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INDOVINA CHI VIENE A PRANZO (intervista impossibile in tono semiserio a Barack Obama) – di Fausto Jannaccone

“Salve Fausto, mi sono permesso di ordinare un mezzo litro di rosso della casa. E del ghiaccio. Non giudicar male… Sai, sono tre giorni che mi portano a destra e a manca nelle migliori cantine, aziende e ristoranti a bere bottiglie su bottiglie di super-brunelli, mega-riserve, grandissime selezioni… Ho la lingua praticamente brasata.”
In una camicia bianca elegantemente informale, maniche a tre quarti, jeans e scarpe da ginnastica, Mr. Obama, l’uomo più pericoloso ed in pericolo del globo fino a pochi giorni fa, mi attende con la più disarmante semplicità del mondo, a sedere ad un tavolino della veranda del piccolo ristorante affacciato sui colli del senese. Talmente a suo agio da invitare, direi costringere quasi anche me ad abbassare le difese che spontaneamente ho indossato uscendo di casa, sapendo di andare ad incontrare, face to face, per dirla con loro, un personaggio che resterà nella storia dell’uomo, piaccia o meno.
Non starò a raccontarvi come sia riuscito ad ottenere questo incontro: nemmeno mi credereste.
In sottofondo nel locale si sente un vecchio disco di De Gregori, ‘Bufalo Bill’, uno dei miei preferiti: “Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America”. Inevitabile, non posso che fare un rapido collegamento tra il giovane biondo cantato da De Gregori, che va alla conquista dell’immensa verde prateria, e questo signore che è andato a prendersi quella Bianca casa.
Per quanto non sia così in totale controllo dell’inglese la sua parlata mi riesce assolutamente di facile digestione: già da questo si capisce lo scarto tra il grande comunicatore che ho davanti ed il simpatico signore che ne ha preso il posto, e ci parla a “tweet”.
“Buona sera Signor Presidente”
“Barack, te ne prego…”
“Non so se riuscirò, ma ci provo… Signor Barack”
“Ma come fate, Fausto, a riuscire ad andare al lavoro, la mattina, quando vi svegliate e vi trovate di fronte agli occhi appena aperti uno spettacolo come questo?” indicando con un largo, lento gesto del braccio il paesaggio su cui ci affacciamo, e dove in lontananza, sfumata, si indovina Siena.
La tentazione sarebbe di rispondergli che se non si ha una pensione da ex-presidente degli Stati Uniti, paesaggio o no, tocca andarci al lavoro la mattina. Ma non voleva certo esser scortese, al contrario.
Ordiniamo qualcosa da mangiare ad una giovane, un po’ rustica ma piacevole ragazza. Non mi sfugge l’apprezzamento, comunque educato, nello sguardo del Presidente.
Ordiniamo due primi con verdure di stagione, facendoci portare però prima un assaggio di pecorino e prosciutto toscano.
“Cerco di avere un’alimentazione controllata e di prediligere le verdure -in effetti con Michelle sono quasi costretto- ma qualche strappo alla regola bisogna pur che me lo conceda in vacanza, e per questo prosciutto devo dire ne vale davvero la pena!”
Una profonda risata, seguita da un sorso generoso di vino rosso.
“Sai, ci sono, Fausto, due persone che mi interessano molto in Italia…”
“Papa Francesco e?”
“No, guarda, non è Bergoglio una di queste. Certamente una figura eticamente corretta e valida. E questo va bene perchè è intrinseco nella stessa ‘mission’ per cui la religione è stata inventata dall’uomo.
Come ben sai, però, nel mondo occidentale il progresso ha portato l’uomo contemporaneo a non necessitare più così fortemente il rifugio religioso (cosa che al contrario resta fondamentale nei popoli che sono ancora un passettino indietro nell’ ‘evoluzione sociale’, quel secondo-terzo mondo che comprende ad esempio Sud-America e sud-est asiatico, infatti i maggiori attuali contribuenti in termini umani alla causa cristiana, o quel medio oriente e centro-nord africa dove il fondamentalismo islamico fa breccia senza resistenza alcuna); in virtù di questo non lo ritengo un personaggio capace ormai di spostare molto nello scacchiere sociale mondiale.
Quindi no, non è Papa Francesco una delle persone cui mi riferisco.
E’ Carlo Petrini, invece, il fondatore di Slow Food”
Dopo un attimo di perplessità mi scuoto e riparto “E perchè un ‘uomo comune’ come Petrini suscita interesse in una personalità del calibro di un ex Presidente degli Stati Uniti?”
“Perchè, caro Fausto, è la direzione corretta quella percorsa dal movimento da lui capeggiato: hanno trovato secondo me la chiave giusta di lettura del mondo di oggi e dell’alba di domani”
