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VIVA ARTE VIVA: IMPRESSIONI VENEZIANE – di Fausto Jannaccone

Qual’é il ruolo dell’artista nella società? Qual’è la sua missione?

Michel Blazy

Se lo chiedete a me, io credo che l’artista contemporaneo sia chiamato ad interpretare il momento storico che lo circonda, leggerlo attraverso la propria sensibilità, quindi avanzare proposte e soluzioni per un domani possibile.
La Biennale di Venezia, in questo senso, rappresenta l’occasione per fare il punto su questa continua analisi sociale, la cartina di tornasole per un bilancio in itinere.  L’impressione personale è che in questi tempi sempre più instabili ed incerti anche il mondo dell’arte stia riflettendo profondamente, mettendo almeno in parte in discussione “da dove veniamo” e coscienti di “chi siamo” -ahi noi- provare a ripensare “dove andiamo”.

Il passato non è certo la prima volta che venga riesumato e vivisezionato dall’arte contemporanea: d’altro canto però, per molteplici aspetti, il severo giudizio e la parziale riscrittura dello stesso cui si assiste in laguna in questi giorni tradisce una condanna per molti capitoli della(e) nostra(e) storia(e) -colonialismo (Nuova Zelanda, Sud Africa, l’esordiente Antigua ad esempio), governi assolutistici (Russia, Peru, Korea), evoluzioni religiose (Malta, Finlandia)-.
La stessa mostra-evento di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, parallela sebbene non inerente la Biennale vera e propria, ci presenta un divertito e divertente Hirst raccontarci la “sua” storia (del mondo, non personale). Ciò ad ulteriore conferma di questa necessità dell’arte di riscrivere la storia.

Roberto Cuoghi
Maria Lai
Gal Weinstein
Hajra Waheed

Preso quindi atto dello status quo, del punto dove siamo arrivati in questa folle corsa dell’umanità, si rivela necessario ed urgente trovare risposte, e direzioni da seguire: la soluzione che Venezia ci presenta prevede un po’ di sana utopia, ingrediente fondamentale nella piatto dell’arte, ma soprattutto tanta, tanta evasione dalla realtà e dalla razionalità.
È infatti la magia la vera protagonista di questa edizione; accanto troviamo il tema ambientale, molto presente, ma anche questo quasi sempre interpretato in maniera molto spirituale e primigenia, come una partecipazione arcaica e primordiale dell’uomo alla natura, dentro la natura, simbiotica nella piena etimologia del termine.
Il padiglione Italia, ad esempio, messo in piedi con ottimi risultati della Alemani, ed il cui nome è appunto “Il mondo magico”, fonda sulla ricerca antropologica di De Martino il suo percorso. Uno dei 9 capitoli del racconto messo in piedi dalla Macel è interamente dedicato all’arte di impronta Sciamanica. Maria Lai e Michele Ciacciofera, anche loro nel tronco principale dell’Arsenale, rispolverano le antiche tradizioni magiche della Sardegna; Peter Miller la magia del colore, Edith Dekyndt della Materia, Kader Attia del suono. Ne cito solo alcuni, ma l’intero Arsenale (colonna portante e vero valore della 57° edizione) è un’esperienza sensoriale e mistica. Addirittura più di una volta vengono stimolati sensi solitamente più marginali nella consueta fruizione dell’arte come tatto ed olfatto: infatti più di una volta ci imbattiamo in opere imperniate sulla corruzione dei materiali organici e le muffe generatesi.
Nel complesso forse non è una delle edizioni migliori tra quelle cui ho assistito, ma più per mancanze dei padiglioni nazionali, tra cui salverei Italia, USA, Grecia, Cuba e Tunisia con una sufficienza piena, risicata invece per Russia, Sud Africa, ed Israele.
La palma di vincitore assoluto la consegno alla dissacrante creazione di Nathaniel Mellors ed Erkka Nissinen che fanno del padiglione di Alvar Aalto il vero pezzo imperdibile di questa Biennale: non si sfioreranno picchi poetici, non se ne ha nemmeno l’ambizione, ma assolutamente si stacca dalla mediocrità circostante.
Una menzione è doverosa per due giovani artisti: Hajra Waheed e Taus Makhacheva.

