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LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO di Fausto Jannaccone

ossian ingres

Ho aperto gli occhi… O almeno c’ho provato… Ho allungato il braccio alla ricerca dell’orologio, cercato di comprendere cosa mi dicessero le lancette e quindi scoperto che erano passate da poco le dieci.
Ero in camera mia, a letto, nel limbo appiccicoso del risveglio: appiccicata la guancia al cuscino, incollata la palpebra inferiore con quella superiore, incastrati il sonno e la veglia. Quel momento in cui Morfeo ti tira ancora per la maglia e tu fingi di divincolarti, intimamente però desiderando darglila vinta.
I primi sogni che si trasformavano in pensieri mi sussuravano di qualcosa, o qualcuno, di una splendida avventura capitatami fino a qualche ora prima. Il letto, la metà alla mia sinistra era vuoto; ho controllato il telefono e non c’erano messaggi né chiamate, nessun nuovo numero salvato.
Eppure cominciavano ad affiorare immagini, prendeva corpo nella mia mente un luogo familiare, conosciuto eppure diverso. Entravo dentro e non c’era ciò che mi aspettavo di trovare: luci, gente tutto intorno; immagini in bianco e nero come istantanee di ricordi lontani; poi colori, colori sfumati come di acquarello e colori profumati e dolci di strane pozioni; le note lontane ed innafferabili di una chiatarra e poi un rapido scattante flash che fissava come un’impressione dall’interno di me stesso, come la radiografia non del corpo ma dell’anima. Tutto un carnevale di sensazioni ed emozioni mi balenava intorno, mi abbracciava e circondava.
E’ lì che ti ho trovato e visto per la prima volta.
Senza che nemmeno me ne rendessi conto mi hai preso per la mano ed hai iniziato a parlarmi: raccontavi storie di amore e di passione, di terra e di polvere, di prime luci mattutine e lunghe ombre antiche. Idee, progetti, desideri, speranze ed aspettative. Insieme a noi tanti amici intorno, e facce nuove, sorrisi, saluti, voglia di sognare tutti insieme, di organizzare un viaggio che ci portasse lontano.
La serata è volata in un respiro, uno solo, ma profondissimo e vibrante di un’aria fresca come mai avevo assaporato.
Chi sei tu che così mi hai sconvolto ed emozionato tanto da non sapere più quanto fosse sogno e quanto realtà? Qual’ è il tuo nome? Ricordo la tua bellezza infinita, la promessa dei tuoi occhi di future mille sorprese, inesplorati orizzonti, incantevoli scoperte. Non altro che una parola mi è rimasta di te, solo quello. Quale segreto nascondevano quelle nove lettere? Sono forse una formula magica?
Cosa vuole dire WUNDERBAR?

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TU, MANGIA di Fausto Jannaccone

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L’inverno scorso, quello a cavallo tra 2011 e 2012 verrà ricordato per i più svariati accadimenti… Passerà alla storia come l’inverno del Professor Mario Monti e del suo governo di tecnici; ricorderemo tutti per anni ed anni la prodigiosa manovra, quel famoso inchino, con cui un comandante di Castellamare di Stabbia regalò alla splendida Isola del Giglio, un ulteriore motivo di attrazione per un gran numero di curiosi e praticanti un turismo diverso da quello che fino a quel momento aveva frequentato l’isola toscana.

Ma io lo ricorderò anche per un personale motivo, ovvero di come sia stato l’inverno in cui sono stato a bordo del Pequod. Alternato ad altre letture sono riuscito a portare in fondo quel libro di Melville che proporzionalmente a quanto possa risultare ostico il progresso in certi passaggi della narrazione, così quando lo concludi ti accorgi che ti ha lasciato un segno dentro. Uno degli effetti del segno lasciatomi è stato che senza ombra di dubbio nell’estate successiva l’unica aspirazione per i miei progetti futuri sarebbe stata di imbarcarmi per l’antica nobile professione baleniera.

