestire le risorse di acciaio e carbone franco tedesche. Nel Memorandum che Monnet inviò al ministro degli esteri francese Schuman si legge che “accomunando le produzioni di base e istituendo un nuova Alta Autorità, le cui decisioni vincoleranno la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, questa proposta getterà le prime fondamenta concrete di una federazione europea indispensabile per preservare la pace”4. Il ministro francese la fece propria e nel 1951 nacque la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). Con la CECA si instaurò la pace franco-tedesca tanto auspicata dallo stesso Monnet. L’Europa divenne non solo un posto più sicuro con lo spettro della guerra ogni giorno più lontano, ma si ponevano le basi per una nuova entità economica, politica e commerciale. Se un’unione commerciale era accettabile per i francesi, un riarmo tedesco non lo era assolutamente ed ecco allora che il progetto di una Comunità Europea di Difesa (CED) naufragò. In seguito a questo stallo Monnet si adoperò per la costituzione di un Comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa, al fine di rilanciare il processo di integrazione europea. Grazie alla sua opera ed ai suoi contemporanei si deve la creazione della CEE (Comunità Economica Europea) nel 1958, la Comunità Europea nel 1967 con la creazione dei suoi organismi interni, l’adesione nel 1973 della Gran Bretagna alla Comunità Europea ed infine nel 1979 lo SME.

note:

1) http://www.istitutospinelli.org/articoli-mainmenu-9/4-note-biografiche/9-jean-monnet

2) M. Gilbert; Storia politica dell’integrazione europea; Editori Laterza

3) G. Mammarella, P. Cacace; Storia e politica dell’Unione Europea; Editori Laterza

4) http://www.biblioteche.unical.it/Guida%20alla%20cittadinanza%20europea.pdf

COME NASCE UNO STATO? – di Filippo Secciani

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Per il diritto internazionale lo stato è un’ente dotato di soggettività internazionale (1). Questa soggettività è data da quattro requisiti fondamentali. Cioè l’idoneità ad essere titolari di diritti ed obblighi, esigere la tutela dei propri diritti e incorrere in responsabilità in caso di violazione degli obblighi, capacità di stipulare accordi con altri enti dell’ordinamento internazionale, capacità di creare norme giuridiche. All’interno di questa materia lo stato è da considerarsi come stato-governo oppure stato-organizzazione, cioè l’insieme degli organi che esercitano il potere di impero su un popolo all’interno di un territorio. Si differenzia da stato-comunità inteso come l’insieme degli individui presenti in un territorio definito, sottoposti a leggi, ma con un certo grado di autonomia. In generale i requisiti fondamentali sono:

-L’effettività, o sovranità interna. Lo stato è un soggetto del diritto solamente se esercita effettivamente il proprio potere di governo. Non sono da considerarsi quindi validi i governi in esilio.

-L’indipendenza, o sovranità esterna. L’organizzazione del governo non deve dipendere da un altro stato. Non sono soggetti internazionali gli stati facenti parte di nazioni federali ed i cosiddetti governo fantoccio. In passato un terzo requisito fondamentale era quello del riconoscimento. Tuttavia la teoria oggi prevede che l’organizzazione di governo che esercita in maniera effettiva ed indipendente il proprio potere venga considerata soggetto del diritto internazionale automaticamente, dagli altri stati preesistenti (2). Gli stati preesistenti riconoscono uno stato se la sua nascita è considerata legittima ed irreversibile. “Il riconoscimento è un atto meramente lecito, e meramente lecito è il non riconoscimento: entrambi non producono conseguenze giuridiche”(3). Il riconoscimento può essere esplicito, a sua volta diviso in de jure (quando si instaurano normali rapporti diplomatici), oppure de facto (lo stato prende atto della nuova entità, ma non gli attribuisce un riconoscimento de jure). Il riconoscimento può anche essere implicito, quando ciò è dato solamente da comportamenti concludenti tra i due stati. In passato erano esclusi da questa prassi i governi insurrezionali4, ma adesso se sono in grado di costruire un’organizzazione di governo stabile ed effettiva devono essergli riconosciuti i diritti internazionali. E’ un’iniziativa di solito promossa da chi ha interessi a mantenere delle relazioni con il governo insurrezionale; si tratta di un atto meramente politico e non giuridico. Nella storia di un qualsiasi stato può verificarsi:

– Separazione o Secessione di una parte del territorio che va a creare uno stato ex novo. E’ il caso del Belgio separatosi dall’Olanda nel 1831, Timor Est dall’Indonesia nel 1999, il Sud Sudan nel 2011, le due Coree, il Pakistan ed il Bangladesh.