In chiusura resta da ripetere soltanto, lapalissianamente, come comunque la Biennale dì Venezia sia un evento che non è permesso perdersi: Viva Arte Viva!

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ARTE FIERA BOLOGNA 2017 -di Michele Piattellini

Doveva essere l’edizione della grande rivoluzione questa di Angela Vattese ma in realtà di nuovo abbiamo visto ben poco. I due padiglioni, 25 per le gallerie più “contemporanee” e 26 per le storicizzate non hanno saputo suscitare particolari emozioni rispetto al passato. La scelta di una nuova illuminazione, sebbene molto minimal, è stata invece indubbiamente azzeccata. Ma veniamo un po’ a cosa abbiamo visto e soprattutto a cosa ci è piaciuto.artef Si parte subito alla grande con lo stand della galleria Matteo Lampertico che sfoggia opere di grande prestigio a firma Klein, Fontana, Festa, Turcato, Castellani. Ci addentriamo successivamente tra gli espositori senza pero’ ricevere particolari altri sussulti a parte che nel solito straordinario show della galleria Tornabuoni dove i Miro’ e i Picasso si fanno bella compagnia a parete. Interessante anche lo stand di Maria Livia Brunelli con le splendide opere di Silvia Camporesi e Anna Di Prospero. Un salto, anche solo per mero campanilismo, alla “nostra” Galleria Continua di San Gimignano dove l’atmosfera, sara’ stata colpa del fatto che era lunedì,era in realtà un po’ dismessa. Restano però degni di nota i due grandi lavori di Giovanni Ozzola. Molto belle come sempre le proposte di Emilio Mazzoli e la bellissima monografica su Mario Schifano alla Galleria Alessandro Bagnai di Foiano della Chiana. Bellissima anche la proposta della galleria De Bonis con solo opere di Renato Guttuso, un maestro senza dubbio da riscoprire sotto il profilo del mercato. Per il resto tanti “doppioni” Castellani e Bonalumi anni novanta, superfici specchianti tarde di Michelangelo Pistoletto e Peter Halley declinati in tutte le salse. Una giornata insomma in chiaroscuro quella passata nella bella Bologna ma, alla fine dei giochi, possiamo dire che ne e’ valsa la pena.

“LA MIA CIPRO” DI CRISTINA CHIAPPINELLI: VIAGGIARE RESTANDO A SIENA – di Fausto Jannaccone

hpgoblet-hermione-portkey“Harry!” se Arthur Weasley non richiamasse il giovane Potter, il maghetto rischierebbe di restare in cima a quella collina nell’alba inglese invece di esser trasportato con i restanti Weasley, Hermione Granger ed i Diggory all’ imperdibile, sensazionale finale della Coppa del Mondo di Quidditch tra Irlanda e Bulgaria. Non aveva mai visto, Harry, una Passaporta: “(…) oggetti comuni e quotidiani spesso di scarso valore, come vecchie bottiglie, grucce, lattine ecc. in modo che se un Babbano le trovasse non sentirebbe il bisogno di raccoglierle. Una volta create, dopo aver pronunciato l’incantesimo Portus (piuttosto difficile da eseguire), possono trasportare in un determinato luogo chiunque le tocchi, oppure possono attivarsi in un momento predeterminato e trasportare nel luogo prescelto chiunque tocchi l’oggetto stesso in quel momento” (wikipedia)
Invece in “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”, quando all’inizio del racconto i quattro ragazzi protagonisti si mettono a giocare a nascondino nella vecchia villa, per ingannare il tempo e provare a divertirsi un po’, Lucy si imbatte in un alto vecchio armadio, nascosto da un grande telo bianco, che sonnecchia in una polverosa soffitta; curiosa, la bambina vi entra, e scopre che è molto di più di un semplice “Wardrobe”: è infatti una specie di portale che conduce in una terra incantata chiamata “Narnia”, abitata da fauni, streghe ed ogni sorta di essere fantastico.
Poi ci sono la Tana del Bianconiglio, lo Stargate, il libro sul Regno di Fantàsia, la Delorean ed un’infinità di altri “mezzi di trasporto” che catapulteranno di punto in bianco i vari Harry, Alice, Bastiano in un altro mondo, una realtà parallela, una dimensione fantastica, surreale, lontanissima ed inspiegabile.

