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INSIDE FINSBURY PARK – di Federica Corbelli

La routine è sempre la stessa. Ti svegli con un messaggio di un amico che ti dice che ha letto quello che è successo e ti chiede se stai bene. Ti affretti ad aprire la pagina web della BBC o del Guardian, con il cuore in gola, pensando ‘adesso cosa è successo, dove è successo, quante vittime ci sono, dove sono i miei amici, come stanno?’.

Questa mattina è andata così. Mi ha scritto un’amica da Siena, chiedendomi quanto sono vicina dalla stazione di Finsbury Park, dove c’era stato un attacco.
Ho aperto la pagina della BBC in uno stato di shock totale, la conferma di un attacco terroristico contro musulmani che stavano uscendo da una moschea. Ieri sera ho sentito delle sirene spiegate, ma non più del solito, a mezzanotte probabilmente già dormivo. Ho guardato la mappa dell’attacco, la strada che percorro tutti i giorni da casa alla metro.
Finsbury park non è un quartiere a maggioranza musulmana, c’è una grande comunità musulmana, e in generale di migranti medio-orientali, ma non solo. È un quartiere ben collegato con il centro, relativamente economico, non particolarmente bello (ricordo ancora la faccia che ha fatto mia mamma quando mi ha aiutato a fare il trasloco) – la ‘gentrification’ è ancora abbastanza lontana, quindi accoglie tutti, migranti europei e non, studenti, working-class inglese. Un articolo del Guardian oggi definisce il quartiere ‘One of London’s most diverse neighbourhoodshttps://www.theguardian.com/uk-news/2017/jun/19/scene-of-the-finsbury-park-van-attack-one-of-londons-most-diverse-neighbourhoods
Ed è assolutamente vero. È un quartiere ‘rough around the edges’ ma pieno di personalità. Un quartiere che si colora di rosso quando gioca l’Arsenal e tutti i pub sono presi d’assalto.
Un quartiere in cui è facile vedere gente dall’aspetto strano, ma nel quale non mi sono mai sentita in pericolo, la sera tardi, la notte, la mattina presto. È un quartiere che rappresenta Londra al meglio, Londra come mix di culture e religioni. Non voglio dipingerlo come il quartiere migliore in assoluto, non è un luogo idilliaco in cui tutti vivono in pace, e mi è capitato che un barbone mi urlasse contro ‘Fuck you, yeah, I’m talking to you! FUCK YOU!!!’, ma è il quartiere che mi ospita, il quartiere a cui sono affezionata, è il mio quartiere.
Questa mattina l’atmosfera era surreale, Seven Sisters road (che collega Holloway Road, una delle strade principali di Londra nord, alla stazione di Finsbury Park) di solito è trafficatissima di lunedì mattina, oggi il traffico era chiuso, per raggiungere la stazione si poteva solo andare a piedi, quindi mi sono unita ai pedoni che nel silenzio più totale si dirigevano alla stazione. Lungo la strada principale solo polizia e giornalisti.
Una bambina che mi camminava di fianco mi si è avvicinata e con un tono da adulta mi ha detto ‘ci sono dei feriti gravi sai?’, ho saputo rispondere solo con un ‘lo so, è triste vero?’.
Sono passate ore da quello che è successo e continuo a vivere in uno stato di shock, mi faccio domande alle quali non so rispondere e soprattutto mi chiedo ‘e ora?’.

Forse è semplice chiudere con un messaggio di ottimismo e speranza, dicendo che Londra supererà anche questo, quindi lascio semplicemente parlare la frase del giorno, scritta dall’azienda dei trasporti di Londra:

‘Tough times don’t last. Tough people do. Stick together all of us’.

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SULLA BIRRA NON SI SCHERZA – di Valeria Mileti Nardo

 

Prima della mia partenza per Gent, uno dei pochi aspetti che conoscessi riguardo al Belgio era, senza dubbio, la tradizione più che secolare legata alla birra. Di questo ho avuto, col passare dei mesi, le più complete ed esaurienti conferme, non solo assaggiando alcune tra le innumerevoli tipologie di birra (bionde, rosse, scure, trappiste…) ma, soprattutto, accorgendomi di quanto il popolo belga sia orgoglioso della propria bevanda. Credo che qualsiasi abitante di Bruxelles, Gent o Tournai possa andare fiero del principale prodotto della sua tradizione, così come un romano è orgoglioso dei monumenti che costellano la sua città, o un napoletano del magnifico golfo partenopeo. Questa fierezza che anima i belgi li porta, ovviamente, a un consumo più che discreto della nordica bevanda. Non ho ancora avuto modo di vedere un belga comprare una confezione d’acqua al supermercato. Invece, vedo regolarmente persone di ogni età comprare casse e casse di Jupiler. Confido nel fatto che consumino un po’ d’acqua del rubinetto!  Ma di pance gonfie e braccia stagne se ne vedono in quantità!

Bruges, sezione del muro della birra. Ogni birra è esposta con il proprio bicchiere
Bruges, sezione del muro della birra. Ogni birra è esposta con il proprio bicchiere

A parte le battute, la birra ha una tradizione spettacolare, antichissima ed è talmente vasta e articolata che non ho le competenze necessarie per affrontare un simile argomento. Allo stesso modo, non mi azzarderei mai a scrivere un pezzo sul vino. Si tratta di cose molto complesse e tecniche.
Posso però dare un taglio diverso all’argomento, raccontandovi due chicche molto carine e folkloristiche che possono far comprendere più a fondo l’importanza che la birra riveste nella vita del popolo belga.

A voi la prima…

GENT, LA BATTAGLIA DEL GRAVENSTEEN

16 novembre 1949. Da pochi mesi, a Gent, il prezzo della birra è aumentato da 3 a 4 franchi. Questa sola ma preponderante premessa è stata sufficiente per scatenare una delle ribellioni (o è meglio dire scherzi?) della storia del Belgio. Se dico poi che c’entrarono i goliardi dell’Università di Gent, allora si fa facilmente due più due. Quello che fecero i goliardi fu un vero e proprio assedio del Gravensteen, il castello dei Conti di Fiandra, uno dei monumenti più rappresentativi della città.

Il Gravensteen
Il Gravensteen

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Dopo l’assedio, gli studenti si barricarono dietro le alte mura del castello, scagliando frutta e verdura marcia contro le forze dell’ordine e i Vigili del Fuoco, sotto gli occhi increduli di un discreto pubblico di curiosi. La ribellione durò a lungo e finì quando i pompieri riuscirono ad accedere al castello da uno dei bastioni della fortezza rimasto scoperto dagli occupanti.

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Non ho trovato notizie riguardo a un’eventuale ripristino dell’originario prezzo della birra, oggetto del contendere. So però che la polizia, avendo realizzato che si era trattato solamente di un gruppo di giovani che aveva montato uno scherzo davvero memorabile, non procedette con denunce o arresti. Davvero lo fu, un avvenimento memorabile: basti pensare al fatto che la stampa internazionale, compresa quella statunitense, raccontò l’avvenimento e i suoi sviluppi per giorni e giorni.