“Il Profeta nella patria Italia…”
“Non lo definirei certo il Salvator Mundi, il Profeta, come dici tu; ma sull’educazione del cittadino medio si deve fondare il recupero della società attuale. Mi spiego meglio. Per quanto si parli di cibo il concetto è molto più ampio; se il consumatore medio, ruolo principe dell’uomo del terzo millennio, viene educato ad una corretta fruizione delle risorse ne beneficia l’intero sistema: prima di tutto, per esempio, ne viene un guadagno nella soddisfazione del gusto. E quindi un soggetto più appagato e più felice è meglio disposto ad operare correttamente. Quindi ne guadagna in salute diretta, perchè ciò che è prodotto correttamente sarà sicuramente migliore. Con un’educazione adeguata si può spiegare al compratore che se non per specifiche necessità ‘d’emergenza’ la fragola ad esempio va comprata d’estate, e d’autunno le arance. Gli si può spiegare che un’alimentazione corretta non prevede carne a pranzo ed a cena. Potrà capire che probabilmente la pera prodotta naturalmente e non in una coltivazione intensiva avrà valori nutrizionali e sapore migliore. E così con questi piccoli ragionamenti ‘di pancia’ abbiamo: 1) salvaguardato patrimoni tradizionali ed identità culturale 2) ridotto lo spreco energetico per il trasporto di una fragola dal sud america a qui 3) migliorato la salute media dei cittadini 4) ridotto l’abuso del suolo e delle risorse 5) restituito consapevolezza ed autocoscienza all’uomo non più soltanto consumatore passivo, ma partecipe contribuente adesso di un sistema sociale funzionante. Visto che si può fare partendo dall’etica del cibo del movimento di Petrini?”
Esco dal ragionamento abbastanza stordito, complice probabilmente il caldo, ma non posso che convenire con lui. “Avevamo detto esser due, però, le persone italiane che suscitano ammirazione in Obama. La seconda quindi?”
“La seconda è in realtà una figura simbolica: lo chiamerei il ‘milite ignoto della cultura’. O se vogliamo esser meno tragici i “gregari della cultura”. Questo sconosciuto eroe è quella persona -e tante ne ho incontrate qui in Italia- che resta orgogliosamente legato e devoto al patrimonio culturale del vostro paese. Non necessariamente deve esser un addetto del settore, come una guida turistica, un professore di Storia dell’Arte o un impiegato di qualche museo. Anzi talvolta sono i primi a non rendersi conto del valore, non economico ma vitale, direi, etico, culturale, salutare, che circonda loro. Ma sono quella signora o signore che raccoglie la cartaccia da terra quando passa nella piazza, il ragazzo che va a visitare un museo nel giorno di festa, la studentessa che trova il tempo di organizzare un piccolo evento culturale nel bar sotto casa, anche soltanto il giovane che mentre cammina per le strade della vostra Siena alza gli occhi e si capacita della bellezza di una loggia affrescata, un tabernacolo dipinto, la statua di un santo. La conoscenza è la vera forza di cui ognuno di noi può dotarsi autonomamente, in senso lato e nello stretto senso della consapevolezza della vostra risorsa principale: il patrimonio culturale di cui la penisola italiana è disseminata.”
Quasi inorgoglito dal volermi provare ad immedesimare in uno di questi militi, se pur fante ed in ultima fila, resto un po’ inebetito a sognare avendo negli occhi la bellezza delle nostre città, domandandomi al contempo perchè debba uno ‘straniero’ ricordarci chi siamo, e scuoterci da una torpida assuefazione che ci rende terra di conquista per nuovi barbari, e non padroni delle nostre fortune.
Ma è nuovamente il Presidente a richiamarmi all’ordine “E invece lo sai chi è veramente incredibile?”
“Chi è incredibile?”
“Silvio Berlusconi. No, dico sul serio. Quello è davvero incredibile!”
Nel mentre una lunga teoria di auto dai vetri oscurati si avvicina e rallentando si ferma davanti a noi. Quella più vicina a noi apre uno sportello e si affaccia Michelle a chiamare il marito. Lui si alza, mi da una vigorosa stretta di mano, quindi sale al fianco della moglie e dopo avermi salutato entrambi con la mano lo sportello si chiude e la lunga carovana riprende il largo. Dietro alla First lady più amata della storia contemporanea statunitense si intravedevano un bel po’ di buste e pacchi con vari marchi e boutique effigiati sopra.
Eh, sì, ce ne vorrebbero di più, e più spesso, da queste parti di questi Obamas…