Ecco quello che succede a chi voglia concedersi ai disegni di Cristina Chiappinelli: che sia Cipro, Tarquinia o Mosca il luogo raccontatoci dalla giovane illustratrice senese, il suo tratto rende tutto meno afferrabile, non riusciamo a reggerci ben saldi e rimanere con i piedi per terra. Volando dietro a Margherita sulla sua scopa o appoggiandoci per un momento ad un cuscino del simposio, rimaniamo però sempre sospesi e fluttuanti in una dimensione di sogno che ci circonda senza che riusciamo bene a comprenderla. Un po’ come quando la notte sogniamo e “percepiamo” le quinte della scena che stiamo vivendo, sappiamo di esser in un determinato posto o in un particolare momento, ma tutto resta sempre fluido e precario, lo sappiamo, ma un attimo dopo può esser svanito tutto. Questa è la magia di una cifra stilistica che ad una primo impatto può sembrare elementare ed approssimativa, ma se ci fidiamo e ci lasciamo andare ci assorbe e trasporta in avventure esotiche e bizzarre, un po’ come facevano i romanzi di Salgari con i bambini italiani dello scorso secolo.dragomanno1

I soggetti di Cristina sono quasi sempre tratte dalla letteratura, come si evince anche dalla mostra esposta negli ambienti di BiP (presso il bar Il Palio, in Piazza del Campo a Siena, fino al 05/01/2016), ma in questo caso specifico ci offre anche i colori ed i profumi dell’isola di Cipro, dove ha passato un periodo di formazione un anno fa, attraverso 10 spaccati di una terra di confine, isola isolata a metà tra occidente ed oriente.

Rubate 10 minuti a queste fredde giornate di un grigio dicembre e concedetevi il lusso di un viaggio fuori programma.

GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

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Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

LA PINACOTECA NAZIONALE DI SIENA SI “SVESTE”