Caricatura della battaglia del Gravensteen, collezione Università di Gent
Caricatura della battaglia del Gravensteen, collezione Università di Gent

 
Dal 1949, ogni 16 novembre, la goliardia di Gent (“Seniorenkonvent Ghendt”, detta anche “SK”, fondata nel 1934-1935) celebra questo cruciale avvenimento con una sfilata di carri che va dalla piazza della stazione di San Pietro fino al Gravensteen, dove si riuniscono, discutono, festeggiano e… bevono la birra per la quale i loro compagni del passato avevano “combattuto”. Il 16 novembre 2012, poi, è stata posta una targa in prossimità dell’ingresso del castello per commemorare le gesta degli impavidi e assetati studenti del 1949.

oggi
oggi

 

CONDOTTO? OLEODOTTO?
NO, BIRRADOTTO

 

Bruges, 2016. Il protagonista è Xavier Vanneste, gestore della “De Halve Maan Brewery” di Bruges, nota birreria con più di 160 anni di storia. Quest’uomo, in questa nostra epoca ricca di grandi lavori infrastrutturali, ha ben pensato di promuovere l’istallazione di una linea di tubi sotterranea per far scorrere il suo alcolico nettare. Ma, a quale scopo? La birra prodotta da Vanneste è una delle più amate di Bruges ma una serie di problemi tecnici stava portando a un rallentamento della produzione: la distilleria della città fiamminga, troppo piccola per ospitare anche la linea di imbottigliamento, era costretta a trasportare la birra sulle strette e impervie strade di Bruges, fino a un distaccamento situato in periferia, dove imbottigliare il prodotto.

Eccolo, con birra e tubo!
Eccolo, con birra e tubo!

Xavier Vanneste, esempio vivente del detto “fare di necessità virtù”, ha presentato, con l’appoggio dei funzionari della città, una petizione per la realizzazione dell’ardua impresa. I sostenitori sono stati tantissimi e sono stati raccolti fondi per 4 milioni di euro. Il consenso è stato altissimo dal momento che i cittadini di Bruges erano costretti a subire il via vai continuo dei camion della ditta dal centro alla periferia, ossia dal luogo di produzione a quello di imbottigliamento. L’assessore responsabile del territorio del comune di Bruges, durante la campagna in sostegno del progetto, ha stimato l’eliminazione del transito di oltre 500 camion all’anno nelle viuzze della città, pari all’85 % del traffico totale (il fatto che quest’alta percentuale di traffico fosse rappresentata esclusivamente dalle cisterne che trasportavano la birra, fa davvero pensare!). Il fattore ecologico ha fatto salire i consensi alle stelle.

Nell’estate 2016, le condutture di polietilene dal diametro di meno di un metro sono state messe in funzione ad una velocità di più di 1000 litri all’ora. Il biondo nettare, dunque, prima di essere imbottigliato nell’immediata periferia di Bruges, si fa un viaggetto di 3 km in 10/15 minuti…sotto terra.

“La birreria di Bruges scava dei canali sotterranei di 3 km per la birra”
“La birreria di Bruges scava dei canali sotterranei di 3 km per la birra”

La successiva trovata di Xavier Vanneste è a dir poco spiazzante: chi ha creduto nel suo progetto e fatto una donazione di minimo 8.400 euro, beneficerà, per il resto dei propri giorni, di 0,33 cl di birra al giorno.

 

A voi le conclusioni, gezondheid!!

 

LA LINGUA FA L’UNIONE – di Gabriele Zisa

 

 

Il nostro mondo è sempre più piccolo, non esiste più il concetto di distanza, infinito e spazio, se non quando parliamo di galassie e buchi neri. La tecnologia ha fornito la risposta a tutte le domande che l’uomo si poneva, ed ora che abbiamo “quasi finito” di conoscere la terra cerchiamo risposte altrove, perché è questa la nostra natura, porci domande su tutto ciò che ci circonda: il come, chi, perché. Se facciamo un passo indietro nel tempo di circa seicento anni l’uomo, pur essendo uguale a l’uomo del nostro tempo, si poneva i nostri stessi quesiti seppur su una scala inferiore alla nostra. Per esempio al tempo di Cristoforo Colombo si pensava che navigando verso ovest si sarebbe andati verso l’infinito, infinito oceano senza una terra su cui arrivare.caravelle_640 Ai tempi si pensava che non vi fossero altre terre da scoprire e che il mondo conosciuto fosse finito ed oltre di esso il nulla. Quest’ultima era una teoria vecchia mille anni, dai tempi dei romani: solo con l’esperienza e con il coraggio di pochi l’uomo è cresciuto, e non smetterà mai di porsi nuove domande e cercare di trovarvi le risposte. Infondo noi non siamo così diversi spiritualmente da un antico romano, solo per esperienze compiute; ma c’è un’altra cosa che alla mia mente torna attuale e lega il nostro mondo a quello dei romani, una cosa da loro l’abbiamo copiata ed è tutt’ora attuale. Conosciamo tutti a grandi linee la storia del grande impero romano, le grande conquista di quasi tutto il continente europeo e zone del nord Africa e medio oriente. Quanti popoli di lingue, religioni e culture diverse condensate in pochi lembi di terra, ma uniti da una cosa sola, semplice, la lingua latina. Una concetto semplice ma allo stesso tempo potente, capito e copiato da un altro popolo secoli dopo, gli Inglesi, che colonizzarono quasi mezzo mondo lasciando in eredità ai popoli sottomessi strascichi di cultura, ma soprattutto la conoscenza della lingua inglese, così come fu all’epoca per il latino, l’inglese è per noi adesso.

 

Unprecedented study shows how much of a melting pot the US really is

Sono rimasto affascinato da questo concetto della lingua, ma se non lo vivete nelle vostre esperienze non potete comprendere il valore altissimo che essa ha. Dal mio arrivo a Londra mi sono trovato a dover interagire con persone provenienti da diverse parti d’Europa e del mondo ed  ecco che sapere questa lingua diventa strumento di comunicazione in primis, ma soprattutto di scoperta dopo. Londra la vedo più come un piccolo impero romano concentrato, come tutte le colonie inglesi unite in uno stesso luogo, come se l’intero pianeta fosse conciso in un solo posto. Quando pensi che andrai ad imparare “solo” una lingua ed al contrario di ritrovi ad apprendere molto di più su gli altri e soprattutto te stesso. Ecco la lingua come strumento di unione, non di finito ma infinito sapere e forse come fu per il latino un giorno sara lo stesso per l’inglese, perché l’uomo è sempre in movimento come quel Cristoforo Colombo che testardamente solcò l’infinito alla ricerca  di risposte. e forse un giorno un altro come lui farà lo stesso “navigando” nell’immensità dello spazio.