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NELL’UOVO DI PASQUETTA: PICCOLA RIFLESSIONE SUL SENSO DELLA COMUNITA’ – di Fausto Jannaccone

Oggi è il lunedì di Pasquetta. Questo implica il fatto che nei precedenti due giorni abbiamo partecipato ad un momento dell’anno che ci ha investiti tutti: la Santa Pasqua.
Che l’abbiate passata “con-chi-vuoi” o con le vostre famiglie, che siate stati al lavoro o in vacanza, tutti noi ci siamo trovati a doverci confrontare con questo passaggio del calendario che ci ha fatto accopagnare nonne alla messa, comprare uova di cioccolato ai nipoti, dibattere sulla grande disputa etica dell’agnello e messo a sedere a grandi banchetti; quindi credenti, atei, cristiani, ebrei, musulmani, bianchi, neri, rossi o gialli tutti siamo stati coinvolti in questa ritualità.
Anche io naturalmente non sono potuto esimermi da tutto ciò. E trovandomi quindi a ragionarvici sono arrivato ad una conclusione: il male alla fine dei salmi (è proprio il caso di dirlo) non è la relgione in sé per sé, ma l’uso, o meglio l’abuso che ne viene fatto: ovvero quando la religione, una qualsiasi religione diventi pretesto per limitare diritti altrui.
Che si parli di burqa o eutanasia quando in nome di un credo si pretende di imporre a qualcun’altro un costume o una regola, qui nasce l’abuso della religone che la porta ad essere un male.
Se con estrema ratio ci si mette ad analizzare la religione, qualsiasi, insisto, è naturale che ciò che viene a galla non può esser altro che l’artificio con cui ogni credo viene creato e l’infondatezza, l’impossibilità addirittura dei dogmi fondanti.
Detto questo poi c’è da scegliere quanto vogliamo “limitare” alla pura razionalità le nostrre scelte: cosa vuol dire questo?
Questo vuol dire che l’essere umano non può comunque fare a meno di una spiritualità, di una dose di misticismo cui appellarsi di tanto in tanto e dove rifugiare inoltre alcune necessità “dell’anima”, come paure, speranze, a volte dubbi. E’ una scappatoia che nel tempo ci è servità a spiegare il fuoco, il giorno e la notte; adesso resta se non altro a custodire il grande “perchè sono qui”.
Ad alcuni è sufficiente sapere che gli sia stato insegnato esser questa la verità. Ad altri un po’ più “dubbiosi” quello che viene chiesto è il famoso “atto di fede”.
Ed è su questo però che si regge tutta l’impalcatura identitaria che forma la nostra società, cui possiamo scegliere di conformarci, almeno in parte, o distaccarcene.
Ma le ritualità sono i momenti su cui si fonda la nostra comunità, ogni comunità.
Ritorniamo all’inizio del ragionamento, ed al nostro contesto di immediata pertinenza: sulla base di un calcolo astronomico decidiamo il momento dell’anno in cui celebrare la morte e quindi resurrezione del Dio principale della società occidentale.
Vedete che posta così tutta la questione non fa che fare acqua da tutte le parti.
Ma se dal significato ci spostiamo al significante vengono poi a galla tutte quelle ritualità che su quel momento, su quella “bugia buona”, su quell’ “atto di fede”, si reggono: l’uovo di Pasqua, l’agnello, la gita “fuori porta”.
E sono queste che hanno cotriubuito a formare quel bagaglio di esperienze e ricordi che ci ha reso noi stessi.
In un momento come questo, di sradicamento ed alienazione, dove il rischio di conformarci ed omologarci troppo, per quindi perderci, è ormai tangibile, credo che dobbiamo tener saldo il “da dove veniamo” per poter scegliere serenamente il “dove adiamo”.
Avendo di coscienza di noi stessi possiamo apprezzare l’altro, e dalle diversità nasce la ricchezza e l’opportunità del confronto, dell’incontro, e mai la motivazione di uno scontro.
Personalmente ritengo la religione qualcosa che, nell’accezione tradizionale, non possa che esser relegata ad un passato se pur prossimo e vivo.
Di contro il senso di legame comunitario penso possa esser un valore cui riferire molte delle scelte che abbiamo davanti in un momento storico come questo.

LA PARABOLA DEL BUONO E DEL CATTIVO PASTORE – di Fausto Jannaccone

Nella presentazione del blog a suo tempo dichiarammo che nelle nostre intenzioni c’era di portare Siena nel Mondo e viceversa il Mondo a Siena.
Questa stagione in particolare ci siamo impegnati nella fase di importazione, per dirla con termini di mercato.
Ma oggi vorrei con questo piccolo editoriale portare una piccola riflessione sulla decisione che ieri è stata presa nel locale consiglio comunale, riguardo alla soluzione dei problemi relativi alla cosiddetta “movida” notturna della città.
Come sapete io sono da sempre e chiaramente schierato in direzione di una intelligente apertura di questa città, perchè non si chiuda sempre più a riccio, rischiando poi un’irreversibile implosione da cui non potrebbe trarne giovamento nessuno. Ovviamente non può e non deve essere la “night-life” la moneta d’attrazione per una città come Siena. Ma limitarne i “canali ufficiali” a vantaggio appunto di “vie alternative” credo possa essere una delle vie più sbagliate di soluzione al problema.
Ecco quindi di seguito un breve racconto che esprima per metafore il mio personale punto di vista.

Così giunsero un sabato nella città dei pellegrini, nel nord della provicia
Grande era la folla che gremiva le strade, ed il clamore si poteva udire dalla circostante campagna
Entrati dalla grande porta nelle vecchie mura i discepoli furono investiti da quella turba di genti
La folla in tumulto urlava e si dibatteva, e sembrava che tutti si dirigessero alla piazza centrale ove aveva dimora il palazzo del potere
Allora il Maestro si rivolse ai suoi discepoli e disse loro: “Seguitemi in quell’orto di ulivi che cresce dietro al tempio ed alla grande scuola, e li vi narrerò la parabola del buon pastore e del cattivo pastore”
Una volta giunti nell’orto, sedutisi tutti i discepoli intorno a Lui, all’ombra di un vecchio ulivo, Egli cominciò la sua narrazione:

“Dovete sapere che tanto tempo fa, in una terra non distante da qui, vi era un uomo che aveva un gregge di pecore
Vi erano tra queste alcune che non rispondevano ai comandi del pastore
Esse non sottostavano alle regole, mangiavano ciò che non dovevano mangiare,
mangiavano quando non dovevano mangiare, e non mangiavano quando era tempo.
Dormivano quando era ora di pascolare e pascolavano quando era tempo di riposare.
Queste pecore ribelli destavano disturbo nel resto del gregge
Provocando insofferenza nelle pecore che invece ubbidivano e rispettavano gli orari
Dopo pochi richiami, e scarso impegno il cattivo pastore ruppe il recinto e liberò l’intero gregge
Le buone pecore finirono tutte in pasto ai lupi che popolavano la regione
Le cattive invece prosperarono selvagge e continuarono a comportarsi in modo scorretto,
Avendo quindi ragione del cattivo pastore incapace
A qualche distanza dalla casa del cattivo pastore viveva un altro uomo
Anche questo possedeva delle pecore, e come in tutti i greggi
Aveva tra le sue pecore alcune di buone ed alcune di cattive
Costui a differenza del primo pastore, con pazienza e dedizione si dedicò alle pecore cattive
Costantemente dedicava loro attenzione invece di lasciarle fare e bearsi delle buone
Continui furono i richiami, grande la cura nell’educarle e portarle sulla retta via
Dopo qualche tempo così anche quelle che erano cattive si adeguarono ad i corretti modi
E chi delle cattive pecore non lo fece fu venduta o regalata o liberata
Grande giovamento ne trasse tutto il gregge, e prosperò, crescendo in salute e moltiplicandosi
Così il buon pastore fu premiato della pazienza e della dedizione
Si arricchì e permise alla sua famiglia una vita agiata e felice
Al contrario del cattivo pastore che per incapacità e pigrizia cadde in disgrazia”
“Cosa ci insegna questa parabola maestro?” chiese uno dei discepoli.
“Ci insegna che questa città in tumulto è stata governata da un cattivo pastore,
che ha preferito prender la strada più facile e breve e rompere il recinto
Ed adesso le buone pecore sono preda dei lupi, e le cattive regnano padrone”

 

A.D. 2017: LA RESISTENZA DEL CAPODOGLIO E DI BEETHOVEN – di Fausto Jannaccone

Assuefazione.
Mi viene in mente questo termine se penso al modo di porsi della nostra -mia- mente rispetto alle notizie che quotidianamente, una dopo l’altra, continuano a pioverci addosso; notizie che avrebbero dovuto sconvolgerci, indignarci, smuoverci nel e dal profondo, ed invece non provocano che un piccolo prurito che, grattato appena un po’, può scorrer via come una barchetta di carta sulla rapida corrente di un ruscello montano, lasciando dietro di se forse un post su Facebook e nulla più.
Un -altro- attentato da decine di morti: 39 vittime; 14 vittime; 89 vittime; 3 vittime; 114 vittime.
Un -altra- città rasa al suolo dal carnefice di turno: un’organizzazione governativa “amica”; un dittatore (momentaneamente) nemico; i terroristi buoni, quelli cattivi, quelli più cattivi.
Un -altra- imbarcazione stracolma di anime colata a picco lasciando solamente una traccia nelle statistiche.
Un -altro- abuso ai diritti di un popolo, un -altro- sopruso ai diritti dell’umanità interamente intesa, un -altro- atto deliberatamente violento nei confronti dell’ambiente, della natura, del pianeta.
Cosa riesce a darci quel doveroso, necessario tuffo al cuore ormai estinto? Nulla. E probabilmente nemmeno quando ci riguardi in maniera diretta. Figuriamoci se sia una cosa che riguarda un altro paese, regione, strada, se non il nostro stesso vicino invece che noi.
Stiamo perdendo il senso della misura, dei rapporti, la coscienza della nostra posizione all’interno di un sistema, un tessuto sociale che di noi si dovrebbe comporre, ed invece si compone a mala pena di “io”.
Ci hanno cresciuti e plasmati per diventare piccole macchinette che producano per poter produrre ancora, e quindi possano incanalare tutti i desideri e le aspirazioni in altri prodotti-da-altri.
Testa bassa e non mollare che chi si ferma è perduto, non perdersi in inutili azioni, luoghi, scelte che formino una nostra realtà. La realtà giusta ci viene gentilmente fornita già impacchettata, non resta che sceglier quale: l’ultima serie tv, il reality di cucina, quel social network, un campionato di un qualche importantissimo, imperdibile ed interminabile sport.
Possedere, diffidare dal prossimo, tenutario di ogni nostra minaccia e rischio, chiudersi, arroccarsi e non chiedersi perché.
Perché se vi chiedeste, ci chiedessimo “perché?” rischieremmo financo di renderci vagamente conto di cosa ci stia succedendo attorno, chi siamo noi e di cosa avremmo bisogno.
Se mi promettete che non lo dite a nessuno, ma nessuno eh, mi raccomando, vi voglio confessare una cosa: a volte ci provo. Sì lo so… per questo vi ho chiesto di non farne parola, lo so… ma mi viene. Cosa posso farci?