Così come sono stato certo che la mia strada fosse quella, durante la mia vita mille altri indirizzi mi sono apparsi inevitabili per il resto dei miei giorni.

Fatto sta che ad ora, come l’anno scorso, come 5 anni fa e probabilmente tra dieci anni il mio mestiere è quello di commerciante. Con i suoi pro ed i suoi contro, l’attività che ho ereditato dai miei bisnonni ha una caratteristica ben precisa, che non posso non considerare come il maggiore dei suoi pregi, ed è quella di essere situata nella Piazza del Campo di Siena, proprio di fronte al Palazzo Comunale con quella sua interminabile Torre del Mangia.

Talvolta mi rendo conto di trattare quasi con bonaria supponenza, distacco, tutte quelle decine di avventori del locale che con sincero stupore rimangono folgorati dalla Piazza, e che vengono a ripetere quanto siamo fortunati noi senesi, quale eccezionale sorte ci sia toccata di poter quotidianamente godere di siffatte meraviglie. E puntualmente io “grazie, sì, in effetti, è vero, sì, lo sappiamo, vivaddio, ecc…” Ma è sempre una risposta automatica, un disco che si ripete nel tempo lasciando indietro il senso stesso di quelle affermazioni. Lo dico senza nemmeno pensare a ciò che dico.

Tutti i giorni che Dio mette in terra attraverso i nove spicchi rosa di mattoni della piazza, più volte al giorno percorro l’imponente, pesante ombra di quella immensa meridiana che è la Torre, passo davanti a Fonte Gaia, e provoco il volo dei piccioni che gremiscono quello spazio con il mio passaggio.

Chissà quante volte ho guardato distrattamente quel Palazzo, prima e dopo la sua pulitura che ne ha quasi cambiato i connotati, quante volte ne ho viste le foto, i disegni, le riproduzioni. Più volte ho scalato gli interminabili, sempre più piccoli e stretti gradini che conducono alla sommità della Torre, al Campanone.

Ma non so quanto sacro rispetto abbia provato ogni volta che ho avuto a che fare con la Torre del Mangia. E che sia necessario questo sentimento me ne sono accorto oggi, forse non per la prima volta, ma ancora oggi, quando seduto ad un tavolo del bar, con la mia tazza di caffè ed i quotidiani ho iniziato, ancora una volta, ancora oggi, a scoprire quella torre. Osservavo gli stemmi, alcuni solamente ormai intuibili, altri ancora nella loro originale interezza, della Balzana e del leone rampante del Capitano del Popolo. Che erano lassù, mi stavano sovrastando da quasi 90 metri di altezza, e da quasi sette secoli di età. Tutto ad un tratto mi sono ritrovato schiacciato da quella Torre bicroma, tutta bucherellata di fori per l’impalcatura che servì per edificarla ed adesso sono rifugio per i piccioni, con quell’orologio che ancora nell’epoca dei cellulari continua a rivelare ai senesi l’ora ed il giorno. Nella prima metà del xiv secolo i nostri avi hanno eretto questa Torre, così come il sottostante Palazzo Comunale, o il vicino Duomo… i numerosi palazzi, le fonti ed altri edifici… ma quella Torre è sconvolgente. Con quella forma così ardita, che squarcia il cielo di Siena, che tende al divino, e quasi lo sfida, ultimo baluardo tra terra e cielo. Oggi mi ha di nuovo sconvolto. E chi sa quanti altri nei secoli. Siena con la sua Torre di sfida ha meravigliato chiunque vi passasse sotto.

Cosa è rimasto in noi senesi del nuovo millennio di quell’ardire che fece di quella città toscana Siena? C’è qualche traccia residua di quella grandezza che osò sfidare il mondo, e soccombere solo per vicissitudini storiche alla vicina Firenze, ma senza che fosse possibile estirparle il prestigio guadagnato, la bellezza che ci è arrivata intatta, forse cristallizzata, ma che ancora la fregia? Ripartiamo da una Torre che sfida il cielo e rialziamoci.