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La rabbia studentesca esplode all’Università di Roma – di Carlo Rivolta

Ed ero già vecchio quando a Roma, a Little Big Horn,
Capelli Corti generale ci parlò all’Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce;
ma non fumammo con lui, non era venuto in pace
E a un dio fatti il culo non credere mai. 

Il 17 febbraio del 1977 l’allora segretario della CGIL Luciano Lama tenne, o perlomeno tentò di tenere, un comizio all’Università della Sapienza di Roma, occupata dagli studenti in risposta alla famigerata riforma Malfatti. Le sue parole e la sua presenza non piacquero a quest’ultimi, che iniziarono a contestarlo, prima con slogan, poi scontrandosi con il servizio d’ordine dei giovani comunisti presenti. La violenza degli scontri indusse Lama a terminare prima del previsto il suo comizio e a lasciare la città universitaria insieme alla sua delegazione.
Il giornalista di Repubblica Carlo Rivolta*, uno dei cronisti più partecipi di quegli anni e di quel Movimento, raccontò così quella giornata memorabile.

Luciano Lama cacciato università sapienza 1977
Una fase degli scontri alla Sapienza


ROMA –
Alle otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell’Università erano già formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d’ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po’ attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli “indiani metropolitani“, (l’ala “creativa” del movimento, composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile). Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell’ateneo: “I Lama stanno nel Tibet”.

Gli “indiani” dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C’era scritto: “L’ama o non Lama”. “Non Lama nessuno” e altri giochi di parole del genere.

I sindacalisti e i servizi d’ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: “Sono goliardi, non bisogna farci caso”. Qualcun altro invece già alla vista del fantoccio si era innervosito: “E’ una provocazione inammissibile. Lama è un leader dei lavoratori”.
Assiepati intorno alla facoltà di Lettere gli indiani ballavano, cantavano, scandivano slogan polemici. Ritmavano ossessivamente: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”. Ce l’avevano con il governo Andreotti ma soprattutto con i partiti dell’astensione.

cacciata luciano lama università roma sapienza 1977
Alle 8.30, davanti alla facoltà di Lettere c’è stato uno degli episodi chiave, rimasto ignorato però dalla gran parte della gente. Quattro persone, infreddolite, preoccupate, una delegazione dell’intercollettivo universitario aspettavano Aurelio Misiti, segretario romano della Cgil-scuola. “Avevamo un appuntamento”, hanno detto ore dopo ai giornalisti, “per concludere un accordo già preso ufficiosamente la sera prima: al comizio dovevano esserci anche i nostri interventi. La posizione del movimento era quella della scontro politico, della critica aperta, ma in termini pacifici, e questa linea era legata, indissolubilmente, alla nostra partecipazione al comizio”. Aurelio Misiti, invece, secondo quello che hanno raccontato i rappresentanti dell’intercollettivo, all’appuntamento non è venuto. L’attesa si è prolungata per una mezz’ora, poi quattro dell’intercollettivo, delusi, si sono mescolati tra la folla.

Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al “carroccio” degli indiani (ma c’erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d’ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell’ironia e del sarcasmo, anche pesante. “Più lavoro, meno salario”, “Andreotti è rosso, Fanfani lo sarà”. “Lama è mio e lo gestisco io”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo è la produzione”, “Più baracche meno case”, “E’ ora, è ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia” erano gli slogan più scanditi, parafrasi delle parole d’ordine delle manifestazioni e dei cortei della sinistra. Un gruppo cantava sull’aria di Guantanamera: “Fatte ‘na pera, Luciano fatte ‘na pera”. Una pera, nel gergo freak è una endovena di eroina. I militanti del Pci erano a questo punto non più perplessi, ma dichiaratamente ostili. Rispondevano con altri slogan: “Via, via la nuova borghesia”, “Pariolini, pariolini”.

Dall’altra parte, settori del movimento, rimbalzavano slogan non più ironici ma di aperta contrapposizione politica: “Provocatori sono Pci e sindacato che pieni di paura invocano lo Stato”, “Via, via la nuova polizia”.
E’ stato un crescendo polemico, di violenta contrapposizione, ma una contrapposizione fino a quel momento solo verbale. A ranghi serrati il servizio d’ordine sindacale e del Pci stringeva dappresso “indiani”, collettivi e autonomi. La gente assisteva perplessa, qualcuno già spaventato. Il punto di attrito più caldo era intorno al “carroccio” degli indiani: lì davanti era schierato il servizio d’ordine della federazione romana del Pci e i giovani della Fgci. I sindacalisti e i consigli di fabbrica occupavano prevalentemente le “retrovie” e stavano sui bordi della grande fontana di piazza della Minerva.