(Inciso: Mi piace cucinare, qualcuno di voi lo sa, e quindi nel piatto che vi sto preparando, dopo aver sistemato tutto questo contorno, ecco che finalmente posso rovesciarvi nel piatto la portata principale: un paio di generose cucchiaiate di banalità, con un pizzico di retorica e una bella spolverata di scontatezza)

2017eEbbene per quel che mi riguarda ho capito una cosa: io ho bisogno di bellezza.
La bellezza potrebbe davvero esser quel motivo per cui svegliarsi, per cui valga la pena di sudare, per cui battersi, per cui poter lasciar da parte altre cose, per cui andare avanti, oltre tutto quello che come dicevo all’inizio ci prova a sommergere e vuol farci cadere inermi.2017h
Dove, cosa è questa fantomatica bellezza? Credo sia un concetto in parte oggettivo ed in parte soggettivo, quindi vi farò alcuni esempi della “mia” bellezza: la Bellezza per me è Palazzo Te a Mantova, è il cortile della Pizzeria “2 Pini” dove mi portavano i miei da piccolo, è il Canopo di 2017dVilla Adriana, è un cancello in ferro battuto, è l’Etna che fuma, è un cavallo che corre “scosso”, è l’escargot di Chartier, è la ragazza che ride, è il “Tango” delle partite  nel cortile del Liceo, è il piccolo gaviale del Royal Chitwan National Park, è una tovaglia bianca appena messa,2017c è il secondo movimento della Settima di Beethoven, è il pavimento del Duomo di Siena, è il marmo di Carrara, è la cabina telefonica rossa di Londra, è la video installazione di William Kentridge, è il gelato al pistacchio, è il piatto di ceramica decorato a mano, è il capodoglio che sbuffa, 2017aè la Moschea Blu di Istambul, è il Canal Grande, è il bicchiere di vino rosso del vinaio all’angolo, è il contrasto tra pietra serena e travertino, è la farfalla Monarca,2017f è il riccio di mare. Ne viene di conseguenza che vorrei che il mondo, la mia città, la mia vita fossero pieni di Kentridge, Beethoven, vino rosso, capodogli, Tango ed escargot.

Questo è ciò che voglio, devo fare nella mia vita, o quanto meno nel mio 2017: provare a lottare per questo. E se qualcuno mi dirà che la ragazza che ride è oltraggiosa per un qualche credo religioso, beh, farò che rida di più. Se al posto del vecchio laboratorio di ceramica metteranno l’ennesima catena di accessori di plastica, non potrò far altro di evitarne e scoraggiarne l’acquisto: quindi provare a ritrovare dove si sia trasferito il laboratorio, per poter regalare dei bellissimi vasi colorati a chi voglia infettare di bellezza. Se vorranno vendere le statue del Canopo ad un museo di Dubai, non lo so, raccoglieremo delle firme e proveremo a persuadere a desistervi. Se ci sarà la possibilità di assistere alla Settima non potrò farmene sfuggire la possibilità, magari provando a portar con me un amico che scopra se davvero esagero nel tesserne le lodi. Se vorranno radere al suolo un bosco di querce secolari per farci un centro commerciale, cercherò di piantare in un vaso delle ghiande per provare a farne delle nuove bellissime, nobile, verdi querce.
Inalare, praticare la bellezza, potrà creare quel sistema immunitario che possa proteggerci dall’assuefazione e dall’accettazione: ci darà orecchie per sentire, occhi per vedere, potremo capire e scegliere, resistere. Resistere in effetti, è la vera ultima necessità e missione: resistere a chi vuole insinuare la paura e la diffidenza verso il prossimo. Resistere a chi per tornaconto personale vorrà imporci modi, costumi, necessità non nostre. Resistere a chi vorrà scegliere per noi. Resistere a chi vuol privarci della nostra naturalezza ed unicità come della nostra voglia di pluralità e condivisione.
Resistere a chiunque minacci ed ostacoli la Bellezza.

Vi ho avvertiti nell’inciso che il bastimento in arrivo era carico di ovvietà. Ma non credo ci sia concesso far altro che perseguire, promuovere, combattere per la bellezza: vocazione ed ambizione personale, ma anche unica strada, soluzione e redenzione per noi tutti.

Vento in poppa – di Fausto Jannaccone

“Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off—then, I account it high time to get to sea as soon as I can.”

, lo so, non riesco a fare a meno di aprire gli editoriali con le citazioni, ma cosa volete che vi dica… credo sia perché quando ognuno di noi legge un libro, o guarda un film, non può far a meno di far propri alcuni passaggi. Queste parole fanno ormai parte del mio bagaglio, e così mi auguro di quello di alcuni di voi; questo spero possa quindi rappresentare quel “punto in comune” che vi metta a proprio agio, riconoscendovi qualcosa di familiare, e così maggiormente  disposti a portare avanti il discorso.

Ma torniamo alle righe iniziali: il baleniere di Melville (sì, è Moby Dick), in quanto essere umano e non pesce, non può far a meno di tornare di quando in quando alla base, alla sicura e salda terra da calpestare. Tornare, appunto, perché puntuale ad un certo punto il “canto” del mare inevitabile lo richiamerà a sé.