pinacotecaSe è la seconda volta nel giro di pochi mesi che un gruppo di laureati e laureandi in Storia dell’Arte dell’Ateneo senese, privi di alcun tipo di interesse personale, sente la necessità di scrivere riguardo la situazione in cui versa la gestione dei beni culturali della città, ci sarà pure una ragione. Lo scorso marzo abbiamo scritto in merito all’inopportuna presenza di eventi legati al Siena Sport Week entro gli ambienti espositivi del Santa Maria della Scala. Veniamo oggi a conoscenza di altri spiacevoli avvenimenti, grazie agli articoli di Montanari e Piccini, che hanno messo in luce, a pochi giorni dalla loro attuazione, le ultime decisioni prese dal Soprintendente Mario Scalini. Senza il minimo coinvolgimento dell’opinione pubblica e della comunità scientifica locale, si sta per attuare lo smembramento ingiustificato della collezione della Pinacoteca Nazionale. Una grande parte del corpus seicentesco, infatti, verrebbe separata dall’insieme principale, per essere trasferita entro la fine di novembre all’interno dei locali della Soprintendenza, situati a Palazzo Piccolomini, in via del Capitano n°1. Le opere che verrebbero spostate sono di fatto una delle ultime acquisizioni della Pinacoteca, in precedenza proprietà dell’antiquario fiorentino Giovanni Pratesi e acquistate nel 1995 a spese dello Stato. L’annessione di queste ha permesso alla Pinacoteca di dare testimonianza dei fatti artistici senesi a cavallo tra Cinquecento e Seicento (Manetti, Mei, Petrazzi, Rustichino, Vanni, Tornioli).
All’oscuro delle motivazioni che hanno portato il Soprintendente a prendere questa decisione, la stessa ci appare insensata per vari motivi e ci suscita degli interrogativi.
La Pinacoteca ha restituito fino ad oggi un’immagine più completa dell’importante panorama storico e artistico della città. Perché frammentarne dunque la collezione, di fatto annullando uno dei più importanti interventi ministeriali degli ultimi vent’anni?
Nel momento in cui la restante parte della collezione sembra destinata ad essere ospitata finalmente nel Santa Maria della Scala, ha senso quest’ulteriore divisione? Perché raddoppiare le spese di gestione museale, dato che questo provvedimento oltre ad aumentare i costi ne riduce inevitabilmente l’attrattiva?
Il relegare la sola “collezione Pratesi” nel palazzo della Soprintendenza, in spazi non idonei alla conservazione e all’esposizione (in prevalenza uffici), ne limiterà notevolmente la fruibilità pubblica compromettendo al contempo le possibilità di libera ricerca. Si sceglierà davvero di andare ad ammirare queste poche opere, in una città già palcoscenico di un turismo “mordi e fuggi”? Il fatto che la Pinacoteca rimarrà mutila di un importante nucleo di opere lascia spazio a delle perplessità circa le motivazioni della scelta.
In concomitanza dell’insensata privazione, veniamo a conoscenza delle ultime modalità di investimento di fondi ministeriali dedicati alla cultura. Dal sito ufficiale della Soprintendenza si legge che: ‹‹il finanziamento ministeriale […] ha consentito la digitalizzazione di una parte significativa e selezionata dell’archivio di Monica Bolzoni››, stilista italiana sconosciuta ai più. In una delle sale della Pinacoteca, di fianco a importanti cartoni preparatori (Beccafumi fra gli altri), è possibile ammirare alcune delle sue creazioni. Nonostante la Soprintendenza ci assicuri che l’iniziativa ‹‹consentirà ai giovani, sia di Siena che di altri luoghi che avranno interesse per questa attività “creativa culturale” (UNESCO), di esplorare anche da remoto, le tappe di una carriera tanto singolare, quanto varia, di uno dei protagonisti della moda italiana››, restiamo dell’idea che sia un’operazione di scarso valore, ingiustificata e dissennata. Crediamo che questi fondi si sarebbero potuti investire in maniera più intelligente per migliorare gli standard qualitativi museali, come la manutenzione dell’impianto di illuminazione delle sale espositive della Pinacoteca, in molti casi addirittura al buio, come può constatare ogni visitatore.
In un momento in cui Siena avrebbe bisogno di chiarezza e cooperazione per capire quale sarà il ruolo della cultura nel futuro prossimo della città, mettiamo in dubbio l’operato delle istituzioni responsabili e sollecitiamo vivamente l’interruzione della manovra di smembramento.
Crediamo che la cittadinanza abbia tutto il diritto di essere a conoscenza della gestione del proprio patrimonio culturale. Chiediamo dunque che sia data risposta alle nostre domande da parte delle autorità competenti, ovvero Soprintendenza per i beni storici artistici ed etnoantropologici e Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
Federico Carlini, Vincenzo Curiale, Marco Fagiani, Francesca Interguglielmi, Valentina Isidori, Luca Mansueto, Raffaele Moretti, Ylenia Sottile

DALL’OBLIO ALLA MEMORIA – Una conversazione con Giovanni Sesia – di Valeria Mileti Nardo

Senza titolo, 2002, tecnica mista su base fotografica

 

Telefono a Giovanni Sesia come d’accordo e subito l’artista si dimostra molto gentile e disponibile, pronto a dedicare un’ora del suo tempo per questa intervista. E’ molto semplice parlare con lui e il dialogo si sviluppa con grande spontaneità. Quando Sesia parla di arte e della propria arte, i rimandi e gli spunti di riflessione sono interessanti e molteplici e purtroppo l’esigenza di sintesi porta a una selezione che comunque non impoverisce il discorso.

Dalla fine degli anni Novanta si concentra sul disagio psichico e sull’emarginazione sociale legata agli ormai chiusi ospedali psichiatrici. Com’è passato a queste tematiche?