Luciano Lama è entrato nell’Università con una grande puntualità. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, è passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d’ordine ed è arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spazio fra le aiuole della facoltà di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite “marce” da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli “indiani”.

Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell’ortodossia comunista e quello della “creatività obbligatoria”, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici; la pentola in ebollizione da un paio d’ore era ormai sul punto di scoppiare.

Il primo piccolo incidente è avvenuto sui bordi della fontana. Due consigli di fabbrica vicini ad “autonomia operaia”, si sono fatti largo per aprire i loro striscioni, rintuzzati dal servizio d’ordine dei sindacati stavano per venire alle mani. C’è stato un intervento di alcuni ragazzi del Pdup e la calma è tornata per poco.
Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano più violenti. Il Corriere della Sera ha scritto “che saremo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…”.Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata o vernice. Nel servizio d’ordine del Pci c’è stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice è piovuta sulla testa della gente. E’ partita allora una carica per espugnare il “carroccio” degli indiani. Travolta “l’ala creativa” del movimento, il servizio d’ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama è entrato in contatto con l’ala “militante”. Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio è tornato in mano agli occupanti dell’Università che lo hanno usato come un ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d’ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma è stata il segnale di partenza della rissa più selvaggia.Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltà di Lettere, contro il servizio d’ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d’asfalto.

Lama ha concluso il suo discorso alle 10.30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno già piangeva urlando “Basta, basta, non ci si picchia fra compagni”. Dopo Lama saliva sul paco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. “Compagni”, ha tuonato, “la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni”. L’ultima parola è stata quasi un segnale. Un’ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti.

Il camion è stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. A gruppi di due o tre, di dieci quindici persone, nei viali alle spalle del rettorato studenti e militanti del Pci e dei sindacati si sono affrontati, a bastonate, a colpi di spranga, di chiave inglese e sassate. Una rissa tragica, violentissima, con gente che piangeva, che imprecava, feriti portati via a braccia (molti militanti dei collettivi non sono andati all’ospedale perché temevano denunce). La facoltà di Lettere era trasformata in una infermeria, i militanti del Pci invece venivano portati di corsa al Policlinico.

La calma dentro l’ateneo è tornata solo quando i comunisti, usciti dall’Università, si sono schierati fuori dai cancelli. Dentro, una parte degli occupanti scandiva slogan contrapposti a quelli dei comunisti, un altro gruppo si riuniva in assemblea a Geologia e stilava una mozione: “La responsabilità degli scontri ricade sull’iniziativa provocatoria ed esterna al movimento presa dal Pci sotto una copertura sindacale unitaria…”. In sostanza tutto l’intercollettivo si è assunto la responsabilità di quello che era accaduto, anche se fino a poche ore prima c’era stata violenta polemica fra l’ala di Autonomia e il resto del movimento.

Alle 12.30 circa il rettore Ruberti è uscito dall’Università da un cancello secondario. Aveva già chiesto l’intervento della polizia. Per qualche ora c’è stata una pausa, come se i contendenti dovessero tirare il fiato per riprendersi dalle emozioni, dal trauma di quello scontro violento fra bandiere rosse. Poi, mentre cominciava l’assemblea dei collettivi, alle 16.30, fuori dall’ateneo sono cominciati ad affluire i reparti della polizia e dei carabinieri.

Qualcuno ha improvvisato barricate con tavoli, travi, automobili rovesciate, distrutte, demolite pezzo per pezzo. Colonne di jeep, camion, “pantere”, pullman di carabinieri hanno riempito rapidamente i viali intorno all’Università. Una sola strada è rimasta libera, quella dell’uscita di via dè Lollis, unica via di scampo per gli “assediati”.