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Come Ismaele, per quanto ad un certo punto dell’anno Wunderbariano mi ritrovi saturo, esausto, senza più lo slancio, il “fuoco” che mi anima nel curare e contribuire allo spazio virtuale rappresentato da questo blog, e mi veda costretto prendere una pausa, il richiamo del mare ritorna forte; così anche quest’anno ci imbarcheremo sul nostro moderno Pequod per lasciarci trasportare in mari sconosciuti, esotici e forse tempestosi.

Inevitabile, come l’alba alla fine di ogni notte, è la citazione in apertura dei miei editoriali; ed altrettanto sempre caro mi fu non quell’ermo colle, bensì il paragone con il viaggio. Ma in questo caso, in questo anno di Wunderbar più che ogni altro, sarà calzante e pertinente: la stagione alle porte, la quarta per il blog, avrà infatti come caratteristica principe la capacità di trasportarci in giro per il mondo. Nella “dichiarazione programmatica” dell’Associazione Culturale ambiziosi manifestammo l’intento di portare Siena nel mondo ed il Mondo a Siena: così al fine sarà, potendo contare oggi nella squadra alcuni collaboratori “extra moenia”, che ci corrisponderanno da svariati angoli del pianeta per raccontarci cosa succede altrove.

Molte altre naturalmente le soprese e le novità per la stagione entrante, come ogni rinnovo comanda, con qualche conferma a completare il progetto redazionale, che spero, ma sono certo, potrà nuovamente farvi affezionare al nostro piccolo lavoro.

Vento in poppa, Wunderbar!

F.J.

CAPITOLO2: INVERNO – NAZARENO DE SANTIS (IN 2000 BATTUTE) – di Fausto Jannaccone

Dal 20 dicembre 2015 al prossimo 20 marzo nei locali del Bar Il Palio è possibile visitare “capitolo2:INVERNO”, secondo step del progetto espositivo “das Lied der Zeit” (in italiano “il canto del tempo”), organizzato dal gruppo Wunderbar-Siena per la stagione in corso, la terza ufficiale per questa Associazione Culturale.

Secondo di tre capitoli legati all’avvicendamento delle stagioni è stato preceduto dall’interpretazione dell’autunno affidata al fotografo senese Stefano Vigni; la stagione in essere è invece affidata alla sensibilità artistica dell’emergente artista Nazareno De Santis, originario di Latina.

La collaborazione tra Wunderbar e De Santis viene da lontano. Già nella primavera dello scorso anno un’opera dell’artista laziale fu esposta nella saletta-galleria che si affaccia sulla Piazza del Campo: De Santis insieme agli altri artisti del giovane collettivo “MADRE” di cui fa parte, furono protagonisti della mostra “Il viaggio dell’artista”, organizzata dall’Associazione Wunderbar nei mesi di aprile e maggio 2015. Il collettivo ha fatto il suo esordio sul panorama artistico contemporaneo nazionale a “Paratissima 2014”, rassegna artistica torinese, dove De Santis raccolse numerosi consensi e riconoscimenti, presentando un lavoro estrapolato dal suo progetto in divenire “Memoria-Allontanamento”: di questo stesso progetto fanno parte le cinque installazioni esposte in questi mesi al Bar Il Palio.

12494084_10208442568451520_643952541_oAttraverso la sovrapposizione di lastre radiografiche di crani con fotografie antiche provenienti dall’archivio personale dell’artista, e mediante una retroilluminazione dell’opera, ne scaturisce quella che potremmo definire un’ “istantanea di un ricordo”; il ricordo personale dell’artista diventa anche “ricordo di un ricordo” nell’inconscio dello spettatore, creando una silenziosa empatia e condivisione della ricerca di una memoria collettiva.

Così Nazareno De Santis ci trasporta in una stagione invernale che diventa quel momento in cui un quasi letargico raccoglimento, un’intima riflessione, ci offrono l’occasione per riscoprire l’essenza stessa di noi stessi, fatti di una storia, di molte storie, di lontane radici e di un percorso senza il quale non avremmo potuto esser adesso quello che siamo diventati.

LA CIPOLLA E IL BASILICO (UN RAPIDO SGUARDO SUL 2015) – di Fausto Jannaccone

Attenzione! Non è un’altra fantasiosa ricetta della pagina “#gianochef”. Sono la Cipolla ed il Basilico rispettivamente una metafora  ed un simbolo utili a descrivere l’anno 2015 appena conclusosi.

IL BASILICO

20160107_092131_HDRPartiamo dal secondo dei due: nell’immagine qui allegata potete vedere il basilico che si affaccia dalla mia finestra sulla sottostante strada; come si può ben evincere dalla foto non ho scelto di condividerlo con voi per vantarmi di doti agronomiche che non mi appartengono; se in città c’è uno Jannaccone dal pollice verde, beh, quello non sono io.

Vi mostro il basilico perchè questo, insieme alla pianta di habanero che gli fa compagnia sul davanzale, non sono nel posto giusto al momento giusto: questo perchè fuori tempo massimo sono soprattutto gli oltre dieci gradi che stanno continuando ad “allietare” le nostre giornate dicembrine e di inizio anno.