– Dissoluzione o Smembramento di uno stato unitario, con la sua estinzione e la nascita di uno o più territori. E’ il caso questo della Iugoslavia, della caduta dell’impero austroungarico e dell’Unione Sovietica.

– Incorporazione o Annessione. Uno stato si estingue ed un altro estende la sua autorità sul popolo e sul territorio dello stato estinto. L’annessione è lo stesso procedimento, che si manifesta però con l’uso delle armi. Il primo caso è quello dell’unificazione tedesca nel 1989. Il secondo caso è quello dell’annessione austriaca ad opera di Hitler nel 1938.

– Unificazione o Fusione, cioè l’unione di due o più stati preesistenti che estinguendosi formano un nuovo stato unitario. Un’esempio è l’unificazione italiana. . Trasferimento di un territorio o di una parte di un territorio da uno stato ad un altro. La condizione fondamentale affinché ciò avvenga è che la modificazione del territorio non deve incidere sull’esistenza dello stato. Ne è un esempio il passaggio di proprietà dell’Alaska dalla Russia agli Stati Uniti nel 1867 ed il cosiddetto “Acquisto della Lousiana” da parte degli Stati Uniti nei confronti della Francia nel 1803.

– Nuova Indipendenza, ha luogo quando un territorio dipendente da uno stato che continua ad esistere, si costituisce in un nuovo stato indipendente e sovrano. E’ il caso questo della decolonizzazione e più recentemente della dichiarazione di indipendenza del Kosovo nel 2008.

1 A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la soggettività internazionale è stata attribuita anche alle organizzazioni internazionali.

 2 Gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese si riconobbero solamente alla fine del 1978. La maggior parte degli stati arabi non riconosce Israele. Il paese non riconosciuto da nessun membro della comunità internazionale è il Somaliland.
 
3 B. Conforti; Diritto Internazionale; Editoriale Scientifica. 2013
 
4 recognition of insurgency.

A 500 ANNI DALLA NASCITA DE IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI – di Filippo Secciani

Camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie di altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare; acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e fare come gli arcieri prudenti, a’ quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per poter con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.