Cacciata Luciano Lama università Roma Sapienza 1977
Alle 17.40, dopo un timido tentativo di resistenza degli occupanti che avevano incendiato le auto della barricata, la polizia ha marciato verso i cancelli. In testa una autoblindo, dietro file di uomini con giubbotti antiproiettile e maschere, sotto un fuoco di copertura di centinaia di gas lacrimogeni che in breve hanno avvolto tutta la zona in una nuvola di fumo acre. La barricata è stata demolita da un bulldozer, poi, sempre sparando candelotti, gli agenti sono entrati. La gran massa degli occupanti era già fuggita, gli ultimi hanno imboccato il cancello di via de Lollis verso le 16.15.Padroni del campo, sotto la luce delle fotoelettriche, poliziotti e carabinieri hanno rastrellato gli edifici. Fuori, per le strade di San Lorenzo, si è acceso qualche focolaio di guerriglia. Forse sono stati sparati colpi di pistola (ma è una notizia ancora non confermata), secondo gli aderenti ai collettivi due giovani militanti di Lotta Continua sono stati picchiati dal servizio d’ordine della Fgci e del Pci fermo in via dei Frentani a presidiare le sue sedi.Alle 20 tremila studenti erano riuniti ad Architettura. Scadenze per i prossimi giorni: una manifestazione cittadina sabato, una manifestazione nazionale in settimana, assemblee nelle scuole.
Gli interventi, brevi, incalzanti, disegnavano la nuova strategia del movimento. Al primo posto la necessità di darsi una forma di organizzazione “perché la sovranità dell’assemblea e delle sue decisioni venga rispettata”. Ha parlato anche un giovane della Fgsi che ha espresso solidarietà ai collettivi e ai comitati di lotta contro la riforma Malfatti.

Da ieri mattina tutto il dibattito, le discussioni, le riunioni si sono spostate. Ad Economia e Commercio e Architettura, le due facoltà fuori dalla cinta dell’ateneo, le assemblee sono andate avanti fino a sera. E’ stata votata una mozione: dopo aver ribadito che il movimento “è stato fatto bersaglio di una offensiva dell’apparato dello Stato e del gruppo dirigente del Pci” si afferma che “è in corso da parte della borghesia italiana guidata dal governo Andreotti un aperto tentativo di criminalizzare la lotta dei giovani”. Gli obiettivi del movimento sono: “Ritiro del progetto Malfatti; sciopero generale nazionale contro il governo”. “Il movimento”, è scritto nel documento, “sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica sacrifici”. Si conclude indicendo una manifestazione per oggi pomeriggio alle 17, “pacifica e di massa”.

(Carlo Rivolta, 17 febbraio 1977, La Repubblica)

 

carlo rivoltaCarlo Rivolta nasce a Roma il 20 ottobre 1949. Nel 1971 inizia a collaborare con Paese Sera, dove realizza i suoi primi reportage notevoli, come quello sulle carceri di Rebibbia e Regina Coeli. Rivolta intervista le guardie e documenta la ribellione dei detenuti, finita con i carcerati. Il suo lavoro non passa inosservato: Eugenio Scalfari lo arruola tra le fila della nascitura Repubblica: è il dicembre del 1975. Diventa in breve tempo uno dei miglior cronisti presenti. Racconta il 1977 e il Movimento fino alla sua “morte” naturale: per via delle sue prese di posizione viene emarginato non solo dai colleghi, ma anche dagli autonomi. Il suo nome viene iscritto nella lista nera delle Brigate Rosse e per lui è il colpo di grazia: cerca rifugio nell’eroina. Nel 1978 Scalfari lo sospende per aver prestato la sua firma come direttore responsabile a Metropoli, periodico di Autonomia Operaia. Emigra verso le colonne di Lotta Continua. L’11 febbraio 1982, durante una crisi d’astinenza, cade dalla finestra del suo bagno. Va in coma e muore nella notte fra il 16 e il 17 febbraio.

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12 MAGGIO 1977, IL GIORNO CHE GIORGIANA MORI’ – di Jacopo Rossi

E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e sul ponte lasciò
Lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più…
(Stefano Rosso, Bologna ’77)
 

poliziotto borghese

 

Gli anni

Sosteneva Cossiga che nei turbolenti anni Settanta italiani i figli della borghesia romana uccidessero fin troppo spesso i figli dei contadini meridionali. L’anno nero fu il 1977, che già, in tema di costume, non era iniziato troppo bene. La Rai chiudeva Carosello e le famiglie italiane perdevano un riferimento temporale non da poco. Si smise, dunque, d’andare a letto dopo gli spot in rima, dopo le disavventure di Cimabue e le imprese del Gringo, dopo le ammissioni di colpa del calvo ispettore Rock e le canzoni spensierate di Miguel.