AD OGNUNO IL PROPRIO NATALE: COME SOPRAVVIVERE ALL’IMPORT-EXPORT DELLE FESTIVITA’ – di Duccio Tripoli

In Cina il Natale non esiste, o esiste poco. Ai Cinesi del Natale non interessa affatto, o interessa poco. Come traduzione del termine, mancando completamente tutta la base culturale cristiana che contraddistingue i paesi occidentali, i cinesi hanno adottato un termine che suona ancora più generico e casuale di “Natale”. La parola in questione è 圣诞节 shèngdànjié, traducibile letteralmente con un qualcosa tipo “festa della nascita sacra”, ma riconosciuto in tutta la Cina come la festa più importante per i cugini occidentali.

duccio1aParlavo di quanto, giustamente a mio modo di vedere, ai cinesi non interessi il Natale; tuttavia, come sovente accade con l’import-export di festività, queste ultime vengono traslate in contesti a loro totalmente estranei, svuotate di significato e addobbate come mode passeggere o scuse per trascorrere una giornata diversamente dalla solita routine. In Cina, dove più o meno 50 anni fa un signore dalla fronte spaziosa lanciava la Grande Rivoluzione Culturale del Proletariato, il Natale è un altro giorno (oggettivamente ve ne sono già diversi) di shopping “matto e disperato”; una corsa ad accaparrarsi beni di consumo a prezzi ribassati per l’occasione, un venerdì nero vestito di rosso, un trionfo del capitalismo, di quello made in the USA. Salvo quei pochi puristi del Maoismo e ferventi comunisti e quella manciata di cristiani di etnia Han, la quasi totalità dei cinesi il 25 Dicembre si sveglia di buon ora per evitare le lunghe code nei negozi o attende la mezzanotte tra il 24 e il 25 per aprire ufficialmente la caccia all’acquisto dell’anno sul webbe o altrove.

Non scandalizzatevi più di tanto, anzi pensate a cosa avete fatto voi l’anno scorso in occasione del Capodanno Cinese – Festival di Primavera se preferite – o a cosa farete quest’anno. Se vi interessasse, sarà il 27 Gennaio e sarà, come ogni anno da tempo immemore, la festa più importante della Cina e di diversi altri paesi estremo-orientali. Parlando con cinesi di varia estrazione sociale e culturale, il Capodanno Cinese è la festa che più si può paragonare per importanza al nostro Natale. Inoltre, per gli amanti della geopolitica, il capodanno cinese risulta essere, ogni anno senza eccezioni da diverso tempo, la più grande migrazione umana del nostro pianeta. Come per il nostro Natale, è infatti buona tradizione in Cina tornare alla casa natia per celebrare le feste con la famiglia e i parenti più stretti, solo che in Cina nel giro di 3-4 giorni ben 450 milioni (quattrocentocinquanta milioni) di persone si muovono con treni, navi e aerei, causando uno stallo quasi totale del paese. Non scherzo, il paese si blocca, come un flipper d’annata che se agitato e malmenato troppo veementemente, va in tilt. In più, considerata la mole di tale migrazione, per giorni e giorni famiglie intere si danno il cambio per fare la fila dentro a stazioni affollatissime, consapevoli del fatto che acquisteranno un biglietto dal prezzo maggiorato e che non viaggeranno affatto comodi, visto che i treni stessi saranno letteralmente sommersi di persone. Per fornire un esempio spaventosamente pratico, vi basti pensare che la popolazione dell’Unione Europea, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale del 2013, era di 490 milioni di persone circa; è come se, durante il periodo natalizio, quasi tutti gli abitanti dell’Unione Europea si spostassero nel giro di 3 o 4 giorni per andare da qualche parte. Non male come scenario migratorio!

Cenni demografici a parte, è interessante valutare perché i cinesi abbiano importato, con valori sbagliati e nella maniera più consumistica possibile, il Natale, mentre ancora oggi in Occidente si sappia poco o niente del Capodanno Cinese o Festival di Primavera che si voglia. Ripeto, in Cina il Natale è solamente un pretesto per fare più shopping ma, specialmente nelle grandi città, si iniziano ad intravedere mastodontici alberi di natale, chilometri di lucine colorate e ghirlande innevate, che rappresentano in tutto e per tutto l’atmosfera natalizia che tanto piace a noi stranieri. I geniacci del marketing mi diranno che tutto serve a creare la cornice di festa che invoglia gli amici asiatici a spendere qualcosina in più alla maniera degli stranieri, oramai eletti ad esempio per diverse abitudini e modi di fare. Ribaltando però la questione sul piano storico e sociale, questo è un classico trend che più volte si è osservato nel lungo dipanarsi delle relazioni sino-occidentali. La presenza occidentale in estremo oriente, per quanto non troppo gradita specialmente agli inizi, vanta una storia nettamente più lunga di quella orientale in occidente; e anche le più disparate tradizioni venute da ovest, hanno avuto tempi di incubazione decisamente più lunghi per essere assimilate, accolte e imitate. Quest’ultimo termine, l’imitazione, è un altro fattore che gioca a favore dell’inclusione del natale tra le abitudini cinesi. Nella più recente storia moderna, se si pensa ad imitare, spesso si pensa ai cinesi. Detto proprio fra me e voi, pensando al termine “cinesata” si pensa sì ad un’imitazione, ma ad un’imitazione di scarsa qualità e visibilmente contraffatta. Preciso! Il Natale in Cina è proprio questo: un’imitazione contraffatta male, una ripresa esagerata con lucine e tanti ninnoli, senza alcun tipo di anima e valore. Ovviamente, anche in occidente si osserva ormai una deriva morale che sta portando il Natale ogni anno sempre di più nell’infinita spirale del consumismo sfrenato, ma (r)esistono tutt’oggi alcune eccezioni. Lungi da me l’approcciarmi al Natale in maniera spiritualmente bigotta, ma il Natale in Cina è forse un po’ troppo materiale e vuoto. Così, come mi è successo l’anno scorso, quando un’occidentale si ritrova a trascorrere le feste in Cina, tende a chiudersi tra un ristretto circolo di compatrioti europei con i quali passare le feste (o almeno un paio di pasti luculliani) come si deve. Allo stesso modo fanno i cinesi che si ritrovano a trascorrere il loro Festival di Primavera lontano da casa.

Nouvel an chinois 2015 - Paris 13e

Chissà, forse un giorno sentiremo scoppiare qualche petardo cinese o vedremo dragoni umani muoversi a festa per le vie di una città a cavallo tra Gennaio e Febbraio, anche al di fuori delle più note China Town mondiali. Personalmente non ci vedrei niente di male, nei limiti della decenza e del vivere comune, anche il Festival di Primavera è una festa che merita di essere vissuta e apprezzata. Nel frattempo, in attesa del Capodanno – quello occidentale – non mi resta che augurare a tutti i wunderlettori 圣诞节快乐 Shèngdànjié kuàilè, Buon Natale! 