Il passaggio è avvenuto casualmente. Mi è capitato di mettere mano su dei negativi, trovati da un mio amico psicologo, provenienti da un ospedale psichiatrico dismesso. Da allora, il mio lavoro si concentra sull’umanità dimenticata che non è solo quella degli ospedali psichiatrici ma anche, arrivando ai giorni nostri, quella dei paesi in guerra o di chi non ha un posto nella società: il mio lavoro si allarga all’Umano. Questo ritrovamento mi ha fatto pensare alla cancellazione dell’esistenza e della memoria e poi al disagio psichico che nasce da quello sociale: questa è cosa di tutti i giorni.

Questo ritrovamento l’ha portata, sembra in modo consequenziale, a passare dalla pittura tout court alla fotografia?

Certo. L’utilizzo della fotografia in pittura mi aveva sempre affascinato: l’incontro tra l’oggettività e la soggettività. Non sono un fotografo e non interpreto la realtà tramite la fotografia ma ho interpretato, con la pittura, le fotografie di questi degenti che, con gli anni, ho raccolto da varie strutture dismesse. Chi ha scattato queste foto, che comprendevano il busto e le mani, non doveva interpretare dei ritratti, doveva solo farle per la scheda segnaletica del paziente. La posa, le mani e il volto sono elementi forti, elementi di realtà. Ho usato la pittura, coi suoi segni, le patine, le corrosioni, per l’intensificazione drammatica di queste fotografie oggettive. Ho sacrificato anni di pittura e alla fine non ho fatto né il pittore né il fotografo!

Come interviene sulle immagini per far convivere l’oggettività delle fotografie con la pittura?

In pratica, faccio stampare i negativi in bianco e nero e faccio incollare l’immagine su legno. Poi intervengo con i colori a olio. Quando uno vede come inizio un quadro si spaventa: passo con un pennello largo il colore su tutta la superficie fino a nascondere l’immagine e poi, con uno straccio con essenza di trementina, strofino la tavola e la fotografia riaffiora. E poi ancora pittura: luci, ombre, segni, macchie, numeri. L’immagine che ricompare dal nero è, metaforicamente, il ritorno della memoria.

Senza titolo, 2006, tecnica mista su base fotografica

Ha accennato a segni, macchie e numeri. Qual è il valore degli elementi ricorrenti nelle sue opere? Partiamo dalla scrittura.

Tutti i negativi che ho trovato avevano in basso e al centro un’incisione con il numero della cartella clinica del paziente. Questo graffio era una spersonalizzazione. I segni sulle mie opere sono illeggibili, come è illeggibile l’identità della persona effigiata. E poi guardo al passato: sono sempre stato attratto dalle opere medievali con le dediche in latino e dalla scrittura al contrario di Leonardo, apparentemente indecifrabile. La scrittura dunque è come una patina che ci allontana dall’identità della persona. Bacon faceva un qualcosa di simile quando incorniciava i suoi dipinti con un vetro davanti, in modo che ci si potesse specchiare. L’immagine riflessa ci distoglie un po’ dalla pittura e rende tutto più morbido, come per me la scrittura rende più morbide queste immagini di grande forza.

E l’oro?

L’oro è il sacro, è la luce, l’oro è luce coagulata. L’oro porta a una dimensione sacrale, come nella tradizione pittorica cristiana. Le immagini, con l’oro, diventano come delle icone. Di solito, nei miei lavori, l’oro fa da sfondo ai numeri delle cartelle cliniche e alle diagnosi e quindi rappresenta la sacralità del dolore: l’oro suggerisce il rispetto, il rispetto del dolore.

E il colore della terra?

Da un punto di vista pratico è molto semplice: le fotografie sono virate seppia. Questo però va a mio vantaggio perché è una tonalità calda e credo che il concetto di memoria sia legato a una tonalità calda, non fredda, è qualcosa di malinconico, di autunnale, direi. Inoltre questa tonalità si integra bene con i colori a olio e tutto risulta armonioso.

I numeri, infine. Sono un rimando alla spersonalizzazione?