Così una pianta in vaso diventa l’ennesima cartina al tornasole a ricordarci la profonda malattia del pianeta dove abitiamo. Sono anni che ricercatori, scienziati, ecologisti talvolta isterici ci raccontano questa storia; ma la novità rispetto al passato  è che non è più un lontano orso bianco ad essere minacciato, o quanto meno non solo. Ora siamo noi stessi, noi di Milano, Roma, Pavia, Torino, Benevento, Siena. Non porterò davanti alla giuria il caso di Pechino ed il suo oramai quasi esilio dalla condizione che fa della terra l’unico pianeta abitabile a noi conosciuto; voglio altresì tralasciare le decine di morti che hanno flagellato il Regno Unito a causa delle sorprendenti inondazioni degli ultimi giorni, così come le migliaia di sfollati in America del Sud.

Guardo, miope e provinciale, al nostro piccolo orticello: molti di noi avranno molto umanitariamente comprato la pasta Rummo, simbolo dell’alluvione nel beneventano. Tutti noi conosciamo almeno un rugbista che ultimamente si sia ritrovato volontario a spalare via il fango da garage e cantine sommerse. E qualcun’altro di noi si recherà a breve su di un Monte Bianco, che tanto bianco poi non lo è più. Tanto per farvi qualche piccolo esempio di come tale questione sia diventata argomento del quotidiano.

LA CIPOLLA

Quando in cucina dovete cimentarvi nella preparazione di una cipolla sapete sin dall’inizio che, chi prima chi dopo, ad un certo punto dovrete cedere alle lacrime. Ecco così che la scelta della cipolla come metafora per misurare il polso al mondo si rivela doppiamente calzante.

Abbiamo qualche riga sopra analizzato la buccia mezza avariata del nostro pianeta-cipolla, e quando iniziamo a penetrare leggermente più a fondo nell’analisi, scopriamo che anche chi sotto a quel cielo inclemente abita non può assolutamente dormire sonni tranquilli: il 2015 non potrà che esser ricordato come come l’anno che si è aperto con l’attentato alla redazione della rivista parigina Charlie Hebdo e chiuso con il Bataclan, come un “uroboro sociale”, dove la fine combacia con l’inizio, e viceversa. E tra questi due episodi molte altre macchie nere di drammatica cronaca quotidiana: Tunisi, Ankara, Beirut, Il Cairo; e, più lontani da noi e così meno udibili, non dimentichiamo i colpi di arma da fuoco di Boko Haram che hanno terrorizzato l’Africa centrale. A guardare questa catena di fatti dall’alto si può scorgere il fil rouge che lega tutto, ovvero quel “terrorismo“, vuota generica parola che sta iniziando ad inquinare i nostri incubi notturni ed infestare le redazioni giornalistiche.

21-inchiesta-bambini-immigrati-donna-663682Dietro a tutto ciò troviamo il comune denominatore della religione, mai quanto adesso  veicolo e pretesto di odio e divisione; davanti invece restano le persone, gli esseri umani.

Primi tra tutti quelli che scappano: ecco parallelo al primo binario degli attentati, il secondo su cui è scorso questo 2015, quel binario immaginario dove corrono le speranze di milioni di migranti. Affogati, arrestati, schedati, accolti, respinti, trattati e dibattuti nelle stanze dei bottoni, usati nelle campagne politiche.

Ed il tema dell’esodo è ciò che più di tutto ci lascia in eredità l’anno passato. I profughi di guerra adesso, i profughi climatici domani, per tornare per un attimo ad allacciarci alla questione d’apertura.

Lo strato successivo della cipolla è ormai vicino al cuore dell’ortaggio, e qui ci siamo noi: fuori il clima del pianeta, sotto l’attualità che ci circonda, sotto ancora la nostra vita, la sfera personale.

Il XX secolo è stato un precipizio vorticoso che ha portato alla conquista dei diritti per l’umanità, alla libertà del singolo: di spostarsi con maggiore semplicità, di decidere cosa pensare, di non dover render conto che a noi stessi riguardo a chi credere, chi amare, chi seguire e come farlo. Tutto a portata di mano, l’altro capo del mondo ad un click da noi. D’un tratto però ci rendiamo adesso conto, come chi bruscamente venga svegliato da un dolce sogno, di quante difficoltà si portino dietro le parole più dolci per un uomo, come “libertà”, “diritto”, per assurdo “democrazia“.

Quella facilità di viaggiare, ad esempio, viene oggi imputata tra le cause del veicolarsi del “pericolo”, e così ci scopriamo pronti a cedere parte della conquistata libertà di spostamento in cambio di maggiore sicurezza. Quindi il web, la magia del nuovo millennio, da cui ormai dipendiamo quasi totalmente, osannato per aver concesso la possibilità a popoli altrimenti “prigionieri” di spezzare, almeno in apparenza, le catene, si è rivelato il mezzo sine qua non con cui poter diffondere anche tutti quei messaggi fuorvianti che portino alla deriva dei singoli, forse più deboli ed indifesi, ed a organizzare indisturbati tutto il terrore che adesso sentiamo, pur non vedendolo,  pendere sulla nostra testa quali novelli Damocle. Il clima del terrore, più o meno fondato che sia, si è servito nel suo generarsi dello stesso progresso che ci ha portati ad una migliore qualità della vita. Due facce di una medaglia cui è ormai impossibile rinunciare.