LA RICERCA DI UN CENTRO DI GRAVITA’ E IL BELFORT DI GENT – di Valeria Mileti Nardo

 

Una premessa personale
Fino ai diciotto anni mi sono sempre considerata un’apolide, a mio modo: sono nata a Milano ma la mia famiglia si è trasferita nella più tranquilla Legnano quando ancora ero nella culla e non sapevo dire né “mamma”, né “pappa” né “papà”. Niente radici, dunque, né a Milano, in cui uso tutt’oggi google maps per orientarmi, né a Legnano, che ho sempre considerato poco più che un dormitorio. E non poteva essere altrimenti, visto che la mia mamma è della provincia di Viterbo (Bagnoregio) e papà, benché nato a Milano, sia di padre siciliano e di mamma bagnorese. Altro fatto indicativo: i miei non si sono spostati a Milano ma a Recanati, in terra franca.
A Legnano, dunque, nessun parente, nessun amico di vecchia data per i miei genitori, nessun attaccamento alla città. Per di più, verso i sedici anni, quando ha iniziato a nascere dentro di me l’amore per la Storia dell’Arte, di arte e storia ne vedevo poca in una piccola città dell’interland milanese.
Tutto è cambiato l’11 settembre 2010. Quel giorno, a diciannove anni, mi sono trasferita a Siena per studiare Storia dell’Arte all’Università. Dopo aver sistemato la mia camera singola in via del Porrione e salutato i miei genitori, sono andata in Piazza e mi sono seduta proprio al centro, di fronte al Palazzo Pubblico. Forse era un pensiero ingenuo ma mi sembrava di aver trovato il mio posto. Ho avuto con Siena quello che in amore si chiama colpo di fulmine. Da quel giorno in poi ho conosciuto la città, la sua storia, le sue bellezze, il suo fascino, ma anche i suoi problemi e le sue contraddizioni. Ho conosciuto una contrada che mi ha accolto e di cui farò parte per sempre. Col passare dei mesi e poi degli anni, capii, senza dubbio, di aver trovato il mio “centro di gravità permanente”. Battiato, ovviamente, docet.
Dopo aver perso la mia condizione di apolide, per così dire, psicologica, è stata molto dura lasciare Siena il 19 agosto scorso. Da tre mesi vivo in Belgio, o meglio, nelle Fiandre orientali, nella città di Gent, dove rimarrò per altri nove mesi.
Passare dal niente al tutto e poi ripartire da capo, per di più all’estero, non è stato semplice. Sto cercando di alleviare questa mancanza di radici che sento di nuovo bussare alla mia porta, provando a conoscere questo nuovo paese e la città che mi circonda nel miglior modo possibile. Devo ammettere che qui ho trovato un centro di gravità. Non è permanente – quello sarà per sempre Siena – ma mi accompagnerà per il resto della mia permanenza qui e, se non tornerò più a Gent, sicuramente rimarrà sempre nei miei ricordi più belli. Gent, il mio centro di gravità provvisorio ha un simbolo ben preciso: il Belfort.

Gent, Gand, Ghent; Belfort, Beffroi, Belfry

1Per un italiano, il Belgio può apparire un posto strano: clima molto piovoso in autunno e inverno (ma, nonostante l’acqua, sempre in bici!), freddo (ma qualcuno, a novembre, ancora con la giacca di jeans), cibo a tutte le ore, pochi piatti tipici (rispetto ai nostri standard), birra über alles e soprattutto tre lingue per un paese grande la metà del nord Italia: francese, fiammingo e tedesco. Per fare chiarezza sul titolo: “Gent” (pronuncia: hent) è il nome della città in fiammingo, lingua principale di Fiandra, “Gand” in francese e “Ghent” in inglese. Allo stesso modo, “Belfort” è il nome fiammingo del monumento di cui ora si parlerà, “Beffroi” è la versione francese e “Belfry” quella inglese (sì, in Belgio l’inglese lo sanno, e pure bene).
2Ma perchè, come primo articolo su Gent e il Belgio, vado proprio a parlare del Belfort, di un singolo monumento, e non di altri aspetti di questo paese, come la lingua, la divisione politica, il cibo, la birra, il cioccolato, l’art nouveau o i fumetti? Semplicemente, e forse ingenuamente, per il punto di vista con cui scrivo: potrà sembrare ridicolo o sentimentale ma ritrovare, nel bellissimo centro di Gent, questa maestosa torre civica medievale, mi ha fatto pensare al mio primo giorno a Siena, quando andai a sedermi sotto la Torre del Mangia. 3Ho provato quasi la stessa emozione, come in una specie di déjà vu. Per di più, pensare che le due torri furono edificate negli stessi anni, le ha rese, ai miei occhi, ancora più vicine.

Ma ora bando alle ciance: cercherò di tracciare un breve profilo del Belfort, accompagnato da un repertorio fotografico che ho reperito sia in rete, sia nella collezione dello STAM, il museo della storia di Gent (“stam”, in fiammingo, significa “radice”).
La storia del Belfort inizia all’incirca negli stessi anni in cui inizia quella del Palazzo Pubblico di Siena. E’ stato edificato, infatti, tra il 1313 e il 1380 sotto la guida del capomastro Jan van Haelst mentre la guglia, così come la possiamo ammirare oggi, è frutto della riedificazione del 1913 (ci torneremo più avanti). La torre, alta 95 metri, è entrata, insieme ad altre 23 torri civiche fiamminghe e 6 vallone, nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità 6dell’UNESCO.
Ma cos’è di preciso il Belfort, un edificio che si trova in molte città del Belgio, come Bruxelles, Bruges e Tornai? È essenzialmente un edificio laico, sede del potere civico e simbolo dell’autonomia, della potenza economica e dell’indipendenza della città. Inoltre, la sua maestosità serviva a imporre simbolicamente la superiorità del governo centrale sulla costellazione dei poteri nobiliari, simboleggiati da dimore sontuose.
Il termine “belfort”, infatti, deriva dall’alto tedesco “Bërvrit” che significa “preservare la pace” (o anche dai termini tedeschi “bergen”, ossia “conservare” e “Frieden”, “pace”).
Altro compito fondamentale adempiuto dal Belfort era quello di custodire gli oggetti preziosi della città, come atti e documenti ufficiali che venivano conservati, in singola copia, in massicci forzieri posti in stanze segrete: il Belfort stesso, in realtà, fungeva da monumentale forziere.7

Come vedremo meglio a breve, il Belfort è sinonimo di campane. Se i rintocchi delle chiese e delle basiliche scandivano i momenti della vita religiosa, erano quelle delle torri civiche ad accompagnare la vita quotidiana civile e laica. Il Belfort è infatti associato al carillon: un sistema articolato e complesso formato da decine e decine di campane dai toni diversi, ognuna con un preciso significato. Inoltre, in combinazione tra loro, le campane potevano lanciare diversi messaggi alla popolazione.

Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane
Dentro al Belfort: alcune delle antiche campane

Entriamo nei particolari: per edificare tutti e sei i piani della maestosa torre, il cantiere è proseguito per circa otto anni, dal 1313 al 1380; solamente per la sommità del Belfort, i costruttori sono stati impegnati per tre anni, dal 1377 al 1380: l’aspetto della guglia del Belfort, che caratterizza fortemente il panorama della città fiamminga, non era tuttavia, nell’anno domini 1380 come la possiamo contemplare oggi. Nel 1380, il Draak, ovvero il drago segnavento simbolo della custodia del tesoro, fu posizionato su una guglia lignea temporanea.vale6

Nei secoli, questa sommità provvisoria è stata come una tela bianca su cui architetti e progettisti hanno impresso la loro idea progettuale, cambiando di continuo lo skyline della città. L’ottocento poi, con l’avvento dei nuovi materiali edificativi, ha dato il suo contributo, regalando alla città una guglia in ghisa in stile neogotico, progettata dall’architetto Louis Roelandt.12

 

 

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Léon Spillaert, Bozzetto per un manifesto dell’Esposizione Universale di Gent, tecnica mista su carta, 12×8 cm, 1913, Gent, STAM (il bozzetto risale senza dubbio a prima dell’intervento di ripristino di Vaerwyck)

14E arriviamo al Novecento, più precisamente nel 1913, anno dell’Esposizione Universale tenutasi proprio nel capoluogo delle Fiandre Orientali. Questo importante avvenimento ha portato grandi novità nel panorama architettonico della città, novità che hanno coinvolto anche il Belfort. La sommità, infatti, venne riedificata ex novo secondo il progetto dell’architetto Valentin Vaerwyck che si basò esclusivamente sul progetto trecentesco dell’edificio che si può ammirare nelle collezioni del museo STAM. Fino al 1913, infatti, l’aspetto del Belfort, come si può vedere in numerose testimonianze fotografiche coeve, era molto diverso. Il monumento, come lo vediamo oggi, è dunque frutto dell’intervento di “ripristino” dell’antico condotto da Vaerwyck, perfettamente in linea con la tendenza ottocentesca e primo-novecentesca di “recupero” dell’antico piuttosto che di conservazione delle preesistenze storicizzate.
Ma torniamo al Medioevo: nel XV secolo, precisamente dal 1442, il Belfort di Gent era anche la sede delle guardie civiche che, insieme ai trombettisti, formavano il corpo di vigilanza della città, associato ai rintocchi delle campane che fungevano da eventuali allarmi per la popolazione. Per essere più precisi, una sola campana aveva la funzione di “campana dell’allerta”: la “Klokke Roeland” che prende il nome dal mitico paladino Rolando e che è stata posizionata nel Belfort nel 1325. Era proprio la Klokke Roeland che, se suonava dopo i rintocchi di altre tre piccole campane dai toni diversi, dava il segnale di allerta.22
Questo carillon formato da una manciata di campane, è stato col tempo ingrandito fino a comprenderne ben 54.
La Klokke Roeland del 1325 venne rifusa nel 1659 e trasformata in un carillon di 40 campane. La più grande di queste mantenne il nome di klokke Roeland ma, quando nel 1914 il carillon iniziò ad essere azionato ad elettricità, la nuova grande campana si fessurò e venne rimossa dal Belfort e adagiata sulla piazza adiacente al monumento. Dopo il restauro del 2001 e i nuovi interventi architettonici che hanno interessato il centro della città proprio nei primi anni 2000, la klokke venne spostata nella zona adiacente alla chiesa di Sint-Niklaas, incastonata in una struttura di cemento armato.

L’attuale carillon che si può vedere (e sentire!) all’interno del Belfort è composto dunque ancora dalle campane del 1659, nate dal materiale fuso della klokke trecentesca, e da una nuova Roeland del 1948.24
Il ruolo di guardia, simboleggiato in modo emblematico dal grande drago del 1377, è stato rivestito dal maestoso edificio fino a tempi relativamente recenti (1869). Osservando attentamente l’edificio, si notano dei particolari molto eloquenti che collegano ulteriormente l’edificio al suo ruolo di costruzione di sorveglianza: ai quattro angoli della costruzione trecentesca sono addossate delle sculture di cavalieri in arme, con tanto di armatura e ampio scudo. Queste sculture, moderne, si rifanno agli originali antichi. Delle quattro sculture originali, tuttavia, è sopravvissuta solo una, un tempo nel “Musée lapidaire” di Gent e oggi conservata nella hall del Belfort insieme ad altre tre copie.26

Questa affascinante torre polifunzionale non si staglia solitaria nel centro di Gent. Come la Torre del Mangia è parte integrante del Palazzo Pubblico di Siena, il Belfort è affiancato dalla bellissima Halle aux Draps (in fiammingo “Lakenhalle”) un edificio, simbolo della prosperità economica nelle città medievali, tutto quattrocentesco (1425-1441) ma rimaneggiato nel 1907.
29Il Belfort e la Lakenhalle dalla piazza di Sint-Baafs
Una curiosità legata alla Lakenhalle di Gent è rappresentata dal grande altorilievo apposto a un piccolo edificio settecentesco addossato alla parete meridionale del Belfort e alla Lakenhalle stessa: esso raffigura il “Mammelokker” e risale al 1741. L’altorilievo raffigura il mito di Cimone e Pero, o della Caritas Romana: il vecchio Cimone, condannato a morire di fame in una prigione, sarebbe sopravvissuto bevendo ogni giorno il latte materno della figlia che si recava da lui in visita. Il nome “Mammelokker” ha un’etimologia rivelatrice: se “mamme” infatti significa “seno” e “lokken” invece “succhiare”, vediamo che il temine significa “colui che succhia dal seno” e si riferisce, di conseguenza, a Cimone.31