Certo. I numeri sono una catalogazione. Il punto di partenza, per me, è stato il fatto che ad ogni fotografia corrispondeva un numero; il numero sostituiva il nome e il cognome, sostituiva l’essere. Inoltre il numero è magico, misterioso, il numero riguarda la sequenza del tempo e il suo scorrere infinito.

Nelle sue opere, oltre ai volti, troviamo anche ambienti e oggetti. I luoghi e le cose “parlano” come i volti? Trasmettono lo stesso messaggio?

Un mio soggetto ricorrente (mi hanno anche rimproverato per questo ma anche Morandi ha sempre fatto le bottiglie!) è il lenzuolo appoggiato sulla sedia. Il lenzuolo, come lo contorci, assume sempre forme nuove e poi suggerisce la presenza nell’assenza, come nelle icone sacre medievali. Il lenzuolo sulla sedia simboleggia una persona che non c’è più e che ha lasciato il suo segno: la sedia viene usata durante il giorno, il lenzuolo invece è la notte. Inoltre, se pensiamo alla nostra tradizione pittorica, per esempio al Caravaggio, quanti lenzuoli annodati sono stati dipinti? E poi mi fa pensare anche al sacro: il sacro non si può toccare se non attraverso un lenzuolo e dunque è ancora un rimando alla sacralità del dolore.

Fino ad ora ha fatto molti riferimenti all’arte del passato ma anche a quella più recente. Che valore hanno per lei la tradizione e il contemporaneo?

Nei miei lavori cerco sempre di dare spazio alla tradizione pittorica antica: le luci e le ombre riportano al Seicento. L’oro è il Medioevo. Ma c’è anche molto Moderno: mi hanno detto che sono affine all’Arte Povera e al Minimalismo. In effetti, queste grandi superfici vuote a foglia d’oro con un numero e un po’ di ossidazione riportano a queste correnti. E poi l’uso della fotografia è sempre stato fondamentale fin da quando è nata, basti pensare agli Impressionisti. Inoltre, negli ultimi cinquant’anni, ho guardato a Bacon, a Freud; insomma guardo tutto e tutti. L’arte ha raggiunto tante sfaccettature e c’è posto per tutto fino al video e all’installazione; l’importante è che si trasmetta un’emozione, un pensiero, uno spunto di riflessione.

Senza titolo, 2002, tecnica mista su base fotografica

Parliamo del suo recente passaggio all’installazione a cui ha appena accennato. Com’è avvenuta questa transizione e come costruisce le sue installazioni?

L’uso di video e installazioni va ad integrare il mio percorso pittorico e ne supera i limiti. Ogni espressione artistica ha i suoi limiti. Per affrontare una tematica, cedo che ogni metodo sia buono; l’importante è fare un discorso completo, indipendentemente dalla tecnica. Non sono un esperto di video, ho un aiutante eccezionale che si presta a realizzare il mio progetto e che ha fatto cose straordinarie come far rivivere una fotografia con il movimento degli occhi e delle labbra. Così posso fare cose che con la pittura non posso fare.

Quindi, in base a come lei concepisce l’installazione, si può dire che l’arrivo a questo mezzo espressivo sia stato un processo naturale?

Secondo me sì, è un’evoluzione naturale del mio lavoro e porta a un maggior coinvolgimento dell’osservatore, scopo che ho sempre cercato di perseguire con la pittura. Di recente, ho portato una mia installazione a Pavia e una visitatrice mi ha lasciato scritto che le avevo lacerato il cuore. Quindi, con questo maggior coinvolgimento, si capisce anche meglio quello che sto facendo con la pittura. L’installazione è un mezzo per intensificare il messaggio che voglio trasmettere.