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Oggi 10 dicembre cade l’anniversario per i 500 anni della stesura del capolavoro politico di Nccolò Machiavelli, forse il più conosciuto e studiato trattato di dottrine politiche del mondo. 500 anni fa iniziava il pensiero politico moderno. Dedicato a Lorenzo de’ Medici per poter essere riammesso nelle grazie della stessa famiglia che lo aveva esiliato accusandolo di complottare contro di loro e poter così fare ritorno a Firenze. Nel 1498 Machiavelli divenne consigliere per gli affari esteri e militari della repubblica fiorentina, fino al cambio di governo e al suo esilio. Il Principe altro non è che un manuale ad uso di chiunque sia interessato ad ottenere e mantenere il potere politico. Come realista politico sua premura è quella di individuare i capisaldi della natura sociale umana (Aristotele diceva che l’uomo è un’animale politico) che possano durare e che possano essere d’aiuto alla sopravvivenza del principe e dello stato che rappresenta. L’uomo è un fenomeno naturale e come tale non è soggetto a mutamenti nel corso del tempo, per tanto è possibile stabilire delle leggi universali. La maggior parte degli uomini sono ingrati, volubili e avidi di guadagni. E’ in questo ambiente che il principe opera ed in questa società è inutile appellarsi alla morale cristiana. Machiavelli considera la politica come una scienza indipendente sorretta da proprie leggi, che non deve assolutamente prescindere da implicazioni morali o religiose ad essa estranee. Se da un lato Machiavelli insegna al lettore come rapportarsi con i nemici, l’innovazione che tra le tante lo contraddistingue dai suoi contemporanei è il comportamento che il principe deve tenere con gli amici. In politica e nel grande gioco del potere in generale, l’amicizia non deve e non può esistere (il caso dello spionaggio che recentemente ha visto coinvolti Stati Uniti e paesi europei, in particolare la Germania ce lo insegna); gli alleati sono uniti per convenienza e nel momento in cui questa utilità viene meno, viene a mancare anche il collante che li rende uniti (tra i casi storici possiamo citare la sconfitta del nazifascismo e l’inizio della Guerra Fredda). L’onestà, la moralità e la rettitudine sono dunque illusioni per il popolo: in un mondo in cui non prevale l’idealismo ma l’utilitarismo, il sovrano deve esserlo più di ogni altro se vuole non solo sopravvivere, ma governare. Dal punto di vista del leader gli amici sono tali solo quando è negli interessi del sovrano avveduto che lo siano, il quale deve non solo ispirare timore negli oppositori, ma anche verso gli alleati. Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati, mai disprezzati. Le virtù eroiche e generose sono inutili se non addirittura pericolose per il principe che vuole mantenere uno stato forte – oggi diremo competitivo – e le istituzioni salde. Il principe deve avere la forza di un leone e la furbizia di una volpe ci insegna Machiavelli. La miglior forma di governo per Machiavelli è quella repubblicana, il principato è sola una tappa (per quanto necessaria) alla costruzione di uno stato forte e sovrano. Per lui dunque i vari stati che costituiscono la penisola italiana devono essere al più presto unificati, sotto la guida di un principe illuminato. La visione meramente pessimista della natura umana, essenzialmente corrotta, lo spinge ad elaborale la teoria per cui la politica ha una sua logica morale, estranea al resto delle altre attività umane. Queste teorie politiche più avanti nei secoli verrano racchiuse nella definizione di ragion di stato. A spingere alla riflessione che poi ha prodotto la sua opera fu l’impiccagione del Savonarola, definito come “profeta disarmato”: che cosa vogliamo e come faremo a perseguire il nostro interesse? Le aspirazioni a sogni utopici o romantici sono fallici senza l’ausilio della forza sia essa militare o politica. E’ su ciò che si basa la sua dottrina politica del realismo, a cui aderiranno nel corso dei secoli personaggi illustri e grandi statisti come Richelieu, Metternich, Tayllerand, Bismarck, Kissinger solo per citare i nomi più noti. Principio primo di questa corrente è articolare le nostre azioni sulla realtà e quindi sulla verità, la quale tuttavia non è uguale per tutti, lui utilizza il termine di “verità effettuale”. Il mondo reale si manifesta per come è: complesso. La realtà è innegabilmente parziale, “fatta” da quale parte di realtà si vuole mostrare e da chi vuole farlo; al cui interno è racchiuso un interesse, sia particolare (utilitaristico) sia generale (rivolto al bene della comunità). L’idea che tutte le aspirazioni siano le stesse è un’idea ingannevole; ma è un inganno utile a chi governa per il fine ultimo del suo Interesse. Machiavelli infatti non ha la pretesa di celebrare un interesse comune, a meno che per quello non intendiamo la sopravvivenza di una repubblica. Lui parla di ciò che è utile per il principe. Mondo privato e sfera pubblica sono universi differenti inconciliabili. Il principe finché gli è possibile deve attenersi al bene, ma se per necessità fosse costretto, deve poter ripiegare sul male schiacciare i propri nemici, senza il timore di essere giudicato come malvagio. Proteggere il proprio Stato e conservare le energie questo è il primo insegnamento da seguire. Essere abile in guerra. Nella corsa al potere mai allearsi con chi è già più potente di noi e mai danneggiare chi è più forte. Mantenere lo stato in guardia e l’esercito numericamente adeguato per fronteggiare le minacce interne ed esterne dello stato. La guerra non è giusta, è solo necessaria. Per poter governare fare ricorso all’arte dell’inganno; utilizzare la crudeltà e la bontà come la situazione lo richiede. La politica non è una funzione dell’etica, ma l’etica lo è della politica. La violenza insensata e gratuita sono controproducenti; sempre meglio una dose di prudenza come