Ma perchè richiamare il mito della Caritas Romana (o del Mammelokker) sulla facciata di questo piccolo edificio addossato al Belfort e alla Lakehanlle? In effetti, la scelta di questo soggetto non fu affatto dettata dal caso ma dalla volontà di simboleggiare una funzione specifica della lakenhalle, o meglio, della sua cripta: quella di prigione.
E ora, per concludere, veniamo al maestoso “Gulden Draak” (drago d’oro) di 3,55 metri che svetta sulla sommità del Belfort. Abbiamo visto che l’edificio è stato soggetto a cospicui cambiamenti e anche il suo particolare simbolo non è stato da meno. 36Già si è accennato al fatto che la grande scultura di rame risalga al 1377 ma, guardando con attenzione il drago che si staglia sulla città, si nota che si tratta di una copia moderna, precisamente di una copia del 1913, posizionata ai tempi dell’intervento di Vaerwyck, in occasione dell’Esposizione Universale. L’esemplare originale del 1377, corroso per l’esposizione secolare al caldo, al freddo e alle intemperie, si conserva all’interno del Belfort. Vedere il draak da vicino permette di osservare la maestria degli artisti e artigiani medievali che hanno realizzato un’opera complessa, ricca di saldature che quasi accompagnano e sottolineano le linee di forza di questo magnifico dragone.33
Sul maestoso drago esiste una leggenda abbastanza articolata, di origine medievale: pare che la scultura dorata ornasse la prua della nave con cui Sigrid Magnusson partí per la III Crociata. Il condottiero nordico, in quel d’Oriente, avrebbe fatto dono del drago all’imperatore di Costantinopoli che issò la scultura sulla cupola della Basilica di Santa Sofia. Cento anni dopo questi fatti, il drago venne acquisito da Balduino IX Conte di Fiandra che lo portò a Bruges. Soltanto nel 1382, in seguito alla battaglia di Beverhoutsveld, Gent riuscí a mettere le mani sul maestoso drago che venne posizionato in cima al Belfort e divenne poi il simbolo della città fiamminga.
Una curiosità, unita a una confessione: ammetto, prima di tutto, che questa leggenda l’ho letta sull’elegante cartone della birra di Gent “Gulden Draak”, appositamente testata per voi lettori!! Scrivendo sul Belfort e sul suo Draak, non potevo concludere senza fare un breve cenno a questa ottima birra, ispirata proprio al simbolo del Belfort, prodotta dalla “Brouwerij Van Steenberge” e servita nel suo caratteristico bicchiere che dovrebbe richiamare la forma di un uovo di drago nel suo nido!
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LE COSE DI COSO – di Marco Brizzi

#BRIXIT

Pochi giorni fa, ascoltando la radio, mi sono imbattuto nel racconto di una donna riguardante i festeggiamenti del mondiale dell’82. Nel bel mezzo del delirio, della gioia, del rumore, degli abbracci e dei canti, lei non riuscì a fare altro che stare in un angolo ad osservare gli altri. Non riusciva a vivere il momento, una forza particolare la obbligava ad osservare, solamente osservare. In questa descrizione ho rivisto in larga parte la mia vita, le mie sensazioni. Ogni momento di euforia o di tristezza che ho vissuto nella mia vita, l’ho sempre lasciato lontano da me per osservare quello che stava accadendo… sarà il mio destino?

LE COSE DI COSOQualche settimana fa, ho compiuto trent’anni, il tanto atteso giro di boa, il momento in cui ti dovresti accorgere di essere diventato grande, ma cosi non è accaduto. Mi sono solo reso conto che ho vissuto gran parte della mia vita a pensare a cosa avrei fatto da grande, a come sarei diventato, a cosa avevano gli altri di diverso da me. E’ stato come un risveglio dal coma, ho visto quello che ero e che ho lasciato inesorabilmente accantonato da una parte. Lasciato lì per essere accettato, per non essere troppo criticato, lasciato lì per vivere in un mondo che fondamentalmente non mi piace. Forse ho sempre avuto paura di essere felice per colpa della consapevolezza che prima o poi questa felicità sarebbe finita, forse ho sempre avuto paura di essere triste per colpa della paura di non ritrovare il sorriso… insomma, sono diventato a PH neutro. Piano piano mi sono defilato ed ho finalmente osservato con coscienza quello che avevo intorno ed ho capito che non avevo fatto niente di quello che mi sarebbe piaciuto. Ho capito che questa città (l’Italia in generale) non aveva poi cosi tante cose ancora da offrirmi. Il mio lavoro ha fatto il resto; il mestiere di cameriere se hai capacità relazionali ti permette di farti molti “fast friends”. Questi amici temporanei talvolta si aprono e magari ti raccontano cose che non hanno neanche mai raccontato in famiglia, ci vuole sempre uno sconosciuto al quale raccontare i tuoi segreti. Scambiando sensazioni ed esperienze con queste persone ho consolidato l’idea che mi ero fatto, cioè che la maggior parte delle persone non sogna più, non vuole più rischiare, si vergogna quasi delle sue radici e cerca di rientrare in degli standard che ci hanno praticamente imposto.sconosciuto

Per poco non mi facevo ingabbiare anche io in questo gioco,ma sono arrivati al momento giusto due libri che come uragani hanno spazzato via tutto quello che mi teneva incollato alla pietra serena. Quindi adesso sono qui a fare le valige per inseguire le mie paure, per inseguire i miei sogni. Trovarmi per la prima volta ad essere io quello che chiede di ripetere, a non essere sicuro se è proprio quel bus a portarmi a lavoro, a cercare complicità negli sguardi altrui. Voglio tornare a guardare negli occhi la gente che incrocio, smettere di camminare a testa bassa. Oltre a queste cose romantiche, ci sono anche delle cose molto più pratiche che mi hanno spinto a voler diventare un immigrato. Come per esempio dover lottare ogni benedetta volta per scendere dal bus… da una porta si scende e da una si sale, non vedo motivo per il quale si debba bestemmiare tutti i santi del calendario sia per salire che per scendere. Non sopporto più che le automobili siano dotate di frecce per indicare i tuoi prossimi cambi di direzione e che invece ogni volta le rotonde diventino roulette russe nelle quali scommettere la vita. Non riesco più a capire i meccanismi che portano le persone a trattale male i camerieri (qui sono ovviamente di parte ma l’esempio è accostabile ad ogni lavoro) solo perché in quel momento ti stanno servendo. Ricordatevi sempre che il ragazzo che vi sta portando i piatti ha molte possibilità di rifarsi contro la vostra condotta. Non concepisco questo quasi totale egoismo nelle piccole cose di tutti i giorni. mr_bean_babyMancanza di sincerità a palate… Ragazzi, i neonati non sono tutti quanti piccoli e carini, alcuni fanno veramente cagare! Non riesco ad inquadrare il perché chi guida il bus non considera la presenza di macchine e motorini, poi quando guida la macchina non considera la presenza dei motorini, quando è in motorino non vede i pedoni….e quando diventa pedone? Poi questo fatto che il costo della propria automobile sia diventato inversamente proporzionale al proprio QI proprio non mi va giù.

Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca, è proprio essa che puoi cambiare ma dovremmo ricordarci che siamo tutti nello stesso mare. Io questa barca proverò a cambiarla e salirò sulla mia, quella che mi sto costruendo piano piano. Girerò di città in città lavorando, imparando lingue e modi di fare ad ora a me sconosciuti. Cercherò, non so bene cosa, ma cercherò.