 

GIOVANNI SESIA

Giovanni Sesia è nato nel 1955 a Magenta, dove vive e opera, e si è diplomato in pittura presso l’Accademia di Brera (Milano) alla fine degli anni Settanta. Per vent’anni ha operato come pittore nell’ambito dell’astrazione informale. La svolta avviene nel 1998 quando scopre un archivio di fotografie di inizio Novecento di degenti di un ospedale psichiatrico. Da allora contamina le fotografie dei pazienti di diversi ex ospedali psichiatrici italiani con la pittura. Queste opere gli valgono l’invito a importanti manifestazioni: nel 2003 è alla rassegna “Photo España”. Nel 2005 Sandro Parmiggiani lo richiede alla mostra “Il volto della follia”. Nel 2006 è Vittorio Sgarbi a volerlo alla mostra “Il male”; nello stesso anno è presente alla mostra “Da Dada” curata da Achille Bonito Oliva. Sesia espone in tutta Italia e anche in Europa (Parigi, Rotterdam, Copenaghen, Zurigo, Amburgo), arrivando fino a Beirut e in Sud Corea. Nel mentre elabora diversi altri cicli che hanno come protagonisti alcuni oggetti che trova per casa: sedie, vecchie lenzuola, barattoli che utilizza per dipingere e poi moto. Grazie a quest’ultimo soggetto, viene notato dalla Ducati che gli commissiona una serie di lavori per l’ottantesimo anniversario della fondazione del marchio. Dal 2014 si dedica alla video-installazione.

YIN-YANG – di Ferruccio Palazzesi

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In questa rubrica proviamo a mettere a confronto due pareri autorevoli su un argomento legato più o meno all’attualità. Uno yin e uno yang. Uno nero e uno bianco. Per cercare di farci, anche noi non addetti ai lavori, un’idea più precisa su quello che avviene là fuori

Monumenti con lo sponsor.

Negli ultimi anni si é verificato un forte aumento delle donazioni private per il restauro e il mantenimento del patrimonio artistico italiano. Gli esempi più evidenti sono i 25 milioni di euro versati dall’azienda di calzature Tod’s per il restauro del Colosseo di Roma e i 2.8 versati da Fendi per il restauro della Fontana di Trevi. Tutto questo é un’opportunità o rischia di far diventare la storia del nostro Paese in un mero prodotto commerciale?

Yin: Michele Piattellini – studioso e critico d’Arte
Come scrive giustamente Tommaso Montanari basterebbe meno di un quinto della spesa militare per evitare che il patrimonio vada in rovina o debba vivere di interessate elemosine tipo quelle dei grandi sponsor per le ristrutturazioni dei monumenti.E’dunque una scelta prettamente politica quella che purtroppo pone al misero 1,1 per cento la spesa per la cultura mentre la media europea è pari al doppio.Se riuscissimo poi ad arrivare a cinque miliardi di euro la meta’ della Germania,potremo avere un patrimonio mantenuto perfettamente senza chiedere aiuto a nessun speculatore privato.I soldi dunque ci sarebbero basterebbe semplicemente destinarli alla cultura il cui scopo non è quello di generare,come vogliono far crederci,dividendi economici ma quella di renderci cittadini consapevoli della nostra storia e della nostra civiltà.

Yang: Luca Mansueto – storico dell’Arte
La nostra amata Italia è all’ultimo posto in Europa per la spesa in cultura. Per sostenere i nostri beni culturali spendevamo fino al 2009 lo 0,9% del PIL, calando nel 2011 allo 0,6% e nel 2013 appena l’1,1%, contro il 2,2% medio dell’Ue, rimanendo dietro anche alla disastrata Grecia che spende l’1,2%. I nostri vicini spendono certamente più di noi: Germania l’1,8% del budget pubblico, Francia 2,5%, Spagna 3,3% e il Regno Unito 2,1%. E allora ben venga il mecenatismo culturale dei privati, come l’Art Bonus approvato nel Decreto Cultura dal Ministro Franceschini del luglio 2014, un credito d’imposta per privati (persone fisiche e enti non commerciali) che vogliono effettuare donazioni per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura. Certamente non bisogna privatizzare i beni culturali, ma una sana gestione pubblica con investimenti privati è la più saggia operazione di rilancio del nostro Paese, come fatto da Yuzo Yagi, titolare della Tsusho Ltd, marchio di esportazione di tessili italiani in Giappone, il quale ha deciso di sponsorizzarne nel 2014 il restauro della Piramide Cestia di Roma donando un milione di euro e firmando un contratto con la Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma. Non una tradizionale sponsorizzazione, ovvero con la richiesta di avere uno spazio pubblicitario per un suo marchio, ma una pura elargizione liberale, una donazione concretizzata in una gara d’appalto dei lavori da parte della Soprintendenza, sulla base di un progetto di recupero. Altro esempio eccellente è quello di Dom Pérignon che ha firmato un protocollo d’intesa con Fondazione dei Musei Civici di Venezia finalizzato al restauro di due sale espositive di Ca’ Pesaro, sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna. Al termine dei lavori, le sale del secondo piano, chiuse da tempo e attualmente utilizzate come magazzini, saranno pronte per accogliere serie di mostre di artisti italiani e internazionali, alternate con opere delle collezioni permanenti. Pecunia non olet? Un conto è chi vuol donare qualcosa alla collettività, un conto chi vuole guadagnare associando al proprio brand un valore immateriale che appartiene alla comunità