elemento centrale per le nostre azioni; dobbiamo sempre ricordare che il fine giustifica i mezzi, per quanto crudeli essi siano. Per Machiavelli non ci può essere spazio per il rimorso nelle azioni del principe. Per la prima volta nel panorama politico italiano viene introdotto esplicitamente il concetto di stato, riducendo a solamente due le forme di governo valide: il principato o la repubblica. Machiavelli studia le realtà politiche che lo circondano ed assiste alla formazione dei prime stati nazionali, mentre ancora l’Italia è sottoposta ad occupazione straniera ed i territori liberi sono frammentati in tanti minuscoli staterelli. I regni in Europa vengono conquistati oppure unificati dal più forte, divenendo sempre più grandi e più forti con alla guida un principe forte e stabile. Nota anche come gli stati nazionali abbiano tutti un proprio esercito e come non si affidino più a milizie mercenarie – come ancora era in uso in Italia, infatti un principe ed uno stato che continui a farlo “non starà mai fermo né sicuro”. Il principe che si immagina Machiavelli sa adattarsi ed indirizzare la sua politica nella direzione che vuole e che è più utile per quella circostanza. Sapendo coniugare crudeltà e pietà, forza e astuzia il sovrano giungerà sicuramente al potere. Per lui è innegabile l’importanza di essere sostenuto dalla stima dei sudditi, ma allo stesso tempo non la considera come collegata all’agire morale. La politica supera la morale: l’interesse dello stato è al di sopra di tutto. Per mantenerlo forte e stabile il principe deve essere “non buono” e soprattutto deve essere portato ad agire “secondo la necessità”. Gli uomini sono esseri malvagi che vivono in un contesto negativo, per cui il principe non può agire secondo la morale tradizionale, giacché la sua sarebbe una sconfitta in partenza, ma qualora le circostanze lo richiedano deve essere anche feroce. Ecco allora che Machiavelli usa il termine “il fine giustifica i mezzi”. Lui non legittimata il comportamento umano immorale, ma è consapevole che sia i comportamenti umani virtuosi, sia quelli bestiali sono necessari per ottenere e mantenere il potere. Il principe deve essere capace di fare il male poiché ha come responsabilità, non solo se stesso, ma soprattutto il principato-repubblica. A differenza del tiranno, il quale è malvagio solo per trarne vantaggi utilitaristici. Chi è allora il principe? E’ uno strumento di cui i sudditi sono dotati per tutelarsi dall’esterno e per garantire il proprio benessere. La politica non è affidata nelle mani delle istituzioni, bensì alla capacità individuale di chi detiene il potere. Un altro fattore concorre alla riuscita dell’operato del principe. La fortuna è artefice per metà della vita umana, intesa come casualità e l’uomo, attraverso la virtù riesce a superare gli ostacoli che incontra lungo il suo cammino. Il male esercitato – eventualmente e non necessariamente dal principe – ha dunque lo scopo di garantire la convivenza civile all’interno dei confini da lui governati. Qualora lo stato venisse meno, o venisse meno la capacità di esercizio del potere del principe, la malvagità della natura umana verrebbe a manifestarsi e allora per dirla alla maniera di un altro teorico del realismo politico, Thomas Hobbes l’uomo ritornerebbe ad essere homo homini lupus. Cosa ci ha lascito in eredità Machiavelli? Dopo cinquecento anni il suo pensiero è più attuale che mai. I recenti scandali Prism e Datagate sono la cronaca recente di come ogni stato cerchi il suo interesse personale. L’idealismo politico non ha mai attecchito nella società. La Società delle Nazioni, promossa dal più grande sostenitore dell’idealismo politico del secolo scorso il presidente americano Wilson, è miseramente naufragata dopo appena 20 anni di vita. Le Nazioni Unite sono state fin da subito paralizzate dagli interessi utilitaristici dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che facendo ricorso al diritto di veto bloccavano ogni tipo di iniziativa che fosse di ostacolo per i loro vantaggi politici e ad oggi questa impasse sembra essere ben lontana dall’essere risolta. Unione Europea, Asean e le altre sigle che raccolgono in consesso gli stati sono realtà effimere fatte spesso di disuguaglianze che finiscono per indebolirle ancora di più. Certo è che la sensibilità e la coscienza umana è mutata, così come è cambiato il concetto di moralità per gli uomini. Oggi il legittimo ricorso alla crudeltà da parte del principe che Machiavelli teorizzava, non potrebbe aver luogo senza che si levino in coro voci di protesta. Tuttavia in un mondo che si va complicando sempre di più, sconvolto da crisi finanziarie, scomparsa di risorse primarie, processi migratori che si intensificheranno ancora di più negli anni a venire, guerre valutarie e molto altro i Principi di oggi sono chiamati a rispondere con capacità, efficienza e preparazione se non vogliono correre il rischio che la loro repubblica scompaia.

CARL GUSTAV JUNG E DIO – di Fausto Jannaccone

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Tra i più autorevoli psicoterapeuti del Novecento, nella più giovane età Carl Gustav Jung fu vittima di allucinazioni e fantasie. Nelle sue memorie ricorda il trauma che provò quando, dodicenne devoto, volgendo lo sguardo in alto in un pomeriggio di sole, vide nel cielo dio, assiso in trono, defecare sulla cattedrale di Basilea, riducendone il tetto in frantumi.

Questa visione, che anni dopo Jung interpretò come la prova di un Dio vivo e vitale, indipendente dall’autorità formale della Bibbia e della Chiesa, ebbe su di lui un effetto duraturo. Allontanatosi dalla dottrina del padre, pastore protestante, Jung coltivò il suo interesse per lo spiritualismo e si convinse che solo consentendo a tali “abomini” di entrare nei suoi pensieri avrebbe potuto sperimentare la grazia di Dio.

(da IL PALAZZO ENCICLOPEDICO – Biennale Arte 2013 – Venezia)