Come diceva Tiziano Terzani, “il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare”

Per adesso me ne vado in Scozia, a tenere un po’ le “pudenda all’aria” con il kilt(E). Quindi vi saluto, diventerà sicuramente una bella storia da raccontare…

A presto

 

 

 

 

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MEGLIO UN CAFFE’ IN ITALIA O UN TE’ IN CINA? – di Duccio Tripoli

Meglio prendere un caffè in Italia con il proprio capo, oppure berci un tè in Cina?
Sarò buono per una volta, vi tolgo subito il dubbio; poi non sono mai stato un grande fan delle cacce al tesoro, così, non vi andasse più di leggere, soddisfate la vostra curiosità e chiudete il tutto.
Trovandosi nel Bel Paese, bersi un caffè con il capo, o qualunque altro superiore, è ben auspicabile, nonché un’occasione da prendere al volo. Anzi, oserei dire che un superiore che la mattina, appena arrivato in ufficio, esordisce con un “più tardi ci prendiamo un caffè”, mette subito la giornata sulla giusta onda. Certo, a quel punto starà a voi saperla cavalcare, ma se vi muovete bene potrebbe rivelarsi una delle onde più divertenti e entusiasmanti mai cavalcate che vi porta a riva sani e salvi e con diverse soddisfazioni.
Al contrario, quando entrando in ufficio la mattina, il tuo superiore cinese ti chiede “yihuier qing ni dao wo bangongshi hecha” (più tardi vieni nel mio ufficio a prendere un per favore), come si dice a Siena “sona a morto” e i guai potrebbero essere solo all’incipit. Infatti, quel 喝茶 hecha (prendere un tè) in Cina è univoco e, sebbene ci scapperà anche il tempo per bere effettivamente una tazza di buon tè, questo si rivelerà, o prima o dopo, solo un mero pretesto. Dopo aver sorriso e risposto affermativamente, il sorriso pian piano si chiude, le sopracciglia si avvicinano cambiando forma, e inizi immediatamente a pensare a cosa, nel mondo, possa aver fatto di tanto sbagliato. “Bere un tè” con un superiore in Cina, salvo le comunque numerose occasioni conviviali, è un sinonimo di “fare due chiacchiere a quattrocchi” e, nella stragrande maggioranza dei casi, la discussione non verterà né sulle vacanze appena trascorse e nemmeno sui preoccupanti livelli di smog di Pechino. Il tutto si trasformerà, in men che non si dica, in una ramanzina ufficiale, da godersi tutta d’un fiato dall’inizio alla fine, sorseggiando un bel bicchierone di pu’er di primissima scelta.
Perché tutta questa pantomima per una semplice ramanzina o appunto qualunque? Perché i cinesi non vi diranno mai le cose come stanno, direttamente e al primo colpo. Si sono, nel tempo, guadagnati il ruolo di imperatori indiscussi dei giri di parole, dei giri pesca, di maestri dei voli pindarici. Oltretutto, dire le cose come stanno, in faccia, all’interessato e in modo particolarmente diretto è considerato anche piuttosto maleducato. In Cina il problema si evita a più riprese o si postpone fino all’infinito. Solo quando questo diventa inevitabile e non più rimandabile, ci si arriva lemme lemme da più lati, un passettino alla volta. Capite bene che per un Italiano, specialmente se decentemente impulsivo come il sottoscritto, tutto ciò possa risultare snervante e, alle volte, frustrante. Sono abituato a far presente i problemi immediatamente, senza lasciare spazio alle interpretazioni e sono abituato a farlo nel modo più deciso e preciso possibile, naturalmente con educazione e verso il diretto interessato. Quante volte, in mezzo a discussioni di vario genere, mi sono ritrovato a esortare l’interlocutore a suon di “shuo ba!” (parla, dimmi!), per evitare di perdere il filo del discorso..e la pazienza.

Piccolo, ma calzante, esempio: a lezione quante volte capitano problemi di comprensione o divergenze su qualche contenuto? Ecco in Cina non capitano. Gli studenti capiscono sempre tutto alla prima e i professori non si spiegano mai male, ma sono sempre chiari e comprensibili. Bugia! Queste situazioni capitano a bizzeffe, ma il non capire un concetto è colpa o dello studente stupido e disattento, o dell’insegnante che non si esprime bene e, in entrambi i casi, qualcuno perderebbe la faccia; quindi, in pieno stile orientale, si aggira il problema e tanti saluti.
Un altro esempio, ancora più calzante e personale, potrebbe essere quella volta che, arrivando in ufficio una mattina come un’altra, la direttrice del dipartimento internazionale mi ha “invitato” a bere un tè nel suo ufficio. Mentre il cervello ha prodotto un tonico “occristo!”, la bocca ha subito rielaborato in un modesto “hao ba” (ok, con una bella pausa concessiva sulla o). Cosa era successo di così terrificante? Che tipo di piede (per non dire altro) avevo pestato? Mi rimanderanno a casa senza passare dal via? Massì, nulla di tutto ciò. Alcune sere prima, rientrando in casa ad orari non proprio “confuciani”, avevo fatto più confusione del necessario, destando dai suoi sogni della camera rossa il responsabile della sicurezza che, il mattino seguente, lungi dal rivolgersi al sottoscritto, aveva raccontato tutto ad un altro professore. Questo, per non venire a raccontare tutto “direttamente” a me, aveva lasciato il compito al suo superiore che, lavandosi anch’egli le mani, aveva riportato l’accaduto alla responsabile del dipartimento internazionale. Ora, siccome disturbare il capo danwei (unità di lavoro), il preside o addirittura il sindaco di Shanghai pareva un po’ troppo eccessivo, Lucy (nome inglese della direttrice) ha fortunatamente concluso la scalata al superiore convocandomi nel suo ufficio a bere un tè. Italians do it better, non sempre ma quasi. Sapendo di cosa si trattava e, non essendo affatto grave l’accaduto, ho ben dribblato il problema dopo aver montato un tradizionale catenaccio da presunto esperto di calcio e chiuso il tutto con un altro splendido cliche: bevuto il tè e ristabilita la calma, siamo andati a berci un ottimo caffè espresso offerto dal sottoscritto che ha ribaltato la situazione facendomi segnare un gol pazzesco in zona Cesarini. Alla fine dei salmi? Caffè Italiano batte tè Cinese 1 a 0. Fortuna che conosco i miei polli..14481797_10210037814969264_4662216656950992974_o

Nel caso, però, non vi fosse questa consapevolezza, vi do brevemente un paio di dritte tascabili per poterne cavare le gambe e portare a casa la pellaccia, senza perdere la faccia di nessuno. Tre semplici risposte da usare a piacimento, da sole o in combinazione per riprendere fiato, una volta messi davanti al problema.
1) 我对茶过敏 Wo dui cha guominsono allergico al tè. Difficile da credere, ma potrebbe sempre funzionare. Spiazzerete totalmente l’avversario che, in mancanza di una risposta pronta, potrebbe posticipare l’incontro dandovi del tempo per organizzare le idee.
2) 我听不懂 Wo ting bu dongNon ho capito. Qui si va sul grande classico, la frase più pronunciata da qualunque straniero che abbia mai messo piede nell’Impero Celeste. Usare, ripetere, riusare; fate questo fino allo sfinimento. Se l’interlocutore parla solo cinese mandarino, o beve il tè in solitaria, o avrete comunque il tempo di organizzare la vostra difesa finché non troverà un traduttore.
3) 我今天拉肚子 Wo jintan laduziOggi ho la diarrea. Anche qui un sempreverde delle scuse made in China, sempre a portata di mano come un asso nella manica. Nessuno fa domande e nessuno indaga mai più di tanto. Questo vi darà per certo un paio di giorni per riflettere e organizzare la battaglia, visto che comunque dovrete giocare in difesa.
Il loro sviare dal problema, il temere il confronto diretto e il non controbattere in maniera decisa, giocherà in questo caso a vostro favore e non dovreste andare oltre nella discussione. Tuttavia, dovrete organizzarvi bene, trovare un punto debole dell’avversario e su quello insistere a più riprese. Da sempre, quando si è in svantaggio, spesso del tempo in più fa comodo. Inoltre, studiando a fondo l’avversario e il campo di battaglia, potreste davvero uscirne a testa alta.