Un artista al mase: GLI IRRIPETIBILI ANNI SESSANTA DI MARIO SCHIFANO – di Michele Piattellini

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“Gli anni sessanta sono io”. Con questa celebre frase di Mario Schifano possiamo iniziare a parlare dello straordinario percorso artistico dell’ultimo grande dell’arte italiana. Nato ad Homs ma formatosi culturalmente a Roma, prima insieme al padre noto restauratore, poi come autodidatta, Mario Schifano è stato veramente gli anni sessanta. Fin da giovanissimo è attratto dalla nuova cultura del consumismo che sta via via imponendosi. Cartelloni pubblicitari, immagine di grandi marchi come le Coca Cola o la Esso vengono riprodotti da Schifano in grandi tele. Oltre a questa produzione, di facile lettura e comprensione, Schifano crea anche grandi superfici monocrome, ultimo tentativo di azzeramento dell’arte per provare a riscriverla, con nuovi simboli, nuovi eroi. Fondamentale in questa sua fase di crescita artistica è stata senza dubbio la figura del gallerista Plinio De Martiis che espone le suo opere e quelle degli altri giovani protagonisti della pop, Angeli, Festa, Mambor, accanto ai piu’ acclamati Magnelli e Perilli. Mario Schifano diventa una star. Purtroppo al crescente successo di critica e di pubblico fa da contraltare una vita privata sregolata e il consumo, enorme,di cocaina. “Quando un funzionario della finanza vuole farsi pubblicità viene a casa mia ad arrestarmi”; le detenzioni si susseguono e con esse un lungo periodo di depressione e di crisi creativa che attraverserà tutti gli anni settanta. Nonostante tutto questo, meritano di essere ricordati i cicli dei Paesaggi anemici e delle Oasi. Con i primi Schifano vuole denunciare l’anemia del pensiero che gravi danni provoca a quello che invece dovrebbe essere il nostro bene piu’ prezioso: il paesaggio. Le oasi sono invece il rifugio delle coscienza dall’incalzante e opprimente barbarie della vita quotidiana. Negli anni ottanta fortunatamente Schifano vive una nuova primavera artistica ed umana dovuta in modo particolare alla nascita del figlio Marco Giuseppe. In questo clima tornato finalmente positivo arriverà pero’ la tragica notizia della scomparsa dell’amico fraterno Tano Festa che turberà non poco il faticoso equilibrio raggiunto. Gli anni novanta, infine, sono quelli delle ultime sperimentazioni: tele computerizzate e fotografia che daranno nuova veste alla pittura d’azione di Schifano. Nel gennaio del 1998 Mario Schifano muore lasciando un vuoto incolmabile in tutti noi che l’abbiamo amato. Muore solo come uomo pero’, poiche’ le sue straordinarie creazioni rimarranno per sempre nella storia dell’arte universale. Adesso me lo immagino in cielo insieme alle sue tele, ai pennelli, ai colori e alle spatole perchè se è vero che il “Puma” ha perso la pelle di certo non ha perso lo scatto.