Forse è per questo che il fatidico Settantasette durò moltissimo, forse troppo. Iniziò con lo scoppio di una bomba al congresso romano del Movimento Sociale, finì con le tre pistolettate che il 28 dicembre di quell’anno uccisero il missino Angelo Pistolesi. Tre pistolettate vantate e rivendicate da altrettanti gruppi (Nap, Br e Nuovi Partigiani), tre pistolettate rimaste, come sempre, anonime.
Nei trecentocinquanta giorni in mezzo ai due fatti la cronaca mantenne una preoccupante coerenza. Caserme assediate, gambizzazioni, cariche della celere, attentati, sequestri e scontri di piazza che cessarono di far notizia. Sparano tutti: poliziotti, brigatisti, studenti, nuclei armati. Non mancano i banditi che han fatto tristemente storia, come Vallanzasca, arrestato per la seconda volta proprio quell’anno. Sull’asfalto, in una pozza di sangue denso e scuro, restano tutti: brigadieri, terroristi, operai, manifestanti. Fare politica o mantenere l’ordine: a Bologna, Roma, Milano e Torino non c’è differenza. Entrambe le due cose possono costare la vita, che sia quella di Francesco Lorusso o di Claudio Graziosi. In aprile, esasperato e incapace, il governo (che si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna), per bocca del Ministro dell’interno Francesco Cossiga, vieta qualsiasi manifestazione di piazza a Roma, almeno fino a fine maggio.

La piazza, com’era prevedibile, risponde: il 12 maggio il Partito Radicale decide di trasgredire il divieto, organizzando un sit-in in Piazza Navona per raccogliere firme per i referendum abrogativi e celebrare il terzo anniversario del precedente referendum sul divorzio. Alla manifestazione, per motivi diversi, aderisce tutto l’arcipelago della “nuova” sinistra, in chiaro contrasto con il PCI, dal quale si sente men che mai rappresentato. Ad attendere i manifestanti c’erano cinquemila poliziotti in assetto antisommossa, più un certo numero di agenti in borghese, mescolati ad autonomi e dimostranti. Incidenti, scontri, cariche, feriti e contusi non si contano nemmeno. In mezzo ci finiscono anche giornalisti, fotografi, deputati e semplici passanti. Mentre i radicali presenti alla Camera protestano per la violenza repressiva della polizia, per le strade iniziano a piovere le prime molotov.

Lo sparoGiorgiana Masi

Il 12 maggio Giorgiana Masi cammina insieme al suo fidanzato, Gianfranco Papini, in Piazza Gioacchino Belli. Forse è una compagna convinta, forse no: di sicuro è una diciottenne come tante altre, che frequenta il quinto anno del Pasteur ed è in odore di maturità. Padre parrucchiere, madre casalinga, una sorella, che oggi gestisce un agriturismo in Toscana. Alla domenica Giorgiana distribuisce Lotta Continua e partecipa attivamente a un collettivo femminista. Come tante altre, insomma. È in piazza, certo, a protestare, sicuramente, a manifestare. Ma chi non lo fa, in quegli anni? Vede gli scontri, gli ennesimi, probabilmente. Vede una bambina appena uscita da una scuola di danza, la prende per un braccio e la porta fino al Ponte Garibaldi, per allontanarla dal marasma sanguinario di quelle ore. La bambina capisce, si lascia accompagnare, ringrazia e corre via. Rivedrà Giorgiana il giorno dopo, sul giornale. Sente gli spari, ma non si volta.
Un’altra ragazza, Elena cade a terra, ferita a una gamba. Sopravvivrà. Anche Giorgiana cade, come se fosse inciampata, affermerà in seguito chi l’ha vista. Qualcuno la solleva, la porta al sicuro, vicino al capolinea degli autobus. Lei mormora: «Oddio, che male». Solo questo. Le sue ultime parole. Non c’è sangue, forse è solo spavento, forse una crisi epilettica, va a saperlo, in quei momenti.
La rassicurano, la poggiano a terra, ma qualcuno si accorge che è tardi, qualcosa non va. Giorgiana è rigida, troppo: «le mascelle serrate, le braccia tese, gi occhi sbarrati». Ma non c’è sangue. Un medico le solleva la testa. Arriva un’auto, un’Appia bianca. La stendono sul sedile posteriore, il guidatore dà gas. Lei si porta una mano sulla pancia. Quando arriverà all’ospedale sarà troppo tardi. Nella schiena un proiettile calibro 22, non d’ordinanza.

Il giorno dopo

Il giorno dopo, mentre la polizia carica i pochi coraggiosi che stavano deponendo fiori sul luogo dove Giorgiana era stata colpita a morte, il Ministro dell’Interno Cossiga elogiava in Parlamento il “grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine. Ma il Partito Radicale protesta: raccoglie testimonianze, foto, filmati. Dimostra con i fatti la presenza di agenti in borghese tra i manifestanti: agenti armati, ritratti anche mentre sparano, o si mettono comunque in posa per farlo. Ci sono una ragazza morta, i feriti: viene aperta un’inchiesta. Cossiga ammette, ritratta. Chiede scusa al Parlamento per aver ignorato che in piazza vi fossero sessanta agenti in borghese. Ma sa chi ha sparato: fuoco amico, ripete fino allo sfinimento.
Così fa chi lo circonda, così fanno gli agenti presenti in aula, immortalati dalle foto. Tutti negano di aver sparato, mentre l’Italia, com’è d’uopo, si spacca. Quattro anni dopo il giudice istruttore Claudio d’Angelo dichiarò l’inchiesta archiviata «per essere rimasti ignoti i responsabili del reato».
Nella sentenza si legge che «[…] È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizioni del Partito Radicale che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine».
Chi insistette, come l’avvocato milanese Luca Boneschi, ne ricavò solo una querela per diffamazione.