Questo però, quasi certamente lo sapranno anche loro; hanno creato sia Sun Tzu che la sua “Arte della Guerra”, e sono già diversi secoli che la leggono, la rileggono e la insegnano. Buona fortuna.

Adattarsi ad adattarsi – di Duccio Tripoli

L’Italia e la Cina sono, almeno in questa era storica, due tra i paesi geograficamente più lontani ma allo stesso tempo sentimentalmente molto simili. Basti pensare a quanto fitti e in continua espansione siano gli scambi commerciali e, soprattutto, culturali tra queste due realtà che, ad occhi non allenati, potrebbero sembrare incredibilmente diverse.

Semplificando al massimo è un po’ come se noi Italiani fossimo i Cinesi di Europa, molto pratici e mai troppo scoraggiati o demoralizzati nonostante tutto, e loro gli Italiani dell’Asia, molto orgogliosi e decisamente più rumorosi della media continentale. Entrambe le nostre lingue e culture hanno radici millenarie, anche se sotto questo punto di vista, i cugini orientali arrivano decisamente più lontani. Inoltre, sia da una parte che dall’altra, i due paesi hanno dato i natali ai più illustri personaggi ed inventori mondiali, padri di alcune tra le invenzioni più innovative della storia. Per di più, in entrambe le nazioni, ma per ragioni questa volta dissimili, si parlano moltissimi dialetti che, talvolta, divengono lingue propriamente dette, completamente indipendenti dalla lingua nazionale e dotate di un altissimo livello di autonomia. In Cina addirittura, alcuni dialetti adottano un sistema di scrittura completamente diverso dai caratteri cinesi.

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Siamo diversi, ma sotto molti punti di vista ci assomigliamo più di quanto pensiate, credetemi. Un paio di giorni fa, mentre sistemavo le mie cose nella camera assegnatami nel distretto putuo di Shanghai, ho notato come la spina del caricatore del mio iPhone, orgogliosamente acquistata in Italia, funzionava egregiamente nella presa cinese acquistata poco prima nel supermercato fuori dal campus. Non ci sta perfettamente, “ciotola” un po’ e alle volte va leggermente inclinata, ma ci funziona alla grande e non c’è bisogno di comprare alcun adattatore per le nostre spine. Non in Cina quantomeno.

Ora, prendete questo esempio come una simpatica storiella, lungi dal me il voler sminuire le comunque notevoli differenze che intercorrono tra il “noi” e il “loro”, ma noi Italiani siamo senza dubbio gli occidentali che più si avvicinano, o almeno tentano (e hanno tentato) di avvicinarsi alla straordinaria cultura dell’Impero Celeste. Pensate per esempio a quanto importanti risultino gli spaghetti nella nostra cultura e a quanto centrali siano i mian (la controparte cinese appunto) nella cultura cinese. Addirittura ancora oggi, non si riesce a stabilire con certezza se sia stato un missionario o commerciante Italiano (il signor Polo per dirne uno) ad esportare il nostro orgoglio o ad importare nel Bel Paese il loro. A dirla proprio tutta, vi sono anche molti che sostengono che Marco Polo in Cina non ci sia nemmeno mai stato, ma qui rischiamo di andare fuori tema e lo lasciamo per un’altra volta. Che ci crediate o no, lo stesso discorso si potrebbe fare per la Pizza, solamente considerando i numerosi tipi di bing (focaccia cinese molto simile ad una pizza ma spesso impastata con ingredienti diversi) che si possono mangiare un po’ ovunque nella Repubblica Popolare. Oltracciò, i due popoli si rassomigliano anche per lo strenuo orgoglio che sempre mostrano nel difendere la paternità di questi due piatti, estremamente tipici in entrambe le circostanze, enormemente apprezzati da Palermo a Trento, da Urumqi a Canton.

bing china street food cina

Ad ogni modo, l’arrivare, ma soprattutto il rimanere in Cina, non è né cosa troppo facile né troppo da tutti, ma il solido background Italiano che mi porto a spasso, nel mio caso ha aiutato non poco. Certo, alle volte rimaniamo un po’ schifati da qualche atteggiamento, ma vi sfido a montare su un aereo, scendere dopo 11 ore di volo e non trovare niente fuori posto; sarebbe irreale, o più semplicemente troppo banale. Qualche volta i cinesi risulteranno, come dicevo, un po’ poco igienici o rumorosi, ma in Italia mi è capitato più di una volta di sentir dire “tromba di culo, sanità di corpo”. Per di più, spesso e volentieri si lasciano trasportare e danno vita ad interminabili concerti di clacson – qui dall’ufficio della Scuola Superiore CaoYang se ne sente uno almeno ogni 4 secondi – ma quantomeno il tutto non viene accompagnato da qualche sonoro moccolo o sproloquio più e più volte riascoltato nel traffico delle grandi città Italiane, così come in quello delle città più piccole. Forse, per quanto non voglia generalizzare troppo, da entrambi i lati bisognerebbe imparare qualcosina dal nonnino seduto in una panchina del parchetto sotto casa che, vedendo un volto decisamente più nuovo del solito, mi ferma per chiedermi chi fossi, da dove venissi e perché mi trovassi lì. Così, per pura e semplice curiosità. Così, per conoscere qualcosa di più di un qualcuno all’apparenza molto diverso da noi. Così, senza secondi fini oltre la chiacchiera di circostanza.

scacchi

In definitiva, per quanto ci si possa adattare ai luoghi, o apprezzare un posto molto diverso da quello in cui siamo abituati a esistere solitamente, alle volte un adattatore fa comodo e, perché no, anche parecchio piacere. Per quanto possa non essere assolutamente necessario, ci può far flettere quel muscolo facciale e mostrare quei quattro incisivi a chi ci sta davanti, nonostante un momento non felicissimo. Ci può far apprezzare una giornata iniziata male e che, probabilmente, sarebbe finita peggio. Facciamoci un favore: interessatevi.