Così ci troviamo a dover “scegliere” di restituire la conquistata libertà in nome sempre di una supposta maggior tranquillità: impronte digitali per i documenti d’identità, continuo monitoraggio dei nostri movimenti tramite i nostri amati smartphone, continuo controllo di ogni nostra singola attività attraverso feedback quotidiani, dalla moneta virtuale in giù. A Londra sono anni che il centro è esplicitamente videosorvegliato: a questo punto mi domando se non sia da ritenere questa soluzione attuabile anche nei centri delle nostre città così che vengano tenuti sotto controllo quei micro reati come i danneggiamenti, i piccoli furti, le ragazzate.  Dopo essermi posto questa domanda personalmente mi rispondo anche che sarebbe un bel rischio concedere anche questa ulteriore “vittoria” al Grande fratello che Orwell aveva fantascientificamente predetto.

Tornando in chiusura all’ortaggio del titolo, siamo finalmente arrivati al cuore della cipolla: abbiamo versato un bel po’ di lacrime, ma adesso possiamo finalmente farne una gustosa ricetta. Il 2015 descritto sin qui non lascia trasparire alcuna luce, alcuna nota positiva, ed in parte in effetti è così. Ma anche questo anno, come ogni altro anno che lo ha preceduto, è stato scandito da momenti lieti. Ognuno di noi avrà avuto le proprie personali soddisfazioni, e questo non posso certo esser io a conoscerle. Ma certamente posso aver condiviso con voi la soddisfazione per una buona annata del Brunello, ad esempio. Come alcuni di voi ricordo felicemente l’esperienza della visita di un’Esposizione universale. Nh-pluto-in-true-color_2x_JPEGSì, so come molti di voi non abbiamo che critiche anche per questo evento, ma per quanto mi riguarda è stata un’esperienza positiva. Così come per me è stato un piacere poter finalmente vedere al cinema un episodio di Star Wars, cosa che fino adesso non era stata alla mia portata,  prima per impossibilità anagrafica, quindi per “ignoranza in materia”. Abbiamo poi visto la luna diventar rossa, durante una notte in bianco, e New Horizon mostrarci su Plutone un enorme cuore marrone.

Dal 2016 non mi aspetto altro che questo, 366 giorni di alti e bassi, notizie migliori e peggiori, scelte più fortunate, altre meno. Quello che tutti noi dovremmo riuscire a fare è riprendere per noi stessi un po’ del tempo che sempre di più vola e ci sfugge tra le mani: il tempo per cucinarsi un buono e sano piatto in casa invece di comprare cibi già preparati, il tempo di spostarci ogni tanto a piedi invece che per forza sempre correre istericamente su mezzi privati. Il tempo di guardarci intorno e godere della bellezza che imperterrita continua ad abitare questo mondo.

NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone

Oṃ Maṇi Padme Hūṃ

(sanscrito, devanāgarī ॐ मणि पद्मे हूँ,) è il mantra di Cenresig, il Buddha della Compassione e protettore di chi è in imminente pericolo. 

Oṃ rappresenta il principio universale, il suono che diede origine a tutte le cose, e lo si pone all’inizio di ogni mantra;
Mani in sanscrito significa «Gioiello» ed indica l’essenza del Nirvana, il più prezioso dei tesori;
Padme significa «loto» ed indica il Saṃsāra, il mondo fenomenico;
Hūṃ è la sillaba che rappresenta la Sapienza che trionfa sull’odio , ed è utilizzata anche come simbolo di buon auspicio;
Il Mantra sta ad indicare che il Nirvana non va cercato al di fuori del Samsara, ma nel suo “cuore”, nella quotidianità. Continua a leggere NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone

Ripensare criticamente la Liberazione – di Michele Masotti

Ripensare il 25 aprile. Ripensare l’antifascismo. Ripensare la Resistenza.Una provocazione? Un rigurgito autoritario? Revisionismo storico?
No. L’idea proposta è innanzitutto prendere atto che se le parole hanno ancora un senso, soprattutto alla luce della contemporaneità, il termine “liberazione” è evidentemente errato, o quantomeno ambiguo, fuorviante e dannoso, specie per il tempo presente. Continua a leggere Ripensare criticamente la Liberazione – di Michele Masotti

VIVA LE STRADE BIANCHE, VIVA LA NOSTRA TERRA-di Michele Masotti

Una corsa unica al mondo e che pur avendo pochi anni di vita richiama al ciclismo eroico di Binda e Girardengo, di Coppi e Bartali; quando un’Italia contadina vedeva sfilare le carovane terrose dei corridori sulle colline inaridite. Quando il ciclismo era sport nazionale in un dopoguerra di macerie e ci si affacciava sotto casa per acclamare quegli strani campioni di tubolari e polvere. Continua a leggere VIVA LE STRADE BIANCHE, VIVA LA NOSTRA TERRA-di Michele Masotti