masi giorno dopo

Gli anni dopo

Passano gli anni. Venti, a voler esser precisi. E, come spesso avviene per quanto concerne le vicende di quegli anni, succede di tutto. Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo, afferma che a sparare è stato il suo vecchio sodale Andrea Ghira, anch’egli coinvolto nel massacro del ’75 e appartenente, sembra al gruppo eversivo “Drago”. L’anno successivo, il ’98, salta fuori un datato rapporto della Digos, secondo il quale il colpo sarebbe partito da una calibro 22 poi ritrovata in un covo delle Br. In quell’anno viene anche riaperta l’indagine, ma l’esito rimarrà lo stesso. Nemmeno una proposta di legge, presentata dal verde Paolo Cento, sortirà gli effetti sperati.
Francesco Cossiga, ciclicamente intervistato su quegli anni si sarebbe contraddetto più volte.
Nel 2001, durante un’intervista a Radio radicale, affermò: «Non vorrei essere frainteso, ma io dico con estrema onestà che come sia morta Giorgiana Masi non lo so».
Nel 2003, davanti alle telecamere di Report, afferma: «Non l`ho mai detto all’autorità giudiziaria e non lo dirò mai, è un dubbio che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono. Se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto, sarebbe stata una cosa tragica. Ecco, io credo che questo non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa».
Nel 2007, sulle pagine del Corriere, confessò di essere una delle cinque persone ancora in vita a conoscere il nome dell’assassino.
Nel 2008, in una sorta di paternalismo ritardatario verso Roberto Maroni, consigliò a quest’ultimo di seguire il suo modus operandi: «Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero Ministro dell’Interno. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco la città. Dopodiché, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri, nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». Seguirono polemiche inevitabili.
Due anni dopo, il 17 agosto 2010, Francesco Cossiga morì al Gemelli di Roma, per un’insufficienza respiratoria in seguito a una crisi cardio-circolatoria. Portò con sé il famoso piccone e un numero imprecisato di armadi colmi di scheletri, faldoni, segreti. Più il nome, se davvero lo sapeva, di colui che il 12 maggio di trentatre anni prima aveva sparato, a sangue freddo, a una ragazza di diciotto anni che stava solo scappando dagli scontri.

 

A Giorgiana
se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio
 
se tu vivessi ancora
se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio

se la mia penna fosse un’arma vincente

se la mia paura esplodesse nelle piazze
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza

se i fiori che abbiamo regalato

alla tua coraggiosa vita nella nostra morte

almeno diventassero ghirlande 
della lotta di noi tutte, donne
se…
non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.

 

 

P.S: c’è stato tempo anche per altro, dopo la morte dell’ex Ministro. Nel 2011 il giornalista e politico Renato Farina dette alle stampe il suo contestatissimo libro “Cossiga mi ha detto: il testamento politico di un protagonista della storia italiana del Novecento”. All’interno si trova la “confessione” del picconatore: Il fidanzato. Ha tentato di uccidersi. Una sera ha tentato di uccidersi. Quando vennero a dirmelo i magistrati, c’erano i carabinieri e i poliziotti. E dissi loro: Non tocca a me dirvelo, lasciamo correre e non aggiungiamo dolore a dolore. Il fidanzato stava sparando contro i carabinieri al di là del ponte e ha sbagliato, si e spostata la fidanzata e…Ora credo sia giunto il tempo, da quel 12 maggio del 1977, di poter rivelare questi fatti”. Bisogna aggiungere che Cossiga avrebbe poi tolto il suo imprimatur al manoscritto poco prima di morire e che quest’ultimo è pieno di errori, contraddizioni, citazioni errate.

P.S2: la Questura di Roma, il 12 maggio del 2013, vietò l’annuale cerimonia che dal 1977 si svolge in Piazza Navona per ricordare Giorgiana Masi. Avrebbe potuto entrare in collisione con la marcia, politicizzata, degli antiabortisti. La chiamarono la Marcia per la vita. La vita, quella degli altri, evidentemente.